Negli ultimi 2 giorni decine di migliaia di giovani dal Marocco sono riusciti a entrare a nuoto nell’enclave coloniale spagnola di Ceuta, sulle sponda sud dello stretto di Gibilterra. Mentre in Spagna come in Italia la destra invoca apertamente deportazioni di massa – e Meloni rafforza i controlli a chi transita dai confini italiani (dichiarando di aver “sospeso Schengen”)- giornalisti e influencer dell’area “progressista” serrano i ranghi con Sanchez e il governo di PSOE-Sumar, unendosi alle voci secondo cui la soluzione sta nell’ottenere che la dittatura marocchina faccia bene il suo lavoro di gendarme della frontiera sud dell’UE. Battersi per la libertà di movimento, per i documenti per tutti e lottare contro il saccheggio dell’imperialismo nostrano è fuori dal loro radar.
Mentre la destra e l’estrema destra approfittano della crisi migratoria a Ceuta per pretendere più Esercito, più frontiere e più deportazioni, il governo “progressista” sta scendendo a patti con una delle loro principali richieste.
Ieri, in un altro articolo, analizzavo come, fin dal primo minuto, il governo PSOE-Sumar — come cinque anni fa quello PSOE-Unidas Podemos — stia mettendo in atto nella sostanza la tabella di marcia che gli chiedono PP, Vox e i suoi soci europei.
Ripassiamo le misure adottate finora: schieramento dell’Esercito e rinforzi di antisommossa, chiusura delle frontiere delle due enclave coloniali di Ceuta e Melilla, accordi con la dittatura marocchina perché reprima “a modo suo” — e abbiamo già visto qual è quel modo, con la strage della barriera di Melilla del 2022 — e perché si portino avanti nuove deportazioni sommarie senza alcuna garanzia giuridica e in aperta violazione del diritto d’asilo.
Non sono state messe sul tavolo nemmeno misure elementari per far fronte alla crisi umanitaria. Né per rafforzare l’assistenza sanitaria, né per garantire cibo o alloggio alle decine di migliaia di persone che hanno attraversato la frontiera nelle ultime ore rientra nei piani d’azione.
Il piano è piuttosto trattarli da “nemici”, da “invasori” da non assistere ma da espellere il più rapidamente possibile. Si applica la logica del “nemico assediato”: se non dispone dei mezzi basilari di sopravvivenza è più facile che si “arrenda”, che abbandoni Ceuta con i propri mezzi o che opponga meno resistenza a una deportazione forzata.
Ma non è che il nostro presidente e i ministri “progressisti” siano diventati “fasci” tutto d’un colpo. Il problema è che il loro impegno nella difesa degli interessi dell’imperialismo spagnolo riduce moltissimo il margine per fare, su questa materia, una politica diversa da quella che farebbero Abascal o Feijóo.
L’impegno nella difesa della frontiera sud della “fortezza Europa”, la sua collocazione nello schieramento internazionale delle potenze imperialiste e la conservazione delle enclave coloniali di Ceuta e Melilla non possono che portare a una politica che viola i diritti umani, per cercare di contenere la volontà di migrare di milioni di persone in fuga dalle guerre e dalla miseria generate dal saccheggio delle multinazionali europee e di altre potenze in Africa.
L’assunzione di questa cornice, propria dell’estrema destra, non è però un problema solo del PSOE, di Sumar o della maggior parte dei loro alleati parlamentari. Buona parte dei giornalisti, degli opinionisti e degli influencer del “progressismo” torna in questi giorni a fare quadrato con il “loro” governo e con la difesa del senso comune — e degli interessi — dell’imperialismo spagnolo.
E dico “torna” perché già nel 2021 abbiamo visto uno spettacolo penoso, con cui polemizzavo in questo articolo, quando i soci di governo — Podemos e IU — appoggiarono l’invio dell’Esercito per fermare dei minori sulle spiagge e lo definirono, per bocca di Enrique Santiago, segretario generale del PCE, una “difesa della sovranità nazionale”.
La tesi principale per spiegare quel che accade a Ceuta torna a essere che l’aumento degli arrivi di migranti attraverso il valico del Tarajal sia l’uso da parte del Marocco della migrazione come strumento di pressione contro lo Stato spagnolo, come ha già fatto molte altre volte.
Questo potrebbe essere un elemento valido di analisi e di dibattito sulle cause congiunturali di quanto sta succedendo. Anche se stavolta i fatti di questi giorni sembrerebbero mettere in dubbio proprio quella tesi.
