Appello: gli scioperi non si processano! In difesa di Aldo Milani

  • Category: Lavoro
  • Date: Marzo 19, 2019

Pubblichiamo l’appello lanciato dal SI Cobas a fronte della richiesta di una condanna di 2 anni e 4 mesi per il coordinatore nazionale del sindacato, Aldo Milani, nel processo-farsa a Modena che lo vede sul banco degli imputati con l’accusa di estorsione ai danni della famiglia di industriali del settore carni Levoni.

Un processo che in realtà serve a creare un pericoloso precedente giuridico contro la pratica sindacale a tuttotondo, e in particolare contro i metodi di sciopero e picchetto ampiamente usati dal Si Cobas: si colpisce “la testa” per dare un segnale a tutto il sindacato e a tutto il movimento operaio. Ecco perché le lavoratrici e i lavoratori hanno tutto l’interesse a respingere compatti questo teorema giudiziario, e a raccogliere attorno a sé nella campagna di sensibilizzazione e solidarietà tutti i settori della società che non hanno interessi da spartire con gli industriali e le cooperative spurie dell’industria delle carni emiliana.

Invitiamo dunque a diffondere quanto più possibile il seguente appello, a sottoscriverlo inviando nome, cognome, professione, incarichi e/o luoghi di lavoro anche all’indirizzo email ilminollo@hotmail.com, e a firmare anche la petizione presente su change.org.

 


 

Lo sciopero e la libertà di iniziativa sindacale non sono materia di diritto penale.

In difesa del coordinatore nazionale del Si Cobas Aldo Milani, per il quale a breve si arriverà a sentenza con una richiesta di condanna a 2 anni e 4 mesi.

In difesa dei sindacalisti e dei solidali colpiti dalla repressione.

 

Quest’appello è rivolto a tutti gli esponenti del mondo giuridico, accademico, dell’arte, della cultura e dello spettacolo, e a tutti gli attivisti che sul piano sindacale, politico e sociale ne condividono il testo e le finalità, affinché offrano il loro sostegno ad Aldo Milani, coordinatore nazionale del SI Cobas ingiustamente accusato di estorsione a seguito di un ciclo di scioperi nel settore della macellazione carni nella provincia di Modena, e contro il quale il PM ha chiesto una condanna di 2 anni e 4 mesi nel processo che si concluderà a fine marzo, e a tutti i sindacalisti e attivisti colpiti dalla repressione, sotto processo o sottoposti a misure restrittive a seguito di scioperi e agitazioni sindacali.

 

Da circa dieci anni il mondo della logistica, uno dei settori-cardine dell’economia italiana e mondiale, è attraversato con cadenza quasi quotidiana da scioperi e agitazioni sindacali.

Contrariamente a quanto accadeva nel secolo scorso, quando il movimento dei lavoratori si mobilitava quasi sempre per conquistare leggi e contratti migliorativi rispetto a quelli già esistenti, nella logistica le agitazioni sindacali sono state innescate da uno status quo caratterizzato dalla palese e sistematica violazione dei Contratti Collettivi Nazionali di lavoro e delle più elementari tutele legislative in materia di salario, orari e sicurezza.

Questo movimento, indipendentemente dalla condivisione o meno delle pratiche adottate e dei metodi di lotta e di contrattazione con la controparte, ha avuto due indubbi meriti: da un lato ha restituito diritti e dignità a migliaia di lavoratori (in gran parte immigrati) fino ad allora senza voce, di fatto ridotti a una condizione di semischiavitù, sottopagati, ricattati, soggetti a orari, ritmi e carichi di lavoro inumani, privati del diritto a ferie e malattia, spesso defraudati del Tfr e privi di ogni tutela e/o rappresentanza sindacale; dall’altro ha fatto venire alla luce un fitto e intricato sottobosco di illegalità, evasione fiscale, fallimenti pilotati, speculazioni e infiltrazioni della malavita organizzata, rese possibili da una concorrenza spietata tra grandi, medie e piccole aziende in nome della rincorsa estenuante e senza freni all’abbattimento dei costi. Questo sistema ha trovato nelle cooperative e nelle ampie agevolazioni fiscali e normative previste nella nostra legislazione per questa “ragione sociale”, lo strumento cardine per dar vita a una vera e propria giungla di appalti e subappalti, spesso affidati a cooperative “spurie” le cui modalità operative e di gestione della manodopera ricalcano fedelmente quel sistema del caporalato che il movimento operaio e bracciantile del secolo scorso misero fuorilegge a seguito di lunghe e aspre battaglie sindacali e politiche.

