A partire da un bilancio degli scioperi generali di maggio e dello sciopero dei ferrovieri dell’11 giugno, in cui ha prevalso il separatismo tra sindacati di base, sviluppiamo un ragionamento sulla necessità di trovare unità d’azione nelle lotte in ferrovia, avanzando alcune proposte per il raggiungimento di questo obiettivo.


Gli scioperi separati di maggio e giugno

Nel mese di maggio si sono svolti due scioperi generali indetti dal sindacalismo di base, a distanza di circa dieci giorni l’uno dall’altro: il primo proclamato per il 18 maggio da USB, il secondo per il 29 maggio da CUB-SGB-SI COBAS e altre sigle sindacali di base.

Entrambi gli scioperi generali erano accomunati dalla lotta alle politiche di riarmo, alla complicità del governo Meloni con il genocidio in Palestina e in Libano, al sacrificio dei salari sull’altare delle spese per la guerra, allo smantellamento dei settori di pubblica utilità (es. trasporti, istruzione e sanità) e alla repressione governativa, di cui sono espressione i decreti sicurezza e la legge anti-sciopero 146/90.

La sola differenza stava nelle tempistiche: mentre lo sciopero del 29 maggio era stato indetto con ampio anticipo da CUB-SGB ecc. (tanto che già a metà aprile veniva rivendicata anche dai movimenti come data di sciopero generale), USB è arrivata a ritmo Flotilla come lo scorso autunno; ovvero raccogliendo tempestivamente l’appello della Global Sumud Flotilla per la liberazione degli attivisti Thiago e Saif, sequestrati tra il 29 e il 30 aprile dall’esercito sionista e poi tenuti prigionieri.

Di fronte a questo precipitare degli eventi, si è svolto un vertice del sindacalismo di base in cui è stata discussa la possibilità di trovare una data comune precedente al 29 maggio, che sarebbe stata ormai intempestiva. La discussione però è andata a vuoto, portando come risultato ai due scioperi generali separati del 18 e del 29 maggio.

A distanza di circa due settimane, l’11 giugno si è svolto poi lo sciopero dei ferrovieri, indetto dai sindacati di base CUB-SGB-CAT e sostenuto dall’assemblea autorganizzata dei macchinisti e capitreno (Assemblea PdM/PdB). Lo sciopero è stato focalizzato sulla piattaforma rivendicativa del personale viaggiante in vista della scadenza del CCNL Attività Ferroviarie, e in opposizione alla volontà del Governo e di Ferrovie di mettere a gara e spacchettare il servizio Intercity nazionale in tre lotti. Su quest’ultimo punto si erano uniti in corsa anche i sindacati concertativi CGIL-CISL-UIL ecc., per poi sospendere” all’ultimo momento, in seguito all’incontro ottenuto con il Ministero Infrastrutture e Trasporti (come efficacemente previsto dall’Assemblea PdM/PdB).

USB ha invece indetto sciopero nella stessa data soltanto per il personale di Mercitalia Shunting & Terminal (azienda del Gruppo FS specializzata in manovre merci), sulla piattaforma di settore, non aderendo invece allo sciopero CUB-SGB-CAT-Assemblea PdM/PdB.

Punti di caduta del separatismo

Riteniamo superfluo, in questo contesto, cercare di indicare quale organizzazione sindacale abbia favorito più di altre il separatismo nel corso degli ultimi anni di lotte nelle ferrovie. Si vuole qui invece partire dal constatare la perdita di incisività materiale di qualsiasi sciopero “in autonomia” rispetto a uno di fronte comune, a maggior ragione se si tratta di scioperi indetti da poche organizzazioni sindacali di base, numericamente più deboli delle grandi confederazioni concertative CGIL-CISL-UIL. Di fronte a questa premessa, ogni occasione persa di sciopero unitario è un assist offerto a aziende, Governo e burocrazie sindacali complici, per la conservazione del loro potere di sfruttamento e di indebolimento della classe lavoratrice.

Lo sciopero generale del 18 maggio ha impattato sull’indice di regolarità treni facendolo calare al 74,7%, mentre quello del 29 maggio lo ha fatto calare al 71,6% (rispetto al tipico 97-98% in assenza di scioperi). Risultati che arrivano considerando che molti lavoratori che hanno scioperato il 18 maggio non lo hanno fatto il 29, non potendo sostenere economicamente due giornate senza paga e senza il supporto di alcuna cassa di resistenza.

