Quest’estate la magistratura ha sancito che entro fine ottobre l’Ex-ILVA di Taranto dovrà chiudere a causa del suo impatto ambientale. La decisione ha riaperto una vertenza lunga un decennio e mezzo, nonché la diatriba tra settori della cittadinanza che vedono favorevolmente la chiusura della fabbrica e i sindacati che rivendicano la continuità produttiva. L’articolo interviene in questo dibattito, la cui portata va oltre Taranto, e rimanda alla necessità di superare la dicotomia ambiente-lavoro. In tal senso, si prova a mettere in discussione tanto le posizioni dei comitati cittadini, quanto quelle delle dirigenze sindacali. Esse hanno infatti un punto in comune: l’assenza del conflitto di classe e del controllo operaio, come leve per rivendicare un piano di bonifica del territorio e riconversione produttiva in senso ecologico.
Lo scorso 27 luglio il tribunale di Milano ha disposto la chiusura dell’area a caldo dell’ Ex-ILVA di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa per capacità produttiva e occupazione (circa 20.000 tra dipendenti diretti e indotto), in relazione a livelli oltre le soglie consentite di emissioni PM10 e alla presenza di amianto nel perimetro industriale. La sentenza accoglie positivamente un’azione collettiva inibitoria di 11 cittadini, sostenuti dal Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, che da ormai oltre un decennio e mezzo denuncia l’enorme nocività della fabbrica nei confronti del territorio e della popolazione, quindi l’incapacità di risolvere la situazione mostrata dalle varie gestioni che si sono susseguite dal 2012. Questo è l’anno in cui lo stabilimento venne sequestrato alla famiglia Riva per le sue responsabilità in uno dei peggiori disastri ecologici dell’Italia contemporanea. Dopo l’arrivo di Arcelor Mittal (AM) nel 2018 – incoraggiato dallo scudo penale per i reati ambientali dell’allora ministro PD Calenda – e il recente ritorno dell’azienda all’amministrazione straordinaria dello stato (terminato un breve periodo di partnership Invitalia-AM), non è infatti avvenuta una svolta qualitativa rispetto alla traiettoria di mancati risanamenti e riconversione della produzione, ma anche ridimensionamento della forza lavoro, che ha caratterizzato la storia recente della fabbrica.
Bonificare il sito Ex-ILVA e riconvertire la produzione in maniera ecologicamente meno impattante sarebbe in realtà possibile. Attualmente gli impianti tarantini sono specializzati nella lavorazione di rottami ferrosi per produrre acciaio semi-lavorato (il coil) tramite altiforni alimentati a carbone (l’area a caldo). Lo stesso risultato potrebbe essere però ottenuto con forni elettrici in grado di abbattere il grosso delle emissioni inquinanti. L’obiettivo del governo sarebbe oggi quello di trovare un investitore privato in grado di occuparsi di questa operazione. Il problema è che lavori di bonifica e transizione a un processo produttivo ‘green’ richiedono enormi investimenti, in una fase in cui l’industria dell’acciaio vive una fase di sovrapproduzione globale. Non a caso, la cordata di imprenditori italiani che ha mostrato interessamento per l’Ex-ILVA sembrerebbe intenzionata ad acquistare la fabbrica solo per mantenere l’area a freddo, la parte dell’azienda ove viene ulteriormente lavorato il coil realizzato nell’area a caldo, che invece si prevede di dismettere.
Da tempo, infatti, i siderurgici italiani si sono concentrati nella produzione di acciai speciali ad alto valore aggiunto, mentre preferiscono importare quello semilavorato dal sud globale, dove è possibile ottenere costi più bassi sia in termini di manodopera che di standard ambientali. Se quindi è vero che la sentenza del 27 luglio prova a intervenire sugli enormi danni ecologici associati all’Ex-ILVA, al contempo essa può scaricare i grandi capitalisti italiani dell’acciaio come Gozzi, Arvedi, Pasini ecc. dalla responsabilità delle migliaia di posti di lavoro che la chiusura dell’impianto genererebbe – in particolare nell’indotto, costituito in buona parte da aziende che si occupano della manutenzione proprio dell’area a caldo.
L’orizzonte della chiusura è ormai sempre più imminente, dato che la scadenza fissata dal tribunale di Milano per l’applicazione della sentenza – confermata in appello qualche settimana fa – è il 25 ottobre. La decisione della corte di cassazione di accogliere il ricorso di Acciaierie d’Italia (l’attuale amministrazione straordinaria), e di pronunciarsi il prossimo 20 ottobre, tiene però aperta la partita per il futuro dell’Ex-ILVA.
