La protesta di Cala Finanza / Su Fenosu si è conclusa con una vittoria importante. Una mobilitazione popolare ha contribuito a bloccare un progetto di cementificazone turistica che sembrava ormai avviato. Sarebbe però un errore considerare questa vicenda un semplice incidente amministrativo e non il prodotto di un modello di sviluppo che considera la Sardegna uno spazio subordinato di valorizzazione del capitale, perpetuando rapporti di dipendenza economica e politica che nessuna ZES può superare, perché ne costituisce anzi uno degli strumenti più avanzati. La vicenda ci costringe a interrogarci sul modello di sviluppo che continua a rendere possibili operazioni di questo tipo e sulle forme e le prospettive politiche attraverso cui proviamo a contrastarle.

Versione in Sardo (logudurese)


Anatomia di una ‘speculazione’ annunaciata

Tancas fattas a s’afferra affera

Si su chelu fit istadu in terra

Fenta cussu haian serradu

(Melchiorre Murenu, 1820)

 

[”Pascoli recintati all’arraffa arraffa

Se il cielo fosse stato a portato di mano

Avrebbero recintato pure quello”]

 

Stavolta, potremmo aggiungere, che se l’acqua fosse un solido, anche questa sarebbe stata edificata.

Le parole di Melchiorre Murenu sembrano attraversare due secoli senza perdere efficacia. Nell’estate del 2026, Cala Finanza è diventata l’ultimo simbolo della pressione edilizia che continua a interessare il litorale sardo, in particolare la Gallura, dove la concentrazione dei flussi turistici rende il territorio uno degli spazi più redditizi per la valorizzazione immobiliare.

Il progetto presentato da Tavolara Bay s.r.l., società riconducibile al gruppo brasiliano JHSF attraverso il Fasano Group, prevedeva la realizzazione di un nuovo complesso turistico di lusso comprendente una struttura alberghiera a cinque stelle, decine di ville private, servizi commerciali e ricettivi, spazi destinati alla nautica da diporto e nuove strutture per l’ospitalità diffusa. Un intervento di grandi dimensioni pensato per consolidare ulteriormente un modello di turismo ad alta redditività in una delle aree più pregiate della costa nord-orientale.

Sarebbe però riduttivo leggere questa vicenda come il tentativo, più o meno riuscito, di costruire un nuovo albergo sulla costa. Cala Finanza è piuttosto il punto d’incontro tra interessi economici, strumenti amministrativi e un preciso modello di sviluppo che continua a individuare nella “rendita” turistica il principale orizzonte economico della Sardegna.

Pian piano sempre più cittadini hanno iniziato a chiedersi come fosse possibile che un’opera di tali proporzioni venisse edificata proprio qui. L’area si trova infatti a ridosso del mare, all’interno dell’Area Marina Protetta di Tavolara – Punta Coda Cavallo ed è sottoposta a una pluralità di vincoli paesaggistici e ambientali che, almeno sulla carta, dovrebbero rendere estremamente difficile qualsiasi nuova trasformazione urbanistica. Dal 2004 inoltre la Sardegna dispone di un significativo strumento legislativo di tutela paesaggistica: la legge regionale n. 8, nota come “legge salvacoste”, da cui sarebbe poi derivato il Piano Paesaggistico Regionale. Nata per arrestare l’espansione edilizia lungo il litorale, la normativa ha introdotto un sistema di salvaguardia che ha profondamente modificato il governo delle coste sarde, limitando le nuove edificazioni e subordinando le trasformazioni territoriali a una pianificazione paesaggistica complessiva.

Eppure il progetto non nasce da un abuso né da un’iniziativa improvvisata. Al contrario, percorre gran parte dell’iter amministrativo previsto dalla normativa vigente. Il passaggio decisivo avviene il 25 novembre 2025, quando il Consiglio comunale di Loiri Porto San Paolo approva la delibera n. 50, esprimendo parere favorevole alla proposta presentata da Tavolara Bay nell’ambito della conferenza di servizi convocata per il procedimento autorizzativo. La delibera sostiene che il progetto non comporterebbe nuove volumetrie edilizie, ricomprendendo anche i moduli destinati al glamping tra le strutture amovibili e quindi non rilevanti ai fini urbanistici. Una ricostruzione che verrà successivamente contestata sia sul piano tecnico sia su quello giuridico.

