Razzismo di Stato e Capitalismo. Intervista a Iside Gjergji (Parte 1)

L’attuale fase politica segnata dal governo Lega-5Stelle, un governo che ha il suo marchio di fabbrica nella manipolazione di temi reazionari e in primis del razzismo per coprire la sua sostanziale subalternità al grande capitale e all’UE capitalista, impone un approfondimento teorico e politico, necessario anche nella misura in cui l’opposizione legata all’associazionismo o alla “sinistra” tradizionale spesso non riesce ad andare oltre un astratto anti-razzismo (se non cede, addirittura, alla retorica del “controllo dell’immigrazione”). In questo solco, abbiamo intervistato Iside Gjergij, sociologa (attualmente tiene un corso alla Stanford University), ma soprattutto compagna, impegnata da tempo nello studio dei legami tra migrazioni, razzismo, politiche di Stato e capitalismo (qui sono disponibili alcuni suoi lavori). Giovedì la seconda parte dell’intervista.

LVDL: Nel senso comune il razzismo è concepito come l’ “idea della superiorità biologica di una razza su un’altra”, come un fenomeno strettamente culturale, magari risultato del difficile incontro tra popoli, dell’ignoranza etc., dal quale possono al limite derivare determinate politiche statali. Sul piano storico invece il rapporto sembra ribaltato: il razzismo viene teorizzato per la prima volta quando gli europei entrano in contatto con i popoli indo-americani, la cui inferiorità è giustificata in quanto essi non basavano la propria convivenza sulle istituzioni che all’epoca si affermavano nel vecchio continente (agli albori dello sviluppo capitalistico): la proprietà privata e lo Stato territoriale. Anche oggi il rapporto Stato-Razzismo è più stretto di quanto appare; infatti autori come te non parlano mai di Razzismo in astratto, ma di Razzismo di Stato: potresti approfondire questo concetto?

ISIDE: C’è una frase, attribuita al poeta basco Miguel de Unamuno, che si ripete e diventa virale sui social ogniqualvolta vi è la necessità di comprendere e opporsi a un episodio razzista: «Il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando». Al di là delle intenzioni del poeta, la frase è storicamente falsa, oltre che fuorviante. Falsa perché il razzismo contemporaneo non ha a che fare, in primo luogo, con le credenze, l’ignoranza e l’alterità, e fuorviante perché, nascondendo le radici storico-materiali del razzismo contemporaneo ci indica, come piano di opposizione a esso, soltanto quello culturale. Il danno che ne deriva, da un punto di vista politico, è enorme.

Il razzismo contemporaneo nasce con il colonialismo, il quale è alla base della nascita e riproduzione del capitalismo. Dunque, il razzismo che noi conosciamo – per quanto possa suonare paradossale alle orecchie di molti – ha una data di nascita. Lo storico ed economista sudafricano, Hosea Jaffe, ha dimostrato nei suoi lavori come il concetto di “razza” fosse «pressoché sconosciuto prima del colonialismo capitalista». Egli ha spiegato, infatti, come a far nascere, nutrire e sviluppare la teoria della “razza”, la psicologia del pregiudizio razziale legato al colore della pelle e la pratica del razzismo a ogni livello sia stata «la “necessità storica” del colonialismo capitalista»1. Immanuel Wallerstein2, Jean-Paul Sartre3 e molti altri ritengono che razzismo, colonialismo e capitalismo siano nati insieme, nello stesso giorno. Del resto, quando Marx parla della «sanguinosa nascita del capitalismo» si riferisce proprio alla violenta colonizzazione e depredazione di interi continenti, alla spogliazione materiale e culturale di milioni di persone, che è stata alla base del processo di “accumulazione originaria”4.

