Traduciamo questo articolo, apparso originariamente il 28/04/2026 nella rivista Contapunto, curata da La Izquierda Diario, giornale della rete Red Internacional di cui fa parte anche La Voce delle Lotte.

Il manifesto pubblicato recentemente da Palantir Technologies, promosso da Peter Thiel e Alex Karp, espone chiaramente un piano strategico: mettere lo sviluppo tecnologico al servizio della guerra, del controllo sociale e del dominio imperialista. Ma di fronte a questo orizzonte tecno-autoritario, esiste un’altra prospettiva possibile: quella di una tecnologia orientata ai bisogni sociali, capace di liberare tempo dal lavoro e riorganizzare la produzione secondo criteri democratici. Chi controlla la tecnologia e a quali fini? Questa è una delle questioni di fondo che attraversano il nostro tempo.


La Silicon Valley e la macchina da guerra imperialista

Il manifesto di Palantir, pubblicato alcuni giorni fa, ha suscitato un ampio dibattito. I suoi 22 punti sono una sorta di sintesi delle idee principali del libro The Technological Republic: Hard Power, Soft Beliefs, and the Future of the West (La Repubblica Tecnologica: Poteri forti, ideologie deboli e il futuro dell’Occidente, ndt), di cui è coautore Alex Karp, CEO di Palantir, insieme a Nicholas Zamiska.

Entrambi sostengono che, affinché gli Stati Uniti ritornino a occupare il loro posto di potenza politica e militare mondiale, sia necessario un nuovo Progetto Manhattan, riferendosi al programma segreto di ricerca e sviluppo (1942-1945) il cui obiettivo era costruire la bomba atomica. La differenza è che ora l’obiettivo sarebbe accelerare lo sviluppo delle applicazioni militari dell’intelligenza artificiale, affinché gli Stati Uniti possano avere un vantaggio duraturo sulla Cina.

Non è solo uno spunto di riflessione, è ciò che Palantir e altre Big Tech stanno facendo oggi. Le tecnologie di Palantir sono state e sono fondamentali per Israele per aumentare il ritmo dei bombardamenti e del genocidio a Gaza; vengono utilizzate anche dall’ICE per accelerare le espulsioni, e sono state impiegate per localizzare e identificare i manifestanti a Minneapolis. Questo orizzonte della “repubblica tecnologica” va oltre Palantir: Google, Amazon, Microsoft forniscono infrastrutture e software chiave all’esercito israeliano, fondamentali per trasformare i dati grezzi in obiettivi per attacchi e pulizia etnica. È una fusione tra la Silicon Valley, le start-up tecnologiche israeliane e la violenza coloniale. Questo è il modo in cui il capitalismo impiega i progressi più avanzati dell’intelletto generale, come diceva Marx, della scienza e della tecnica.

Marx diceva che la barbarie della civiltà borghese si manifestava in forme rispettabili in Inghilterra, ma in modo nudo e brutale nel dominio coloniale dell’India. Seguendo questa idea, potremmo dire che negli ultimi 40 anni, sotto il neoliberismo, l’imperialismo ha cercato di coprirsi di “forme rispettabili”, con l’idea della difesa della democrazia, delle missioni umanitarie, del diritto internazionale. Le grandi aziende tecnologiche come Google o Amazon si presentavano come presunte paladine della diversità. Ma la crisi dell’ordine neoliberista, di cui il progetto autoritario di Trump è un’espressione, apre la strada affinché capitalisti come Peter Thiel o Elon Musk mostrino il volto senza maschere del capitalismo più predatorio e brutale.

I discorsi tecno-autoritari di Peter Thiel e di altri membri dell’élite della Silicon Valley sono una sorta di riedizione dei discorsi dei capitalisti coloniali del XIX secolo, un’ideologia spietata, senza mediazioni, in cui affermano il loro diritto a dominare, ritenendosi superiori alla maggior parte dell’umanità. Cecil Rhodes, capitalista emblema del colonialismo britannico, disse a suo tempo che il mondo era tutto conquistato e colonizzato e che, se avesse potuto, avrebbe annesso i pianeti. Ciò ha un’eco molto forte al giorno d’oggi, quando capitalisti come Peter Thiel ed Elon Musk competono per nuovi spazi di accumulazione, persino nello spazio, che vogliono occupare con satelliti e razzi. Questo linguaggio dell’“hard power” è anche il linguaggio dell’imperialismo, del neocolonialismo senza maschere.