Pur trattandosi formalmente di un atto endoprocedimentale, destinato cioè a confluire nel procedimento senza costituire di per sé l’autorizzazione definitiva, quella deliberazione diventa il presupposto sul quale la Struttura di Missione ZES rilascerà, nel febbraio 2026, l’Autorizzazione Unica necessaria alla realizzazione del progetto. Nonostante i pareri critici espressi da diversi uffici tecnici e amministrazioni coinvolte, l’iter autorizzativo prosegue fino a quando la vicenda non esce dagli uffici e diventa oggetto di discussione pubblica.

Nelle settimane precedenti alla manifestazione il Gruppo d’Intervento Giuridico (GRIG) aveva già iniziato a segnalare le criticità del procedimento autorizzativo, mettendo in evidenza le numerose incompatibilità urbanistiche e paesaggistiche del progetto. La vicenda, inizialmente rimasta confinata agli addetti ai lavori e ai soggetti impegnati nella tutela del territorio ma ignorata sul piano della politica istituzionale, è venuta rapidamente a galla quando cittadini e frequentatori della spiaggia hanno documentato l’avvio delle attività nell’area, facendo esplodere il caso anche sul piano mediatico.

Foto di Vittorio Cuccheddu

La ZES e i meccanismi del sottosviluppo in Sardegna

Ciò che è avvenuto a Cala Finanza non può essere compreso limitandosi alla ricostruzione dell’iter autorizzativo. L’utilizzo della ZES Unica per il Mezzogiorno è l’espressione più recente di una lunga storia di politiche che hanno affrontato il sottosviluppo del Mezzogiorno – e della Sardegna in particolare – come un problema di attrazione del capitale, piuttosto che di trasformazione della struttura produttiva.

L’idea che lo sviluppo delle aree periferiche possa essere promosso attraverso grandi investimenti esterni accompagna infatti la storia della Repubblica sin dagli anni della Cassa per il Mezzogiorno [1]. La strategia dei cosiddetti “poli di sviluppo” nasceva dalla convinzione che la concentrazione di grandi impianti industriali avrebbe generato un effetto moltiplicatore sul resto dell’economia locale: infrastrutture, occupazione, imprese dell’indotto, innovazione tecnologica. Lo Stato non si limitava a concedere incentivi, ma assumeva un ruolo diretto nella programmazione degli investimenti, individuando i settori ritenuti strategici e destinandovi ingenti risorse pubbliche.

I limiti di quella stagione sono oggi ampiamente noti. L’industrializzazione fu spesso imposta dall’alto, senza un reale radicamento nel tessuto produttivo locale. Le attività a maggiore contenuto tecnologico e i segmenti della filiera capaci di generare il maggior valore aggiunto rimasero concentrati nei territori economicamente più forti, mentre alle aree periferiche venivano demandate prevalentemente le fasi produttive più dipendenti dal basso costo del lavoro, dalla disponibilità di suolo e dagli incentivi pubblici. L’indotto che avrebbe dovuto consolidare un sistema produttivo autonomo si sviluppò solo in misura limitata, lasciando le economie locali in una condizione di dipendenza strutturale. Inoltre, la costruzione di poli produttivi statali come ad esempio l’ILVA di Taranto, ma per rimanere in Sardegna i petrolchimici di Porto Torres e Ottana, non garantivano contro la devastazione ecologica del territorio, così come da dinamiche di deindustrializzazione.

Il fallimento di questa strategia non dimostra però che ogni forma di intervento pubblico sia destinata all’insuccesso; dimostra piuttosto l’impasse di una programmazione statale rimasta subordinata agli investitori privati – nel caso del sud e della Sardegna in gran parte esterni poiché concentrati nel nord Italia e all’estero – e al contempo cieca nei confronti delle esigenze di lavoratorə, comunità e territori. Senza una pianificazione democratica e centrata sui bisogni sociali invece che sul profitto, anche un forte intervento statale rischia di consolidare rapporti di dipendenza, sfruttamento e incompatibilità ecologica, invece di superarli. Negli ultimi decenni questo limite non è stato corretto, ma anzi radicalizzato.

A partire dagli anni Novanta, con il progressivo abbandono delle politiche di intervento straordinario, il ruolo dello Stato non scompare – come spesso si tende a dire – ma muta profondamente e la programmazione lascia progressivamente spazio a strumenti fondati sull’incentivazione dell’investimento privato. Se nella stagione della Cassa per il Mezzogiorno era almeno lo Stato a individuare gli obiettivi dello sviluppo – pur con tutti i limiti ricordati –, oggi, ancora più di ieri, è l’investitore privato a determinare, di fatto, la direzione della trasformazione economica del territorio. Il compito delle istituzioni diventa quello di rendere l’investimento il più rapido e conveniente possibile.