Il capitalismo, insomma, non nasce con la “rivoluzione industriale” in Inghilterra e con l’ipersfruttamento e l’oppressione della classe operaia inglese; nasce nelle colonie, con l’ipersfruttamento e l’oppressione razzistica dei lavoratori delle colonie. Già Cortez, il più famoso tra i conquistadores, nel XVI secolo, in una sola delle sue piantagioni, sfruttava il lavoro di non meno di cinquantamila “indios”. Gruppi così numerosi di lavoratori non saranno visti in Europa almeno fino al XX secolo. Lo sfruttamento lavorativo (nelle miniere e nelle piantagioni), sin dall’origine del colonialismo, era talmente spietato da diventare una delle cause primarie del genocidio delle popolazioni colonizzate (secondo Jaffe più di 300 milioni tra America, Africa e Asia). Crosby, Stannard, Todorov e Galeano hanno confermato questo dato. Il lavoro schiavistico, imposto alle popolazioni colonizzate, non era un modo di produzione a sé stante, ma l’elemento costitutivo del modo di produzione capitalistico, oltre che l’elemento costitutivo della sua struttura sociale, una struttura gerarchica e spietata. Questa affermazione merita forse una specificazione: pensare lo schiavismo razzista praticato nelle colonie come elemento costitutivo del capitalismo significa riconoscere il fatto che, come osserva Jaffe, «la schiavitù fu la principale relazione di classe in quel periodo della genesi colonialistica del capitalismo che va dalle crociate feudali-colonialiste al 1492, e poi fino all’abolizione formale della schiavitù stessa». Bisogna pensare infatti il capitalismo, per ciò che riguarda la propria riproduzione, come sistema capace di convivere e profittare, in diversi luoghi e momenti storici, di forme di produzione e istituzioni che gli sono per natura estranei, senza perdere per questo la sua essenza. Gli importanti lavori dell’antropologo Claude Meillassoux lo hanno ampiamente dimostrato. Tutto ciò, del resto, era molto chiaro a Marx, il quale, in una lettera diretta a Pavel Valissevic Annenkov, scriveva: «[…] Non mi riferisco alla schiavitù indiretta, la schiavitù del proletariato, ma alla schiavitù diretta, la schiavitù dei neri in Suriname, in Brasile, nelle regioni meridionali del nord America. La schiavitù diretta è uno dei cardini essenziali su cui l’industria moderna muove le macchine, il capitale, ecc. Senza la schiavitù non ci sarebbe il cotone, senza il cotone non ci sarebbe l’industria moderna. Fu la schiavitù a conferire la loro importanza alle colonie, le colonie dettero vita al commercio globale e il commercio globale è la condizione necessaria per l’industria su larga scala»5.

Le popolazioni colonizzate erano tenute in regime di schiavitù o semi-schiavitù con la forza brutale degli eserciti, ma anche attraverso il razzismo e le sue pratiche inferiorizzanti. Come giustificazione della loro inferiorizzazione si usava, tra l’altro, – come giustamente sottolinei – l’estraneità di queste popolazioni alla dimensione dello stato e della proprietà privata («Nessuno stato, nessuna storia», dirà Hegel nel XIX secolo). Era inconcepibile, oltre che non funzionale, per la nascente borghesia europea, lasciare intatta una società senza stato e proprietà privata, una società in cui, come ci ha spiegato l’antropologo Pierre Clastres, si assiste «allo sforzo permanente per impedire ai capi di essere capi, [al] rifiuto dell’unificazione, [alla] fatica di scongiurare l’Uno, lo Stato»6.

Il modo di produzione capitalistico si fonda su una struttura sociale gerarchica, basata sullo sfruttamento e sull’inferiorizzazione di alcune popolazioni, classi e gruppi sociali. Per la realizzazione e conservazione di una simile struttura, il razzismo è imprescindibile. Sperimentato e sviluppato nelle colonie, è poi diventato elemento strutturale della società capitalistica, ovunque si sia sviluppata. Come tale, il razzismo contemporaneo va concepito sempre – come giustamente sosteneva Sartre – nella sua dimensione operativa: «Il razzismo deve farsi pratica: non è un risveglio contemplativo dei significati incisi nelle cose; è in sé una violenza che si dà la propria giustificazione: una violenza che si presenta come violenza indotta, contro-violenza e legittima difesa»7. Il razzismo contemporaneo, dunque, non è una ideologia (come quelle che si possono trovare al mercato delle ideologie), ma una violenza, perché si colloca sempre in una dimensione pratica. Si tratta, però, di una violenza complessa, perché contiene in sé la propria giustificazione teorica. Oltre a inferiorizzare le classi lavoratrici, alcune popolazioni e gruppi sociali, il razzismo ottiene come effetto anche la creazione di un collante identitario per le classi dominanti.

