A distanza di cinque anni dal licenziamento dei lavoratori della ex-GKN e dall’occupazione della fabbrica, abbiamo intervistato Dario Salvetti, portavoce del collettivo di fabbrica.

Abbiamo parlato dello stato di assedio in cui i lavoratori sono stati tenuti dal capitale in questi anni. Abbiamo parlato di Palestina e del movimento Blocchiamo Tutto. Abbiamo parlato di lotta contro l’economia di guerra, di controllo operaio della produzione e di organizzazione dal basso per essere all’altezza dello scontro.

L’11 e il 12 luglio a Campi Bisenzio sarà lanciato il progetto di reindustrializzazione dal basso promosso dal collettivo di fabbrica e dalla SOMS Insorgiamo. Sosteniamo l’azionariato popolare e la cooperativa per la riconversione ecologica sotto controllo operaio.


Roberto: Sono passati cinque anni dal licenziamento e dall’inizio della vertenza. Come siete arrivati ad oggi, resistendo a disoccupazione, cassa integrazione, cause legali, e nello stesso tempo però a portare avanti una lotta d’avanguardia sul piano politico, di rottura verso le forze del capitale, che delocalizzano e che vedono il riarmo come fonte di profitto?

Dario: Abbiamo resistito fino a oggi portando avanti il dovere di qualunque lotta contro le delocalizzazioni: il capitale invisibile e immateriale si può muovere, la fabbrica invece può essere presidiata dagli operai. Siamo arrivati così a 1800 giorni di presidio permanente. Da quel 9 luglio 2021 non c’è mai stato un momento in cui il presidio in fabbrica fosse rimasto sguarnito dai corpi operai.

Questa è la prima forma di lotta che ci siamo dati. È la più basilare ed elementare che deve compiere una lotta contro le delocalizzazioni. Con quella abbiamo cominciato, e quella va avanti ancora oggi di fatto ad oltranza.

Detto questo, non abbiamo resistito per altri aspetti. Vorrei essere chiaro: non c’è nessuna possibilità che una fabbrica metalmeccanica, presa a tenaglia da tutti gli strumenti che ha a disposizione il sistema, possa resistere da sola.

Noi siamo passati da ogni tipo di fase, di trucco e di raggiro: dalla lotta a stipendio pieno siamo passati alla lotta in cassa integrazione e infine, dopo che abbiamo vinto in tribunale contro i licenziamenti per la seconda volta, hanno deciso di non pagarci più gli stipendi. Noi non abbiamo più visto lo stipendio dal gennaio 2024, anche se già nel 2023 ci avevano lasciato per 8 mesi senza. E ogni volta era un assedio.

Per questo abbiamo iniziato a parlare di assedio, dall’ottobre 2022, con lo slogan “rompiamo l’assedio”: perché la modalità che il capitale ha di batterti è quella di distruggere le basi stesse di esistenza della comunità operaia. Prima ti tolgono lo stipendio pieno e vai in cassa integrazione, poi ti tolgono tutto lo stipendio, e infine il contratto. In questo modo loro disintegrano la comunità operaia.

E non è che noi non abbiamo subito questo: uno dopo l’altro i lavoratori sono stati messi in condizione di ricollocarsi individualmente, e oggi resiste il nucleo principale del collettivo che continua a resistere e a tenere viva la speranza.

Noi l’unica cosa che potevamo fare quel 9 luglio 2021 era dire: se sfondano qua, sfondano dappertutto. Perché era troppo evidente che sarebbe stata dura per il capitale riuscire a passare in una fabbrica così sindacalizzata e organizzata. E oggi questa affermazione si è trasformata in una domanda, che continuiamo a fare: ma se si perde qua nella lotta contro licenziamenti e delocalizzazioni, per lo meno in Italia, cosa pensate ci si potrà inventare in altre fabbriche? 

Purtroppo una delle nostre sconfitte sta nel fatto che questa domanda cade nel vuoto all’interno della stragrande maggioranza della sinistra sindacale, politica e partitica organizzata. Considerato anche che la lotta contro i licenziamenti e le delocalizzazioni è parte della lotta per il salario: perché se tu permetti al capitale di distruggere il lavoro stabile e organizzato per sostituirlo con quello precario e disorganizzato, lo stai aiutando ad abbassare la curva salariale.

E allora sorge un’altra domanda: com’è possibile che un paese che esce da 36 mesi di calo della produzione industriale non veda lo svilupparsi di fenomeni come in Argentina. Cioè noi realmente pensiamo che dopo una Electrolux che apre i licenziamenti, una Beko che apre i licenziamenti, alla prossima che aprirà i licenziamenti il dovere della sinistra sindacale, militante e politica in questo paese sia il comunicato stampa di solidarietà, la partecipazione al presidio, la denuncia di quanto fanno schifo i licenziamenti? E poi?

La lotta contro i licenziamenti, cioè contro il movimento del capitale da un punto all’altro della Terra, è qualcosa di molto più ostinato e serio. E noi semplicemente abbiamo provato a resistere per essere dentro questo livello di serietà dello scontro.

R: Penso che parte del problema sia legato al ruolo passivizzante delle burocrazie sindacali. Dal 2021 credi che si siano sviluppate forme di lotta dal basso, oltre e alla vostra o sul vostro esempio, che abbiano sfidato questo passivismo?

D: Secondo me ci sono stati molti passi avanti nell’immaginario collettivo, che sono anche il risultato della lotta in ex-GKN.

Noi non siamo riusciti a depositare qualcosa di strutturalmente organizzato, ma abbiamo depositato tante parole d’ordine, tanti esempi, da cui ognuno può ripartire. Un po’ come dei messaggi chiusi nella bottiglia che gira in mezzo al mare e che ognuno può un giorno cogliere, aprire e leggere.

Questi messaggi però sono penetrati prevalentemente tra i movimenti, in particolare quelli giovanili; tra salariati giovani, precari e nella classe generalmente disorganizzata. Meno invece nella classe operaia organizzata, ovvero quella che normalmente vive il contatto con le organizzazioni sindacali.

E penso che ci sia una ragione: proprio laddove sussiste una routine forte, una modalità strutturata, organica – per alcuni aspetti fossilizzata e burocratica – nell’affrontare una lotta contrattuale, salariale o contro i licenziamenti e la precarietà, paradossalmente si tende a tornare a uno schema canonico. Che però è uno schema che in questo momento non corrisponde allo stato dello scontro e della crisi.

