La chiamata allo sciopero generale di USB e di altre sigle del sindacalismo di base è stata un grande successo, raggiungendo l’obiettivo di catalizzare ulteriormente la mobilitazione giovanile esplosa nelle scorse settimane e coinvolgere nella lotta pezzi di classe lavoratrice. La sfida dal basso al governo si amplifica, ma serve una strategia per estendere e rafforzare la mobilitazione.


 

Un milione in piazza secondo USB, sicuramente varie centinaia di migliaia in tutto il paese: 100.000 a Milano, 80.000 a Torino, 50.000 a Bologna, 30.000 a Genova, Roma e Napoli, 15.000 a Firenze, solo per citare le manifestazioni nelle principali città. Ma anche in centri più ‘provinciali’, come Brescia (tra i 5 e 10.000 partecipanti), o Livorno (tra i 10 e 20.000) la partecipazione ai cortei dello sciopero generale del sindacalismo di base è stata significativa. Numeri che hanno visto protagonisti gli studenti, quelli delle superiori in primo luogo, ma stavolta anche universitari, e una nuova generazione più largamente intesa. Una dinamica e una composizione della protesta con analogie rispetto a quella del 22 settembre dell’anno scorso, la data dell’esplosione del Blocchiamo Tutto. Anche in quella occasione USB aveva colto la palla al balzo di un fermento sociale incipiente per lanciare uno sciopero generale che finì per eccedere il raggio d’influenza e organizzativo del sindacalismo di base, incrociandosi con il dinamismo giovanile.

Analogamente all’autunno passato, ieri hanno scioperato anche i portuali, con la novità però di un’astensione dal lavoro che li ha coinvolti insieme ai colleghi di altri 100 paesi in 4 continenti. A Genova e Livorno, i collettivi dei lavoratori del porto sono stati ancora una volta l’avanguardia dei cortei che hanno invaso le banchine. Rimanendo al mondo del lavoro, come durante il Blocchiamo Tutto, sembra aver risposto allo sciopero una fetta significativa di giovani lavoratori urbani, precarizzati, nelle grandi città del nord spesso razzializzati, occupati nei servizi, in luoghi di lavoro spesso frammentati e non sindacalizzati. È stata questa, insieme agli studenti, la massa critica di blocchi a tangenziali e autostrade che hanno impresso, accanto alle azioni nei porti, radicalità alla mobilitazione, mettendo ancora una volta in difficoltà i dispositivi repressivi del governo.  

 

Forti del successo, non nascondere le contraddizioni

Guardando ai dati nel settore pubblico, lo sciopero ha avuto una discreta partecipazione tra i vigili del fuoco (13%). Non ha invece superato il 7% nel resto del comparto, e in particolare nell’istruzione: un dato che non passa inosservato, segnalando l’esistenza di gruppi di docenti di avanguardia che si mobilitano accanto agli studenti, ma inferiore all’11% del 22 settembre 2025. Lo sciopero aveva enormi potenzialità nei trasporti, ma la precettazione imposta da Salvini al settore ha avuto l’effetto sperato. Prendendo come esempio le ferrovie e come proxy per la partecipazione all’astensione dal lavoro il tasso di regolarità dei treni, vediamo che questo indicatore si è attestato attorno al valore medio del 98,4%.

Data l’entità della partecipazione di piazza non è inoltre da escludere che lo sciopero abbia coinvolto anche alcuni settori della base della CGIL, in maniera però sporadica e a titolo individuale, e probabilmente in misura minore rispetto allo scorso autunno, come segnalano i numeri dell’adesione nel settore pubblico. Lo sciopero ha quindi coinvolto settori ancora limitati della classe lavoratrice e la dinamica, per quanto simile al Blocchiamo Tutto, è stata sensibilmente meno strabordante, senza la congiunzione di scioperi nei trasporti e invasioni delle stazioni.


IMPORTANTE: sostieni la cassa di resistenza lanciata da USB per i lavoratori dei trasporti precettati.


 

Maturazione politica o “indeterminatezza delle rivendicazioni”?

Al netto delle contraddizioni appena presentate, siamo di fronte a importanti elementi di maturazione politica rispetto all’autunno passato, per cui non siamo d’accordo con le valutazioni di Lorenzo Zamponi su Jacobin secondo il quale la forza del movimento sarebbe “l’indeterminatezza delle rivendicazioni”. Mentre infatti l’anno scorso la solidarietà per la Palestina e il rigetto per la guerra venivano coerentemente collegati alla lotta contro il governo e le sue politiche solo da settori di avanguardia, oggi l’ostilità al riarmo e all’imperialismo si saldano in maniera più netta, e a livello di massa, con l’urgenza di mobilitarsi contro carovita, bassi salari e tagli per finanziare le spese militari.