Questo tipo di razzismo è stato supportato e sviluppato, sin dall’inizio, dallo stato coloniale. Nelle colonie, l’occupazione, l’espropriazione delle terre, la cacciata dei braccianti, il reclutamento, il lavoro forzato, le istituzioni politico-amministrative, le politiche sanitarie, l’istruzione… fino alla repressione e alla tortura sono tutte operazioni sostenute finanziariamente e realizzate concretamente dallo stato colonizzatore. Il capitalismo europeo, senza lo stato, non avrebbe potuto far fronte a tutte le spese necessarie per la colonizzazione di interi continenti, non senza finire in bancarotta.

La fonte primaria del razzismo contemporaneo, ovunque e sotto qualsiasi forma esso si manifesti, è da individuarsi nello stato, nella sua struttura e nelle sue istituzioni (politiche, militari, amministrative e culturali). Non è un prodotto diretto dell’ignoranza, della paura, dell’incontro con l’altro. Tutti questi elementi (l’ignoranza, la paura, l’alterità) c’entrano, ovvio, ma in un secondo momento. Il razzismo, organizzato e gestito dallo stato, per conto del capitale, si fa strada e attecchisce nelle coscienze degli individui a causa della loro lacerazione, che è anche l’esito diretto delle contraddizioni storiche e materiali del contesto in cui essi sono situati; un contesto caratterizzato dalla competizione e dalla gerarchia, ad ogni livello dell’esistenza.

Hai detto che il razzismo opera attraverso la creazione di sotto-uomini, praticata dallo Stato coloniale. Si potrebbe obiettare che i ragionamenti che hai fatto sono validi per il passato, ma non per “i giorni nostri”, in cui vige lo “Stato Democratico”. Sappiamo che ti sei occupata molto della “governance delle migrazioni” e della gestione del fenomeno migratorio attraverso la “circolari amministrative”, analizzando le quali è possibile rendersi conto di come dietro alla sua facciata “neutrale”, costituzionale, lo stato-apparato svolga una funziopne eminentemente politica (e di classe). Hai voglia di parlarcene?

Nel campo dell’immigrazione, lo stato italiano – dall’unità a oggi – ha espresso le sue politiche attraverso la forza. Il diritto formale è sempre stato considerato un orpello inutile, trascurabile. Le norme per gli immigrati, quelle effettive, si sono sviluppate prevalentemente sul piano amministrativo; attraverso circolari amministrative, per quanto riguarda il territorio nazionale, e attraverso accordi informali o “tecnici” (i cosiddetti “memorandum d’intesa” tra singoli uffici dell’amministrazione) per quanto riguarda il territorio oltreconfine. Questi atti sono circondati da informalità e segretezza. Le politiche dell’immigrazione, dunque, si sono distinte per il loro carattere opaco, informale e autoritario.

Le categorie moderne del diritto, quelle su cui si fonda il cosiddetto “stato di diritto”, non hanno mai riguardato le popolazioni straniere, neanche nell’era della costituzione democratica (dal 1948 a oggi), con buona pace dell’art. 10, co. 2, il quale prevede che la condizione dello straniero sia regolata soltanto dalla legge (e non anche dalle circolari o accordi bilaterali segreti). Il modello – e qui ritorniamo al ‘peccato originale’ – si è costruito nelle colonie italiane, laddove ogni decisione e provvedimento era espressione della funzione amministrativa, dell’ordine del capo. Gli ordini amministrativi sono stati il paradigma di governo dei popoli colonizzati, ossia il nomos del dominio italiano (e anche europeo) nelle colonie, un dominio volto alla riduzione dei colonizzati in sotto-uomini. È stato proprio il dinamismo dell’agire burocratico e le prassi amministrative che hanno sostenuto e messo in atto le elaborazioni ideologiche del colonialismo. L’ordinamento liberale, ovvero quello fondato sulla ripartizione dei poteri e sulla supremazia della legge astratta e generale, non è mai entrato (neanche formalmente) nelle colonie, perché – come si affermava nei trattati giuridici e politici dell’epoca – sarebbe stato «assurdo mantenervi le forme parlamentari, i distinti poteri od alcuno di quei meccanismi che ne formano il nostro vanto»8. Le popolazioni delle colonie, infatti, anche secondo Santi Romano (uno dei più importanti giuristi italiani), erano apertamente considerate dei «semplici obbietti di dominio da parte dello Stato». Va detto che tutto ciò non è una peculiarità italiana. Del resto, la soggettività moderna (con tutto il corollario di diritti) nasce su una montagna di cadaveri (il genocidio nelle colonie) e sulla radicale espulsione dalla sfera della cittadinanza (qui intesa come possibilità di accesso ai diritti) di altri soggetti (popolazioni non bianche, classi lavoratrici, donne, ecc.). Il modo violento con cui i giacobini bianchi trattarono i giacobini neri, insorti in nome dell’uguaglianza contro i padroni bianchi, dimostrò il grado di astrazione del motto rivoluzionario “Liberté, Égalité, Fraternité”.

