In occasione dello sciopero della scuola e dei lavoratori portuali del 7 maggio indetto da USB, pubblichiamo una testimonianza che racconta degli scioperi nel settore pubblico prima che fosse approvata la legge 146/90, con cui iniziò la progressiva repressione del diritto di sciopero in Italia. A scrivere è Stefano Cecchi, ex-lavoratore in pensione della Pubblica Amministrazione, attivo fin dagli anni ‘70 nelle lotte dei lavoratori. La legge anti-sciopero 146/90, che da trent’anni limita il diritto di sciopero in Italia (e che adesso vorrebbero estendere anche al settore della logistica), non è sempre esistita: è stata frutto di una graduale stretta repressiva ai diritti dei lavoratori, di cui le stesse burocrazie sindacali “concertative” si sono rese partecipi. La legge 146/90 va abolita per ridare forza allo sciopero e ridare ai lavoratori il principale strumento di pressione su aziende e governo. Per poter rivendicare con più forza la riduzione dell’orario di lavoro, la reintroduzione della scala mobile e, oggi più che mai, la cessazione di ogni guerra imperialista.
Premetto che non sono un giurista, ma un lavoratore che ha svolto attività sindacale per tutta la durata della attività lavorativa. Quando ho iniziato a lavorare a metà degli anni 70 del secolo scorso nella Pubblica Amministrazione, non esistevano norme giuridiche specifiche che regolavano il diritto di sciopero, l’unico riferimento era l’art.40 della Costituzione. Esistevano invece i cosiddetti codici di autoregolamentazione fra OO.SS. e amministrazioni pubbliche intese in senso lato, allora quasi tutti i servizi (acqua, gas, igiene urbana, trasporto pubblico locale e trasporti) erano pubblici. I codici di autoregolamentazione non erano rigidi, così come il settore della Pubblica Amministrazione non era un settore combattivo, salvo alcune eccezioni, infatti questo settore era controllato nel bene e nel male attraverso la una certa “cogestione” fra sindacato e parte pubblica. Comunque già dalla fine degli anni 70 si cominciava a parlare sotto la pressione dei “giornaloni borghesi” di regolare per legge il diritto di sciopero, che insieme alla scala mobile, rappresentava il simulacro da abbattere. Allora però le leggi si facevano in Parlamento e nessuno dei tre partiti di massa (DC,PCI;PSI) ne era pienamente convinto. Nel Gennaio 1980 la Federazione dei Trasporti di CGIL CISL UIL varò ufficialmente il codice di autoregolamentazione dell’esercizio del diritto di sciopero in tutti i settori dei trasporti pubblici, che di fatto limitava ma sempre per autoregolamentazione alcune tipologie di sciopero (sciopero articolato) ed individuando alcuni periodi dell’anno nei quali si sarebbe astenuta a convocare scioperi. Nel 1983 con il varo della legge quadro sul Pubblico impiego entrano in vigore per tutto il settore pubblico i codici di autoregolamentazione del diritto di sciopero. Nel 1984 il codice di autoregolamentazione nel settore dei trasporti diventa un protocollo sindacati-aziende- governo di regolamentazione dello sciopero.
Nel corso di tutti gli anni ’80 il dibattito politico e le pressioni di una certa opinione pubblica, rimisero al centro la volontà di regimentare per legge il diritto di sciopero, e su questo ci fu una docile resistenza da parte del sindacato confederale. Un dibattito che verteva fra una regolamentazione generale dello sciopero e una che riguardasse solo i servizi pubblici essenziali. Nel corso di questi anni il meccanismo di controllo del sindacato confederale cominciò a venire meno e si aprirono molte crepe in diversi settori che diedero vita a nuove forme di lotta “autonome”. Per primi furono i lavoratori ospedalieri con scioperi lunghi e duri, poi i Ferrovieri che con il coordinamento macchinisti poi COMU bloccarono a più riprese la circolazione ferroviaria, i lavoratori aeroportuali di Fiumicino, e poi i lavoratori della scuola con la nascita dei primi comitati di base. Tutti questi nuovi soggetti, compivano e praticavano forme di lotta nuove ed incisive, rimettendo in discussione la pax sindacale, aprendo un nuovo scenario conflittuale nel paese, anche se ogni lotta era scoordinata dall’altra. Di fronte a questo scenario il dibattito sulla regolamentazione del diritto di sciopero ebbe una forte accelerazione, e una convergenza fra governo-opposizione e sindacato per legiferare in merito. Non per nulla la legge 146/90 fu definita Legge anti Cobas, cioè una legge fatta per bloccare le iniziative autonome di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici. L’opposizione al varo della legge fu minima all’interno del sindacato confederale, lo dico per esperienza personale, allora ero un dirigente sindacale della CGIL. La legge fu approvata dal Parlamento, con il voto favorevole di tutte le forze politiche con l’eccezione di Democrazia Proletaria, Partito Radicale e Movimento Sociale.
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