Lo sciopero di settore dell’11 giugno, segnato dalla partecipazione dell’assemblea autorganizzata di macchinisti e capitreno, ha fatto calare l’indice di regolarità al 63,03%.

Il 3 ottobre ‘25 invece, data di sciopero unitario (CGIL compresa) durante l’autunno del Blocchiamo tutto, l’indice di regolarità è calato al 57,3%. Un risultato inequivocabile circa l’impatto che può avere uno sciopero di fronte comune.

La spinta a trovare unità d’azione tra le organizzazioni di base dei lavoratori è tanto più necessaria se si considera l’avanzata repressiva del Governo Meloni nei confronti delle lotte dei lavoratori, con l’estensione della legge anti-sciopero 146/90 al settore del trasporto merci, proprio mentre il CEDS (Comitato Europeo dei Diritti Sociali) condanna l’Italia per eccessiva limitazione del diritto di sciopero.

Nel biennio 2024-25 i lavoratori del settore ferroviario hanno riscoperto un’importante disposizione alla mobilitazione, come forse non accadeva dai tempi delle lotte del CoMU ma con una maggiore trasversalità (non solo macchinisti sono scesi in campo, ma anche capitreno, manutentori e addetti alla circolazione). Tuttavia il rapporto tra repressione governativa e forza dei lavoratori è molto diverso rispetto agli anni ’80: nonostante i grandi sforzi messi in campo dai lavoratori e dalle loro avanguardie, è stato firmato un CCNL al ribasso, il diritto di sciopero è stato ulteriormente represso (vedi estensione fasce di garanzia ai giorni festivi, e “nesso strumentale” manutentori) e le condizioni di lavoro non accennano a migliorare. Nel contempo le burocrazie dei grandi sindacati concertativi continuano a firmare accordi con le aziende del Gruppo FS, con RSU che sono scadute da 8 anni.

Questo non significa dare ragione a chi sostiene la disfatta e l’inutilità di ogni mobilitazione; al contrario, deve stimolare a riflettere sulla necessità di fare un salto di qualità sul piano organizzativo e conflittuale. Per questo avanziamo alcune proposte in questa direzione, rivolte alle organizzazioni sindacali di base e ai lavoratori, in vista della nuova scadenza del CCNL dei ferrovieri prevista quest’anno.

Proposte per una stagione di lotta unitaria nelle ferrovie

  1. La legge anti-sciopero 146/90 va abolita.

Tutte le organizzazioni sindacali di base diano vita a una campagna indirizzata all’abolizione della legge anti-sciopero, principale responsabile della debolezza degli scioperi nei settori “essenziali”, impedendo (fra le altre cose) gli scioperi a oltranza sul modello francese. 

Già da qualche tempo USB ha cominciato a indire scioperi nelle ferrovie che accolgono il parere positivo del CEDS in rottura con la legge italiana; per esempio non accettando l’interpretazione arbitraria della Commissione di Garanzia secondo cui lo sciopero dei manutentori fermerebbe i treni (“nesso strumentale” con la circolazione).

Lo scorso 11 giugno sono state invitate anche le forze politiche a fare la loro parte, e a sostenere le eventuali future iniziative dei lavoratori su questa linea.

Non sarà comunque certo da parte di PD-AVS-M5S che ci si deve aspettare la soluzione: come ben espresso durante il convegno dell’11 giugno da Giuliano Granato (portavoce di Potere al Popolo), apparteneva proprio al PD il sindaco di Imola che ringraziò il Ministro Salvini per aver precettato lo sciopero dei ferrovieri in occasione del Gran Premio, a maggio 2024.

La stessa legge anti-sciopero del 1990 (evoluzione in chiave “anti-Cobas” dei codici di autoregolamentazione), è stata votata in Parlamento quasi all’unanimità, con una resistenza minima da parte dei sindacati concertativi.

Soltanto la lotta dei lavoratori potrà permettere passi avanti, senza concessioni da nessun gruppo di potere interessato solamente alla propria conservazione. La campagna verso l’abolizione della legge anti-sciopero deve passare da azioni di mobilitazione in forzatura, insieme al percorso legale (che approfitti dell’apertura da parte del CEDS) e all’organizzazione di convegni e assemblee aperte sul tema, per sensibilizzare quanti più lavoratori possibile.

