In Bolivia si sta aprendo una situazione rivoluzionaria?
La profondità del processo di lotta di classe che attraversa il paese andino ci impone di porci questa domanda. È trascorso un mese da questa ribellione operaia e contadina e, negli ultimi giorni, i tempi si sono accelerati e si entra in un terreno di definizioni. Riuscirà il governo a smantellare il movimento attraverso il logoramento e i patti dall’alto, con l’aiuto della Chiesa e il tradimento delle burocrazie? Oppure andiamo verso una radicalizzazione delle proteste e nuovi salti repressivi?


 

All’inizio di questo secolo la Bolivia è stata il laboratorio in cui il neoliberismo è entrato in crisi per primo: la guerra dell’acqua nel 2000, la guerra del gas nel 2003, quando si verificò un sollevamento dai tratti insurrezionali. La domanda è se oggi la Bolivia stia anticipando un nuovo ciclo di lotta di classe. Pare di sì. Che tipo di ciclo? Uno più radicale? Molto probabilmente. Oggi ci troviamo in una situazione globale e regionale assai più convulsa. È stata fatta un’esperienza con i governi post-neoliberali, come quelli del MAS in Bolivia, il kirchnerismo in Argentina, il chavismo o Boric in Cile. D’altra parte, questo ciclo ha comportato un salto nella statalizzazione delle organizzazioni di massa, dei sindacati, dei movimenti sociali, con cui i nuovi processi si scontrano e devono fare i conti.

Attualmente ci troviamo in una situazione segnata tanto dal declino egemonico degli Stati Uniti quanto dai rinnovati tentativi imperialisti di avanzare nella regione. In essa si inscrivono l’offensiva neocoloniale in Venezuela e il brutale assedio a Cuba. Domenica 31 maggio abbiamo visto in Colombia la vittoria elettorale dell’ammiratore di Trump, Milei e Bukele, Abelardo de la Espriella, con il 43,7% dei voti; un’elezione che si definirà al ballottaggio con il candidato del progressismo al governo, Iván Cepeda, che ha ottenuto il 40,9%. Ma, allo stesso tempo, vediamo anche come questi governi di destra, una volta arrivati al potere, vadano rapidamente in crisi. Il caso di Rodrigo Paz è il più emblematico ma, a diversi livelli, vediamo le crisi di Milei in Argentina e di Kast in Cile.

Al centro di questo scenario latinoamericano si trova la ribellione operaia, contadina, indigena e popolare della Bolivia.

 

La Bolivia al centro del bivio latinoamericano

Nell’ultima settimana in Bolivia, nonostante i tentativi del governo di smobilitare con la repressione e di trovare burocrati con cui negoziare, l’assedio alla città di La Paz si è approfondito. Si sono estesi i blocchi, condotti da contadini e lavoratori precari di El Alto, organizzati dal basso nei comitati di blocco. Nel momento di massima estensione hanno raggiunto quota 150, oggi sono circa 100, tenuti in piedi dai settori autoconvocati  Si manifestano anche tendenze allo sciopero generale, non grazie alla direzione della COB, ma grazie all’adesione allo sciopero dei trasportatori, di settori dei minatori salariati e degli addetti alle pulizie. Martedì 26 gli autisti di La Paz hanno avviato uno sciopero a oltranza. E mercoledì 27, quando in Bolivia si è celebrata la Festa della Madre, una manifestazione di donne ha fatto un passo avanti con un forte messaggio politico: se i loro figli che prestano il servizio militare vengono chiamati a reprimere il popolo, devono tornare alle proprie case e unirsi alla lotta.

Dopo il fallimento dell’operazione repressiva di sabato 23 maggio, una carovana poliziesco-militare camuffata da operazione “umanitaria”,  il governo si è visto costretto a cambiare tattica: ha proposto un “dialogo”, con la conferenza episcopale come mediatrice. Ma le principali organizzazioni operaie e contadine sanno che sedersi a negoziare con un governo totalmente delegittimato sarà visto come un tradimento. Molti vogliono negoziare, ma non hanno vita facile. La convocazione di un allargato della Centrale Operaia Boliviana (COB) per sabato 30, poi sospeso e rinviato a domenica 31, mostra le difficoltà della dirigenza ad accettare quella proposta di “dialogo”, di fronte a una crescente pressione delle basi per radicalizzare la lotta. La risoluzione dell’ assemblea allargata, a cui hanno partecipato minatori, operai del settore manifatturiero, petrolieri, magistero rurale, popoli originari e organizzazioni contadine, oltre agli autoconvocati, è stata di ribadire il rifiuto della trattativa promossa dal presidente Rodrigo Paz e dal vicepresidente Edman Lara insieme alla Chiesa.