La ZES Unica – che estende una misura già approvata dal PD di Renzi nel 2017 – rappresenta il punto di arrivo di questa evoluzione. Essa concentra in un’unica procedura autorizzativa competenze prima distribuite tra amministrazioni diverse, accelera i tempi decisionali e accompagna gli investimenti con un sistema di agevolazioni fiscali destinato ad aumentarne la redditività. Tutto questo viene giustificato con l’obiettivo di ridurre gli ostacoli burocratici e attrarre nuovi capitali nel Mezzogiorno. In tal senso questa misura non rappresenta semplicemente una continuità con le politiche del passato. Ne costituisce una radicalizzazione. Se la stagione dei poli di sviluppo coltivava almeno l’ambizione – rivelatasi in larga parte illusoria – di trasformare la struttura produttiva attraverso l’industrializzazione, la ZES rinuncia persino a quell’obiettivo. Più in generale, rafforzando la presa del capitale e la subordinazione politica del sud e della Sardegna nello specifico, la ZES ne riproduce il sottosviluppo. Sia ben chiaro: esso non è una fase precedente allo sviluppo, ma uno dei modi attraverso cui lo sviluppo capitalistico si realizza [2]. Le economie periferiche o dipendenti non rimangono indietro perché escluse dal mercato mondiale; al contrario, vengono integrate secondo modalità che ne orientano la specializzazione produttiva, ne limitano l’autonomia decisionale, le relegano a bacini di manodopera a basso costo e trasferiscono verso l’esterno una parte rilevante del plusvalore estorto alla classe lavoratrice. 

In questo quadro, se il capitale trova più conveniente investire nella rendita turistica che in attività capaci di sviluppare le forze produttive e diversificare la struttura economica, sarà inevitabilmente il primo settore a ricevere sostegno pubblico. Le istituzioni finiscono così per consolidare un modello che concentra la ricchezza nelle rendite fondiarie e immobiliari, produce occupazione prevalentemente stagionale, precaria e con bassi salari, mentre il plusvalore estratto ai lavoratori non non rappresenta un fondo di investimento per nuove attività economiche, oltre il turismo stesso. Al contrario, con la mediazione del sistema finanziario, questo plusvalore viene in gran parte trasferito e investito nelle aree dove le principali banche e imprese hanno il loro quartiere generale (ovvero il nord Italia e l’estero) [3].

Tutti questi meccanismi rafforzano le diseguaglianze dello sviluppo all’interno del territorio dello stato italiano, e nella fattispecie la specializzazione della Sardegna, appunto, nel turismo e in pochi settori industriali inquinanti – l’80% delle esportazioni sarde è rappresentato dalla raffineria Saras di Sarroch. Infatti,  abbiamo usato l’esempio del turismo perché è il caso più direttamente collegato alla vicenda di Cala Finanza, ma lo stesso modello può essere applicato, storicamente agli investimenti minerari e nei settori poc’anzi citati, e oggi a quelli nelle energie rinnovabili a cui è soggetta l’isola, ove essi hanno riaperto enormi contraddizioni senza contribuire minimamente né allo sviluppo, né alla transizione ecologica locale, in base a una logica ‘estrattivista’.

A questo punto è importante sottolineare come, particolarmente nel caso della Sardegna, lo studio del sottosviluppo debba combinare all’analisi dei processi di integrazione capitalistica subordinata quella del “colonialismo interno”. Si tratta di un’espressione calzante per segnalare, il ruolo coercitivo dello stato italiano, entro i cui confini la Sardegna è collocata, nell’imporre una logica economica dipendente, storicamente tramite dinamiche violente di spossessamento [4] , ma oggi anche attraverso strumenti come la ZES e i processi di militarizzazione (la Sardegna ospita il 60% del totale delle servitù militari italiane).

Nessun rapporto di subordinazione economica dei territori è però semplicemente imposto da fuori. Esso richiede sempre mediazioni politiche, istituzionali ed economiche, nonché gruppi dirigenti e imprenditoriali locali disposti a svolgere un ruolo attivo nella sua riproduzione. A beneficiare della dipendenza della Sardegna, della monocultura turistica, quindi della precarietà e dei bassi salari che questo modello genera, non vi sono solo i padroni continentali, ma anche quelli sardi. Tramite rapporti clientelari con lo stato italiano e le amministrazioni locali, mediati dai partiti politici, questi ultimi possono inoltre spartirsi quote di plusvalore con i primi tramite appalti pubblici, concessioni ecc., come emerso nel caso di Tavolara Bay. 