La chiusura non risolve le questioni ambientali e indebolisce la classe lavoratrice
La risposta da parte di lavoratori e sindacati alle evoluzioni in atto è stata quella dello sciopero, in particolare nelle imprese dell’indotto, per chiedere la continuità produttiva, il mantenimento dei posti di lavoro e un intervento statale volto a risolvere i problemi ambientali. Questa posizione è stata osteggiata dai comitati cittadini, in primis il Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, che vedono nella chiusura della fabbrica la prospettiva di una parola fine sulle nocività e la devastazione ecologica per la città di Taranto. Si tratta di un punto di vista comprensibile, di fronte agli effetti nefasti sulla salute della cittadinanza, e degli stessi lavoratori, provocati dall’Ex-ILVA. Tuttavia, esso riproduce attivamente la frattura tra lavoratori dell’acciaieria – una consistente parte dell’occupazione del capoluogo pugliese – e il resto degli abitanti, nei fatti contribuendo a quella tra ambiente e lavoro. La prospettiva della chiusura dell’Ex-ILVA non va nemmeno realmente nella direzione di risolvere i problemi ecologici. Al contrario, la dismissione dell’area senza un piano di bonifica – che è ben lungi dall’essere all’orizzonte – significherà assenza di manutenzione e quindi peggioramento di esalazioni e nocività; a tal proposito il caso dell’acciaieria di Bagnoli a Napoli testimonia i rischi a cui può andare in contro Taranto nei prossimi anni.
I comitati cittadini, recentemente sostenuti anche da altre realtà pugliesi come l’associazione Bread & Roses di Bari (collegata alla rete nazionale Fuori Mercato), non sono a dire il vero sprovveduti rispetto a questa complessità, e infatti rivendicano proprio un piano di bonifica accanto all’applicazione della sentenza della magistratura. Questi settori provano anche ad affrontare il tema dell’impatto occupazionale di un’eventuale chiusura e propongono di risolvere il problema della perdita di posti di lavoro agganciandola agli interventi di risanamento del sito dismesso e a un piano di prepensionamenti. Si tratta però di una posizione contraddittoria e incapace di tenere insieme le esigenze ecologiche e il coinvolgimento dei lavoratori nella lotta: in primo luogo, nella misura in cui nessun piano di bonifica è oggi seriamente sul campo, l’idea di occupare chi oggi lavora all’Ex-ILVA nelle opere di smantellamento del sito e ripristino dell’ambiente rappresenta una proposta molto astratta per gli operai dell’acciaieria. Bisogna poi aggiungere come la perdita di posti di lavoro associata alla chiusura significherà meno occupazione futura, effetto che le bonifiche – per loro natura temporanee – non possono compensare.
Va detto che già qualche anno fa vari comitati cittadini tarantini e realtà militanti pugliesi si sono impegnati a scrivere un piano per costruire un’alternativa all’industria dell’acciaio – il Piano Taranto. A ben vedere, si tratta però di un programma basato su idee vaghe, come quella di una “nuova economia del territorio” (vedi turistificazione?) e proposte come l’esplorazione di tutte le risorse istituzionali possibili, statali e UE, per nuovi investimenti diversificati. A leggere posizioni del genere sembra che lo status di pattumiera industriale del nord subito da Taranto, e altre zone del sud Italia e delle isole, non sia nient’altro che una questione di buon governo – e non di dinamiche strutturali di sviluppo ineguale capitalistico. Porre la questione nei termini del Piano Taranto è, del resto, oggi ancora più assurdo in un contesto in cui lo stato e l’Unione Europea sono attivamente impegnati a distogliere fondi dall’ecologia e dallo sviluppo territoriale a vantaggio del riarmo.
La constatazione del fatto che le bonifiche non siano realmente nell’agenda delle istituzioni e dei capitalisti non vuole suggerire rassegnazione. Essa impone di comprendere come un genuino programma di risanamento ambientale e la salvaguardia occupazionale possano essere ottenute solo costruendo dei rapporti di forza reali. È un livello, questo, che manca completamente dai ragionamenti di comitati cittadini tarantini e settori militanti pugliesi.
Non si capisce, infatti, come una classe operaia e delle organizzazioni sindacali indebolite dai licenziamenti successivi all’applicazione della sentenza del 27 luglio potrebbero essere meglio posizionate nella lotta per la bonifica (che è inclusa nelle rivendicazioni della maggior parte delle organizzazioni dei lavoratori). L’importanza di non farsi dettare l’agenda dai giudici, tenendo invece ferma la barra del protagonismo della classe lavoratrice, è stata correttamente segnalata dal Collettivo Operaio Mo Avast di Bari. Giustamente, il collettivo sottolinea anche come un risanamento dell’area Ex-ILVA non possa prescindere dall’imposizione di forme di controllo operaio. Si tratta di un punto di vista che condividiamo: sono i lavoratori in primis a subire le nocività e a conoscere quali siano le cause dei problemi ambientali del sito, grazie al loro contatto costante con il processo produttivo e la manutenzione. Solo la strutturazione di forme democratiche attorno alla comunità operaia possono quindi garantire, la stessa comunità cittadina più larga, rispetto alla serietà di un programma di bonifiche. Non capiamo tuttavia come mai i compagni del Mo Avast continuino a condividere le posizioni pro-chiusura (e nei fatti di applicazione immediata delle decisioni dei tribunali) dei comitati: in che modo i lavoratori espulsi dallo stabilimento in seguito alla dismissione potrebbero concretamente mettere in campo, appunto, il controllo operaio?