Oggi il governo di Rodrigo Paz è praticamente in bilico. Lev Trotskij, quando elaborava la sua definizione di situazione pre-rivoluzionaria, diceva che la situazione è tanto rivoluzionaria quanto può esserlo con la politica non rivoluzionaria dei dirigenti del movimento. Qualcosa di simile potremmo dire oggi della Bolivia. La COB ha annunciato fin dal 1° maggio che sarebbe andata allo sciopero generale a oltranza, ma si rifiuta di renderlo effettivo un mese dopo, con quasi 90 blocchi giornalieri in lungo e in largo per il paese, centinaia di arresti e 7 morti per mano delle operazioni repressive del governo di Rodrigo Paz. Come insistono i nostri compagni della Lega Operaia Rivoluzionaria, bisogna rendere effettivo lo sciopero generale, parola d’ordine che risuona tra i settori autoconvocati.

Contro ogni strategia di logoramento del movimento, questa proposta, che sta guadagnando forza tra le giunte di quartiere, nei comitati di blocco e in sempre più settori in lotta, emerge come punto chiave. Vale a dire: la necessità di combinare la ribellione popolare, espressa nelle decine di blocchi che si vanno sviluppando, con lo sciopero generale effettivo. Come spiega Eduardo Molina nel libro Rivoluzione operaia in Bolivia – 1952, molte volte nella storia boliviana i tempi dell’insurrezione urbana (operaia e popolare) e quelli del sollevamento indigeno-contadino sono stati discordanti. L’articolazione tra questi è anch’essa uno dei nodi strategici chiave per qualunque rivoluzione in Bolivia.

 

Un inedito laboratorio di lotta per l’autorganizzazione dal basso

I comitati di blocco sono cresciuti di fronte all’abbandono e al tradimento delle dirigenze. Le basi hanno fatto un’esperienza a gennaio, quando la COB tradì stringendo un patto con il governo e revocando le misure di lotta del primo scontro contro i piani di aggiustamento di Paz. Per questo oggi disconoscono le direzioni che negoziano alle loro spalle. Il fenomeno degli autoconvocati, i lavoratori e gli abitanti che si organizzano dal basso, di propria iniziativa al di fuori delle direzioni ufficiali, è qualcosa di profondo e inedito di questo nuovo ciclo di lotte: le tendenze all’autorganizzazione dal basso. Gli autoconvocati sostengono i blocchi, in molti punti discutono in assemblea ed eleggono comitati di blocco, con propri rappresentanti.

Martedì 2 giugno, un massiccio Cabildo aperto convocato a El Alto ha ribadito la richiesta di dimissioni del presidente. Convocato inizialmente dai comitati di blocco di El Alto, vi si sono unite organizzazioni come la FeJuVe e vi hanno partecipato dirigenti delle organizzazioni operaie e contadine, come Mario Argollo della COB. Il Cabildo (assemblea popolare aperta) aveva l’obiettivo di definire i passi da compiere, e al contempo avanzare in un coordinamento tra i settori in lotta. Tuttavia, la dirigenza della COB ha evitato di proporre qualsiasi misura per rendere effettivo lo sciopero generale o per chiamare a misure concrete che rafforzassero la lotta d’insieme ed evitassero che i blocchi si logorassero con il passare del tempo e di fronte alle minacce repressive.

Di fronte all’inazione pianificata delle burocrazie, che giocano a non muovere pedina, riusciranno i comitati di blocco ad avanzare verso un vero coordinamento dei settori in lotta e a compiere passi avanti per rendere effettivo lo sciopero? I compagni di Izquierda Diario Bolivia e della Lega Operaia Rivoluzionaria, che partecipano a diversi blocchi, promuovono questa prospettiva. La battaglia è quella di tessere legami di unità al di sopra delle direzioni. È ciò che spinge il comitato del Distretto 8 di El Alto, che si trova all’epicentro del processo. Si riunisce nella zona di Senkata: un territorio di enorme tradizione di lotta, dove nel 2019 fu perpetrato il massacro contro il popolo di El Alto.

 

Stato d’eccezione

All’interno del regime, da molti giorni si discute la possibilità di instaurare lo stato d’eccezione, che permette di proibire le proteste e il diritto di riunione, di sospendere altri diritti fondamentali e di dispiegare l’esercito. Il Congresso ha abrogato la legge che limitava le facoltà del presidente di dichiarare lo stato d’eccezione. Un Congresso monopolizzato dalla destra, tra gli uomini di Rodrigo Paz e quelli dell’ultradestra Tuto Quiroga. Tuttavia, il problema principale che Paz ha nel dichiarare lo stato d’eccezione non è giuridico ma politico. Ha già provato a sbloccare le strade con la repressione e ha fallito: anche quando vengono sgomberati, i manifestanti se ne vanno e poco dopo tornano, rimettendo in piedi i blocchi.  Se insiste, sa che può andare incontro a una prova di forza il cui esito può essere l’accelerazione della sua uscita dalla presidenza e un approfondimento della crisi.