La lunga ‘tradizione’ dello stato italiano nel trattamento delle popolazioni straniere – che si inscrive in una più ampia ‘tradizione’ europea – si è conservata nel tempo, prolungandosi fino al momento in cui tali popolazioni sono immigrate in Italia. C’è una sostanziale continuità nel modo in cui lo stato italiano, prima liberale e fascista e poi democratico, ha trattato le popolazioni straniere, in particolare i lavoratori stranieri. Le circolari amministrative – dalle ultime di Salvini fino a quelle che si perdono nel tempo – costruiscono uno status precario e inferiorizzato per gli immigrati, assai peggiore di quello delineato nei provvedimenti legislativi, i quali devono in qualche modo mostrare una certa armonia di facciata con la costituzione.

Le circolari risultano essere poi anche le ‘vere’ fonti del diritto degli stranieri, in quanto i funzionari, i dipendenti e gli operatori degli uffici pubblici tendono a dare attuazione a queste piuttosto che alle norme formalmente in vigore. La ragione di tale comportamento – come è emerso nelle mie ricerche – andrebbe cercata, in primis, nella struttura gerarchica dell’amministrazione statale, la quale, com’è noto, così come è accaduto anche per la fabbrica, non ha mai conosciuto processi di democratizzazione nel corso dei secoli, conservando sostanzialmente una struttura di tipo assolutistico. Questa (accettata e serena) convivenza tra un regime democratico di superficie (costituzione, leggi, luoghi assembleari, votazioni, ecc.) e uno assolutistico nell’organizzazione concreta della macchina statale (gerarchia di tipo militare, ordini, sanzioni, paura di tipo feudale nelle relazioni interne) finisce per creare uno spazio che legittima l’uso quotidiano della forza (e non l’applicazione della legge) nei confronti delle popolazioni straniere (e non solo).

Negli ultimi 20 anni, con l’introduzione del modello della governance nella gestione di ciò che è pubblico, il carattere gerarchico e autoritario dello stato si è intensificato. La governance – che è parte di una strategia generale di ristrutturazione del sistema socio-economico occidentale (e poi globale), in risposta alla sua crisi multilevel, manifestatasi già alla fine degli anni Settanta del secolo scorso e protrattasi fino alla crisi odierna9 – privilegia procedure e pratiche operative mutuate dal privato, caratterizzate dal primato degli organi esecutivi, da forme para-giuridiche nell’esercizio del potere e dalla logica del just in time. Il modello è quello della gestione della fabbrica toyotista. Il just in time, secondo il suo ideatore, Taiichi Ohno, significa che «ciascuna fase del processo riceve i pezzi che le sono necessari nella quantità e nei tempi voluti»; così, anche il processo di gestione di ciò che è pubblico si sviluppa su una struttura di decisioni e ordini da trasmettere quando necessari, nella quantità, nei luoghi e nei tempi voluti, modificabili a seconda delle contingenze economiche e delle esigenze politiche.

Il “caso Diciotti” rappresenta, in questo senso, un esempio perfetto, perché ha portato in superficie molti elementi nascosti del fenomeno: nonostante le garanzie costituzionali e le norme dell’ordinamento nazionale e internazionale, ciò che davvero ha contato nella gestione delle vite degli immigrati sono stati gli ordini (e gli umori) espressi via Twitter o Facebook dal ministro dell’interno. Di colpo, istituzioni, costituzioni e leggi sono finiti relegati sullo sfondo, come nulla fosse, nel mentre il destino dei 170 immigrati si decideva just in time, sulla base degli interessi politici e mediatici di Salvini. Ciò a cui abbiamo assistito è stata la fotografia, anzi la gif della violenza del potere esercitato sulle popolazioni straniere. Per loro le leggi, le garanzie e le tutele formalmente sancite sono da sempre un miraggio irraggiungibile.