In quest’ottica non è un caso se il nostro ordinamento penale considera tuttora l’intermediazione illecita di manodopera e lo sfruttamento del lavoro nel novero dei “delitti contro la persona e contro la libertà individuale” (art. 603 bis c.p.), prevedendo per questi reati congrue pene, anche se poi è rarissimo vederle effettivamente applicate.

Il movimento dei lavoratori della logistica, estesosi negli ultimi anni a importanti filiere dell’agroalimentare, delle ceramiche, del commercio e dei metalmeccanici, rappresenta oggi uno degli esempi più nitidi di quanto sia sempre più marcata la distanza tra legge formale e legge sostanziale: in questi anni Questure e Prefetture hanno troppe volte affrontato gli scioperi e le agitazioni sindacali (promossi quasi sempre dalle sigle di base SI Cobas e Adl Cobas) trasformandoli in un mero “problema di ordine pubblico”, sottovalutando o ignorando quel contesto

di illegalità, di supersfruttamento e di soprusi che porta a tali agitazioni.

Il paradosso di ciò che sta avvenendo è che in tantissime delle principali filiere della logistica, solo grazie a determinate forme di lotta, che in alcuni casi vengono considerate illegali, (blocchi ai cancelli, manifestazioni spontanee che finiscono col bloccare le strade di accesso ai magazzini, scioperi improvvisi) si è riusciti a portare legalità, a far rispettare le leggi dello Stato in materia di diritti sul lavoro, di sicurezza, di rispetto delle normative in materia fiscale e contributiva. Non solo ma in alcune circostanze il lavoro di denuncia fatto da SI Cobas e Adl Cobas di casi palesi di caporalato e di forme di rapporti di tipo schiavistico, ha portato all’apertura di procedimenti giudiziari e anche ad arresti di caporali o di imprenditori privati o legati alle cooperative. In assenza di tutto ciò il mondo della logistica sarebbe ancora un mondo attraversato interamente da illegalità e da organizzazioni criminali.

Questo paradosso si è tradotto in centinaia di cariche fuori ai cancelli, procedimenti penali e amministrativi, fogli di via e DASPO urbani nei confronti di lavoratori e delegati sindacali che nella gran parte dei casi rivendicano nient’altro che il rispetto delle leggi e dei contratti nazionali.

Da tale quadro a tinte fosche emerge in maniera sempre più evidente un uso arbitrario, strumentale e unilaterale delle norme del codice penale, teso a schiacciare il dissenso e colpire i settori più oppressi della nostra società: un quadro che rischia di peggiorare ulteriormente con la recente approvazione da parte del governo Conte del DL Sicurezza, il quale, tra l’altro, prevede condanne fino a 12 anni per il reato di “blocco stradale” (e, contestualmente, il rimpatrio immediato per quei lavoratori immigrati che prendono parte a tali iniziative) e i cui effetti immediati sono apparsi già evidenti con la “militarizzazione” di alcune delicate vertenze, come dimostrano i casi emblematici di Italpizza a Modena, della Toncar a Muggiò, e della DHL di Carpiano, dove in questi giorni un impressionante dispositivo di polizia e carabinieri (una decina di blindati più un idrante) è intervenuto per spezzare la protesta operaia contro 4 licenziamenti politici. Altrettanto indicativa è una recente sentenza del tribunale di Milano con condanne fino a 2 anni e 6 mesi contro membri del SI Cobas e del Centro sociale Vittoria per un picchetto di alcuni anni fa, avvenuto senza alcuna tensione, tant’è che lo stesso p.m. aveva chiesto l’assoluzione per tutti gli imputati, per non parlare delle centinaia di denunce inoltrate nei confronti di altrettanti lavoratori e attivisti per violenza privata o blocco stradale.

