La violazione degli accordi con l’Iran da parte dell’imperialismo USA e Israele ha causato la persistenza del blocco allo stretto di Hormuz, rendendo lo scenario di una crisi energetica e globale probabilmente inevitabile. Ma la crisi sarà soprattutto per i lavoratori e giovani, che dovranno subire crescente inflazione, aggravamento dell’impasse alla transizone ecologica e militarizzazione. Le lotte dei ferrovieri e dei metalmeccanici dell’anno scorso, così come il blocchiamo tutto dell’autunno, ci danno uno spunto per costruire una risposta.
Un aspetto importante che ha spinto Trump a raggiungere una tregua con l’Iran è stata la capacità di quest’ultimo di far leva sull’importanza strategica del blocco allo stretto di Hormuz. Dall’istmo che da accesso al Golfo Persico, infatti, transita circa il 20% dei flussi globali di petrolio e GNL. I principali destinatari di questi flussi sono i paesi dell’Asia; per l’Europa, che importa dal Qatar solo il 10% del GNL (l’Italia il 36%, dati primo semestre 2025), il rischio principale è la crescente competizione globale per i carichi disponibili e il corrispondente riflesso sui costi. Dal 28 febbraio i rincari hanno raggiunto il 70% per il gas e il 60% per il petrolio. La guerra e la chiusura dello Stretto hanno causato un aumento di 14 miliardi di euro nel costo dell’import di combustibili fossili. La tregua siglata tre Washington e Tehran martedì scorso sembrava dover portare alla riapertura dello stretto, ma la violazione degli accordi da parte dell’imperialismo USA e Israele, con i violenti bombardamenti in Libano di questi giorni, ha fatto tornare (comprensibilmente) l’Iran sui suoi passi. Non sembrano affatto scongiurati, perciò i, rischi di crisi globale determinati dagli effetti sempre più contraddittori della strategia trumpiana di fronte alla risposta dell’Iran all’attacco imperialista. In questo solco, per l’Europa il nervo scoperto è il gas, perché rappresenta la fonte di energia più difficilmente diversificabile, dato che a seguito della guerra russo-ucraina il mercato UE si è riorganizzato diventando più dipendente dal GNL. Il risultato è una maggiore esposizione a rotte marittime, tensioni geopolitiche, noli, dazi, concorrenza globale, oltre ad una crescente dipendenza dai rapporti con gli Stati Uniti. Chi pagherà realmente le conseguenze di questa situazione saranno però i giovani e i lavoratori, mentre le grandi aziende e soprattutto quelle energetiche, faranno enormi profitti sulle loro spalle, rafforzando ulteriormente l’orientamento verso fonti fossili del capitalismo. Ma analizziamo precisamente cosa questo significhi, guardando ai TTF – Title Transfer Facility, il titolo da tenere sotto controllo per comprendere l’esposizione europea alla crisi.
Come funziona il mercato del gas e dell’elettricità
Il TTF con sede nei Paesi Bassi, è il principale mercato di riferimento per il prezzo del gas in Europa. Si tratta sostanzialmente di un mercato speculativo, dove fondi di investimento e banche comprano e vendono contratti future sul gas per speculare sulle oscillazioni di prezzo, amplificandone i rialzi. Al momento la quotazione è intorno ai 59 €/MWh. Durante la crisi del 2022 il picco era stato 300 €/MWh, quindi ci troviamo ben al di sotto. Nonostante questo, è lecito aspettarsi rincari costanti nelle prossime settimane. Il Punto di Scambio Virtuale (PSV) è il mercato all’ingrosso italiano del gas naturale, ed è particolarmente esposto alle tensioni di quello europeo. Ad esempio, nel 2024 il prezzo medio era 36,7 €/MWh al PSV contro 34,4 €/MWh al TTF, segnale che l’Italia subisce maggiormente gli shock. Il sistema energetico italiano è quindi molto esposto alle logiche della finanza. Inoltre, analizzando il meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità, basato sul costo marginale, si osserva che è la fonte di energia più costosa quella che stabilisce il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, solitamente il gas fossile. Di fatto, in Italia tutta l’energia si paga al prezzo della fonte più cara, anche quella che sarebbe prodotta a costi più bassi, e l’aumento del gas viene scaricato direttamente sulle bollette. Perciò, anche se la quota di energie rinnovabili è cresciuta, il gas continua a determinare il costo finale in bolletta.