Questo in parte per l’evoluzione della situazione internazionale ed economica, ma in parte anche per la crescita in termini di consapevolezza del movimento studentesco nelle scuole superiori, il quale ha avuto un ruolo decisivo nel mettere al centro delle piazze l’agenda di cui sopra, nonché rivendicazioni molto chiare come drastici aumenti ai fondi per l’istruzione e stop alle spese belliche, soldi agli insegnanti e non a Leonardo & co. (uno slogan molto gettonato in tutte le occupazioni), no alle guerre imperialiste e alla militarizzazione di scuole e società. A queste rivendicazioni, il sindacalismo di base ha potuto facilmente agganciarsi con l’aumento dei salari e la denuncia dei profitti delle multinazionali energetiche contro il carovita, laddove interessi corporativi e piccolo-padronali in combutta con il governo hanno provato, in parte con successo, a riassorbire la mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori esasperati dall’impennata dei prezzi con le solite esenzioni fiscali.

Sembrerebbe che chiamando in causa l’indeterminatezza rivendicativa del movimento in corso si voglia rassicurare i propri lettori della compatibilità tra quest’ultimo e le forze di centro-sinistra (che certo non possono difendere coerentemente le istanze emerse questo 30 ottobre). Significativo in tal senso, come l’articolo di Jacobin osservi favorevolmente la partecipazione alle piazze di venerdì da parte di Alleanza Verdi e Sinistra (il cui ruolo è stato nei fatti nullo). Un’osservazione  che fai il paio con il rammarico per l’assenza di Partito Democratico e 5Stelle tra cui tarderebbe a radicarsi “l’esempio di Pedro Sánchez, in grado di mettere al centro della propria agenda politica piazze convocate contro il suo stesso governo”.

L’auspicio implicito da parte del magazine “giacobino” che la mobilitazione in corso venga canalizzata dal centro-sinistra, e magari lo aiuti a spostarsi un po’ più a ‘sinistra’ seguendo l’esempio spagnolo, non solo è pericoloso politicamente, da un punto di vista anti-capitalista, ma anche in contrasto con la traiettoria della polarizzazione sul terreno politico-elettorale che abbiamo visto durante il governo Meloni: le sfide dal basso all’esecutivo rappresentate da 2 anni di mobilitazioni per la Palestina e dal Blocchiamo Tutto non hanno portato a un significativo aumento di consensi per PD e compagnia.

E pour cause, vista la connivenza del partito di Schlein con il sionismo, il sacrosanto odio nei suoi confronti da parte di fasce importanti delle classi popolari che identificano il PD, ma anche i 5Stelle, con i governi tecnici, e la giusta indifferenza dei giovani nei confronti di questo orrendo ceto politico che ha preparato il terreno alle politiche contro cui le nuove generazioni si stanno mobilitando, come il sostegno NATO all’Ucraina, il riarmo e i decreti che criminalizzano il dissenso e l’immigrazione. La sensibile crescita conosciuta in questi anni da Alleanza Verdi e Sinistra segna in questo solco più un trasferimento di voti all’interno del centro-sinistra che l’emergere di un nuovo fenomeno politico. Così se Meloni rischia di perdere le prossime elezioni sarà soprattutto perché la coalizione di centro-destra deve risolvere il problema Vannacci, piuttosto che per l’attrattività dell’opposizione istituzionale.

 

Costruire l’alternativa, allargare la mobilitazione

Lungi dall’indicare spazi per un’opzione “progressista” stile-Sanchez, le mobilitazioni dell’ultimo mese pongono con urgenza il problema di un’alternativa di indipendenza di classe e dal campo largo al governo e all’estrema destra. È però importante che una consegna del genere non vada intesa in maniera meccanica: come la costruzione dei rapporti di forza contro le politiche di riarmo e massacro sociale non può passare dal centro-sinistra, così non basta ragionare nell’ottica di lanciare alle prossime elezioni un cartello, o un ‘vero’ partito, di sinistra radicale.


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Serve invece in primo luogo dare una prospettiva sul terreno della mobilitazione alla situazione di fermento sociale che si sta riaprendo nel paese, in seguito al breve riflusso post-Blocchiamo Tutto; una congiuntura, quest’ultima, che deve farci riflettere rispetto ai pericoli di un’assenza di dibattito rispetto a come fare dei momenti di alta del conflitto sociale occasioni di accumulo politico ed organizzativo da parte delle forze anti-sistema.