Certo, le opportunità per la debole borghesia locale di essere coinvolta in questi processi sono relativamente ridotte e legate a specifiche contingenze politiche e finanziarie determinate dall’esterno, dunque non è da sottovalutare l’interesse di questi settori affinché le tutele ambientali locali siano meno restrittive e diano loro margini per operare in maggiore autonomia e in continuità con un modello di sviluppo che, se non trovasse ostacoli, renderebbe ogni centimetro di spiaggia privatizzato sotto forma di beach club. In altri termini, se è vero che talvolta emergono contrasti tra settori imprenditoriali sardi e continentali essi possono essere ricomposti tramite l’aumento dello sfruttamento di lavoratori e territori. È proprio per questo che ogni lettura puramente identitaria del colonialismo risulta insufficiente. L’identità nazionale o territoriale, da sola, non è in grado di spiegare perché amministrazioni di colore politico differente abbiano spesso condiviso la medesima idea di sviluppo perpetuando le stesse decisioni politiche con lievi sfumature. 

 

Dal basso, ma verso dove? Una prospettiva anticapitalista per la mobilitazione

Alla luce di quanto detto fin qui, la mobilitazione contro il progetto di Cala Finanza rappresenta, senza dubbio, un fatto politico rilevante. In una fase di generale difficoltà dei movimenti sociali sardi, essa è riuscita a coinvolgere numerose realtà associative, ambientaliste e politiche, oltre a centinaia e centinaia di cittadini privi di precedenti esperienze di militanza. Anche per questo sarebbe un grave errore sottovalutarne il valore. La revoca dell’autorizzazione dimostra che anche in un quadro di rapporti di forza sfavorevoli l’iniziativa collettiva può incidere concretamente sulle decisioni delle istituzioni.

Proprio perché la mobilitazione è stata importante, è necessario però interrogarsi anche sulle contraddizioni emerse nel corso del suo sviluppo. Una vittoria difensiva, infatti, non coincide automaticamente con la costruzione di un movimento capace di incidere sulle cause strutturali del conflitto. La domanda diventa allora un’altra: quali forme organizzative, quali soggetti sociali e quali parole d’ordine  possono trasformare una mobilitazione nata attorno a una singola vertenza in un movimento capace di mettere in discussione il modello di sviluppo che quella vertenza ha prodotto?

Nessuna organizzazione può nel suo agire non considerare i conflitti reali che insistono nella società. La spontaneità però, da sola, non produce automaticamente elaborazione politica. Senza luoghi di confronto, organizzazione e accumulazione delle esperienze, anche le mobilitazioni più partecipate rischiano di esaurirsi con il venir meno dell’emergenza che le ha generate.Purtroppo, durante la mobilitazione è emersa con forza una concezione secondo cui la presenza di organizzazioni politiche, simboli di partito o riferimenti ideologici avrebbe rappresentato un elemento di divisione della piazza. L’unità è stata così identificata, almeno da una parte dei promotori, con la neutralizzazione del dibattito politico interno alla protesta. Una simile impostazione presenta però un limite evidente. Nessuna mobilitazione è mai realmente “apolitica”. Anche la scelta di escludere determinate forme di organizzazione, di privilegiare alcuni linguaggi rispetto ad altri o di definire ciò che può o non può essere detto in una piazza costituisce una decisione profondamente politica.

Nel corso della manifestazione sono stati contestati simboli riconducibili a organizzazioni politiche, compresi quelli appartenenti a realtà indipendentiste sarde e antifasciste. Alcuni interventi sono stati interrotti od ostacolati, mentre l’invito a “lasciare fuori la politica” è stato presentato come condicio sine qua non per preservare l’unità della piazza. Nel mentre, è stato impossibile impostare un confronto sullo strumento ZES, creare un dibattito critico sul modello di sviluppo sardo che prendesse una posizione chiara e netta contro la cementificazione e a favore della difesa della salvacoste. Questa dinamica è stata sostenuta con particolare insistenza da Surra, movimento sedicente ‘apolitico indipendentista’, ma nei fatti riconducibile nell’alveo dei fenomeni etnonazionalisti, che ha aderito alla mobilitazione soltanto in un secondo momento, sin da subito tentato di orientare il linguaggio pubblico e le modalità di gestione della piazza. 