Ora si prenda il “caso Diciotti” e lo si moltiplichi per svariati milioni, collocandolo fisicamente nei corridoi di questure, prefetture, centri di accoglienza, uffici dell’anagrafe, uffici delle Asl, ecc.; ciò che si otterrà sarà una mappa molecolare della violenza (di varia intensità) a cui milioni di immigrati sono esposti in Italia, ogni volta che si rapportano con lo stato italiano.

L’ordine amministrativo – poco importa se trasmesso tramite circolare, telefono, Facebook o Twitter (con il governo giallo-verde siamo entrati nell’era della “tweet-governance”) – è l’elemento invariante nella gestione delle popolazioni straniere. L’utilizzo di un sotto-sistema normativo di tipo amministrativo nella gestione della loro condizione sociale è un confine che ha costantemente impedito l’accesso (anche formale) allo “stato di diritto”, è un processo che le ha spogliate di ogni soggettività giuridica, per consegnarle, di conseguenza, alle “leggi ferree” del mercato. L’inacessibilità alle tutele e garanzie formali produce oggettivamente dei sotto-uomini, ovvero soggetti precari, piegabili, ricattabili e ipersfruttabili, esattamente ciò di cui ha sempre più bisogno il sistema di produzione capitalistico.

Dal ragionamento fin qui fatto, è chiaro che la categoria dello “stato di eccezione” appare insufficiente, se non fuorviante, nella spiegazione delle tendenze reali e della fisionomia del fenomeno. Per “stato di eccezione”, com’è noto, si intende solitamente quel fenomeno politico-giuridico che nasce come tecnica di governo dell’emergenza, che rappresenta cioè la sospensione della costituzione in situazioni emergenziali. Qui, a me pare evidente, che l’esperienza nella gestione delle popolazioni straniere, prima nelle colonie e poi nel territorio italiano, piuttosto che alla logica dell’emergenza, sembra rinviare alla logica della normalità e della quotidianità della pratica del dominio coloniale. Agamben e Foucault, del resto, tra i massimi teorici dello stato d’emergenza e della governamentalità, non si sono mai curati di tenere dentro le loro analisi l’economia politica. Per loro, tutto si gioca all’interno dell’instabile relazione che si instaura tra diritto e politica. Scompare il capitale, le forze che questo mette in campo, la sua capacità di condizionare le istituzioni, il diritto, oltre che i soggetti in carne e ossa. Ma questa è forse un’altra storia da raccontare.

Rimanendo sul tema “emergenzialità”-”economia politica”, del quale, come giustamente osservi, i post-strutturalisti non parlano: se ad esempio esiste – o è possibile agitare – in Europa un’emergenza immigrazione ciò avviene nella misura in cui negli ultimi decenni si è approfondito lo sfruttamento imperialista dell’africa sub-sahariana, con annessi fenomeni di proletarizzazione ed espropriazione su larga scala, da cui l’ “esodo” verso il vecchio continente. Impugnare l’esigenza di “risolvere l’emergenza dei migranti”, è d’altro canto sempre più funzionale alla stessa penetrazione imperialista in Africa, mascherata da “politiche di controllo esterno dei flussi”, sostegno finanziario per garantire la stabilità dei paesi ove i “migranti” transitano, “aiuti allo sviluppo”, etc. Questa la logica perversa delle politiche portate avanti da Minniti, e che Salvini promette di proseguire. Qual’è il tuo giudizio in merito?

Se si considerano soltanto i numeri, la cosiddetta “emergenza migratoria” degli ultimi anni, attorno alla quale si costruiscono propagande e carriere politiche in Europa, oltre che legislazioni razziste e repressive, in realtà non esiste. Basti pensare, ad esempio, che soltanto nel 1999 l’Europa (con la Germania in prima fila) ha ricevuto più di un milione di profughi provenienti dalla ex-Jugoslavia. Questo, però, non significa che la situazione attuale non presenti elementi inediti rispetto al passato. La crisi del capitale, avviatasi nel 2008 e mai risolta, sta producendo cambiamenti epocali in ogni angolo del mondo, oltre che in ogni ambito dell’esistenza. Gli attuali movimenti migratori sono una diretta conseguenza di questo gigantesco processo di trasformazione e ristrutturazione in corso.

