Il porto di Livorno è da anni uno dei nodi principali del traffico di armi in Italia. È in questo contesto che nasce GAP, Gruppo Autonomo Portuale, un collettivo autorganizzato di lavoratori portuali che ha saputo intrecciare la lotta sindacale con quella politica, facendo dello sciopero e del blocco fisico i propri strumenti principali di azione contro il transito di materiale bellico. In questa intervista, in cui i nostri collaboratori Roberto e Laura, dialogano con Simone, membro del Gruppo Autonomo Portuali – GAP di Livorno, ripercorriamo le origini del collettivo, la sua strategia di lotta e le reti di solidarietà costruite con altre realtà. Emerge il ritratto di un’esperienza che, a soli due anni dalla sua nascita, pone con forza la questione di come la classe lavoratrice possa tornare a essere soggetto politico protagonista.
R: Quali sono i motivi che vi hanno spinti a creare GAP, un collettivo autorganizzato?
S: Il punto di partenza della creazione di GAP è stato il sentimento di sfiducia e perdita di interesse maturato negli anni da parte di alcuni lavoratori nei confronti dell’attività sindacale, ma che con l’aumento dei conflitti a livello mondiale e la corsa al riarmo, e la realizzazione che il porto di Livorno era interessato in maniera crescente dai traffici di armi, ha suscitato in molti lavoratori il bisogno di rimettersi in gioco, ricostruendo un rapporto con l’attività sindacale e politica tramite la presa di posizione e di coscienza sul posto di lavoro.
In questo quadro, la forma del collettivo è sembrata la più adatta per ricomporre tutte le realtà frammentate che animano il porto, grazie alla sua capacità di mettere a fuoco aspetti differenti ma comuni, e di raccogliere in un’unica identità politica anche chi non è iscritto a nessun sindacato o cerca un modo di esprimersi anche al di fuori del sindacato. Iscritti e non iscritti hanno visto in questo uno spazio che non li vincola a dinamiche nazionali percepite come troppo verticali, e a cui spesso non possono partecipare.
R: Quindi la sfiducia nei confronti delle organizzazioni sindacali più strutturate sarebbe legata proprio a questa frattura verticale, all’assenza di reale partecipazione dal basso?
S: Per capire l’origine di questa sfiducia ti riporto le testimonianze che abbiamo raccolto durante le assemblee che hanno preceduto la creazione di GAP (che non rispecchiano quindi la mia esperienza e la mia opinione). Gli elementi principali sono due:
Da un lato, il netto capovolgimento degli ultimi vent’anni dell’atteggiamento del sindacalismo confederale, che tende a dialogare più con il padrone che con la base, a livello nazionale ma anche locale. Al tempo stesso, i sindacalismi di base, pur facendo vera opposizione ai padroni e muovendosi bene in alcuni settori, restano esclusi da molti tavoli importanti per i lavoratori (per esempio le contrattazioni del contratto nazionale). I sindacati di Base possono spingere a livello politico e di mobilitazione per influire sulle decisioni ma poi a decidere sono altri. Di conseguenza una parte dei lavoratori non li percepisce come appoggio sufficiente, se non in alcuni settori.
Nel porto di Livorno l’unica rappresentanza sindacale di base presente è USB, e tra il collettivo e USB c’è dialogo e collaborazione costante, a senza alcun legame vincolante: il collettivo resta libero di partecipare anche a iniziative di altri sindacati di base o di realtà cittadine e territoriali con lo stesso percorso e interesse politico. È proprio questa autonomia, richiamata nel nome stesso del collettivo, la formula ritenuta più efficace.
L:Hai accennato al fatto che molti lavoratori sono sensibili a questioni politiche, come il traffico di armi, e che forse percepiscono il sindacato come uno spazio lontano da questo tipo di mobilitazione, anche perché, storicamente, l’azione sindacale si è concentrata sempre più su rivendicazioni di carattere economico. Indipendentemente dalla vostra linea, la percezione dei lavoratori è che quando si tratta di politica il sindacato non sia il luogo in cui trovare questa dimensione di mobilitazione?