Il governo spagnolo, a differenza del 2021, ha annunciato fin dall’inizio, insieme allo stesso governo marocchino, il rafforzamento della cooperazione per accelerare rimpatri e respingimenti. Giovedì stesso Fernando Grande-Marlaska ringraziava pubblicamente per la collaborazione delle forze di sicurezza marocchine, e i due governi hanno concordato di consegnare “il prima possibile” chi è entrato a Ceuta.
D’altra parte, sembra che la recente sentenza del Tribunale Supremo, che limitava le espulsioni immediate per chi entra a nuoto, possa aver generato un vero e proprio movimento sui social, capace di mobilitare migliaia di giovani per tentare di arrivare a Ceuta.
Il problema principale di questa ipotesi che mette tutto sulla “responsabilità marocchina” non è però la sua validità analitica: è che l’impostazione con cui viene formulata parte da un manicheismo imperialista insopportabile da ascoltare, e che porta ad appoggiare o ad augurarsi che il gendarme torni a fare bene il suo lavoro.
In primo luogo, si dipinge uno scenario con un malvagio regime marocchino che pretende di ricattare la “buonissima”, “democraticissima” e “progressistissima” Spagna. Che in materia di immigrazione la vittima sia la potenza imperialista responsabile di migliaia di morti sulla rotta atlantica e su quella dello Stretto è tutto dire.
Come esempio di questa posizione possiamo citare il giornalista Alan Barroso, che scriveva sul suo account Instagram: “Sono morti 10 ragazzi di quelli che il Re del Marocco ha spinto a fare questa follia oggi, per cercare di dare una lezione al nostro paese. E c’è ancora gentaglia in casa nostra che sta al gioco del monarca prepotente, che tratta la sua gente come carne da macello per ricattarci. Che schifo”.
Barroso, e altri come lui, sorvolano sul piccolo dettaglio che quella dittatura è sostenuta da decenni dall’appoggio politico, economico e militare delle principali potenze occidentali. Non solo gli Stati Uniti, ma anche la Francia e lo stesso Stato spagnolo.
Le amicizie dei Borbone con la famiglia reale marocchina sono più che pubbliche, così come gli ottimi rapporti con la dirigenza del PSOE, da González — che arrivò ad avere una splendida villa a Tangeri — a Zapatero fino, oggi, allo stesso Sánchez e al suo sostegno all’occupazione del Sahara Occidentale.
Questi appoggi non sono disinteressati. Come molti altri regimi autoritari e sanguinari, la dittatura di Mohammed VI presta diversi servizi all’UE e ai suoi Stati: dal ruolo di gendarme di una parte della sua frontiera sud, al consentire alle multinazionali europee l’accesso al saccheggio delle risorse nel paese e nella regione. Acciona, Sacyr o FCC sono alcuni dei giganti dell’IBEX 35 che si avvantaggiano di queste relazioni storiche.
La ricchezza della monarchia marocchina e la povertà del suo popolo si reggono sulla gestione vassalla che essa esercita per i suoi padroni e soci imperialisti a Washington, Parigi, Berlino… e anche a Madrid. Questo non impedisce che nascano attriti e tensioni. Lo abbiamo visto sulla questione del Sahara Occidentale o sugli accordi con il suo concorrente regionale, l’Algeria. Sono però sempre divergenze interne a una stessa comunità di interessi.
Quando si insiste sul fatto che le migliaia di giovani che rischiano la vita fuggono dalla miseria generata dal despota marocchino, i portavoce del “progressismo” spagnolo dimenticano che quella responsabilità è più che condivisa con i nostri satrapi europei.
I milioni di persone che migrano fuggono da un continente sottoposto per decenni al saccheggio imperialista delle multinazionali europee, ad accordi commerciali diseguali, all’estrattivismo e al pagamento di un debito illegittimo: tutto questo sostenuto dalla complicità delle élite locali e di regimi autoritari come quello marocchino.
Quando questa analisi della “responsabilità marocchina” diventa proposta politica, le convergenze con le criminali politiche di frontiera dell’UE emergono senza alcun pudore. Se il principale motivo di “indignazione progressista” è il “ricatto” marocchino, il messaggio che si finisce per mandare è che va condannata l'”insubordinazione” del monarca, colpevole di aver osato smettere di fare il ruolo di gendarme che gli è stato assegnato.
Che la polizia marocchina “non faccia bene il suo lavoro”, “chiuda un occhio”, “lasci passare”… cosa c’è di condannabile? Cosa dovremmo pretendere che faccia, o pretendere che i nostri governi ottengano da lei? Che sbarri il passo a migliaia di giovani con idranti, lacrimogeni o proiettili veri come a Melilla?