L’alternativa del controllo operaio per la riconversione ecologica a Taranto e oltre
Se è vero che la prospettiva del controllo operaio è l’unica in grado di portare a un esito positivo della vertenza, è necessario sostenere gli scioperi dei lavoratori contro la chiusura, alla quale contrapporre un’alternativa seria di investimenti pubblici, supervisionati democraticamente dai lavoratori e dalla comunità, per la bonifica e la riconversione ecologica della produzione. I mezzi e le tecnologie per produrre acciaio pulito sono disponibili, ma si scontrano con le strategie del capitale che mira a tenere bassi i costi delocalizzando – e quindi scaricando le “esternalità” ambientali – nei paesi della periferia. Guardando non solo al territorio di Taranto, ma a livello nazionale, potrebbero esserci reali esigenze di produrre acciaio di base nel territorio italiano per mettere in campo piani pubblici e democratici di ristrutturazione edilizia contro il dissesto idrogeologico, oppure di transizione, sempre pubblica ed ecologica, della mobilità; una rivendicazione, quest’ultima, emersa dall’importante lotta della Ex-GKN di Campi Bisenzio (Firenze) [1].
Certo, la siderurgia globale è in sovrapproduzione, ma, da un lato, non bisogna confondere l’eccesso di offerta per le esigenze di valorizzazione del capitale con quella per i bisogni sociali; dall’altro lato, la scelta di concentrare tutta la capacità produttiva in pochi paesi del sud globale non è esattamente la più ecologica, né per quelle comunità, né per l’ecosistema nel suo complesso, viste le enormi emissioni associate al trasporto di semi-lavorati e input produttivi a grande distanza nelle catene del valore. In ogni caso, crediamo che come è errato presentare “alternative economiche” prive di fondamento, lo è sovradeterminare eccessivamente il futuro produttivo dell’Ex-ILVA, le decisioni rispetto al quale saranno il compito eminente del controllo operaio. Questo anche considerando che l’acciaio a forno elettrico potrebbe essere realmente ‘pulito’ solo impostando una discussione nazionale su una ripubblicizzazione sotto il controllo dei lavoratori di grandi aziende come ENI per un piano reale e sostenibile di transizione alle energie rinnovabili (il forno elettrico è una tecnologia che non emette direttamente inquinanti, ma funziona principalmente tramite fonti fossili, come il gas naturale) [2]. Detto ciò, rimane pacifico che un obiettivo di riconversione ecologica per Taranto non possa essere perseguito né con l’applicazione di una sentenza e il licenziamento di migliaia di lavoratori dell’Ex-ILVA, né circoscrivendo lo sguardo al solo piano cittadino.
Ecco che le posizioni pro-chiusura sono controproducenti non solo perché presentano alternative utopiche e perché volenti o nolenti stanno affidando ai giudici il destino di una lotta operaia, ma anche nella misura in cui scollegano la vertenza Ex-ILVA dal piano del conflitto di classe e politico nazionale e internazionale. Si tratta a ben vedere dell’unico piano su cui una vertenza come quella in questione può trovare una risoluzione, se è vero che rimanda al problema più generale della transizione ecologica, della dipendenza dei territori da grandi industrie inquinanti e di una divisione internazionale del lavoro iniqua.
Arrivati a questo punto, una critica dei comitati cittadini tarantini sarebbe monca senza un serio bilancio delle responsabilità delle dirigenze sindacali. Tanto a livello locale quanto nazionale, esse non hanno mai fornito una strategia in grado di opporsi concretamente all’iniziativa dello stato e dei padroni facendo realmente leva sul protagonismo operaio. Così, non solo hanno avuto difficoltà a ottenere vittorie significative, ma hanno anche contribuito a convincere parte della cittadinanza tarantina che gli interessi del ‘lavoro’ e quelli della ‘salute’ siano contraddittori. Come abbiamo già segnalato in passato su questo giornale, i sindacati hanno infatti nella sostanza assecondato i piani industriali capestro delle varie proprietà che si sono susseguite nell’acciaieria negli ultimi 20 anni. Le organizzazioni dei lavoratori hanno inoltre quasi sempre accettato di separare le lotte dei lavoratori di Taranto da quelle degli altri stabilimenti Ex-ILVA a Genova e in Piemonte – dove vi sono stati conflitti importanti e la coscienza della comunità di interessi con i lavoratori del sud esiste tra settori di operai.