Il giurista reazionario Carl Schmitt diceva che sovrano è colui che può decidere sulla dichiarazione dello “stato d’eccezione”. Il problema di Paz è che, più che sovrano, oggi è un equilibrista. Si trova in un delicato equilibrio tra la mobilitazione operaia, contadina e popolare che ne esige le dimissioni, da un lato, e la destra rancida e razzista, con base soprattutto nell’Oriente del paese, che vuole andare verso uno scontro superiore con le masse mobilitate, dall’altro. In questo quadro, Paz ha annunciato la scorsa settimana che stava negoziando il ritorno del FMI in Bolivia, con un indebitamento di 5000 milioni di dollari, per tentare di scampare alla situazione e al contempo approfondire le catene di oppressione imperialista che soggiogano il paese. In un altro contesto è ciò che tentò Mauricio Macri dopo le giornate di mobilitazioni e scontri del dicembre 2017; oggi in Argentina le conseguenze catastrofiche di questo per il popolo lavoratore sono sotto gli occhi di tutti.

Attualmente in Bolivia c’è un equilibrio sempre più complicato che può saltare per aria da un momento all’altro.La chiave sta in ciò che accade dal basso: nel fatto che le tendenze all’azione diretta e all’autorganizzazione continuino o meno ad approfondirsi. Se lo stato d’eccezione della borghesia mira a sospendere il diritto per preservare l’ordine che lo regge, la ribellione boliviana fa valere un criterio di eccezionalità di segno opposto, più vicino a quello teorizzato da Walter Benjamin, in cui a dire l’ultima parola sia l’irruzione delle masse. 

 

“Non è una lotta solo locale, ma di ordine internazionale”

Sulla dimensione internazionale della ribellione, lo stesso Paz si è incaricato di chiarirlo, affermando che non si trattava di “una lotta solo locale, ma di ordine internazionale”, e ha ringraziato per la collaborazione che stava ricevendo da Milei, da Kast, da Trump e anche, attenzione, da Lula dal Brasile. Lula gli ha espresso pubblicamente il suo appoggio, dopo essersi presentato come campione del progressismo al vertice di Barcellona. Ora bene: perché Lula appoggia un governo che sta reprimendo il popolo e che vuole applicare un aggiustamento brutale? Ciò che emerge è che, al di là della polarità tra destre e progressismi, in Bolivia è emerso un altro attore: una ribellione operaia e popolare, con azioni indipendenti. Ed ecco che sono tutti insieme per scongiurare quel fantasma, per evitare che possa svilupparsi un vero sciopero generale e trionfare. Perché se gli aggiustamenti dell’imperialismo e dei suoi governi fantoccio vengono sconfitti nelle strade, se l’esempio degli autoconvocati attecchisce, allora a essere in pericolo non sono solo i progetti delle destre. Lo sono anche quelli di chi cerca di contenere la mobilitazione per la via della sua integrazione nello Stato.

In un recente articolo, García Linera, ex vicepresidente della Bolivia durante i tre mandati consecutivi di Evo Morales (2006-2019), per quanto abbia finito per scontrarsi politicamente con Morales, sosteneva che viviamo un “tempo liminale” di transizione o decomposizione, in cui il vecchio e il nuovo sono vivi e morti allo stesso tempo. Alcune caratteristiche di questa fase sarebbero la crisi economica e la crisi delle élite. Ciò che dà luogo a “ondate e contro-ondate simultanee di progetti contrapposti” tra destre neoliberali e progressismi che, fallendo, aprono il varco a destre più radicali assetate di vendetta. In un altro articolo, precedente alla vittoria di Rodrigo Paz alle elezioni, García Linera segnalava che i progetti progressisti in America Latina erano falliti per non aver promosso riforme volte a sviluppare una base produttiva agroindustriale espansiva e un nuovo progetto alternativo al neoliberismo; potremmo dire una sorta di illusione sviluppista del XXI secolo.