Peter Thiel, Carl Schmitt e l’identificazione del nemico

Peter Thiel non è solo uno degli uomini più ricchi del mondo con un patrimonio di circa 23 miliardi di dollari, ma è anche colui che cerca di mettere in parole, anche con pretese teoriche, un’ideologia che esprima la pratica dell’oligarchia capitalista dei megamilionari. Nel 2007 ha pubblicato un testo che sintetizza abbastanza bene questa visione del mondo, dal titolo “The Straussian Moment” (“Il momento straussiano”) in riferimento al filosofo politico Leo Strauss, la cui opera ha avuto grande influenza sul neoconservatorismo. In quel testo Thiel lamenta la vulnerabilità del mondo occidentale ,e riprende il giurista tedesco Carl Schmitt – che a suo tempo passò dalle file del nazismo – per sostenere che la chiave sta nel fatto che l’Occidente deve saper definire il nemico, il quale, ovviamente, è il mondo islamico, in una logica di “scontro di civiltà”.

In quel testo, Thiel sosteneva la necessità di un leader che si ponesse al di sopra dei meccanismi di “controlli e contrappesi” della democrazia statunitense:

Non si intravede alcun Alessandro Magno in grado di tagliare il nodo gordiano della nostra epoca. Inoltre, l’apparato costituzionale statunitense impedisce di avanzare direttamente. “Confrontando ambizione contro ambizione” con un elaborato sistema di controlli e contrappesi, si impedisce che una sola persona ambiziosa ricostruisca l’antica Repubblica.

In linea con questo ragionamento c’è una glorificazione dello spionaggio di massa come meccanismo centrale per garantire il controllo della popolazione:

Strauss ci ricorda anche il contesto eccezionale necessario per integrare il regime statunitense: «La società più giusta non può sopravvivere senza “intelligence”, cioè ‘spionaggio’, anche se lo “spionaggio è impossibile senza sospendere certe regole del diritto naturale». […] dovremmo considerare Echelon, il coordinamento segreto dei servizi di intelligence di tutto il mondo, come una via davvero decisiva verso la pax Americana.

Da questo testo si può capire perché Thiel si sia entusiasmato e sia stato il grande finanziatore delle campagne elettorali di Trump e di J. D. Vance affinché arrivassero al governo. Il problema di questa prospettiva è che il tentativo bonapartista di Trump sta facendo acqua da tutte le parti, non solo a causa dei conflitti interni all’apparato statale, ma anche per le mobilitazioni No Kings, per la rivolta in Minnesota e perché sta subendo una sconfitta strategica nella sua crociata contro l’Iran. Trump si avvia verso una molto probabile sconfitta nelle elezioni di medio termine di novembre. Il settimanale The Economist, nella sua ultima proiezione statistica, lo dà per perdente, non solo alla Camera dei Rappresentanti, cosa ormai quasi certa, ma gli attribuisce anche il 48% di probabilità di perdere il controllo del Senato.

La fantasia dei “dei tecnologici”

L’immaginario tecno-autoritario presenta spesso imprenditori come Thiel o Musk come architetti onnipotenti del futuro. Ma questa narrativa nasconde una realtà concreta: le tecnologie non si producono da sole. Il classico romanzo di fantascienza di Philip Dick si intitolava: “Gli androidi sognano pecore elettriche?”. Oggi potremmo chiederci: Elon Musk e Peter Thiel sognano schiavi elettrici? Sicuramente sì, ma il fatto è che l’IA o le macchine non si creano da sole: ci sono persone dietro, o più precisamente milioni di lavoratori e lavoratrici in tutto il pianeta, senza i quali queste tecnologie non esisterebbero.

Thiel e i tecno-capitalisti si considerano nuovi dei, ma non lo sono: i satelliti che lanciano nello spazio, i supercomputer che elaborano le informazioni, i software, sono il prodotto del lavoro di milioni di lavoratori e lavoratrici. E questa è una forza sociale enorme che può dare scacco matto ai capitalisti. Qualche giorno fa è iniziato uno sciopero dei lavoratori della Samsung Electronics in Corea del Sud: 40.000 lavoratori si sono radunati davanti ai cancelli dell’azienda, chiedendo un aumento di stipendio e minacciando di dare il via a uno sciopero radicale a maggio. Si tratta del più grande produttore di memorie al mondo e produce le schede per gli acceleratori di IA di Nvidia. È solo un esempio. La classe operaia occupa posizioni strategiche a livello globale, nelle fabbriche di chip, nelle miniere di rame (senza quel rame non ci sono chip), nei data center, nei trasporti, nei porti, nelle banche, ecc. In Italia e in altri paesi sono sorte piattaforme di lavoratori del settore tecnologico contro la guerra, un fatto molto promettente. In queste catene del valore globali, da cui dipendono le grandi aziende tecnologiche, risiede la forza di cui dispone la classe operaia per affrontare i capitalisti.