In questo modo, i sindacati hanno concorso a riprodurre la divisione tra Ex-ILVA di Taranto, relegata a produzioni a basso valore aggiunto e inquinanti, e stabilimenti settentrionali più tecnologici e relativamente poco impattanti dal punto di vista ambientale. Certo, ad eccezione della FIM-CISL, in questo momento i sindacati stanno rivendicando, oltre alla continuità produttiva, l’intervento pubblico, le bonifiche e una riconversione a produzioni ‘pulite’. Tuttavia, esattamente come nella proposta dei comitati cittadini, manca, accanto alla prospettiva della nazionalizzazione, quella del controllo operaio. L’altra faccia della medaglia è una strategia basata su giornate di sciopero isolate e negoziati con le istituzioni. Nella situazione attuale, sebbene gli scioperi siano importanti per far sentire la voce dei lavoratori, soprattutto a Taranto essi hanno un impatto limitato: gli impianti sono da tempo sotto-utilizzati e l’obiettivo del governo è quello di svendere la fabbrica, quindi il danno di un’astensione dal lavoro è limitato.
Come ha insegnato ancora una volta la vertenza Ex-GKN, la prospettiva dell’intervento pubblico in una situazione di rapporti di forza sfavorevoli – quelli di una chiusura imminente – può essere messa realmente all’ordine del giorno solo ponendo il tema di collegare la singola lotta con altre vertenzialità e con l’occupazione degli stabilimenti: una leva, quest’ultima, tanto per catalizzare una solidarietà politica più ampia, quanto per resistere concretamente alla chiusura e mostrare che la classe lavoratrice può costituire il baricentro per un’alternativa di controllo democratico ed ecologico della produzione.
Dopo anni di sconfitte, nonché l’accumulo di fratture profondissime tra cittadinanza e classe lavoratrice, una mobilitazione su queste basi attorno all’Ex-ILVA sembra oggi difficile da contemplare. Non bisogna però mai perdere la fiducia nella tenacia e nella creatività della classe lavoratrice: così, oggi è necessario sostenere la lotta dei lavoratori di Taranto contro la chiusura e per la riconversione della fabbrica. Crediamo che solo con la difesa dei posti di lavoro e della continuità produttiva possa restare aperta una prospettiva più radicale per la transizione ecologica in Puglia e a livello nazionale; al contempo, la prospettiva dell’allargamento della vertenza, dell’aumento della conflittualità e del controllo operaio su bonifiche e riconversione è l’unica che potrebbe realmente rilanciare e potenzialmente far vincere la lotta dei lavoratori dell’Ex-ILVA. In questo solco, se è vero che le dirigenze sindacali sono un ostacolo, le organizzazioni politiche e militanti anti-capitaliste dovrebbero aiutare i lavoratori a dare alla lotta un contenuto politico più ampio e a mettere in campo le forme di protagonismo dal basso necessarie a riappropriarsi della mobilitazione e delle proprie organizzazioni, invece di screditare i sindacati in blocco e i lavoratori stessi.
Lorenzo Lodi
(In discussione, con alcuni lavoratori e ricercatori tra Firenze, Roma e Taranto. Tutti gli errori e le omissioni sono dell’autore.)
NOTE:
[1] La lotta della Ex-GKN di Firenze avrebbe forse dovuto fornire qualche insegnamento in più rispetto alla centralità della classe lavoratrice, se non ai comitati cittadini tarantini, almeno a realtà come Bread & Roses, oggi impegnate nell’elaborare proposte per l’Ex-ILVA, ma già coinvolte nell’appoggio alla vertenza degli operai toscani. Come abbiamo più volte elaborato, uno dei problemi di buona parte del movimento di solidarietà è stata l’incapacità di andare oltre l’appoggio alla singola lotta esemplare per porre il tema di allargare – e provare a replicare – il modello del Collettivo di Fabbrica GKN in altri luoghi di lavoro. Interessante, a tal proposito, la seguente osservazione di Dario Salvetti in una recente intervista al nostro giornale: “purtroppo i gruppi di movimento che fanno attività consapevole e organizzata sui luoghi di lavoro sono pochissimi, e di conseguenza non esiste oggi nessun vero motore di una politicizzazione dei luoghi di lavoro su cui poter costruire attività sindacale”.
[2] Rispetto alle potenzialità concrete per una produzione di acciaio de-carbonato a Taranto si veda questo interessante report di Legambiente e dell’Università di Bari.
Dottore di ricerca con una tesi su catene globali del valore automotive, sviluppo ineguale e lavoro in Nord Africa, milita nella FIR-Voce delle Lotte a Firenze ed è stato attivo nei movimenti universitari per la Palestina e contro la militarizzazione della ricerca.