  1. Costruire casse di resistenza.

L’avanzamento nei rapporti di forza dei lavoratori dovrà necessariamente passare da scioperi di massa in violazione della legge anti-sciopero, senza i quali la Commissione di Garanzia e il Governo continueranno a stringere la morsa repressiva, mentre i lavoratori saranno ancora costretti a “perdere il meno possibile” senza mai poter migliorare le proprie condizioni. In quest’ottica le organizzazioni e le avanguardie dei lavoratori saranno costrette a sostenere i costi immediati delle sanzioni, come già avvenuto.

È allora necessario che i ferrovieri diano vita a una cassa di resistenza contro la repressione, strumento di solidarietà e di mutualismo conflittuale, attraverso cui essere in grado di portare avanti la lotta senza arretramenti a colpi di multe e decreti.

I ferrovieri hanno già in realtà una Cassa di solidarietà, nata nel 2006 per sostenere la repressione di lavoratori (e non solo) nell’ambito della sicurezza. È possibile farla crescere e metterla al servizio anche delle lotte per il diritto di sciopero; in tal caso è necessario “svecchiare” il sito e dare una possibilità più immediata di partecipazione a donatori esterni non ferrovieri.

Le casse di resistenza sono infatti un ottimo strumento attraverso cui è possibile creare legami di solidarietà tra settori diversi di lavoratori, e con i movimenti sociali: si pensi alla cassa di resistenza del Collettivo di fabbrica ex-GKN, che ha aiutato gli operai a portare avanti per 5 anni (fino ad oggi) il presidio permanente; o al crowdfunding che ha permesso ai lavoratori SUDD Cobas di Mondo Convenienza di scioperare per 5 mesi, presidiando davanti ai cancelli dello stabilimento di Campi Bisenzio.

Visto il forte ruolo delle Ferrovie dello Stato nell’economia di guerra, una campagna in sostegno di una cassa di resistenza dei ferrovieri potrebbe coinvolgere efficacemente i movimenti contro il riarmo e contro il genocidio in Palestina e Libano, così come centinaia di migliaia di lavoratori e giovani contrari alla militarizzazione e allo smantellamento dei trasporti pubblici.

  1. Piattaforma conflittuale unitaria.

Lo scorso anno, in occasione del rinnovo del CCNL al ribasso firmato dai sindacati concertativi, i ferrovieri hanno dato vita al Comitato per il NO al CCNL: un fronte unitario che ha promosso un referendum dal basso su piattaforma web, partecipato da circa 5000 lavoratori, con cui l’accordo contrattuale è stato bocciato in maggioranza (nonostante questo, il CCNL ha vinto al referendum “ufficiale” dei sindacati firmatari). Il comitato si è poi tacitamente sciolto.

Sulla base di questa esperienza, che ha avuto non poche difficoltà organizzative ma ha mostrato la possibilità di raggiungere la partecipazione di un’importante quantità di lavoratori, crediamo sia necessario costruire una piattaforma conflittuale unitaria, partecipata da tutti sindacati di base attivi nelle ferrovie e dalle assemblee autorganizzate dei lavoratori. È possibile farlo partendo dalle piattaforme già sviluppate dall’Assemblea PdM/PdB e dai sindacati di base. Il Comitato per il NO aveva provato a comporre la bozza di piattaforma unitaria che mettesse insieme rivendicazioni dei vari sottosettori, che poi però non ha avuto seguito.

Una piattaforma così costruita, attraverso assemblee dal basso dei lavoratori, permetterebbe a tutti i ferrovieri combattivi di riconoscersi nella stessa lotta, favorendo la convergenza tra sottosettori delle ferrovie (anche in appalto), e stimolerebbe scioperi e vertenze unitarie tra organizzazioni.

  1. Accordo inter-sindacale e assemblee periodiche verbalizzate.

Le organizzazioni sindacali di base dovrebbero raggiungere la firma di un accordo con cui garantirsi vicendevolmente il rispetto di alcuni paletti nello svolgimento della lotta, riconoscendo nell’avanzamento nei rapporti di forza per i lavoratori il principale obiettivo comune.

Per esempio dovrebbero impegnarsi a non indire scioperi separati, sulla base dei comuni obiettivi conflittuali; le eventuali posizioni divergenti (spesso, giustamente, invisibili ai lavoratori) possono essere discusse nella stessa giornata di mobilitazione. Questo vincolo permetterebbe agli scioperi – come detto in precedenza – di essere maggiormente partecipati e quindi più incisivi, non lasciando che aziende e Governo traggano beneficio dalle rotture del fronte.