S:USB porta avanti da anni, da prima della nascita del collettivo, una campagna contro il traffico d’armi nel porto di Livorno. Nonostante questo, come accennato prima, in alcune aziende i lavoratori non lo considerano come un punto di riferimento, dato che non sempre può essere presente ai tavoli (qui perché solo se sei confederale siedi ai tavoli o dove prevale il sindacalismo confederale non ha rappresentanza confederale). Questa dinamica ha creato il bisogno di ricreare uno spazio politico proprio da parte dei lavoratori, che fosse in grado di intervenire anche dove USB non riesce ad arrivare.
Infatti, malgrado il sindacalismo di base sia più attivo politicamente e combattivo, i sindacati confederali rimangono maggioritari in quanto a rappresentanza numerica e spesso sono loro ai tavoli dove si prendono decisioni importanti come gli aumenti salariali.
R: Infatti, uno degli elementi che rende il percorso di GAP particolarmente significativo è la capacità di mobilitare i lavoratori su questioni politiche, come la guerra e il traffico di armi, e non soltanto su rivendicazioni economiche, sfidando la narrativa dominante secondo cui il sindacato non si occupa di politica e i lavoratori non dovrebbero farlo. Come siete riusciti a costruire questa dinamica?
S:Fin dall’inizio abbiamo cercato di costruire una rete di dialogo con tutte le realtà che condividevano questo percorso, anche al di fuori del porto e del sindacato: realtà che si mobilitano dal basso e con cui collaboriamo tuttora, come Extraderma, Scuola di Carta, Teatro Vicina, Refugio, USB, il Coordinamento Antimilitarista e molte altre realtà livornesi. Abbiamo sempre cercato di mantenere un impegno che non si limitasse al porto e al nostro posto di lavoro, ma che si estendesse al territorio: oltre a essere lavoratori portuali, siamo livornesi, e riteniamo importante occuparci anche delle vicende locali. Condividiamo non solo l’obiettivo di un porto libero dalle armi, ma anche valori antifascisti che, una volta riuniti come collettivo, ci impegnano in questo tipo di lotte.
Questa rete e questa visibilità, intesa come presenza attiva sul territorio, ci hanno permesso di ottenere un riconoscimento sia cittadino che istituzionale. Durante le ultime trattative, quando si discusse del voto e ci furono i colloqui con il prefetto e il sindaco, eravamo al tavolo come interlocutori principali. Un risultato significativo, considerando che, come collettivo, esistiamo da soli due anni. Questo riconoscimento ci è stato in parte attribuito dal periodo della Flottiglia, ma anche dal fatto che non è scontato trovare, oltre al collettivo di fabbrica ex-GKN, una classe operaia che si organizzi e si metta in gioco con questa determinazione.
Abbiamo sempre cercato di mantenere continuità nell’azione: anche prima del boom di partecipazione dell’autunno, adottavamo già il metodo del blocco. I primi blocchi li abbiamo fatti in sette o otto persone, perché ritenevamo quella la nostra forma di azione e di agibilità nel luogo di lavoro. Questo approccio ci ha permesso di dialogare con il porto, con la città e con le famiglie di chi ci lavora, creando discussioni anche all’interno dei nuclei familiari, dove un figlio o un parente portava queste tematiche al portuale, che poi ci contattava per saperne di più.
All’interno del collettivo esistono forme diverse di coinvolgimento e collaborazione. C’è un nucleo operativo che partecipa stabilmente alle assemblee e all’organizzazione delle iniziative. Ma ci sono anche molte persone che, pur non esponendosi pubblicamente, ci segnalano traffici sospetti, ci inviano informazioni sui carichi, ci aggiornano su arrivi, partenze, orari e turni. Un supporto che, in alcuni casi, si rivela fondamentale. Quello che stiamo costruendo è un lavoro di rete, non l’azione di un gruppo isolato: è questo, credo, il motivo per cui stiamo riuscendo a smuovere qualche coscienza a livello territoriale.