La crisi economica e lo spettro della recessione
Ma non sono solo le bollette a diventare più costose. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha un impatto anche sulla produzione di beni di uso quotidiano, realizzati con prodotti petrolchimici. I rincari si ripercuoteranno su tutta la catena del valore, propagandosi all’insieme dell’economia, con il rischio concreto di trasformarsi in recessione. L’economista marxista britannico Michael Roberts afferma che la stagflazione è certa e una recessione con inflazione (“slumpflation”) è possibile.
La classe dirigente scommette su uno shock breve, ma diversi indicatori tecnici segnalano il contrario: la curva dei rendimenti USA è invertita (i tassi a breve più alti di quelli a lungo termine, segno di scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano), l’indice PMI della fiducia delle imprese è sotto i 50 punti, soglia che segnala contrazione dell’attività economica, l’indice VIX è a 30, indicando forte instabilità sui mercati azionari, e il valore dei CDS (Credit Default Swap), i premi assicurativi sul rischio di insolvenza, è molto elevato. Tutti segnali che puntano verso una crisi non passeggera.
Nonostante questo, tre paesi saranno meno colpiti, sempre secondo Roberts: gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. I primi dispongono di ampie riserve strategiche e della propria produzione interna. La Cina, oltre ad aver accumulato riserve in previsione di eventi simili e di sanzioni statunitensi (1,3 miliardi di barili come riserva petrolifera di emergenza), ha investito nell’elettrificazione e a oggi il 30% del consumo energetico del paese è basato sull’elettricità. Grazie a un mix energetico diversificato, molteplici fornitori e l’accesso a rotte che aggirano il Golfo, solo circa il 6% del consumo energetico totale della Cina è direttamente esposto alle interruzioni nello Stretto, secondo le stime di Goldman Sachs. Infine, questa contingenza aumenterà la domanda di energia russa, accrescendo i ricavi per il paese. All’opposto, per l’Europa una guerra prolungata sarebbe un duro colpo: una flessione duratura dell’attività produttiva e un’inflazione persistentemente più alta.
Tutto questo avrà un impatto devastante sulle fasce più vulnerabili della popolazione. Secondo il CILAP (Collegamento Italiano per la Lotta alla Povertà), il conflitto potrebbe colpire 18 milioni di persone a rischio povertà nell’Unione Europea, di cui 4 milioni in più in Italia, aggravando una situazione già critica. Nel 2024, secondo Eurostat, il 9,2% della popolazione europea non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa (in Italia l’8,6%), mentre l’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica riporta che 2,4 milioni di famiglie si trovano in condizione di povertà energetica, il livello più alto mai registrato dall’inizio delle serie storiche.
Chi guadagna e chi paga?
In questo quadro, c’è chi specula e si arricchisce. Le azioni di ENI sono cresciute del 26% nell’ultimo mese, prima con l’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti e poi grazie all’aggressione all’Iran. Descalzi ha dichiarato che per ENI l’esposizione allo Stretto è marginale, rappresentando solo il 2-3% della produzione, e l’azienda ha annunciato che se il prezzo del petrolio rimarrà superiore a 90 dollari al barile distribuirà sotto forma di dividendo straordinario tutto il flusso di cassa aggiuntivo.