Ciò a cui si assiste negli ultimi anni in varie parti del mondo, ma specialmente in Africa, si può definire una nuova aggressione neo-coloniale, per garantire l’espansione dei mercati (in quei pochissimi spazi rimasti non occupati) e accaparrarsi le risorse naturali, ma anche per intensificare ulteriormente lo sfruttamento della manodopera locale. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che il capitale non si valorizza nella circolazione, ma con il lavoro, pertanto lo sfruttamento lavorativo è obiettivo prioritario di ogni impresa coloniale. Questa volta, però, al saccheggio dell’Africa e di altri territori sono in tanti a partecipare; alle vecchie potenze occidentali si affiancano (in competizione tra loro) le nuove potenze rampanti; alle vecchie corporation e banche se ne aggiungono altre, da paesi e continenti diversi. Ciò sta producendo un gigantesco movimento migratorio interno a queste aree, portando masse di braccianti e contadini (ridotti alla fame a causa del debito, del land grabbing, dell’agro-business controllato dalle multinazionali, dal controllo monopolistico dei prezzi dei prodotti agro-alimentari, ecc.) a spostarsi verso zone urbane e industriali. Secondo le statistiche Onu, attualmente circa 4 miliardi di persone (il 54% della popolazione mondiale) vivono nelle città. Si calcola che la trasformazione capitalistica dell’agricoltura a livello mondiale produrrà lo spostamento in città di almeno altri 2 miliardi di persone entro il 2030. È questo movimento migratorio che alimenta poi quello internazionale, (una piccola) parte del quale è ora diretto verso l’Europa. Lo stesso può dirsi del Medio Oriente, dell’Afghanistan e di altre zone in guerra, le cui classi lavoratrici (della citta e della campagna) pagano il prezzo delle guerre volute dalle borghesie nazionali e internazionali e sono forzate a emigrare.

Questa realtà è rappresentata in modo rovesciato in occidente, in Europa. L’assalto all’Africa, alle sue ricchezze e manodopera, che produce guerre, disastri sociali e ambientali – cioè le cause delle migrazioni internazionali oggi – è rappresentato come invasione africana dell’Europa; i barconi di africani affamati e stremati diventano navi nemiche che invadono i sacri confini. E, come se non bastasse, si propongono da più parti nuovi piani “per aiutare” l’Africa. Talvolta ciò avviene con un linguaggio soft, si propongono dei “piani Marshall per l’Africa” e, talaltra, senza infingimenti semantici, si chiede a gran voce una “nuova” colonizzazione dell’Africa. Non molto tempo fa, infatti, abbiamo letto sulle pagine del Corriere della Sera frasi come queste: “Dopo il colonialismo, una decolonizzazione vile e piena di sensi di colpa e il feroce neocolonialismo economico delle multinazionali, forse il XXI secolo dovrebbe inventarsi il “colonialismo solidale”. Non per bontà, ci mancherebbe. Ma perché aiutando loro, aiuteremmo parecchio noi stessi”10.

Parallelamente alle politiche neo-coloniali (imperialiste), si costruiscono “politiche migratorie” volte, essenzialmente, all’inferiorizzazione delle popolazioni immigrate e, di conseguenza, alla svalorizzazione della loro forza-lavoro. Il controllo armato dei confini, l’appalto della repressione concesso agli stati africani (si vedano, in questo senso, gli accordi tra i governi italiani e quelli libici, dal 1998 a oggi), i campi di detenzione e le violenze di ogni tipo, lungi dal volere fermare i movimenti migratori (provocati dai nuovi assalti neo-coloniali), o l’invasione degli immigrati, hanno come obiettivo reale la svalorizzazione della forza-lavoro immigrata. Non bisogna dimenticare, infatti, che la stragrande maggioranza di coloro che emigrano sono persone-che-vivono-di-lavoro. I dati a disposizione ne danno conferma: secondo il rapporto dell’OIL, risalente al 2015, su circa 230 milioni di immigrati in tutto il mondo, più di 150 milioni sono lavoratori. Se si escludono i minori e gli anziani, il numero dei lavoratori appare schiacciante all’interno di questo gigantesco movimento di persone. A questo dato occorre aggiungere anche i (circa 66 milioni) di richiedenti protezione internazionale e rifugiati, i quali, al di là delle ragioni di partenza, sono pur sempre individui che, per vivere, devono vendere la propria forza-lavoro. L’elemento che accomuna e qualifica maggiormente la condizione di centinaia di milioni di persone in movimento è il lavoro, o meglio: la disponibilità a mettere a disposizione di altri la propria forza-lavoro, a vendere le proprie energie psico-fisiche in cambio di denaro.