R: La dinamica più interessante è che un soggetto politico espressione della classe lavoratrice diventi anche punto di coagulo per forze popolari più ampie, per la cittadinanza in generale. Durante l’autunno, nell’ambito militante, ce lo siamo detti spesso: la mobilitazione per la Palestina aveva come parola d’ordine “blocchiamo tutto”, che è una parola d’ordine prettamente operaia. Il movimento del blocchiamo tutto ha messo in connessione la mobilitazione morale e civile con il blocco materiale della macchina economico.
L: È stata proprio questa la cifra che ha reso la mobilitazione italiana così diversa da quella degli altri paesi europei. La presenza della componente operaia in prima linea ha amplificato tutto, e ha mostrato quanta potenza ci può essere quando i lavoratori si organizzano e agiscono concretamente. Infatti, ha avuto un’eco grandissima, basti pensare che in Francia si continua ancora a citare i portuali italiani come esempio.
S: Noi abbiamo la fortuna strategica che il 90% delle merci passa per il mare, prima o dopo, come componente del proprio ciclo produttivo. Questo fa capire quanto alcune categorie di lavoratori abbiano la possibilità concreta di inceppare il sistema e di esercitare una forza reale di contrapposizione. I porti sono infrastrutture talmente fondamentali che fermarli significa colpire l’intera filiera economica: dalla frutta alla componentistica bellica, dall’oggettistica alle spedizioni. E dopo il Covid abbiamo visto quanto queste ultime siano diventate essenziali per la vita quotidiana delle persone, al punto che il capitalismo ci sta costruendo sopra enormi profitti.
Capire quanto puoi essere realmente incisivo con un “blocchiamo tutto”, come è avvenuto l’anno scorso, è fondamentale, perché dà un obiettivo chiaro e condiviso a tutte e tutti. In quei giorni c’è stata una grande presa di coscienza collettiva: sembrava che tutto fosse possibile. Le famiglie occupavano le stazioni, non scendeva in piazza solo il nucleo militante o antagonista, era diventata la normalità. Era strano, semmai, non partecipare.
R:In quei giorni si sono visti applicati concretamente i rapporti di forza. Me lo ricordo bene, a Firenze, quando fu bloccata la stazione e ci fu l’irruzione sui binari. Era qualcosa di inaspettato: eravamo in corteo, ci stavamo avvicinando alla stazione, c’era una quantità enorme di persone, e a un certo punto la polizia ha aperto il blocco che presidiava. È stata una fiumana di gente che passava i tornelli e scendeva sui binari, con quella consapevolezza di dire: siamo qui perché questo spazio è nostro e decidiamo noi cosa farne. Una cosa straordinaria. Poi certo, le denunce arrivano, e la repressione si fa sentire, tanto che oggi nelle piazze è più difficile riproporre dinamiche simili. Ed è anche per questo che con La Voce delle Lotte stiamo cercando di spingere sulle casse di resistenza. Sono uno strumento che permette la solidarietà diretta, e incarnano un po’ quella connessione tra cittadinanza e lavoratori di cui parlavamo. Le casse di resistenza ti permettono di organizzare cene di finanziamento, sensibilizzando le persone su una lotta in corso, e allo stesso tempo di coprire le spese legali, di dare più coraggio a chi vuole spingersi un po’ più in là. Non sono la panacea, non risolvono tutto, ma sono sicuramente uno strumento prezioso da utilizzare.
S: Sì, e inoltre le casse di resistenza hanno un altro risvolto importante: farti sentire che non sei solo. Il collettivo ha la capacità di non farti sentire solo nel mondo, e le casse di resistenza hanno la capacità di non far sentire i collettivi soli, ed è per questo che le ritengo fondamentali, sia come strumento concreto che come strumento ideologico e di creazione di collettività.