Io oggi trovo più simile alla nostra lotta il movimento in Albania, piuttosto che quello che si sviluppa tante volte con i classici metodi sindacali nell’affrontare le crisi occupazionali. Quindi non credo che noi abbiamo inventato nulla e non credo che siamo stati fuori dalla storia, ma per alcuni aspetti proprio nella sua scia.

Noi abbiamo fatto dieci anni di attività sindacale radicale, ma a un certo punto quello che notavamo era come ci volesse un tempo molto lungo di accumulazione dell’attività sindacale e un tempo invece rapidissimo del capitale nel riorganizzarsi, nel porti di fronte a una nuova fase, a una nuova catastrofe. Per cui a un certo punto ti chiedevi: ma per che cosa ho scioperato, se ci ho messo tre anni a concludere la vertenza e tre giorni a trovarmi in una nuova crisi, in una nuova emergenza?

E noi questo lo abbiamo iniziato a notare almeno dal 2017-2018 in poi. Faccio un esempio: noi nel 2018 abbiamo iniziato una lunga lotta sul contratto integrativo, contro i volumi produttivi esternalizzati, contro il precariato, contro lo staff leasing. Il 14 febbraio 2020 riusciamo a ottenere un buon accordo. L’8 marzo siamo in lockdown e stiamo scioperando sul Covid. Era tutto completamente di nuovo azzerato.

E quindi credo che il punto fondamentale non sia fare meno attività sindacale e più movimento. Il punto sia prendere atto che l’attività sindacale oggi o si pone in forma di convergenza universalistica, oppure non riesce nemmeno a tenere botta ai propri obiettivi.

R: Interessante il tema della temporalità: nelle ferrovie da circa due anni ci siamo dati forme di autorganizzazione in seguito alla firma di accordi fortemente peggiorativi tra Ferrovie e le burocrazie sindacali. Quindi lo abbiamo fatto successivamente ad alcune batoste. Per questo abbiamo vissuto anche la frustrazione di aver ottenuto poco e niente da due anni di lotta e di scioperi, indeboliti peraltro dalla legge 146/90. Interessante invece che in GKN voi abbiate avuto grosse fasi di accumulo, portando avanti per almeno 10 anni una lotta più radicale nello scontro con il capitale, prima che nel 2021 arrivassero i licenziamenti.

Simone: Forse è anche per rompere quella tendenza burocratica delle organizzazioni sindacali che accennavi prima che è stato necessario creare il collettivo di fabbrica, che è un po’ la peculiarità della GKN?

D: Noi sviluppiamo il collettivo con quasi 10 anni di tentativi. Perché nasce nel 2018, ma era da 10 anni che cercavamo qualcosa che fluidificasse un po’ l’attività sindacale. Ed è stato il risultato di una serie di fattori, a partire dal livello di scontro: nel 2007-2008 abbiamo retto contro il modello Marchionne che si stava imponendo al gruppo FIAT. E siamo riusciti a reggere in parte perché eravamo GKN (quindi non direttamente FIAT, ma nel suo indotto), in parte perché avevamo costruito i rapporti di forza per tenerlo fuori, impedendo quindi che venissero inserite quelle forme di divisione nell’organizzazione del lavoro che sono state imposte in FIAT. E quindi abbiamo mantenuto unità nella lotta.

A questo punto come delegati sindacali avevamo la maggioranza rappresentativa, i lavoratori scioperavano al 100%, eppure sentivamo che qualcosa non bastava, che qualcosa non arrivava, che la lotta doveva essere articolata molto di più. Avevamo sviluppato un programma radicale di lotta, su dei contratti avanzati, e avevamo ottenuto delle vittorie sindacali; ma non riuscivamo a rompere quella delega passiva che al momento opportuno non ci avrebbe permesso di reggere il livello dello scontro. Questo è diventato molto chiaro quando la funzione della lotta è passata dal bloccare la produzione a riorganizzarla.

Perché in un contesto di sfacelo del capitale e della società, in una fabbrica che volevano bollire per portarla a chiusura, il livello di confusione che avevano creato dentro al luogo di lavoro era divenuto tale da inibire lo sciopero. Non sapevamo più nemmeno noi che cosa stavamo bloccando. A un certo punto c’era un tale livello di inefficienze e di scarti sulle macchine, sulle linee, che la direzione esagerava il numero di scioperi verso la multinazionale per giustificare queste perdite di efficienza.

Per cui noi ci trovavamo a dover bloccare la produzione ma contemporaneamente a doverne preservare la qualità, perché altrimenti ci sarebbe venuta meno la fabbrica come base, anche di vita rivendicativa. Non avremmo avuto più qualcosa da bloccare, paradossalmente.

E un conto è dover strappare 300, 500, 1000 euro in più di premio risultato; in questo caso è semplice: si sviluppa una piattaforma, si va in sciopero, e poi o si firma oppure no. Ma quando si sono iniziati a fare accordi quadro per esempio sulla manutenzione, sui movimenti ergonomici, su tutta una serie di aspetti del processo produttivo difficilmente misurabili, facevamo un sacco di scioperi, arrivavamo a firmare accordi che poi semplicemente la parte aziendale non metteva in atto. E di conseguenza dovevamo dotarci come lavoratori di un apparato che li eseguisse o che li facesse rispettare. Non ci bastavano più i sette membri del consiglio di fabbrica, della RSU; dovevamo allargare la partecipazione. E quindi pian piano verificavamo che superare la delega passiva non era un problema democratico, ma proprio di efficacia dell’azione.

Questo enorme sviluppo della vita sindacale ci chiarisce che il burocratismo sindacale non sta in una sigla sindacale o nell’altra – per quanto evidentemente ci sono sigle più o meno padronali e più o meno burocratiche, non voglio fare di tutta l’erba un fascio. Ma c’è una pressione al burocratismo sindacale che nasce dalla stessa forma sindacale dentro questa società, e per come la forma sindacale si è istituzionalizzata, soprattutto negli ultimi decenni.

Per fare un esempio: quando io dovevo partecipare al direttivo di categoria, all’assemblea generale confederale, alla riunione d’area, agli aggiornamenti RLS, alle riunioni sugli straordinari, ero chiamato a una macchina che lavorava male e quindi veniva chiesto di fare sciopero, eccetera, io arrivavo in fondo all’anno che avevo fatto 20 giorni netti sparsi di permessi sindacali. Se poi si aggiungono i permessi, le ferie, le malattie, non c’era una settimana in cui io dal lunedì a venerdì riuscissi a stare alla macchina. E parlo di una situazione in cui noi centellinavamo i permessi sindacali, mentre ci sono situazioni in cui se ne abusa.