Per questi “progressisti”, quale sarebbe la soluzione della crisi? Tornare alla situazione precedente? Alla “normalità” in cui migliaia di giovani che vogliono migrare non possono farlo, o non osano provarci, perché il “nostro socio” fa bene il suo lavoro?
Quando questi stessi “progressisti” gridano allo scandalo per gli accordi tra l’UE e i governi vassalli del nord Africa per l’esternalizzazione delle frontiere, di cosa si lamentano? Quegli accordi sono pensati proprio per abbassare la pressione migratoria sulle frontiere dirette dell’UE. Ed è esattamente ciò che da decenni fa, da apripista e con grande efficienza, la dittatura marocchina.
Quello di cui si stanno lamentando in rete in questi giorni i “progressisti” tipo Alan Barroso è che la dittatura marocchina sta, diciamo, “venendo meno al contratto”. “Lasciando passare”, fa aumentare la pressione migratoria sul nostro territorio nazionale — perché sì, ovviamente nessuno di loro metterà in discussione la spagnolità di quell’enclave nordafricana, mentre tutti non hanno il minimo dubbio sul fatto che Gibilterra sia spagnola.
La loro giustificazione per queste posizioni aberranti è che o si ferma questa crisi, o le immagini di una Ceuta travolta alimentano il mostro dell’estrema destra. In realtà, quello che stanno facendo è proprio dargli da mangiare una dieta iperproteica. La loro posizione finisce per essere a favore di una frontiera ben regolata dalla cooperazione ispano-marocchina, ed entra in pieno nel terreno ideologico su cui poggia l’offensiva reazionaria dell’UE contro il diritto a migrare e all’asilo.
Poggiano sullo stesso presupposto su cui si reggono i patti della vergogna che normalizzano la costruzione di campi di concentramento in Mauritania, Libia, Egitto o Turchia. I vari Barroso e compagnia cantante si augurano che la gendarmeria marocchina continui a impegnarsi a fondo, come finora, così da non turbare la tranquillità del nostro “giardino progressista iberico”.
Altre voci, come quella di Podemos, hanno ragione quando condannano gli annunci di deportazioni di massa e a caldo o chiedono un ampliamento del processo di regolarizzazione. Subito dopo, però, comprano la stessa cornice della “responsabilità marocchina” e chiedono al governo più fermezza con Rabat: cioè che faccia pressione perché svolga bene il suo ruolo di gendarme.
Da una posizione davvero internazionalista e antimperialista, la rivendicazione non può essere un gendarme più efficace, ma farla finita con il sistema di frontiere assassine che l’Unione Europea esternalizza a governi autoritari a colpi di miliardi di euro.
Per questo è particolarmente importante la posizione espressa dalla piattaforma Regularización Ya, che ha rigettato le espulsioni e la criminalizzazione delle persone migranti, denunciando che tanto lo Stato spagnolo quanto il Marocco sono corresponsabili di una politica che trasforma le frontiere in spazi di violenza e di morte, e che di fronte alla chiusura delle frontiere rivendica diritti, regolarizzazione e libertà di movimento.
Non vogliamo che “smettano di entrare”: vogliamo che possano farlo, se lo desiderano, con pieni diritti, e che siano garantite la libertà di movimento e il diritto d’asilo. Per questo vogliamo farla finita con i CIE, con la Legge sull’immigrazione e con il Patto europeo contro il diritto d’asilo e di rifugio.
Non entreremo in una guerra tra poveri, del penultimo contro l’ultimo. Per questo vogliamo che servizi pubblici, diritto all’abitare, salari dignitosi e lavoro per tutti e senza precarietà siano garantiti non attraverso quote d’ingresso decise su richiesta del padronato, ma con misure come le imposte sui grandi patrimoni e sui profitti delle imprese, la ripartizione delle ore di lavoro senza riduzione di salario, l’esproprio dei grandi proprietari immobiliari o la nazionalizzazione dei settori e delle imprese strategiche.
E non cadremo nemmeno nella menzogna della difesa degli “interessi nazionali”, che nasconde la responsabilità del nostro stesso imperialismo nel fatto che milioni di persone desiderino lasciare la propria casa. Vogliamo che i popoli fratelli caccino a bastonate le nostre multinazionali predatrici: per questo sosteniamo le loro lotte contro l’oppressione imperialista, combattiamo i piani di riarmo che vogliono assicurare le posizioni delle grandi potenze e ci battiamo perché le grandi multinazionali siano nazionalizzate, restituiscano tutti gli attivi e il capitale installato e risarciscano, con i loro profitti e i loro fondi, anni di saccheggio.
Santiago Lupe
Traduzione da La Izquierda Diario (Es.)