R: Su questo mi ricollegherei a quanto detto in precedenza riguardo ai coordinamenti e alle connessioni tra movimenti, cittadinanza e lavoratori. In Toscana c’è un esempio concreto che è il Bollettino HUB, a cui partecipiamo entrambi, che ha dato dimostrazione, come avete detto anche voi, di come si possa tradurre uno strumento di inchiesta in uno strumento di azione e di lotta, come nel caso del blocco del treno a Pisa. Qual è, secondo te, il ruolo del coordinamento HUB, a partire dal Bollettino, nell’organizzare e stimolare la lotta?
S: Il Bollettino HUB è secondo noi un progetto su cui investire molte energie perché aiuta la creazione di reti. È scritto a più mani e da più territori e si sta espandendo. Da un lato rende tutti i collettivi e tutti i territori più consapevoli di quanto siamo inseriti in un meccanismo che va ben oltre la fabbrica, il paese o la città, inserendosi in una logica molto più ampia, regionale e nazionale. Dall’altro, mettendo in fila tutti questi puntini, in alcuni casi rende possibile intervenire nel punto più debole, o più forte, dal nostro punto di vista, del traffico di armi e della circolazione di merci di questo genere.
Ne è un esempio eclatante il caso delle navi Cappuccina e Severina, che sono state oggetto di occupazione e blocco nel porto di Livorno: in quel momento c’erano le forze per poter fare una forzatura di quel tipo. La controparte ha risposto spostando il traffico su Piombino, dove c’è una difficoltà maggiore a coinvolgere la classe operaia, un’età media diversa, un numero molto ristretto di lavoratori, e un’anzianità di servizio che li lega maggiormente all’azienda, rispetto a quanto può avvenire a Livorno, Genova, Ravenna o Salerno. Ma HUB ci ha permesso di capire che da lì le merci si sarebbero comunque mosse, e che si sarebbero mosse su ferrovia. Da quella consapevolezza è stato possibile allertare Pisa per organizzare il blocco del treno.
Il Bollettino ha quindi potenzialità infinite. Se riusciamo a portarlo a livello nazionale, o comunque ad allargare la rete di progetti che mettono in connessione i territori, possiamo cominciare a ragionare sui triangoli economici e logistici che si creano, perché non tutte le merci percorrono l’Italia intera: si muovono su circuiti precisi. Riuscire a racchiudere questi circuiti all’interno di un unico dialogo significa capire quando e come intervenire, con un valore tanto pratico quanto di lotta.
R: Sì, quando all’iniziativa che avevamo organizzato come ferrovieri per i lavoratori dei trasporti, al vostro presidio al Varco Zara, i compagni di Nobase hanno annunciato la proposta del Bollettino, è stato un momento interessante: immediatamente hanno chiesto l’adesione dei lavoratori. Secondo me questo è il nucleo centrale. E anche ora si continuerà in questa direzione cercando di fare inchiesta nelle fabbriche che lavorano i proiettili, per esempio. Chiaramente, senza i lavoratori, queste cose non le puoi sapere. È quindi una fonte preziosissima per riconoscere e mappare queste realtà.
A proposito di unità, a maggio ci sono stati due scioperi generali del sindacalismo di base separati: USB l’ha fatto il 18 maggio, CUB e SGB-Si Cobas il 29. Voi come collettivo, avendo una certa autonomia e quindi la possibilità di portare le vostre posizioni anche in dialettica con il sindacato — nel vostro caso USB, ma anche con gli altri — come la pensate riguardo agli scioperi che a volte vengono frammentati per ragioni non strettamente legate alle piattaforme rivendicative? Perché in effetti i due scioperi generali erano accomunati dalle stesse parole d’ordine: cambiava solo che USB voleva mantenere il ritmo della Flottiglia, mentre CUB no. Volevo chiederti quindi quale posizione hai, o avete come GAP, su questa questione.
L: Secondo me è interessante anche la dimensione del collettivo autonomo, che permette di dialogare direttamente con la base. Spesso quando gli scioperi sono separati non è una decisione presa dal basso, ma dalla dirigenza. Il fatto di avere un collettivo può quindi permettere di dialogare anche con lavoratori iscritti alla CGIL, la cui dirigenza magari non vuole portare avanti certi temi, ma che attraverso una realtà come GAP possono riuscire a fare pressione verso l’alto unendosi con altri lavoratori.