Questo determina che dopo un po’, quando torni alla macchina a lavorare, fai fatica. Fai fatica perché hai perso dei passaggi, hai perso un aggiornamento, non sai che c’è un nuovo modello su cui fare il cambio tipo, eccetera. E quindi piano piano tendi a sentirti diverso dal tuo collega. E lui stesso ti considera diverso. Nel senso che la pressione non viene solo dall’alto, ma anche dal basso.

Perché è passata talmente tanto l’istituzionalizzazione del sindacato, che anche a fare il delegato sindacale vieni chiamato “sindacalista” dai colleghi; e diventa difficile far passare a quei colleghi il fatto che tu non sei pagato per fare quel lavoro. Proprio mentre vieni sottoposto a una tale pressione da parte di persone che ti chiedono “leggimi la busta paga”, eccetera, che dopo un po’ desideri essere pagato per far quel lavoro, per il livello di fatica che devi sopportare a stare su tutti i fronti; e quindi diventa quasi naturale porti uno sbocco professionale nel sindacato e di conseguenza intraprendere un’attività professionale diversa da quella che svolgevi prima.

Di per sé non ci sarebbe niente di male in questo, non nego che un sindacato possa distaccare dalla produzione dei funzionari. Ma in questo contesto, con queste organizzazioni sindacali, questo tipo di processo porta a un distacco mentale lento, a entrare in una bolla e così rischi la burocratizzazione.

Per tutti questi motivi nasce il collettivo: dovevamo non solo bloccare, ma riorganizzare la produzione, dovevamo fare da guardia agli accordi avanzati che raggiungevamo, e avevamo bisogno di fluidità come antidoto alla burocratizzazione. E il collettivo ci dava questa fluidità. Insieme anche ai delegati di raccordo: figure che avevamo creato e che rispetto ai delegati sindacali erano di più, avevano solo tre ore di permesso mensili, venivano eletti ogni anno anziché ogni tre, per alzata di mano anziché per scrutinio segreto.

In ultima analisi poi, in questi anni il collettivo ha dimostrato di essere una struttura efficace nell’appoggiare la lotta sindacale più avanzata, non solo in GKN: il movimento di settembre-ottobre ha avuto il punto massimo di immaginario quando il CALP sale sul palco e dice “blocchiamo tutto”. Non un sindacato, ma il Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali. Allora bisognerebbe capire perché avviene questo. Poi è chiaro che sono stati i sindacati a convocare gli scioperi, e infatti non abbiamo mai negato il ruolo sindacale. 

Noi abbiamo semplicemente mixato le due forme, capendo che rispondono a criteri diversi. Il punto è che per avere un CALP, un GAP, un collettivo, un coordinamento autorganizzato, devi credere a un concetto, e cioè che esiste un’unità della classe che va oltre le organizzazioni sindacali.

Se invece uno di questi organismi diventasse il prolungamento di un’organizzazione sindacale, effettivamente diventerebbe un doppione, una sigla, un elemento di folklore, una maglietta. Per questo noi come collettivo, nonostante la stragrande maggioranza fosse iscritta alla FIOM, abbiamo sempre difeso il fatto che il collettivo dovesse essere un luogo dove i lavoratori con qualunque tessera sindacale, e soprattutto senza tessera, potessero militare in forma diretta. A questo dovrebbero servire queste forme. Se diventano la fotocopia dell’organizzazione sindacale non hanno più ragione di esistere, se non come elemento estetico.

R: Anche io mi sono approcciato alla lotta in ferrovia degli scorsi anni con in testa l’idea del collettivo autorganizzato. Mi sono però reso conto che in settori di lavoratori meno politicizzati è molto più difficile dare vita a forme di lotta autorganizzate, o comunque è necessario fare un ulteriore lavoro precedente. Il CALP per esempio nasce da un legame forte dei portuali con i movimenti antifascisti genovesi, e così vale per il GAP a Livorno e il collettivo GKN a Campi Bisenzio. In casi in cui questo livello di politicizzazione manca, fare militanza in un sindacato di base combattivo e alternativo al sindacato concertativo “agenzia di servizi”, può permettere proprio quella politicizzazione che è necessaria alla lotta in una prospettiva di classe. Che pensi di questa dialettica?

D: È chiaro che c’è un legame tra prospettiva e lotta quotidiana, ed è quello che molte organizzazioni sindacali sembrano non considerare. Talvolta si pensa che abbassare semplicemente le richieste a qualcosa di più spicciolo porterà con sé più persone; dal momento che una lotta per ottenere 50 euro in più, per esempio, dovrebbe mettere tutti d’accordo. E poi non si capisce come mai, invece, la lotta solo per 50 euro in più non regge mai.

Perché non è che in Italia abbiamo avuto il sindacato universalistico che ha perso, e il sindacato economicista che invece in 30 anni ha difeso economicamente i lavoratori. In tal caso uno potrebbe veramente evidenziare il lato economico e dire: guarda, intanto il sindacato economicista ha fatto mettere la minestra sulla tavola alla gente, reggendo sui salari, eccetera, mentre tu sei ancora lì che parli di fenicotteri rosa e Albania. Ma non è così. Non è questo che è accaduto.

Perché ogni lotta in ultima analisi è un investimento sul futuro, il sacrificio di un pezzo di presente per il futuro. Un sacrificio che non è soltanto lo sciopero: è dire no a uno straordinario, è rifiutarsi di salire su un traliccio perché non previsto dalle mansioni del lavoro, o perché non sono presenti opportune misure di sicurezza. Insomma, ognuno poi si ristruttura sul suo livello di rinuncia e di rassegnazione.

E tanto più tu abbassi il futuro che sta dentro una lotta, tanto più è facile trovare ragioni nel presente per abbandonarla. Per cui se stai lottando solo per i 50 euro in più, probabilmente ne accetteresti anche 30. Ma per 30 euro in più non ti metteresti nemmeno in movimento. Cioè più tu abbassi il livello della rivendicazione e più in realtà, non avendo prospettiva, non trovi ragione nel sacrificio di oggi.