Nel suo discorso, Surra usa categorie come “colonialismo”, “autodeterminazione” o “popolo sardo” in una forma completamente svuotata, se non da una dimensione identitaria. Il conflitto sociale scompare così dall’analisi e la contraddizione principale tende a essere rappresentata come un’opposizione indistinta tra “Sardegna” ed “continente”, occultando il ruolo svolto da interessi economici, e non solo politici, locali nel perpetuare dinamiche di subordinazione e dipendenza. La comunità nazionale viene immaginata come sostanzialmente omogenea e l’identità diviene il principale criterio di appartenenza politica, mentre le contraddizioni di classe che attraversano la stessa società sarda scompaiono dall’analisi. L’indipendenza – diversamente da come l’indipendentismo progressista e marxista sardo ha sempre posto la questione -viene così concepita essenzialmente come recupero della sovranità nazionale, mentre rimangono sullo sfondo le contraddizioni di classe che attraversano la stessa società sarda. Il pericolo di un discorso di questo tipo, guarda caso coordinato con parole d’ordine anti-politiche e pratiche volte a ostacolare il dibattito, è quello di impedire la formazione di una coscienza politica capace di riconoscere il carattere strutturale, ovvero le dinamiche di dipendenza capitalistiche, dell’oppressione nazionale della Sardegna e di individuare i soggetti sociali in grado di metterle in discussione: la classe lavoratrice e i settori popolari sardi. Al contempo, in questo modo si rischia di favorire l’influenza sui movimenti contro la cementificazione turistica – ma anche contro la militarizzazione, da parte di settori imprenditoriali locali interessati a riprodurre il modello di sviluppo e i rapporti di subordinazione politica della Sardegna vigenti, a scapito di lavoratorə ed ecosistema. 

La questione non è quindi scegliere tra una generica difesa identitaria della Sardegna e l’accettazione passiva di qualsiasi investimento presentato come sviluppo. La questione è interrogarsi su chi decide la funzione economica e sociale del territorio, quali bisogni collettivi vengono soddisfatti e quali rapporti di potere vengono riprodotti. È anche per questa ragione che la vittoria ottenuta a Cala Finanza, per quanto importante, non può essere considerata definitiva. Bloccare un progetto significa impedire una singola operazione speculativa; mettere in discussione il modello di sviluppo che l’ha resa possibile richiede invece una riflessione politica ben più ampia sulle forme della dipendenza economica e sulle alternative che il movimento dal basso è in grado di costruire. La battaglia contro la cementificazione turistica deve avere quindi come prospettiva quella di rilanciare la necessità di una pianificazione pubblica e democratica della produzione e delle priorità sociali, in base ai bisogni di lavoratorə e delle comunità. Se la lotta per l’autodeterminazione della Sardegna sarà in grado di porre chiaramente al centro questo obiettivo, allora sì che potrà essere una leva per emancipare realmente la classe lavoratrice e i settori popolari sardi. 

 

Una voce dalla mobilitazione

Nelle ricostruzioni giornalistiche dei giorni successivi hanno trovato ampio spazio le dichiarazioni delle istituzioni e di alcune delle realtà che hanno maggiormente orientato il dibattito pubblico. Minore attenzione è stata invece dedicata alle organizzazioni che, pur avendo contribuito concretamente alla gestione degli eventi, sono rimaste ai margini del racconto mediatico. Per questa ragione abbiamo scelto di pubblicare alcuni estratti dell’intervista rilasciataci da UNIGCOM (Unioni de sos Giovines Comunistas – Unione dei Giovani Comunisti), presenti l’1 luglio a Cala Finanza.

VDL: Con che rivendicazioni avete fatto parte della mobilitazione per Cala Finanza?

UNIGCOM: […] abbiamo partecipato con fermezza alla mobilitazione, ritenendola una lotta fondamentale per il popolo sardo verso l’indipendenza e il socialismo. Del resto la lotta alla cementificazione delle coste ha sempre visto un’ampia partecipazione da parte della componente socialista indipendentista, basti pensare alla lotta de Su Pòpulu Sardu contro la cementificazione di Porto Rotondo e altre situazioni analoghe.

È da ricordare che le istituzioni del continente non sono le uniche a gestire la spartizione e lo sfruttamento della nostra gente e del nostro territorio. Istituzioni come la RAS e le amministrazioni provinciali e comunali sono quelle in cui governa la borghesia compradora sarda, che ha il compito di celare dietro la propria appartenenza “locale” la svendita dei propri connazionali e del proprio territorio al padronato italiano.