Lo stesso progetto autoritario e militarista delle Big Tech incontra ostacoli politici. Lo dimostra l’insistenza, che risuona nel manifesto di Palantir, sul ripristino del servizio militare obbligatorio. La realtà è che sia negli Stati Uniti, che negli Stati imperialisti europei, la maggioranza della popolazione non è disposta ad andare a morire in guerra per l’oligarchia capitalista. Per dirla con le parole del teorico militare classico Carl von Clausewitz: hanno molta “forza materiale” ma poca “forza morale”, sono incapaci di mobilitare le masse per i loro progetti bellici; e la guerra non è solo distruzione, è la capacità di imporre la propria volontà al nemico. Questo è proprio ciò che l’imperialismo statunitense non sta riuscendo a fare.

Se c’è una cosa che dimostra la guerra in Iran è che tutta la tecnologia di Palantir e delle Big Tech non è stata sufficiente per imporre i propri obiettivi imperialisti in Iran. L’integrazione tra le Big Tech e l’esercito degli Stati Uniti è enorme, va ben oltre i contratti. Nel giugno 2025, dirigenti di Palantir (Shyam Sankar), di Meta (Andrew Bosworth), di OpenAI (Kevin Well) e di Thinking Machines Lab (Bob McGrew) hanno prestato giuramento come tenenti colonnelli nell’esercito statunitense. Michael Obadal, dirigente di Anduril – a cui è legato come finanziatore anche Peter Thiel – è sottosegretario dell’Esercito degli Stati Uniti. Inoltre, a metà dello scorso anno, OpenAI, Google, xAI e Anthropic hanno firmato contratti da 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Guerra. Peter Thiel appare come il più influente esponente del tecno-autoritarismo, ma è ben lungi dall’essere una sorta di “mostro stravagante” come spesso lo dipinge una certa corrente progressista. È un tipico rappresentante della classe capitalista. Vale la pena ricordare che l’icona del capitalismo americano di un’altra epoca, Henry Ford, era un ammiratore dichiarato dei nazisti.

Tecnologia, general intellect e futuri alternativi

Il sapere sociale generale, ciò che Marx chiamava general intellect, contenuto nello sviluppo scientifico-tecnico accumulato dall’umanità, non è creato dai multimiliardari come Thiel, ma da una moltitudine di scienziati, tecnici e lavoratori. Ciò che fanno questi multimiliardari è appropriarsene, modellarlo e metterlo al servizio del loro obiettivo principale, ovvero ottenere profitti, oppure utilizzarlo direttamente come mezzo di distruzione militare o di controllo delle popolazioni.

A metà del XIX secolo, nei suoi Grundrisse, Marx sottolineava già fino a che punto le condizioni del processo della vita sociale stessa fossero state rimodellate dal sapere sociale generale o general intellect. Lo sviluppo di macchine, locomotive, ferrovie, telegrafo elettrico, ecc. erano, secondo Marx, «organi del cervello umano creati dalla mano umana; forza oggettivata della conoscenza» che si trasformavano in organi della volontà umana, dimostrando fino a che punto l’intelletto generale fosse diventato forza produttiva1. Oggi a questi «organi del cervello umano» si sono aggiunti innumerevoli sviluppi che vanno dai microchip, ai satelliti, alle reti Internet, fino alla genetica, alla robotica e all’IA.

Il general intellect ha assunto dimensioni che superano di gran lunga quelle di tutta la storia precedente. Tuttavia, nel capitalismo, la conoscenza sociale generale si trasforma in proprietà privata fin dalla sua stessa genesi, e si pone di fronte all’insieme dei lavoratori come qualcosa di estraneo. Ma, sottratta al controllo del capitale, e ripensata, ha il potenziale di liberare l’umanità dal lavoro alienante: riorganizzare la produzione, la riproduzione e molti aspetti della vita quotidiana, ridurre al minimo il tempo di vita dedicato al lavoro, imposto per la sussistenza e trasformarlo in “tempo libero” per le lavoratrici e i lavoratori.