Noi in GKN in realtà abbiamo retto sulla parte sindacale in maniera coerente, e abbiamo dovuto costruire politicizzazione proprio per reggere sulla parte sindacale. Non avrebbe senso resistere su un posto di lavoro così tanto se non si inserisce a un certo punto una prospettiva che va oltre. Quindi da un certo punto di vista è vero che spesso i luoghi di lavoro dove si dà più attività sindacale sono quelli che si calano già in un humus accumulato di movimento, sociale.

D’altra parte questo è spesso casuale, perché purtroppo i gruppi di movimento che fanno attività consapevole e organizzata sui luoghi di lavoro sono pochissimi, e di conseguenza non esiste oggi nessun vero motore di una politicizzazione dei luoghi di lavoro su cui poter costruire attività sindacale. Esistono più dei grossi cicli di movimento che colpiscono alcuni settori della classe, e che finiscono poi per diventare radicali anche sul piano sindacale. Ma perché hanno formato una scala di valori su altri terreni.

Fondamentalmente credo che la chiave sia questo: l’attività sindacale rinasce se vi si inserisce una prospettiva, o se c’è una prospettiva nella società che influenza l’attività sindacale.

R e S: Voi da cinque anni a questa parte avete fatto un gran lavoro sull’immaginario. Pensiamo per esempio all’Insorgiamo Tour, un processo interessante di avvicinamento verso altri lavoratori in altri luoghi d’Italia, portando avanti un immaginario di lotta. Che ruolo pensi abbia avuto questo nel favorire nuove realtà di lotta?

D: Io credo che il lavoro che noi abbiamo dovuto fare, anche involontariamente, sulla narrazione, attenga proprio al rapporto tra la lotta e il concetto di vittoria. In un certo senso non bisognerebbe partecipare a nessuna lotta senza avere l’ambizione della vittoria.  Nel contempo però bisogna chiarire quale rapporto avere con la vittoria: perché non c’è lotta a cui si dovrebbe partecipare solo sapendo di vincere. Se tu dovessi partecipare a una lotta solo perché vincerai, non dovresti partecipare a nessuna lotta.

Peraltro, è una delle cose più difficili da stabilire se hai vinto o non hai vinto una lotta sindacale, perché dovresti avere chiarezza dei rapporti di forza. Dal momento in cui la lotta sindacale è di per sé un compromesso (sedersi al tavolo con un padrone è un compromesso rispetto alla società che tu vorresti costruire), misurare se questo è positivo o negativo è una discussione eterna.

Ma la realtà è che dentro una lotta ci sono due modalità di misurare i suoi risultati. Da un lato, ciò che effettivamente conquista. E quindi è chiaro che bisogna puntare a stare sui propri obiettivi in maniera chiara, concreta, e praticarli seriamente, non per testimonianza: è bandita da questo momento della storia ogni lotta di pura testimonianza. Questo stare sull’obiettivo della vittoria e non essere schiavi della paura della sconfitta è il motore della lotta. È ciò che ti fa abbandonare ogni rassegnazione.

Dall’altro lato, una delle vittorie è depositare coscienza che servirà ad altre lotte, non alla tua.

In altri tempi questa enorme narrazione e questo rapporto tra ciò che la lotta ottiene subito e ciò che la lotta lascerà, era assolto completamente dalla prospettiva politica, di fronte a grossi partiti comunisti, a un’altra società, eccetera. Per cui negli anni 50-60, per esempio, era chiarissimo che non ci fosse il problema di perdere o vincere in una singola lotta, in una singola fabbrica. Ovviamente faceva la differenza rispetto ai lavoratori di quella fabbrica, perché essere sconfitti poteva portare a perdere il posto di lavoro. Ma era chiaro che ogni lotta fosse inserita in un movimento complessivo della classe, che andava in una certa direzione.

Non avendo più questo, chiaramente, noi ci siamo trovati a dover improvvisare un immaginario rispetto a quello che la lotta in GKN doveva costruire. Anche lì non nel senso fuffa o posticcio del termine, ma sempre stando plasticamente aderenti ai nostri obiettivi.

Se il capitale l’avesse fatta facile e avesse riportato la produzione dopo che siamo riusciti a respingere i licenziamenti nel settembre 2021, e ci avesse poi chiuso in sette anni, licenziandoci a mano a mano, probabilmente non avremmo sviluppato l’immaginario della riconversione ecologica.

Ci siamo trovati invece in un limbo in cui la produzione non c’era più. E a quel punto eravamo legittimati dalla forza della lotta, dall’assemblea permanente che teneva la fabbrica, e dall’attenzione che avevamo in quel momento, a sviluppare un nostro immaginario. Abbiamo detto: il capitale chiude, ma noi possiamo proporre il nostro piano industriale. E siccome è il piano industriale di una fabbrica difesa dalla collettività, ci si deve chiedere come l’industria serve la collettività. E così ci siamo inseriti sulla riconversione ecologica. Quindi in qualche modo la narrazione è stata tutto ciò che era necessario per dare la prospettiva a una lotta, proprio perché una lotta senza prospettiva non regge.

Io credo che una lotta debba sempre avere un certo livello di creatività, di narrazione. E in realtà l’ha sempre avuto. Perché noi ci siamo ingrigiti, ma il movimento operaio ha prodotto teatri operai, canzoni, immaginari, riferimenti. Chiaramente un tempo tutto questo si notava di meno perché si inseriva in un grosso immaginario di cambiamento radicale della società. Oggi le singole lotte devono sobbarcarsi anche questo tipo di immaginario.

R e S: Interessante come il vostro immaginario abbia attecchito moltissimo anche sui movimenti studenteschi e giovanili. Forse per la questione ecologica?

D: Sì, ma non solo: in GKN c’era la sensazione di partecipare a una lotta che parlava di futuro ma che aveva anche un qui e ora. C’era la sensazione che per esempio non andare a un corteo avrebbe fatto crollare la lotta, non andare a fare un turno in fabbrica ci avrebbe impedito di resistere, eccetera. C’era la possibilità di mettere fuori il naso e verificare a che punto fosse la lotta: “c’è da cambiare la società ma intanto oggi, qui, c’è qualcosa da fare”. Per me questa è stata la grossa forza.

Una forza che infatti poi si è ritrovata in tante altre lotte e urgenze. La Flotilla dello scorso autunno, per esempio, si è inserita nello scontro con il genocidio in Palestina, ma l’elemento scatenante era sapere che c’erano delle barche che stavano andando a sbattere contro il blocco, e i nostri andavano difesi subito.

