L’emergenza sanitaria causata dal coronavirus ha visto il governo Conte varare una serie di misure restrittive per tentare di contenere l’epidemia: il caso delle multe per spostamenti “illeciti” è un sintomo palese di una vocazione repressiva in continuità con le politiche pre-crisi.


L’arrivo in Italia e la diffusione in tutto il paese del covid-19, o coronavirus, ha visto lo Stato italiano reagire in maniera inizialmente scomposta e immotivatamente “ottimista” rispetto alla possibilità che gli iniziali focolai in Lombardia e Veneto potessero essere circoscritti rapidamente in zone geograficamente contenute: dal comune di Milano, spalla a spalla con Confcommercio, che ancora poche settimane fa invitava a “vivere la città” girando e consumando come se nulla fosse, alla “fuga di notizie” il giorno prima dell’approvazione del secondo Dcpm che ha decretato l’estensione della quarantena a tutto il paese, senza alcuna gestione della fuga istintiva di massa fuori dalla Lombardia prima che ne fossero chiuse le frontiere regionali.

A questa prima fase ne è succeduta una seconda, puntellata da provvedimenti e decreti che hanno visto tutta la struttura statale schiacciarsi sul governo centrale e sulla figura del presidente Conte, che nel precedente governo Lega-M5S appariva invece come una spalla ora di Salvini, ora di Di Maio.

Il quadro delle misure straordinarie dal governo ha visto, a fronte di un approccio “liberista” per quanto riguarda i posti di lavoro [sarebbe stato veramente troppo lasciare i ristoranti e i cinema aperti, ad esempio], misure forti di quarantena: dalla chiusura degli istituti d’istruzione di ogni grado anche in regioni dove non si era già diffuso il virus, alla limitazione dei movimenti per soli motivi “essenziali”. Proprio rispetto a quest’ultima norma, il governo ha volutamente intimorito la popolazione facendo intendere, nonostante la porosità del decreto, che chiunque fosse stato trovato fuori di casa non per motivi di lavoro, di salute o per fare la spesa – secondo una autocertificazione! – sarebbe incorso in una sanzione che non solo comporta un’ammenda fino a 206 euro, ma che costituisce anche un illecito penale che prevede fino alla reclusione a tre mesi. Per far rispettare queste misure, le forze dell’ordine hanno il diritto di fermare i cittadini in circolazione e di richiedere la verifica dell’autocertificazione. Dopo alcuni giorni, il ministero dell’Interno ha aggiornato il modello di autocertificazione con una circolare del prefetto Franco Gabrielli, direttore del dipartimento di Pubblica sicurezza, inviata a tutti i questori. Il cittadino deve dichiarare «di non essere sottoposto alla misura della quarantena», un’espressione scritta in grassetto e sottolineato, oltre che «non essere risultato positivo al virus COVID-19». Un’affermazione, quest’ultima, che non vuol dire nulla ai fini della reale prevenzione della diffusione del virus: con il numero bassissimo di tamponi eseguiti, la quantità di positivi “ufficiali” è una netta minoranza rispetto ai positivi reali, molti dei quali asintomatici o con sintomi minori para-influenzali.

Per limitare la diffusione del virus e accelerare la sua scomparsa, la chiusura delle scuole, delle attività commerciali inessenziali e dei luoghi di assembramento frequentati nel tempo libero è una misura necessaria: ciò non è questionabile. Anzi, il problema di queste misure del governo è che non sono state portate fino in fondo, chiudendo tutte le attività economiche non strettamente necessarie e assicurando tutte le risorse di controllo sanitario e la protezione necessari ai lavoratori delle attività essenziali.

Solo così si eviterebbe una diffusione del virus, già in corso!, rapida e letale tra interi settori della classe lavoratrice, con un enorme rischio per i pensionati, dato che le persone in età avanzata sono mediamente soggette a uno sviluppo della malattia più acuto e, con la saturazione del sistema sanitario, non possono essere seguite e curate “normalmente” anche per altre malattie e complicazioni.

In questo senso, limitare il più possibile il rischio di contatto coi propri spostamenti non è un vezzo o una fissazione del governo italiano: è un comportamento che, se adottato in massa, limita e rallenta la diffusione del virus.

Ciò che invece non è oggettivo, scientifico, inquestionabile, è il tentativo, con mezzi repressivi, di gettare in uno stato di passività terrorizzata la popolazione italiana, tramite campagne mediatiche terroristiche (molto più larghe di quelle lanciate dal governo stesso, grazie agli sciacalli della grande stampa borghese) e la minaccia di sanzioni di massa – le multe comminate a oggi risultano già circa cinquantamila!

La politica criminale di apertura delle fabbriche e dei magazzini decisa dai capitalisti, cioè coloro che tengono il reale potere economico e politico nel paese, le misure insufficienti del governo, l’incapacità di gestire la crisi da parte del sistema sanitario pubblico, compromesso da decenni di tagli: tutto questo viene scaricato sulle masse popolari, cercando di atomizzarle, imponendo una narrazione dove dobbiamo concepirci come atomi separati, ognuno ugualmente responsabile di fronte al disastro della crisi sanitaria in corso. Però non tutti sono costretti ad andare a lavorare – chi non è stato nel frattempo licenziato! – per sopravvivere, usando mezzi pubblici ancora più rarefatti di prima dove è impossibile rispettare le distanze di sicurezza, e entrando in posti di lavoro dove tutto viene prima della salvaguardia di lavoratori e lavoratrici.

Non tutti hanno case belle e ampie dove poter “stare in vacanza” per settimane e mesi: molte famiglie hanno grandi difficoltà a gestire i figli costretti in casa – specie non potendo rischiare di tenerli troppo a contatto con i minori, che sono spesso in grado di veicolare il virus senza presentare sintomi.

Per arginare il virus non possiamo semplicemente pendere dalle labbra di Conte, che è lo stesso premier delle leggi di sicurezza di Salvini, lo stesso premier che non ha toccato nessuna delle leggi anti-operaie approvate in passato, lo stesso premier che rimarrà in carica dopo la crisi sanitaria, avendo l’opportunità di approfondire e allargare le leggi repressive sfruttando “l’esperimento” dei provvedimenti straordinari di queste settimane. Per questo, appoggiandosi alla grande risposta di lotta che hanno dato metalmeccanici e lavoratori della logistica, è necessario mettere a punto e lottare perché siano applicate misure d’emergenza in grado di risolvere la crisi e cambiare la situazione economica e politica, perché non ci siano più le condizioni perché le crisi sanitarie diventino catastrofi sociali: questa soluzione passa per il controllo diretto, operaio e popolare, dei settori della produzione, e della sanità, affinché la sete di profitto e l’arbitrio di pochi industriali non possano più determinare la morte di migliaia e migliaia di persone nel paese.

Via le multe e le condanne! Basta repressione gratuita, salviniana, imposte dal governo Conte!

Sono gli industriali che hanno le mani sporche di sangue: loro devono essere perseguiti!

 

Emanuele Macchi