Mentre le grandi aziende estrattive e petrolifere festeggiano e incassano guadagni aggiuntivi, i governi europei chiedono alle classi popolari di stringere la cinghia. Infatti le indicazioni dell’Unione Europea per affrontare la crisi , che richiamano l’austerità energetica del 1973, hanno un chiaro intento: scaricare il peso della crisi sui lavoratori e le lavoratrici. Il Commissario europeo Jørgensen suggerisce di ridurre volontariamente i consumi energetici partendo dai trasporti: aumentare il lavoro da casa e diminuire la velocità in automobile. La prima politica da implementare sarebbe invece una rottura col meccanismo che trasferisce automaticamente gli shock energetici alle famiglie e quindi alla classe lavoratrice. Tuttavia, il blocco o il plafonnement dei prezzi non bastano se non vengono seguiti dall’indicizzazione dei salari all’inflazione. Le previsioni parlano di rincari sostenuti nei prossimi mesi: per difendere il livello di vita servono compensazioni sistematiche con forti aumenti salariali.
Appare sempre più chiaro che dietro queste crisi c’è chi si arricchisce e chi si impoverisce. La guerra, l’aumento straordinario dei profitti dei grandi capitalisti e l’aggravamento della crisi sociale sono intrinsecamente collegati. Bisogna organizzare la lotta per bloccare i meccanismi di speculazione delle grandi imprese, pretendere la riduzione dei costi e l’indicizzazione dei salari all’inflazione.
La mancata transizione energetica
Infine, questa crisi mostra il peso della mancata transizione energetica europea e italiana, che si scarica su lavoratrici e lavoratori attraverso forti fluttuazioni di prezzo e ridotta accessibilità all’energia, e dimostra la necessità e l’urgenza della questione ecologica. In Italia, Meloni ha ritardandola di 13 anni rimandato la dismissione delle centrali a carboni al 2038, mentre la dipendenza dall’energia fossile continua ad aggravarsi. Oltre a essere incompatibili con gli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti dall’Unione Europea per il 2030, le centrali a carbone sono le strutture più vecchie, inquinanti e costose per produrre energia. Il rinvio è aggravato dal fatto che non si accompagna ad adeguati investimenti a favore delle fonti rinnovabili, che aumenterebbero l’autonomia energetica e ridurrebbero i costi in bolletta. In particolare l’Italia, rispetto agli altri paesi europei, è in forte ritardo nella diversificazione delle fonti energetiche.
Presentiamo noi il nostro conto (salato) ai padroni
Quello che dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi è un forte attacco ai salari – già stagnanti in Italia da oltre un decennio, senza considerare il fatto che lo scorso anno importanti contratti nazionali, come quello dei ferrovieri e dei metalmeccanici, non hanno permesso di recuperare l’inflazione del periodo 2022-2023 segnato dallo scoppio della guerra in Ucraina. A partire da questi settori strategici, i quali, in particolare nel primo caso, hanno mostrato importanti capacità di auto-organizzazione contro la passività delle dirigenze sindacali, è necessario lottare per rivendicare una forti aumenti salariali a recupero dell’inflazione, coordinando dal basso le varie vertenze settoriali. Altri settori potranno infatti essere portati sul terreno del conflitto dalla spirale inflattiva che si prospetta, come gli insegnanti, a cui è stata recentemente proposto un rinnovo contrattuale al ribasso. Ma la crisi impone di collegare la questione salariale a quella della crisi ecologica e ai tentativi della classe dominante di proporre al loro impasse su questo terreno e su quello economico generale più investimenti in riarmo e militarizzazione come alternativa. L’intensificarsi delle tensioni internazionali e l’inasprirsi della crisi climatica rendono ancora più urgente la necessità di un piano di lotta centrato sulla classe lavoratrice e le avanguardie giovanili alla guida del blocchiamo tutto dello scorso ottobre. Un piano di lotta indipendente dal centro-sinistra, contro le politiche imperialiste e di riarmo; per una scala mobile sui salari a recupero dell’inflazione e l’esproprio delle grandi aziende inquinanti e in crisi come l’automotive, presupposto per una vera transizione ecologica pianificata democraticamente.
Laura Colli
Lorenzo Lodi
Nata a Modena nel 1999, è dottoranda di Economia Ecologica, milita nella FIR ed è attiva nei movimenti universitari fiorentini.
Nato a Brescia nel 1991, ha studiato Relazioni Internazionali a Milano e Bologna. Studioso di filosofia, economia politica e processi sociali in Africa e Medio Oriente.