Nel meccanismo del qui e ora non soltanto io devo scendere in piazza per dire che in futuro ci sarà un cambiamento e che tutto fa schifo: ma all’interno del futuro cambiamento, mentre dico che tutto fa schifo, intanto c’è qualcosa per cui se scendo in piazza o non scendo in piazza cambia tra il bianco e il nero, tra il giorno e la notte, tra la vittoria e la sconfitta. Questo è stato il livello di coinvolgimento raggiunto.

R: Più volte avete parlato del metodo Flotilla. Cos’è per voi?

D: Noi in realtà utilizziamo questo termine per ragioni di convergenza, come abbiamo fatto in altri momenti. Perché crediamo che ci sia da prendere il meglio dell’immaginario che tutti i movimenti portano avanti. È quello che abbiamo fatto anche con il movimento climatico dal settembre 2021 in poi. Nel modo in cui ogni movimento agisce ritroviamo delle cose che abbiamo fatto noi, senza volerci mai paragonare in maniera troppo meccanica e automatica.

Nel caso della Flotilla ci siamo chiesti: che cos’è la Flotilla? Non è pubblica, né privata: non è pubblica nel senso statale del termine, ma non è privata nel senso che non è una forza di un soggetto privato. È una forza comunitaria che sta in piedi con grosse difficoltà. E in questo ci siamo ritrovati, purtroppo, perché avremmo voluto prendere ben altre vie nella reindustrializzazione dal basso che facciamo noi: se ci riuscirà, faremo la reindustrializzazione ecologica partendo da un milione di euro di azionariato popolare, partecipato da 2000 persone, associazioni, eccetera. Anche questa non è forza statale, e non è privata nel senso classico del termine. È un’enorme forza comunitaria.

Un altro elemento che ci ha portati a parlare di metodo Flotilla è la rottura dell’attesa: tu non ti limiti a declamare che bisognerebbe rompere il blocco su Gaza, ma fai in modo di farlo subito.

E nel fare questo non ti indichi come la soluzione, perché nessuno di noi pensa che mettere gli aiuti umanitari su delle barche a vela risolva il problema del genocidio. Sappiamo tutti che ci sono altri strumenti di lotta. Per esempio la Flotilla non nega il diritto alla resistenza armata di una popolazione sotto occupazione, non hai posto i propri metodi pacifici in alternativa ad altri metodi di lotta.

Quindi ovviamente non sei la soluzione, però produci quell’esempio dal basso che toglie alibi ai governi e chiarisce che in questo sistema non c’è un’impossibilità a risolvere i problemi, ma una non-volontà di risolvere i problemi.

Parliamo poi di metodo Flotilla anche di fronte alla constatazione che oggettivamente ci sono dei momenti nella storia di emergenza (che il sistema sta moltiplicando). In cui non si può parlare di “domani” se non si accenna, anche solo per una pedagogia tra compagne e compagni di lotta, a occuparsi della sopravvivenza di un pezzo di compagne e compagni di lotta dell’oggi.

Applicare il metodo Flotilla in Italia in questo senso porta a chiedersi: veramente pensiamo che oggi il movimento operaio possa sopravvivere senza forti strutture mutualistiche?

La nostra risposta è no. Noi avevamo dei problemi di disagio psichico post-Covid e prima della chiusura della fabbrica. Di fronte a questo: o perdevamo un pezzo di classe, che decidevamo che non potevamo organizzare perché troppo trascinato via dai propri problemi; o prendevamo una posizione didattica e dicevamo che avrebbe dovuto pensarci l’ASL, scrivendoci un volantino e terminando così il nostro compito; oppure dovevamo riconoscere di avere un problema concreto, e che non avendo la funzione del supporto psicologico dentro la funzione sindacale, finiva che sul delegato sindacale ricadeva anche questo.

Quindi il fatto che nel movimento operaio non ci sia in questo momento una strutturazione del mutualismo produce un affaticamento ancora più grosso sulle lotte, che vengono poste di fronte a dei problemi che riescono a risolvere solo periodicamente, in maniera emergenziale.

Un po’ come durante le alluvioni che ci sono state: non vai a dare i volantini sul cambiamento climatico. Spali, con una prospettiva. Ed è quello che abbiamo fatto. Ecco, siamo un po’ in un’enorme alluvione permanente e costante, dove devi avere sempre la pala in mano per spalare. E la Flotilla ha avuto questa forza. 

In questo senso noi rivediamo un po’ di metodo Flotilla in quello che abbiamo fatto con la reindustrializzazione ecologica. Non era quello che la lotta sindacale ci chiedeva, perché rispetto a questo potevamo tranquillamente fare altro; ma era ciò che la lotta ci chiedeva in termini di efficacia.

E purtroppo una delle ragioni per cui siamo a rischio sconfitta è che le funzioni che avremmo dovuto avere internamente erano troppo più grandi di quelle che noi potevamo assolvere. Ad esempio, quando ci hanno tolto gli stipendi, se ci fosse stata una cassa di mutuo soccorso nazionale noi non avremmo dovuto perdere una quantità di tempo incredibile in discussioni laceranti all’interno su come organizzare il mutualismo; dal momento in cui nessuno aveva lo stipendio e quindi era difficile stabilire a chi dare una mano e a chi no.

R: Volendo provare a fare un bilancio, secondo te quali sono stati i punti forti e quali i punti deboli del movimento Blocchiamo tutto? E quali potrebbero essere gli elementi di uno slancio post-riflusso?

D: Innanzitutto io ritengo un problema che di fronte a un movimento così ampio ci sia stata una discussione di bilancio relativamente piccola e ristretta.

Detto questo, non penso che ci sia la capacità di nessuna forza organizzata di impedire i riflussi. I movimenti di massa hanno dei propri flussi, dei propri riflussi, e quindi non ho una concezione organizzativistica tale per cui penso che dal 4 ottobre in poi si potesse mantenere quel livello di mobilitazione.

Penso anche però che il compito delle direzioni organizzate sia quello di gestire i riflussi e le ritirate, e di non trasformarle in vuoti. Io, almeno personalmente, ho sentito in novembre un vuoto inquietante.