Contestualmente le organizzazioni dovrebbero impegnarsi nel sostenere le “norme tecniche” più combattive in occasione di uno sciopero: se, come è successo, un’organizzazione proclama sciopero in forzatura alla legge 146/90, le altre organizzazioni dovrebbero unirsi; oppure, nel caso di impossibilità economica, astenersi dall’indizione.

Nel caso invece delle prossime elezioni RSU, dovrebbero convenire di fare liste uniche, per non lasciare alcun margine di vantaggio ai sindacati concertativi di riaffermare il loro potere.

Per arrivare a tale accordo, e per consolidare la pratica unitaria, i sindacati di base – insieme alle assemblee autorganizzate – dovrebbero indire assemblee periodiche semestrali inter-sindacali e verbalizzate. L’emissione di un documento di verbale (o report) delle assemblee consentirebbe la storicizzazione delle decisioni prese di volta in volta, ma soprattutto collettivizzerebbe il dibattito e permetterebbe ai lavoratori di verificare le posizioni emerse, dando loro la possibilità di giudicare e influenzare maggiormente le proprie organizzazioni, e favorendo la partecipazione dal basso.

  1. Sfida alle confederazioni concertative CGIL-CISL-UIL.

Nelle ferrovie (e non solo) le grandi confederazioni sindacali concertative CGIL-CISL-UIL, continuano a godere di schiacciante potere numerico rispetto alle organizzazioni di base. La quantità di tessere, insieme al numero di RSU, implica il raggiungimento del requisito di “rappresentatività” che consente l’accesso al tavolo contrattuale.

Proprio per questo potere acquisito (e saldamente difeso) i sindacati concertativi hanno ancora a loro favore una leva di persuasione sui lavoratori. Oltre ad avere a disposizione maggiori risorse economiche che permettono a più delegati di assistere i lavoratori, la possibilità di sedersi ai tavoli contrattuali e la promessa di piccole sistemazioni individuali (es. trasferimento) spesso bastano ai nuovi lavoratori per tesserarsi con loro. Per questo, e per la scarsa disposizione alla mobilitazione (che non viene del tutto eliminata solo per ritualità e per non perdere troppo consenso), sempre più questi sindacati arrivano a funzionare da “agenzie di servizi”, alimentando il meccanismo della delega.

Al contrario, le organizzazioni di base propongono una prospettiva di lotta, di partecipazione dei lavoratori e di ribaltamento degli assetti di potere costituiti, al fine di conquistare dei reali miglioramenti; non essendo però firmatarie del CCNL non godono di alcuno dei benefici che i sindacati firmatari hanno ritagliato per sé (es. indizione di assemblee in orario di lavoro, assenze sindacali retribuite, etc.).

Proprio per questo è necessario che i sindacati di base si pongano il problema di sfidare a sinistra CGIL-CISL-UIL, consapevoli delle leve di influenza che questi hanno a loro favore, e contro cui non basterà mostrare semplicemente maggiore radicalità rivendicativa. Sarà necessario strappare loro consensi nella lotta e nel sostegno alle forme di organizzazione dal basso dei lavoratori e a prescindere dalle sigle.

Più volte le assemblee autorganizzate dei ferrovieri hanno provato a coinvolgere le organizzazioni firmatarie nei loro percorsi: lo hanno fatto gli operatori della Sala Circolazione di Venezia, gli installatori degli impianti tecnologici della struttura “Interlocking Building” di RFI, e lo stesso Comitato per il NO al CCNL. Ma per tutta risposta questi sindacati hanno sempre rifiutato e non hanno mai riconosciuto iniziative autonome e partecipate dal basso dei lavoratori.

Proprio rispetto a questa chiusura e al verticismo dei sindacati concertativi, i sindacati di base dovrebbero invece distinguersi; non tirandosi indietro, per esempio, dal contrapporre le proprie piattaforme a quelle dei sindacati concertativi nelle stesse giornate di lotta. In questo modo potrebbero dimostrare ai lavoratori che sono quegli stessi sindacati che si proclamano difensori dei diritti dei lavoratori a spezzare e indebolire il fronte di lotta; e nel contempo potrebbero sottolineare le contraddizioni delle loro piattaforme al ribasso (es. vogliono il buon rapporto vita-lavoro e firmano accordi per turni insostenibili dei manutentori; vogliono salari più alti ma sempre al di sotto dell’inflazione).

Roberto Marchese

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Roberto Marchese

Nato a Prato nel 1996, ferroviere e studente di filosofia all'università di Firenze. Collabora con La Voce Delle Lotte approfondendo sul campo le dinamiche sindacali e le lotte dei lavoratori