Il tema si pone anche oggi: l’energia sprigionatasi nell’ultimo mese e il 30 ottobre è enorme, ma vi è ancora molto da fare per allargare la mobilitazione, strutturarla e costruire i rapporti di forza contro il governo. Il prossimo 20 Novembre, data internazionale di mobilitazione degli studenti di particolare importanza vista la portata europea delle lotte in corso, può fornire una scadenza. Sarà anche sciopero generale della CGIL, uno sciopero che Landini ha lanciato a metà ottobre con l’obiettivo di isolarlo dall’esplosione della mobilitazione giovanile e facilitargli il compito di mantenere l’opposizione a carovita, riamo e governo entro limiti compatibili con le routine negoziali dei vertici confederali e con il sostegno al campo largo alle elezioni del 2027. 

La CGIL, però, non sono solo le sue dirigenze compromesse, ma un’organizzazione di 2.5 milioni di lavoratori senza i quali non è pensabile mettere in campo uno sciopero generale e realmente generalizzato. Di fronte all’ascesa delle proteste studentesche in un quadro di peggioramento accelerato delle condizioni di vita e di lotta di classe internazionale, i malumori tra la base del sindacato sono probabilmente diffusi di fronte alla passività della burocrazia landiniana. Nei fatti, la mobilitazione promossa dal sindacalismo di base ha avuto un’enorme risonanza mediatica, ed è stata presentata come giornata di sciopero generale contro il carovita, anche dai giornali mainstream; una situazione che difficilmente può passare inosservata agli iscritti del sindacalismo confederale. Con il Blocchiamo Tutto, infine, la base della CGIL ha dimostrato ampiamente la sua capacità di disobbedire ai propri vertici e di riuscire a imporgli una mobilitazione unitaria con il sindacalismo di base.

 

Travolgiamo lo sciopero generale del prossimo 20 novembre

In occasione del prossimo sciopero generale sarà quindi vitale connettere i settori di classe che si sono mobilitati ieri con la base della CGIL nell’ottica di travolgere la data in termini di partecipazione e radicalità. In tal senso, auspichiamo che USB e il resto delle organizzazioni sindacali combattive non lancino date di sciopero separate, ma provino a strappare il prossimo 20 novembre ai vertici landiniani per farne una grande giornata di lotta, insieme agli studenti. Affinché questo avvenga, è necessario anche che le avanguardie politiche e del sindacalismo di base promuovano percorsi assembleari unitari rivolti alla base della CGIL, e dei confederali in generale. Percorsi che non siano intesi come semplici vetrine della propria piattaforma, ma come strumenti di partecipazione dal basso, a prescindere dalle sigle sindacali, per discutere come allargare, dare forza alla mobilitazione e imprimervi una piattaforma radicale. 

Certo, non basta chiamare alla partecipazione affinché le divisioni sindacali vengano superate e le sale riempite da lavoratori. Un primo passo però è organizzare le assemblee come luoghi ove dibattere francamente le differenze e trovare un terreno comune per costruire una strategia di lotta. Assemblee che crediamo vadano intese, almeno inizialmente, come comitati d’azione a sostegno di vertenze territoriali, nell’ottica di visibilizzarle e farne punti di appoggio sulla base dei quali spiegare l’esigenza di una mobilitazione più generale. Allo stesso modo, questi percorsi potrebbero essere la base per discutere campagne rivolte ai luoghi di lavoro più importanti, o potenzialmente più ricettivi, in una determinata zona, per provare a coinvolgerli nella lotta e\o convincerli dell’esigenza di una mobilitazione che superi i meccanismi della delega imposti dalle burocrazie sindacali.

Un ruolo importante per dinamizzare un processo del genere può essere giocato dal movimento studentesco, che con la sua determinazione e radicalità sta dimostrando di potere essere una leva di convergenza per settori sociali più ampi. Con le occupazioni delle scuole, e di alcune università come Torino e Roma, gli studenti hanno inoltre già mostrato l’efficacia dell’auto-organizzazione. Perché non mettere a frutto questa esperienza chiamando ad assemblee generali studenti e lavoratori per costruire lo sciopero generale? Sarà la risposta affermativa, o meno, a questa risposta che deciderà se questo autunno caldo aprirà una nuova stagione di lotta nel nostro paese, non solo contro questo governo, ma più in generale contro un sistema la cui unica risposta alla propria stessa crisi sono riarmo, militarizzazione della società e guerra. 

 

Lorenzo Lodi

 

 

 

 

 

 

 

Dottore di ricerca con una tesi su catene globali del valore automotive, sviluppo ineguale e lavoro in Nord Africa, milita nella FIR-Voce delle Lotte a Firenze ed è stato attivo nei movimenti universitari per la Palestina e contro la militarizzazione della ricerca.