Si potrebbe obiettare che in realtà ci sono stati ben due scioperi generali dopo ottobre, uno a novembre e uno a dicembre. Ma la domanda che faccio è: quei due scioperi generali hanno avuto un impatto tale da essere nell’immaginario collettivo effettivamente una continuazione di quel movimento, tale da tenerlo vivo? O si è tornati a vecchie forme di mobilitazione che oggettivamente erano state superate in agosto e settembre?

Credo che parte del tentativo della destra di ristrutturare il proprio discorso in maniera ancora più aggressiva sia il risultato di un riflusso troppo verticale: tra le varie ragioni che portano la crescita del fascismo in una società – ce ne sono tantissime, non voglio semplificare – c’è anche il fatto che un movimento che si candida a bloccare tutto in una società che è già bloccata, e che non cambia poi, o che non fa capire come cambiare, cade nella trappola della destra che lo pone come responsabile del caos.

A me quello che colpisce sempre di tutti i troll, i vannacciani, i fascisti che spingono sui social, è sempre questa idea che loro ti danno, tipicamente fascista: perché non pensate ai problemi dell’Italia? Loro che sostengono un governo che ha gli strumenti per pensare ai problemi dell’Italia. Ribaltano completamente la percezione, per cui il movimento per la Palestina era quello che avrebbe dovuto risolvere i problemi dell’Italia, mentre il governo italiano è assolto. Anzi, il governo magari avrebbe fatto di più se non gli fosse stato impedito dalla sinistra, che con le sue enormi manifestazioni ha bloccato il paese ma poi fondamentalmente non chiede quello che dovrebbe.

Ora, è evidente che questa è un’interpretazione strumentale, non la sto sposando. Però è anche chiaro che il nemico attacca il castello dalle mura più deboli, ed evidentemente questa è la debolezza che si è riscontrata dentro al movimento: un’enorme fase “blocchiamo tutto”, a cui non è seguita l’articolazione di un programma con cui dal bloccare tutto si passava a cambiare tutto.

E con questo non intendo dire che bisognava mettere un programma nero su bianco, perché in realtà poi ci sono state le conferenze di programma, una piattaforma rivendicativa, eccetera. Intendo che non si è riusciti a trasformare quell’immaginario collettivo che si era sviluppato intorno al grido “Palestina libera”, in cui ognuno vedeva tutte le ingiustizie che stava vivendo riassunte in una bandiera, dentro effettivamente l’articolazione di quella bandiera; che doveva essere il punto di forza del movimento, e non soltanto (tra virgolette) simbolo di una doverosa solidarietà alla Palestina.

Se, per esempio, passa l’idea che abbiamo fatto il movimento per la Palestina e ora torniamo a fare i movimenti sul salario, e non che il movimento per la Palestina era un movimento sul salario, è chiaro che il movimento a un certo punto rifluisce. Perché i soggetti sociali possono vivere di solidarietà esterna fino a un certo punto. È mancata l’idea che stavamo portando la solidarietà a noi stessi, non in senso strumentale: è chiaro che era la Palestina il centro del movimento, ma nel fare il movimento per la Palestina miglioravamo le nostre condizioni sociali.

Questo è mancato. Perché dentro quell’enorme avanzata delle piazze non si sono create forme di movimento che pretendessero unità. Appena si è dato quel picco più alto del movimento il 3-4 ottobre, tutte le componenti organizzate al suo interno hanno avuto la tendenza, anche forse involontaria, a scomporlo nuovamente nei loro campi di appartenenza, cercando il più possibile di allargarli. Non sono qua a fare un discorso naïf o populista, sono legittimi i campi di appartenenza. Però di fatto è stata tolta al movimento la possibilità di svilupparsi sulle proprie basi.

Per questo ora c’è questo senso di riflusso, che poi è molto percepito ma non così reale, perché in realtà le lotte continuano. Ma si percepisce che dopo aver bloccato tutto si sia bloccato il movimento. In questo bisogna considerare anche il ruolo che ha giocato la repressione, che però a sua volta ha potuto farlo perché siamo passati da delle mobilitazioni sviluppatissime ad altre più deboli. Mi viene in mente la battuta di Serrati, quando in riferimento al Biennio rosso disse: “noi avevamo abbaiato, oro loro mordono”. Ho avuto un po’ questa sensazione qua. Ci siamo esposti con un certo tipo di slancio, poi abbiamo ritirato tutto e ora loro mordono.

Riguardo a questo ci sono due interpretazioni. La prima è che ci sia stato un enorme movimento spontaneo, in cui le organizzazioni partitiche e sindacali non hanno giocato alcun ruolo. Quindi un’interpretazione un po’ fatalistica della realtà: tutto spontaneo era, tutto spontaneo rifluisce. La seconda è che le organizzazioni abbiano avuto un ruolo – e io credo che lo abbiano avuto, a fronte di un’enorme spontaneità – ma non si sono rapportate al movimento come a qualcosa da far crescere, da far sviluppare sulle proprie basi.

A me, ad esempio, stranisce che sia passato in secondo piano il fatto che lo sciopero generale, generalizzato e unitario verso sinistra del 3 ottobre sia stato più avanzato di qualsiasi sciopero generale fatto negli ultimi anni. E che quasi sia stato meglio tornare alle vecchie forme di sciopero generale. Cioè, a settembre-ottobre c’è stata la tempesta perfetta: il blocco, lo sciopero, un richiamo di classe grazie ai portuali, un movimento giovanile forte, un’internazionalizzazione della lotta, la fusione con la lotta di un popolo che un tempo avremmo definito di resistenza anticoloniale; tutto si è fuso, creando la tempesta perfetta. Non dico che la si possa replicare sempre e comunque, ma almeno ragionare sugli elementi che hanno portato quella tempesta perfetta e provare a replicarli!

R: Il nostro territorio sta venendo sempre più coinvolto dalla militarizzazione. Per questo nasce la necessità di costruire coordinamenti tra lavoratori e movimenti, che abbiano duplice finalità: da un lato quella di fare inchiesta su come la riconversione bellica dell’economia si sta concretizzando nei nostri territori, nei trasporti, nelle industrie; dall’altro quella di unire le proprie forze per opporsi a questa deriva distruttiva. Con questo spirito è nato il bollettino HUB, partecipato dai portuali di Livorno, dai ferrovieri, dal Movimento No Base di Pisa e altri, che insieme stanno mappando la filiera della logistica bellica nel territorio tosco-ligure, e lo scorso marzo sono riusciti a bloccare a Pisa un treno carico di armi diretto a Palmanova. Cosa pensi di questo tipo di progetto?