Contro le lotte nella logistica c’è un accanimento repressivo tutto speciale, ma non si tratta, però, solo di questo settore. La lunga vicenda che ha visto FCA licenziare e perseguitare 5 operai di Pomigliano “colpevoli” di avere con tenacia irriducibile denunciato le gravi, e perfino mortali, conseguenze delle politiche aziendali, la sequenza di provvedimenti repressivi contro i movimenti sociali (dal No Tav alle lotte per la casa) e il clima di intimidazione che si sta creando nelle scuole contro chiunque dissenta dalle direttive di revisionismo storico, ci dicono che si vuole mettere in discussione, oltre il diritto di sciopero e le libertà sindacali, ogni forma di conflitto sociale, comunque agìta, nonchè le più elementari forme di auto-difesa dei lavoratori e la stessa libertà di critica e di opinione.

La vicenda giudiziaria che ha colpito il coordinatore nazionale del SI Cobas Aldo Milani è da questo punto di vista paradigmatica: un militante sindacale di lunga lena, prima arrestato e tenuto per tre giorni in carcere al termine di una trattativa sindacale con l’accusa di estorsione ai danni della famiglia Levoni (imprenditori attivi nel settore delle carni nel modenese e indagati per corruzione), sbattuto in fretta e furia in prima pagina su stampa e media alla stregua di un criminale, e ora alle prese da due anni con un estenuante processo in cui sul banco degli accusatori figurano imprese e cooperative dedite allo sfruttamento intensivo di manodopera immigrata e ultraricattata.

Un processo che, nel corso del dibattimento, ha fatto emergere da un lato il livello di complicità e connivenze tra imprenditoria privata e organi centrali e periferici dello stato, dall’altro la totale estraneità di Aldo Milani alle accuse mosse. A fronte di una situazione che assume connotati grotteschi, nell’ultima udienza il PM è arrivato a richiedere per il coordinatore nazionale del SI Cobas una condanna “ridotta” a 2 anni e 4 mesi, in quanto quest’ultimo meriterebbe l’attenuante di avere agito per un “alto valore morale”, cioè non chiedendo soldi per sé, bensì per i lavoratori licenziati in sciopero” (!!!).…

Al di là del fatto che la vertenza Levoni aveva caratteristiche del tutto simili ad una infinità di altre vertenze nelle quali il compito del sindacato è quello di preoccuparsi di far avere ai lavoratori tutto il dovuto per le retribuzioni arretrate, per TFR e spettanze di fine rapporto ed eventualmente forme di riconoscimenti economici per i lavoratori a fronte di conciliazioni, da parte del PM, si cerca di criminalizzare una normale vertenza sindacale prospettando una condanna molto pesante attenuata dall’alto valore morale. Questo inedito tentativo di “salvare capra e cavoli” equiparando un sindacalista ad un Robin

Hood che “estorce” ai ricchi per dare ai poveri, a nostro avviso costituisce un pericolosissimo precedente giurisprudenziale.

Essendo oramai chiaro anche agli organi inquirenti che Milani non solo non ha estorto soldi ai Levoni al fine di trarne un arricchimento personale, ma non ha messo in atto alcuna pratica estorsiva, agendo invece nel pieno delle sue prerogative di rappresentante sindacale, mettendo in atto forme di lotta e di iniziativa sindacale lecite al fine di impedire il licenziamento di 55 lavoratori, e soprattutto di garantire che a questi ultimi venissero pagate quelle spettanze e quei versamenti contributivi che i datori di lavoro illecitamente si rifiutavano di liquidare, è evidente che una condanna penale nei suoi confronti può aprire una profonda breccia nel nostro sistema di relazioni industriali: se ogni richiesta economica e monetaria a favore dei lavoratori diventa passibile di essere qualificata come reato di estorsione, allora l’esercizio dell’attività sindacale è messo in discussione fin nelle sue fondamenta.

Al contempo, chiediamo a tutte le forze politiche, sociali e sindacali sinceramente democratiche, agli esponenti del mondo giuridico, accademico, dell’arte, della cultura e dello spettacolo di sottoscrivere questo appello per la piena assoluzione di Aldo Milani dalle accuse intentate e di avviare una campagna per la depenalizzazione totale del reato di “blocco stradale” per ragioni sociali o sindacali e per sancire il divieto dell’utilizzo dei reparti-celere in occasione di agitazioni sindacali all’esterno dei luoghi di lavoro.

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