Ora bene, non si può affrontare nessuna trasformazione radicale senza rompere le relazioni con l’imperialismo. E ciò che abbiamo visto, sia pure in processi dai caratteri molto diversi, in Bolivia, in Brasile o in Argentina, è ben lontano da questo. Nel caso della Bolivia, l’arrivo di Evo Morales al governo fu il prodotto della deviazione del ciclo radicalizzato di lotta di classe precedente (guerra dell’acqua, 2000, e guerra del gas, 2003), che provocò la caduta di governi a opera della mobilitazione di massa. La deviazione elettorale e la successiva istituzionalizzazione, durante i governi di Evo Morales, comportarono l’assunzione parziale di alcune rivendicazioni storiche del movimento indigeno e contadino, espresse con l’istituzione dello Stato plurinazionale nella Costituzione approvata nel 2009, che afferma l’esistenza precoloniale dei popoli indigeni, riconosce le lingue originarie e alcuni diritti comunitari. Ma con il grande limite di non mettere in discussione il latifondo attraverso una vera riforma agraria, base del potere della borghesia agroindustriale razzista dell’Oriente. Durante i governi del MAS, le numerose concessioni al blocco della destra non evitarono che essa continuasse la sua offensiva reazionaria, ma anzi il contrario, come si è mostrato nel golpe del 2019, o nell’attualità. In Bolivia, la lotta per la terra, contro l’oppressione indigena e il razzismo, insieme alla lotta contro l’oppressione imperialista, sono compiti democratici e strutturali fondamentali, senza i quali non si può parlare di sovranità nazionale né di emancipazione.

Più in generale, i progressismi latinoamericani, non risolvendo i problemi più impellenti del movimento operaio e popolare, e trasformandosi invece in “gestori della crisi”, hanno aperto il varco al ritorno “pendolare” di progetti elettorali da destra. L’unico modo di rompere con questo ciclo di “ondate e contro-ondate” di progetti neoliberali autoritari e progressismi falliti è cercare una via alternativa, di indipendenza di classe, con un programma di egemonia della nuova classe lavoratrice che si proponga di risolvere i compiti democratici irrisolti, sconfiggere i piani dell’imperialismo e delle borghesie nazionali che ne sono il vagone di coda.

 

La tradizione rivoluzionaria e il problema del doppio potere

La Bolivia ha un’enorme tradizione rivoluzionaria, a partire dalla grande rivoluzione del 1952 e dall’Assemblea Popolare del 1971. Sono esperienze che, per quanta acqua sia passata sotto i ponti, pongono problemi tuttora attuali. Per esempio, la questione strategica chiave del doppio potere o, meglio, della possibilità per il movimento operaio e contadino di costruire un potere alternativo proprio contro lo Stato borghese. Se c’è qualcosa che la ribellione boliviana mostra oggi, è che l’azione diretta è l’unico linguaggio che questi governi comprendono. Finché ci fu dialogo, Paz avanzò con il suo piano di aggiustamento; quando cominciarono i blocchi e le mobilitazioni, il governo entrò in crisi. Inoltre, la Bolivia mostra che l’autorganizzazione è l’unica via alternativa di fronte alla smobilitazione verso cui spingono le burocrazie.

Nel capitolo sulla “Dualità di poteri” della sua Storia della Rivoluzione russa, Trotskij osserva che “non esiste alcuna classe storica che passi dalla situazione di subordinata a quella di dominante all’improvviso, da un giorno all’altro, anche se questa notte è quella della rivoluzione. È necessario che già alla vigilia occupi una situazione di straordinaria indipendenza rispetto alla classe ufficialmente dominante; di più, è necessario che in essa si concentrino le speranze delle classi e degli strati intermedi” [1].

La questione è se quelle forme di autorganizzazione iniziali che stiamo vedendo attualmente in Bolivia possano articolarsi, attraverso il coordinamento, per imporre il fronte unico alle organizzazioni di massa e combinare la ribellione popolare con l’effettiva attuazione dello sciopero generale, allo scopo di fermare gli attacchi di Paz, cacciarlo e sconfiggere il suo piano d’insieme. Strategicamente, si tratta a sua volta, come mostrò su grande scala la rivoluzione del 1952, di affrontare le deviazioni riformiste borghesi che finiscono in un vicolo cieco; di qui anche l’importanza di un partito rivoluzionario forte che lotti per l’emergere di un blocco operaio, contadino e popolare indipendente che prenda in mano le redini della situazione. Sono temi chiave che vanno persino oltre il caso specifico della Bolivia: si tratta di problemi strategici che ci si pongono se vogliamo sconfiggere le destre che incarnano l’offensiva imperialista nella regione.

 

Josefina Martinez

Matias Maiello

 


[1] Lev Trotskij, Storia della Rivoluzione russa, Alegre, 2020.

 

Nata a Buenos Aires nel 1974. È una storica (UNR). Autrice del libro Revolucionarias (Lengua de Trapo, 2018), coautrice di Cien años de historia obrera en Argentina (Ediciones IPS). Vive a Madrid. Scrive per Izquierda Diario.es e altri media e milita nella corrente femminista internazionale Pan y Rosas.

Nato a Buenos Aires nel 1979. Laureato in Sociologia, docente di Sociologia dei Processi Rivoluzionari (Università di Buenos Aires - UBA) dal 2004. Militante del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) e membro della redazione della rivista Estrategia Internacional. Autore, insieme a Emilio Albamonte, del libro "Estrategia Socialista y Arte Militar" (2017).