Ieri pomeriggio nel centro di Modena un uomo alla guida della sua auto ha travolto deliberatamente dei passanti: otto feriti, quattro in condizioni gravi. La nostra solidarietà va alle vittime e ai loro cari. C’è però un aspetto di come l’evento è stato narrato e raccontato su cui ci vogliamo soffermare per fare una riflessione.



Varie testate giornalistiche hanno da subito posto l’accento sull’origine dell’aggressore: “Italiano di seconda generazione”, “italiano di origine marocchina”, come se si trattasse di un’informazione rilevante e imprescindibile per comprendere l’accaduto. Questo tipo di inquadratura non fa che rafforzare la retorica razzista che sta dilagando in Italia, e che ha come conseguenza il rafforzamento di figure spregevoli come quella di Vannacci. Narrativa che anche il centrosinistra non esita a fare propria, e non sorprende: le politiche di criminalizzazione dei migranti hanno attraversato i suoi mandati di governo. La legge Bossi-Fini (2002), che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro e produce strutturalmente irregolarità, non è mai stata abrogata. I CPR, strutture di detenzione amministrativa senza reato, sono stati istituiti dal
decreto Minniti-Orlando nel 2017 sotto un governo a guida PD. I memorandum con la Libia che hanno consegnato i migranti ai centri di detenzione libici portano la stessa firma.

Il fatto che l’aggressore fosse di origine marocchina viene così proposto come unica spiegazione soddisfacente dietro un atto così grave, forse anche uno stratagemma per giocare sull’incertezza delle prime ore e lasciar circolare l’insinuazione di un attentato di matrice islamica. Si tratta ormai di una prassi generalizzata nel giornalismo del click baiting, che ha alimentato e continua ad alimentare i sentimenti razzisti e reazionari che dilagano tra gli italiani.

Quello che è passato in secondo piano è l’origine di chi ha fermato l’aggressore. Insieme a Luca Signorelli, l’unico citato per nome da quasi tutte le testate, tre ragazzi di origine straniera hanno bloccato l’uomo armato di coltello.  A questa parte della storia non viene però dato altrettanto peso. La stessa stampa che ha razzializzato l’aggressore ha invisibilizzato chi l’ha fermato. 

Data la facilità con cui, negli ultimi tempi, si cede a discorsi razzisti e xenofobi, semplificando un quadro complesso e delicato come quello della marginalità e della povertà, è importante fermarsi un attimo e riflettere su quali siano gli elementi rilevanti di quanto accaduto e cosa ne possiamo derivare.

L’uomo viveva un grave disagio psichico, era disoccupato, raccontava di sentirsi bullizzato. Non si tratta di sostituire un movente con un altro, la fragilità psichica non spiega di per sé un atto violento, e la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di disturbi mentali non aggredisce nessuno.

Si tratta però di chiedersi se in passato gli siano state fornite le cure adeguate, se in Italia esista un servizio pubblico gratuito all’altezza dei bisogni di chi vive una sofferenza psichica, o se invece alle persone vengano semplicemente somministrati farmaci, a volte in quantità eccessive, e poi non seguite adeguatamente.

Si tratta di chiedersi se la precarietà e la disoccupazione a cui sono soggetti numerosi giovani, italiani e non, siano fattori che scatenano e accentuano la sofferenza psichica.

Se, il razzismo e la criminalizzazione, che ormai in Italia sono istituzionalizzati, riprodotti e perpetrati dalla nostra classe politica sia a livello narrativo che materiale, siano un ulteriore tassello da aggiungere a un quadro già complesso.

L’abbandono, la marginalizzazione e la criminalizzazione delle persone che soffrono sono un riflesso delle politiche neoliberiste degli ultimi anni e di una classe dirigente che ha interesse a criminalizzare chi non riesce a inserirsi in un sistema basato sullo sfruttamento del lavoro, caratterizzato da forte precarietà e solitudine. Che ha interesse a dividere la classe lavoratrice per poter legittimare il maggiore sfruttamento dei lavoratori stranieri e disinnescare o prevenire un’alleanza con i lavoratori italiani.

Infine, in questo quadro, vediamo acuirsi le aggressioni e gli assalti di cittadini italiani, contro persone immigrate o italiani di seconda generazione. Si tratta di un incremento dei crimini di matrice razzista. L’elenco degli ultimi anni è impressionante e poco discusso. Solo tra  2025 e 2026: a Piacenza, il 26 giugno, una spedizione punitiva di una quarantina di persone esce da un presidio “anti degrado” della Curva Nord al grido di “ripuliamo la città dagli stranieri”. Il 5 luglio, a Roma, quattro italiani vengono arrestati per l’aggressione razziale a un venticinquenne libico su un autobus. E pochi giorni fa, il 9 maggio 2026, Bakari Sako, bracciante maliano di trentacinque anni, è stato ucciso a Taranto da un gruppo di sei giovani italiani. 

Eppure, lo spazio che viene dedicato a questi fatti da giornali e dai politici è sempre limitato, ma soprattutto l’origine razzista, alimentata dai discorsi di odio della nostra classe dirigente, viene spesso ignorata o minimizzata.

Lo scopo di questa riflessione non è in alcun modo sminuire la gravità di quanto accaduto, ma porre la necessità di analizzare e approfondire le vere ragioni che si nascondono dietro questi atti di violenza, per evitare che si ripetano e aumentino, e opporsi alla strumentalizzazione e alla propaganda xenofoba.

Bisogna reclamare più risorse per la sanità pubblica, in un contesto di militarizzazione che taglia fondi a ospedali e sanità, in modo da poter attuare politiche attive di cura della salute mentale, che non patologizzino e non stigmatizzino, aumentando l’esclusione sociale, e che non si basino esclusivamente sulla somministrazione di farmaci.

Bisogna rivendicare la regolarizzazione degli immigrati, super-sfruttati e marginalizzati, e la fine della loro criminalizzazione attuata tramite il ricatto dei documenti, senza cedere a discorsi razzisti o xenofobi che hanno il solo scopo di costruire una gerarchia tra cittadini di serie A e di serie B, dividendo lavoratori e lavoratrici. In questo contesto, l’organizzazione dei lavoratori più sfruttati, quasi sempre stranieri o italiani di seconda generazione, è centrale, ma è proprio ciò che le burocrazie sindacali raramente fanno, concentrandosi sui settori già più tutelati. Esistono però realtà che vanno in direzione opposta: il SI Cobas nella logistica, o il SUDD Cobas nel distretto tessile di Prato, da anni organizzano e sostengono le lotte di lavoratori razzializzati e iper-sfruttati, riuscendo a far convergere nelle stesse mobilitazioni operai italiani, pakistani, bangladesi e cinesi. Queste sono pratiche virtuose da cui partire per organizzarsi contro un sistema che produce sofferenza psichica e poi abbandona chi la vive, che criminalizza la povertà e la migrazione, che fa delle persone razzializzate i capri espiatori utili a coprire la propria crisi.

La risposta sta nell’organizzazione comune di chi lavora, italiani e stranieri, contro le divisioni che vengono imposte impone tramite documenti, ricatto del permesso di soggiorno e gerarchie di cittadinanza.

 

Laura Colli

 

Nata a Modena nel 1999, è dottoranda di Economia Ecologica, milita nella FIR ed è attiva nei movimenti universitari fiorentini.