L’attuale governo regionale, in linea con le amministrazioni che l’hanno preceduto, non si è mai opposto ad analoghe operazioni di speculazione e le ha invece approvate: basti pensare al caso Terna, al caso Rheinmetall, agli innumerevoli altri resort costruiti sulle nostre coste cementificate. […] Riteniamo sia fondamentale continuare a mobilitarsi e mantenere alta l’attenzione su Lu Fenosu e sugli altri luoghi della nostra terra che subiscono dinamiche simili, senza cadere nel tranello degli àscari regionali e non. […] Continuiamo a opporci alla cementificazione delle coste, al colonialismo e all’occupazione militare. Continueremo a mobilitarci e a organizzarci contro ogni sfruttamento, fino all’indipendenza e al socialismo.

VDL: Che nesso possiamo trovare tra la lotta alla turistificazione e quella al sionismo?

UNIGCOM: Il nesso è molto semplice da trovare: basta pensare che la “Board of Peace” imperialista ha come piano per Gaza di trasformarla in un enorme resort. Si tratta di due situazioni molto differenti, dato che in Palestina è in atto un colonialismo d’insediamento genocidiario e in Sardegna un colonialismo strettamente estrattivo, ma di fatto i popoli colpiti dal colonialismo hanno tutti in comune il fatto di non avere la possibilità di decidere come utilizzare la propria terra e le proprie risorse, che vengono quindi usate come parco giochi da chi ha potere decisionale su di esse. Del resto, il fenomeno del turismo sionista in Sardegna è in crescita quest’anno, e noi di Unigcom abbiamo partecipato anche alla mobilitazione che vi si opponeva con proteste in aeroporto, in piazza e denuncia mediatica, a cui il braccio armato dello stato coloniale ha già risposto con sanzioni gravissime. Quindi ecco diciamo che rapporti ce ne sono eccome!

VDL: Vi va di parlare dei bilanci e delle prospettive della mobilitazione secondo voi?

UNIGCOM: 3) Per adesso la mobilitazione sta andando bene, la popolazione ha molto a cuore la questione e i dati sono noti e pubblici (grazie al GrIG che ha ben analizzato la situazione). Per adesso sembra che si sia raggiunto un risultato ma serve mantenere alta l’attenzione per i motivi di cui ho parlato alla prima risposta. Per quanto riguarda gli scontri di linea all’interno della mobilitazione c’è molto da dire. Riteniamo che certe posizioni tendenti all’antipolitica siano fisiologici all’interno di una popolazione che si è sempre trovata a non avere alcun potere decisionale su se stessa, e a cui la politica è sempre stata essenzialmente calata dall’alto. Una cosa importante è che questo non deve essere un’occasione per disprezzare chi, comprensibilmente, si pone con una certa avversione nei confronti di ciò che riguarda la politica, non avendo mai potuto toccare con mano prima forme di politica più dal basso. Sta a chi partecipa alla mobilitazione (noi compresi) scoprire insieme che è possibile un altro tipo di politica, slegata dagli organi di potere coloniale e veramente al servizio del popolo sardo, e riteniamo questa mobilitazione un segnale positivo per tutti i sardi, sempre più insofferenti verso il potere coloniale che ci sfrutta e utilizza a suo piacimento come villaggio vacanze e trampolino di lancio per l’oppressione di altri popoli nostri fratelli.

 

Tia Mallena

NOTE

[1] Del Monte A. e A. Giannola (1978) Il Mezzogiorno nell’economia italiana. Bologna: Il Mulino.

[2] Questo schema è ispirato dalle teorie marxiste sulla dipendenza, rispetto alle quali la bibliografia è molto vasta. In italiano sono disponibili vari testi importanti, in particolare: Amin A. (1977) Lo sviluppo ineguale: saggio sulle formazioni capitalistiche periferiche. Torino: Einaudi. Per una rassegna delle teorie della dipendenza latinoamericane (tradizione fondazionale per l’intero paradigma) si veda: Kay C. (1989) Latin American Theories of Development and Underdevelopment. London: Routledge 

[3] Questa dinamica collegata al turismo non è certo nuova in generale, e in particolare in Sardegna. Si veda a tal proposito, Bandinu B. (1980) Costa Smeralda: come nasce una favola turistica. Milano: Rizzoli.

[4] Per un interessante analisi storica del colonialismo interno e della questione Sarda si veda: Pili A. (2021) Questione sarda: arretratezza o subalternità? Machina.

 

 

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