Le imprese e i governi dei paesi di immigrazione, dunque, non sono interessati a fermare l’ingresso della manodopera immigrata nei loro mercati del lavoro. Al contrario, la vogliono, ma la vogliono svalorizzata: la costruzione di un percorso a ostacoli (viaggi rischiosi, campi di detenzione, vessazioni e violenze di ogni tipo, confini fortificati, fili spinati, impronte digitali, cancellazione della soggettività giuridica attraverso circolari e accordi bilaterali, pratiche discriminatorie e razziste, ecc), che disciplina e consuma i loro corpi e le loro menti, serve proprio a questo. Del resto, non si spiegherebbe diversamente il fatto che, da quando esiste la politica dell’“immigrazione zero”, il numero degli emigrati/immigrati, sia a livello globale che nazionale, si è moltiplicato.

Minniti prima e Salvini poi, con i loro accordi segreti con non meglio specificati “sindaci” libici (mafiosi e banditi, invece, secondo la stampa internazionale) o governi africani, con i loro decreti sicurezza, campi, impronte digitali, eliminazione del diritto alla difesa e della protezione umanitaria, con il lavoro gratuito imposto ai richiedenti asilo (simpaticamente definito “lavoro volontario”), con la precarizzazione della cittadinanza e altre infinite vessazioni, non fanno altro che riprodurre nel territorio italiano, e altrove (vedi la Libia per esempio), quella che Sartre definiva “situazione coloniale”, ovvero una situazione in cui si inferiorizzano dei soggetti, si creano gerarchie tra di loro, per meglio dividerli e sfruttarli (Continua… QUI la seconda parte)

intervista a cura di Django Renato

NOTE

1 H. Jaffe, Davanti al colonialismo. Engels, Marx e il marxismo, Jaca Book, Milano 2007.

“Ciò che intendiamo per razzismo ha poco a che fare con la xenofobia che esisteva in vari sistemi storici precedenti. La xenofobia era, letteralmente, paura dello ‘straniero’. Il razzismo interno al capitalismo storico non ha niente a che fare con gli ‘stranieri’. Tutto al contrario. Il razzismo è stato il modo con cui vari segmenti di forza-lavoro interni alla stessa struttura economica sono stati costretti a porsi in relazione gli uni agli altri” (I. Wallerstein, Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema mondo, Einaudi, Torino 1985).

J.-P. Sartre, Colonialisme et néocolonialisme. Situation V, Gallimard, Paris 1964.

4 Per un’analisi del Capitale di Marx, a partire dal legame tra colonialismo e capitalismo, consiglio la lettura dei testi di Pietro Basso (Razzismo di stato, Franco Angeli, Milano 2010; Razze schiave e razze signore, Franco Angeli, Milano 2000; oltre al recente testo dal titolo “Se il Capitale fosse stato scritto oggi”: https://pungolorosso.wordpress.com/2017/06/28/se-il-capitale-fosse-stato-scritto-oggi/) e Lucia Pradella (L’attualità del Capitale, Il Poligrafo, Verona 2010).

5 Il testo della lettera si trova in H. Jaffe, Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo, Jacabook, Milano, 2007, p. 69.

6 P. Clastres, La società contro lo Stato, ombre corte, Padova 2003.

J.-P. Sartre, Critique de la raison dialectique.Tome I. Théories des ensembles pratiques, Gallimard, Paris 1960.

8Brunialti A., “Assab. La prima colonia italiana”, Nuova Antologia, Seconda Serie, XXXIV, fasc. 13 (1° luglio 1882).

9 Sul punto si possono leggere i testi di David Harvey.

10Goffredo Buccini, “L’utopia per l’Africa, il ‘colonialismo solidale’”, Corriere della Sera, 6 settembre 2017. Consultabile online al seguente indirizzo: http://www.corriere.it/opinioni/17_settembre_07/utopia-l-africa-colonialismo-solidale-c3745e08-9317-11e7-a8ea-58c09844946a.shtml

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