S: Quello che dici è un po’ quello che provavo a spiegare all’inizio: nel momento in cui i sindacati confederali non fanno quello che i lavoratori si aspettano, una parte di quei lavoratori che sente il bisogno di avere una copertura sindacale con un certo peso politico riesce comunque ad avere un’espressione politica, unendosi e organizzandosi come collettivo autonomo, o semplicemente partecipando alle nostre iniziative.
Andando più nello specifico: in generale, noi abbiamo da sempre chiesto sia ai confederali che ai sindacati di base di scegliere almeno lo stesso giorno per scioperare. Siamo pienamente consapevoli che le parole d’ordine, le battaglie e le lotte portate avanti sono spesso molto diverse, e che quindi le iniziative non possono essere le stesse. Non chiediamo di costruire una piazza unitaria tra sindacalismo di base e sindacalismo confederale, perché non sarebbe nemmeno ideologicamente compatibile. Ma l’unico strumento che il lavoratore ha per bloccare materialmente produzioni e traffici è lo sciopero, e l’unico modo per bloccare davvero l’economia è che lo sciopero sia fatto da tutte le realtà sindacali insieme.
Certo, alcune sigle avvisano i padroni con un mese di anticipo, dandogli il tempo di organizzarsi per incrementare i traffici il giorno prima e il giorno dopo. Ma quanto meno, il giorno dello sciopero stesso, più sigle sono presenti, maggiore è l’impatto economico e il disagio creato.
Per quanto riguarda la dinamica specifica del 18 e del 29 maggio: lo sciopero del 29 era un percorso che Sicobas e altri sindacalismi di base avevano costruito insieme ai giovani palestinesi, quindi con la voce diretta del popolo palestinese, prima della partenza della Flottiglia. USB ha poi chiamato lo sciopero del 18 con le stesse parole d’ordine, ma con un’urgenza diversa: l’intercettazione della Flottiglia e la richiesta di liberazione di quelli che sarebbero stati ostaggi del regime sionista, cosa che poi è effettivamente accaduta, perché l’intercettazione è avvenuta proprio nel giorno dello sciopero. Quindi, per quanto sia stato un mese molto pesante, con scioperi già nei primi giorni, scioperi dei ferrovieri, delle scuole, uno sciopero generale a Firenze, in questo caso specifico le motivazioni delle due iniziative erano costruite diversamente: lo sciopero portato avanti anche dai giovani palestinesi aveva un respiro più lungo, che trascendeva la vicenda della Flottiglia e cercava di creare un’onda capace di tenere alta l’attenzione sulla Palestina anche dopo.
Noi come GAP abbiamo aderito a tutti gli scioperi, perché la nostra autonomia ce lo permette e riteniamo opportuno usare quello strumento: è lo strumento legittimo più forte che abbiamo a disposizione. Poi arrivano anche i blocchi fisici, quando serve, facciamo tutto, ma con uno sciopero alle spalle la responsabilità delle azioni che chiediamo ai lavoratori è molto diversa. È più facile coinvolgere qualcuno in un blocco quando c’è uno sciopero, piuttosto che alzarsi una mattina e andare a fare un blocco senza alcuna tutela politica. Per questo è lo strumento principale che riteniamo opportuno usare, ed è anche quello che chiediamo ai sindacati ogni volta che veniamo a sapere di un traffico problematico o che vogliamo interrompere: chiediamo se è possibile proclamare uno sciopero. Non parliamo di scioperi generali, ma di scioperi mirati sulla singola nave, per i lavoratori che dovrebbero caricarla o scaricarla, qualcosa di molto specifico, che deve tenere conto anche della legge che regola il diritto di sciopero e che vincola la proclamazione a un preavviso di almeno dieci giorni. Preavviso che, per noi, è possibile rispettare grazie alle informazioni che riceviamo sugli arrivi delle navi.