D: Che è fondamentale. Innanzitutto per rispondere a una domanda teorica, che non è di poco conto, e cioè quanto effettivamente il militarismo sta penetrando nell’economia. Noi rispetto a ciò abbiamo sempre detto che la riconversione bellica è sbagliata e atroce, e che non riusciranno a farla nemmeno come dicono; nel senso che abbiamo dubbi che, con un capitalismo di massa maturo come quello attuale, riescano effettivamente a generare sufficiente produzione bellica per sostituire interi pezzi dell’industria che stanno colando a picco. E nel settore automotive questo è chiarissimo.

Detto questo, però, non è vero che non ci sia una strisciante riconversione bellica, che non è limitata solo alla Leonardo, ma a un indotto molto più ampio. Senza considerare il fatto che più aumenta il militarismo e più è impossibile stabilire che cosa sia bellico: banalmente anche le scarpe possono andare ai piedi di un soldato invece che ai piedi di un civile. E solo se si è dentro ai luoghi di lavoro si può sapere se gli anfibi che vengono prodotti andranno da un lato o dall’altro.

In questo senso, nel lavoro che state facendo si afferma molto bene che il controllo di classe è l’unico elemento che veramente dà una radicalità all’antimilitarismo, perché riesce a vedere dall’interno i meccanismi della produzione, riuscendo anche solo a capire che cosa è veramente bellico, che cosa non è bellico, e come intervenire.

È importante far sentire che c’è la guerra attorno a noi, per creare un qui e ora contro la guerra. Perché anche la guerra è una di quelle cose contro cui si possono organizzare le classiche manifestazioni, non dovendocisi misurare oggi stesso o domani, e rimane un generale auspicio. Invece bisogna colpire la guerra nelle sue filiere produttive.

Rispetto a questo, il tema grosso che emergerà sempre più nei luoghi di lavoro è che più l’economia di guerra si diffonde, più il salariato guadagnerà dalla produzione di guerra. Di conseguenza diventa difficile sostenere il tema della sostituzione delle commesse civili con quelle militari, se si vuole andare oltre l’aspetto simbolico. Se contemporaneamente non si porta avanti la lotta per la riconversione ecologica e su esempi concreti. I quali non ti servono per dire (torno al metodo Flotilla): “facciamo tutti come alla ex-GKN, perché quella è la soluzione”. Ma piuttosto: “guarda cosa hanno fatto lì, non temere se rifiutiamo la commessa di guerra perché lotteremo per altri tipi di conversione, di soluzione”.

E quindi credo che il lavoro di blocco, di indagine, di messa a disposizione delle competenze sul tema della militarizzazione debba stare fortissimo sulla questione ecologica, anche qua in convergenza. Altrimenti poi a un certo punto sbatterà contro un limite che non riuscirà a valicare. E cioè che si riesce a bloccare un treno, un giorno si trova magari la combinazione perfetta perché in un luogo di lavoro ci sia la sensibilità per rifiutare una certa commessa bellica, però poi si sbatte sempre contro il ricatto morte-salario che prende il movimento operaio.

Tra di noi lo sappiamo che la soluzione è in un cambio radicale della società, non nel sostituire come una formichina una commessa dopo l’altra con le riconversioni. Però è anche vero che abbiamo bisogno di esempi concreti, e che in questi esempi concreti nasce poi quell’immaginario a partire da cui si può dire: “generalizziamolo all’intera società”.

R: Quindi secondo te la riconversione ecologica dovrebbe essere inserita come elemento di proposta un po’ in tutte le realtà di lotta, in questo contesto di crisi industriale e riarmo?

D: Sì. In generale noi ripetiamo che il contenuto del lavoro non è neutro, che abbiamo diritto a produrre lavoro e vita (per sé e per gli altri) allo stesso tempo, rifiutando quindi ogni tipo di contrapposizione tra il lavoro e qualcosa che non sia vita. Sia in termini di inquinamento, sia in termini di sicurezza per sé, sia in termini di ciò che viene prodotto.

Chiaramente dobbiamo affermarlo e riaffermarlo, ma credo anche che la stragrande maggioranza dei sindacati (forse a esclusione della CISL) non trovino difficile fare proprie queste parole. Non penso, per esempio, che ci siano problemi a dire questo per la CGIL o per la direzione FIOM, nelle conferenze programmatiche o nei convegni. Andare invece a un tavolo e rifiutare una commessa perché viola questo principio è un altro discorso.

C’è stata una recente intervista al nostro caro sindaco di Campi Bisenzio, Tagliaferri [del Partito Democratico, n.d.r.], in cui tra le varie cose diceva che il collettivo di fabbrica non doveva arrabbiarsi per i ritardi del consorzio. A un certo punto toccano il tema della riconversione bellica; perché effettivamente è strano che un’area industriale così ampia non abbia già alle spalle un player grosso come la Leonardo ad esempio, visto che oggi di grossi settori industriali che si sviluppano in Italia, a parte quello militare, io non ne vedo. E alla domanda “sì alla reindustrializzazione, no alla speculazione, anche se si trattasse di una riconversione nel settore della difesa?”, ha risposto in sostanza che continueranno a dire la loro contro il riarmo nei convegni, però poi se devono andare a valutare la situazione industriale concreta non escluderanno il settore bellico.

Si crea sempre questo doppio standard, questa doppia morale. Credo che nessuno a sinistra (forse escluso il PD quando chiede il riarmo per l’Ucraina) abbia problemi a parlare contro il riarmo nei convegni, perché non costa nulla. Altro discorso è andare in un luogo di lavoro e sostenere o proporre un’alternativa. Anzi, stanno molto attenti a non darti questa idea di alternativa. Ed evidentemente possiamo anche rispondere che l’alternativa è il socialismo, ma non è efficace nella condizione data.

R: Siete riusciti a raccogliere un milione di euro con l’azionariato popolare, grazie ad associazioni e singole persone, e recentemente avete annunciato che dovrete trasformarvi in qualcos’altro. Cosa succederà e in cosa vi trasformerete?

D: Tornando alla metafora della Flotilla, abbiamo detto che dobbiamo trovare una data per salpare e poi salpare. Questo vuol dire che non è possibile portare oltre la lotta operaia con una comunità che operaia non è più; perché siamo disoccupati. E senza almeno una piccola forma centripeta contro le forze centrifughe, cioè in cui si ricrea un centro di lavoro, non è possibile andare avanti, fosse anche solo simbolicamente.