La prospettiva di un socialismo dal basso, cioè basato su organismi democratici di autodeterminazione delle masse, ciò che nelle rivoluzioni del XX secolo erano i “consigli” o “soviet” 2, parte dalla messa in discussione della proprietà privata capitalista dei mezzi di produzione (fabbriche, campi, materie prime, ecc.) per poter organizzare le risorse economiche al di fuori del criterio del profitto, per pianificare democraticamente cosa produrre, come, quanto e per cosa, in funzione dei bisogni sociali e di un rapporto più armonioso con la natura. A tal fine, oggi potremmo contare su risorse informatiche e capacità di gestione delle informazioni in tempo reale che renderebbero tutto ciò molto più semplice. Di fatto, i dibattiti sull’utilizzo delle nuove tecnologie per una futura pianificazione socialista stanno ricevendo nuovo slancio grazie ad autori come Evgeny Morozov, Daniel Saros, Paul Cockshott, Maxi Nieto, tra gli altri. Una pianificazione democratica e razionale dell’economia di questo tipo è, a sua volta, indispensabile per frenare la distruzione del pianeta verso cui ci sta portando il capitalismo.

Certo, ciò sarebbe possibile a condizione che tali risorse fossero utilizzate a questo scopo, e non per i sogni di Thiel e dell’oligarchia capitalista delle Big Tech, volti a sviluppare le forze distruttive dell’umanità, a esercitare il controllo sociale e ad aumentare i ritmi di sfruttamento del lavoro. In termini di sviluppo della cooperazione e del general intellect, le nostre coordinate sono lontane anni luce da quelle che esistevano quando Marx scriveva. Tuttavia, la prospettiva indicata da Marx secondo cui «non è più, in alcun modo, il tempo di lavoro la misura della ricchezza, ma il tempo disponibile»3 è più attuale che mai. La questione, allora come oggi, consiste nel liberarlo dalle catene che il capitale gli impone.

 

 

Josefina L. Martínez

Matías Maiello

 

 

NOTE

1. Marx, Karl, Elementi fondamentali per la critica dell’economia politica (Grundrisse) 1857-1858, Volume 2, ed. 1997, p. 230.

2. Organismi di questo tipo si svilupparono non solo in Russia (1905 e 1917) ma anche in Germania con i räte (1918), in Italia con i consigli di fabbrica (1919-1920), nella Rivoluzione ungherese (1956) con i consigli di operai e contadini, nella Rivoluzione portoghese (1974) con i comitati di fabbrica, degli inquilini e dei soldati, nella Rivoluzione iraniana (1979) con gli shoras, in Cile con i Cordones Industriales (1972-1973), solo per citarne alcuni. I Coordinamenti Inter-fabbrica dell’Argentina nel 1975 espressero in misura minore la stessa tendenza. Ora, queste espressioni del potere costituente furono sottoposte in tutti i casi a un’enorme pressione, non solo repressiva, ma anche di assimilazione all’interno dei regimi borghesi. Si rivelò indispensabile l’azione di un partito rivoluzionario per spingerle oltre e trasformarle in vere istituzioni rivoluzionarie (per un approfondimento, cfr.: Emilio Albamonte e Matías Maiello: “La cooperazione come potenza della classe operaia e la lotta per il socialismo”).

3. Marx, Karl, Elementi fondamentali per la critica dell’economia politica (Grundrisse) 1857-1858, op. cit., p. 231.20.

 

Nata a Buenos Aires nel 1974. È una storica (UNR). Autrice del libro Revolucionarias (Lengua de Trapo, 2018), coautrice di Cien años de historia obrera en Argentina (Ediciones IPS). Vive a Madrid. Scrive per Izquierda Diario.es e altri media e milita nella corrente femminista internazionale Pan y Rosas.

Nato a Buenos Aires nel 1979. Laureato in Sociologia, docente di Sociologia dei Processi Rivoluzionari (Università di Buenos Aires - UBA) dal 2004. Militante del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) e membro della redazione della rivista Estrategia Internacional. Autore, insieme a Emilio Albamonte, del libro "Estrategia Socialista y Arte Militar" (2017).