R: Grazie alla campagna lanciata dai lavoratori del petrolio brasiliani, tra cui il compagno Leandro Lanfredi, petroliere, dirigenre del Sindipetro-RJ e della FNP, militante del Movimento Nossa Classe e dell’MRT, che ha fatto parte della delegazione brasiliana della Global Sumud Flotilla 2026, sappiamo che l’Italia è un hub strategico nel trasporto e nella raffinazione del petrolio che alimenta la macchina da guerra israeliana. È un tema che i Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), insieme ad altre reti internazionali per la Palestina, hanno recentemente rilanciato in un opuscolo Choking the War Machine. L’opuscolo è realizzato in collegamento con la campagna di Leandro, che mappa il ruolo di Vitol come nodo centrale nella catena di approvvigionamento del genocidio. Vitol è la multinazionale che aggira l’embargo chiesto dai lavoratori petroliferi brasiliani, usando come intermediario la propria raffineria di Sarroch in Sardegna. Sapendo che a Livorno è presente un importante polo petrolchimico, volevamo chiederti se avete un legame con i lavoratori di quel settore e se vi è capitato di fare cose insieme o di condividere esperienze di qualche tipo.
S: Con i lavoratori dell’ENI fondamentalmente non abbiamo ancora avuto rapporti tali da costruire collaborazioni. Con qualche lavoratore invece del Costiero Gas e dei Neri, un altro dei terminal che trattano materiale di quel genere, abbiamo alcune persone che, pur non facendo direttamente parte del nostro operativo, ci hanno permesso in almeno tre occasioni di sapere in anticipo dell’arrivo di navi provenienti da Israele o dirette verso Israele, dandoci la possibilità di organizzare due o tre blocchi.
In alcuni casi, però, si tratta di terminal particolari in cui le navi hanno soste molto lunghe e che sono logisticamente impossibili da raggiungere, perché le imbarcazioni non prevedono l’uscita del materiale in tempi brevi, ci sono depositi di stoccaggio all’interno del porto stesso. In questi casi è difficilissimo agire con un blocco come proviamo a fare quando una merce è in entrata o in uscita dal porto: possiamo solo limitarci a denunciare pubblicamente i traffici.
L’ultima volta abbiamo organizzato un presidio durato due giorni: il primo maggio, al momento dell’arrivo della nave, abbiamo fatto un primo presidio fuori dal varco. La nave in realtà non è entrata ed è rimasta in rada fino alla mattina successiva; quindi, il giorno dopo abbiamo fatto un secondo presidio fuori dal varco. Presidi di denuncia, senza possibilità di intervento pratico.
L: Sì, sarebbe interessante capire se c’è una qualche base su cui attecchire tra i lavoratori del settore petrolifero, dove storicamente esiste una minore tradizione di lotta rispetto ai portuali.
S: Come idea, per tutti quei traffici e quelle navi che hanno dinamiche che ci rendono difficile intervenire direttamente da terra, crediamo che una delle opzioni possibili, e infatti stiamo già avviando una collaborazione in questo senso, così come stanno facendo i ragazzi di Nobase, quindi siamo un po’ tutti nello stesso percorso, sia quella di mettere a disposizione le imbarcazioni delle flottiglie che non sono della Gaza Freedom Flotilla ma di realtà come Freedom, Thousand Ships, Global Intifada e altre iniziative simili, per usarle per disturbare le navi in ingresso o in transito nelle nostre acque e nei nostri attracchi. È difficile altrimenti intervenire da terra, e questo potrebbe creare un effetto di coinvolgimento, anche “scenico”, capace di tenere alta l’attenzione a livello territoriale e di mobilitare le persone.
Intervista a cura di
Roberto Marchese
Laura Colli
Roberto Marchese
Nato a Prato nel 1996, ferroviere e studente di filosofia all'università di Firenze. Collabora con La Voce Delle Lotte approfondendo sul campo le dinamiche sindacali e le lotte dei lavoratori
Nata a Modena nel 1999, è dottoranda di Economia Ecologica, milita nella FIR ed è attiva nei movimenti universitari fiorentini.