Quindi dobbiamo partire con la cooperativa, probabilmente con la direttrice delle cargo bike, che comunque non è la direttrice che ci permetterà di rioccupare tutti. Quindi dovremo inventarci tante altre forme per tenere dentro le persone disoccupate e gli ex-lavoratori collegati alla lotta. La lotta su questa fabbrica rimane. La lotta per l’intervento pubblico e la fabbrica socialmente integrata anche. Però dovremo far partire la cooperativa.

Dietro a questo ci sarà ovviamente un enorme potenziale mentalmente corruttivo, perché passeremo da essere una lotta sociale a una cooperativa che deve stare sul mercato, contro il mercato. Nel fare questo in realtà siamo in linea con tutto ciò che hanno fatto le fabbriche argentine, brasiliane, venezuelane e anche alcune fabbriche europee. In Sud America avevano inventato lo slogan “occupare, resistere, produrre”, dove il produrre veniva non a caso dopo il resistere: perché per quanto possa resistere una fabbrica, se non fa ripartire la produzione cessa di essere una fabbrica. Diventa un’altra cosa. Diventa uno spazio sociale e comunitario, che va benissimo in generale ma non nel nostro caso specifico, perché non è quello l’obiettivo.

Contro la forma cooperativa c’è giustamente una genuina resistenza da sinistra, perché viviamo nel mondo delle cooperative iper-sfruttanti e auto-sfruttanti, che tutto sono fuorché cooperative. Viviamo già nel periodo della degenerazione matura e chiara di questa forma, quindi è chiaro che noi non crediamo di resuscitarla dallo stato in cui è nel nostro paese. Ma è l’unico strumento che un posto di lavoro che resiste, in un contesto di non-cambiamento radicale della società, può darsi per trasformare l’assemblea dei lavoratori in assemblea di co-produttori; con tutti i rischi che questo comporterà, e contro cui non c’è un antidoto unico.

L’unica cosa che possiamo fare è ricordarci che le cooperative, così come le casse di mutuo soccorso, le case del popolo, i circoli ricreativi operai, sono nati dal movimento operaio per le esigenze del movimento operaio. E che il problema non sta nell’esistenza di questi strumenti, ma nella possibilità che questi strumenti si isolino dal resto del movimento generale della classe.

Per cui la vera sfida sarà continuare a reindustrializzare collegandosi al movimento di convergenza. In questo, il fatto che l’azionato popolare sia già di per sé un’assemblea popolare è un piccolo antidoto, anche se chiaramente non è di per sé sufficiente.

Chi proverà a isolare questo esperimento da sinistra evidentemente non farà un favore a se stesso, perché non parteciperà alle problematiche e alle lezioni che deriveranno da questo esperimento. Non comprenderà che il punto è non lasciarlo isolato, proprio per non slegarlo dal movimento più generale della classe o della lotta.

Quello che ci raccontano è che quando crei una cooperativa cessa il conflitto capitale-lavoro. Ma semplicemente il conflitto capitale-lavoro non cessa mai: in una cooperativa si dà tra la cooperativa e il mercato, tra la cooperativa e i tassi di interesse. Bisogna partire insieme per un viaggio in cui si va semplicemente ad aprire un’altra trincea nello scontro tra le classi. Lo scontro tra capitale e lavoro viene trasportato su un altro livello, che è un livello più complicato, ma può essere anche più interessante.

Io per esempio posso dire che la reindustrializzazione vissuta dall’interno a me non ha confermato la bontà del capitale, anzi, ha confermato tutto ciò che di male pensavo del capitale, dovendomi anche rapportare con quanto poco in realtà il capitale ha a che fare con la produzione di valore d’uso. Per cui quando tu ti poni il problema di produrre valore d’uso scopri che dentro il campo capitalista di tutto si discuterà fuorché di quello.

S: E rispetto alla sede permanente in fabbrica, dove ci sono i macchinari che un po’ rappresentano anche la leva nei rapporti di forza che avete avuto soprattutto all’inizio della vertenza, l’idea è quella di mantenere una lotta e un presidio attivo qui?

D: Di questo ne stiamo ancora discutendo. Perché da un lato, se ci dobbiamo concentrare su una forma di reindustrializzazione dobbiamo mettere tutte le forze in quella, non ci possiamo permettere di rimanere spalmati su troppi fronti. D’altra parte, vorremmo trovare la modalità per mantenere un presidio sociale. Stiamo valutando se però in questa fase sia più efficace itinerante o fisso.

Esiste un momento in cui una forma di lotta se perde la propulsione diventa quasi un feticcio e non più uno strumento.

S: Per moltissimi studenti che, come me, sono arrivati a Firenze all’inizio della vertenza GKN e hanno iniziato a fare politica rapportandosi direttamente con la fabbrica, questa ha significato molto sul piano simbolico ed emotivo.

D: Non dirlo a noi. Però penso che la maturità di una lotta a un certo punto stia anche nel superare un certo livello di attaccamento emotivo, che è fortissimo. E proprio perché il simbolo non evapori bisogna capire come tenerlo vivo. Quello che è già stato in questi cinque anni è già stato in questi cinque anni. Se il tema fosse stato quello di capitalizzare individualmente la narrazione di questi cinque anni, io penso che chi voglia mettersi a produrre libri, documentari e spettacoli – che peraltro già ci sono – ha altri 4-5 anni di lavoro per farlo. Una compagna, per esempio, mi parlava poco fa di un altro spettacolo sulla ex-GKN fatto da dei pratesi, di cui non sapevo assolutamente niente.

Il tema è proprio non fare soltanto quello. Cioè farlo, perché questi cinque anni ci sono stati, ma chiedersi anche come continuino a interagire con la realtà. E forse se non cogliamo il momento di salpare facciamo un danno anche a questi cinque anni.

Intervista a cura di

Roberto Marchese

Simone Izzo

Roberto Marchese

Nato a Prato nel 1996, ferroviere e studente di filosofia all'università di Firenze. Collabora con La Voce Delle Lotte approfondendo sul campo le dinamiche sindacali e le lotte dei lavoratori

Nato a Napoli nel 2001, laureato in ingegneria informatica, ha militato in Studenti di Sinistra a Firenze e attualmente nella FIR-Voce delle lotte. Co-ideatore del 'brand' di magliette militanti "Vesti Comunista".