Poco prima del primo maggio ha debuttato il nuovo “decreto lavoro” del governo Meloni che in pompa magna lo ha annunciato come “il modo migliore per ringraziare gli italiani” e “celebrare” la Festa dei lavoratori. Ma c’è davvero qualcosa di concreto dietro la propaganda di un governo in forte difficoltà su cui pesano le decisioni prese in anni di guerre, sostegno a governi di ultra destra (in particolare ovviamente quelli di Trump e Netanyahu) e attacchi ai lavoratori e alle lavoratrici?
Con l’ultimo “decreto lavoro”, l’azione del governo si è concentrata fondamentalmente sul punto del salario definito “giusto”, nelle parole della presidente del consiglio da contrapporre al “logoro vessillo della sinistra” del salario minimo. La scelta delle parole è piuttosto importante in questo caso, potrebbe infatti sembrare addirittura che il salario giusto sia più alto di un possibile salario minimo (d’altronde la parola “giusto” è più rassicurante della parola “minimo”), ma a cosa si riferisce effettivamente tale definizione? La risposta è così semplice da lasciare spiazzati: il salario giusto non è altro che il salario dei CCNL sottoscritti da CGIL CISL e UIL.
Ci sono probabilmente due motivazioni di fondo per questa scelta: la prima è gettare un ponte alle burocrazie sindacali dopo mesi di braccio di ferro e schermaglie nel tentativo da una parte di dargli un riconoscimento (formale e senza alcun effetto reale sugli iscritti di base di questi sindacati, come vedremo poco più avanti) e al contempo tentare di isolare i sindacati di base più combattivi e reticenti alla smobilitazione dopo il grande sciopero del 22 settembre e quello unitario del 3 ottobre scorso.
È evidente che il governo, sotto la maschera di intransigenza e sicurezza, ormai compromessa dopo il disastroso (per loro) referendum sulla giustizia, teme più di ogni altra cosa la convergenza dei lavoratori e delle lavoratrici di diversi settori e sigle sindacali che quando si sono mossi insieme hanno espresso una reale opposizione sociale in grado di portare in piazza milioni di giovani e lavoratori in tutto il paese.
Il “salario giusto”, in definitiva non è altro che il minimo sindacale e non rappresenta in nessuna maniera un miglioramento per i lavoratori in Italia. C’è sicuramente da aggiungere che proprio con gli ultimi rinnovi dei CCNL si è spesso discusso del fatto che gli aumenti fossero irrisori rispetto all’inflazione dilagante. Questa situazione sta ulteriormente precipitando per via della disastrosa avventura militare -non ostacolata in nessuna maniera concreta dal governo a prescindere dalle tiepide condanne formali- degli USA e di Israele in Medio Oriente di cui ancora non si vede una fine e che sicuramente continuerà a far sentire il proprio effetto soprattutto sui prezzi di carburante, energia e beni alimentari.
Quindi quale sarebbe la contropartita di questa manovra a favore dei lavoratori, dato che il “salario giusto” già era in teoria garantito dai CCNL? Il governo millanta una lotta ai contratti cosiddetti pirata, contratti nazionali falsi firmati da sigle sindacali spesso praticamente inesistenti in combutta con le organizzazioni padronali che puntano a diminuire il minimo sindacale dei CCNL dei sindacati confederali.
La finta lotta ai contratti “pirata”
Ci si potrebbe chiedere a questo punto: ok, quindi quanti lavoratori e lavoratrici effettivamente verranno rimessi sotto i CCNL rappresentativi? Confcommercio parla di circa 160000 lavoratori e lavoratrici sottoposti a contratti che possono diminuire il loro reddito annuo di migliaia di euro rispetto ai CCNL di CGIL CISL e UIL. Una parte davvero piccola della platea di quasi 20 milioni di lavoratori dipendenti in Italia. Ma, ammettendo anche che il problema dei bassi salari si riduca a questi contratti non rappresentativi, che per inciso dovrebbero essere resi illegali tout court, a cosa vanno incontro le aziende che ne fanno uso? Qui la manovra del governo svela ancora una volta e in definitiva la sua assoluta inadeguatezza: le imprese che risparmiano migliaia di euro per ogni lavoratore (oltre a fare evidente attività antisindacale) semplicemente non avranno accesso a sgravi contributivi che comunque già esistevano e sono rimasti praticamente immutati da anni!
Quindi se sei un padrone che paga il minimo sindacale avrai gli sgravi contributivi garantiti dal governo (e quindi dalle tasse che pagano anche i lavoratori), mentre se non applichi i CCNL rappresentativi semplicemente non avrai questi sgravi, incredibile a dirsi data la campagna di propaganda della destra ma è davvero tutto qui. Per l’ennesima volta ci ritroviamo quindi con una manovra che non alza gli stipendi togliendo qualcosa dalle tasche di aziende multinazionali che si arricchiscono all’inverosimile, semplicemente finanziamo con soldi pubblici le aziende tra quelle meno irregolari senza che queste debbano mettere un euro in più nelle buste paga degli operai.
Cosa serve effettivamente ai lavoratori?
Di fronte ad uno scenario che può essere definito solo come gravissimo e in costante evoluzione verso una possibile catastrofe, che ha visto i salari reali dei lavoratori e delle lavoratrici scendere di oltre 8 punti percentuali negli ultimi 5 anni e la povertà aumentare questo decreto è semplicemente ininfluente. La situazione internazionale e il collasso dei salari con conseguente collasso delle condizioni di vita di milioni di persone non può che essere affrontato che con misure radicali.
Gli sgravi contributivi statali alle aziende e le misure di welfare e gli aumenti ridicoli previsti dai CCNL confederali sono drammaticamente insufficienti. Quello che serve, innanzitutto, sono veri aumenti salariali legati all’inflazione: una nuova scala mobile con salario minimo intercategoriale. Serve che i soldi escano dalle tasche di aziende miliardarie che in Italia hanno fatto profitti incredibili dalla crisi pandemica all’attuale febbre da riarmo in tutta Europa. Serve, soprattutto, che i lavoratori e lavoratrici si facciano soggetto protagonista del controllo delle aziende, che vengano annullati le decine e decine di contratti nazionali peggiorativi e si cominci a lottare, a prescindere dagli steccati sindacali, in maniera unitaria per aumenti salariali seri ed in linea con gli anni di ritardo che contraddistinguono in particolare l’italia. Diminuzione dell’orario di lavoro per assorbire la disoccupazione, tasse sui profitti e sulle rendite milionarie e miliardarie e non un euro per le guerre imperialiste di chicchessia ovunque siano.
Massimo Civitani