In queste ultime settimane il sindacato Sudd Cobas, che organizza lavoratori soprattutto nella zona della piana fra Firenze, Prato e Pistoia, ha lanciato due massicce campagne di scioperi contro lo sfruttamento indiscriminato operato dalle aziende del distretto tessile, a partire dalla richiesta di diritti basilari di lavoratrici e lavoratori, come le quaranta ore di lavoro settimanali. Bisogna sostenere queste lotte ed aiutare ad estenderle lungo tutta la filiera tessile.


Mentre i giornali mainstream berciano con toni allarmanti a proposito dell’ondata di caldo che sta investendo l’Europa e l’Italia, come se si fossero accorti tutto d’un colpo del cambiamento climatico in atto, nella piana fiorentina i lavoratori del distretto pratese sono costretti ad affrontare le temperature infernali per organizzare scioperi e picchetti e ottenere diritti che in Occidente dovrebbero ormai essere considerati basilari.

Le condizioni di lavoro nel distretto pratese

Sono ormai anni che il sindacato Sudd Cobas (prima Si Cobas Prato-Firenze) porta avanti la campagna “8×5”, richiedendo alle aziende l’applicazione del contratto a otto ore per cinque giorni, conquista che per il movimento operaio, almeno in Italia, risale all’immediato secondo dopoguerra. Si tratta qui di lavoratrici e lavoratori impiegati soprattutto nel distretto tessile di Prato (nella zona che va da Campi Bisenzio a Pistoia, passando per Calenzano a nord est e Poggio a Caiano a sud ovest), immigrati e spesso provenienti dal nord del Pakistan.

Si tratta di aziende di piccole o medie dimensioni, stamperie, stirerie, ma anche produttrici di tessuti o impiegate nel confezionamento di vestiti. In alcuni casi le aziende fanno parte della filiera della pelletteria, del confezionamento di borse e della produzione di divani; scioperi importanti si sono avuti tuttavia anche nel settore della logistica, come dimostra in particolare lo sciopero a Mondo Convenienza finito due anni fa, e recentemente riscoppiato a Pisa.

Le condizioni di lavoro sono pressoché le stesse in tutte le aziende: lavoratrici e lavoratori sono costretti a lavorare sette giorni su sette, fino a 12 ore al giorno, e a volte anche fino a 15 ore, soprattutto nel settore della logistica. Tutto ciò con contratti spesso da quattro ore, con le restanti pagate in nero, e in ogni caso con salari molto bassi. Le aziende hanno spesso proprietari cinesi, a volte operanti in un contesto di relazioni mafiose (con tanto di faide ricorrenti che mettono in pericolo gli stessi lavoratori), ma anche pakistani, albanesi e italiani. I proprietari dei capannoni in numerosi casi non sono gli stessi proprietari delle aziende, e spesso sono italiani (ma non solo). Questa situazione fa sì che, durante gli scioperi, lavoratori e sindacalisti debbano fronteggiare allo stesso tempo sia i capi delle aziende che i proprietari degli stabilimenti, che in vari casi si sono dimostrati ancora più incattiviti, mettendo in atto intimidazioni con comportamenti fascistoidi e violenti.

Tutto questo di fronte a una situazione in cui le lavoratrici e i lavoratori richiedono condizioni di lavoro già riconosciute come diritti basilari dallo stato italiano, il quale tuttavia non fa nulla per aiutare il lavoro del sindacato, ostacolandolo anzi in numerose occasioni.

Ma gli scioperi non vengono organizzati solo contro gli orari di lavoro inumani: il sistema del “chiudi e riapri”, per cui molte di queste piccole aziende chiudono improvvisamente per sfuggire ai controlli dell’ispettorato del lavoro, licenziando tutte le lavoratrici e i lavoratori e riaprendo poco dopo in altre zone del distretto con nomi diversi, è uno dei fenomeni più diffusi nei Macrolotti di Prato e nella zona circostante. Inoltre, anche una volta raggiunti gli accordi per l’8×5, spesso ai lavoratori non vengono pagati gli stipendi, oppure rischiano il licenziamento.

Si tratta di una situazione di perenne tensione con la controparte padronale, dove la cosa fondamentale è conquistare i rapporti di forza necessari a uscire dalla situazione di ricattabilità in cui i padroni delle aziende mettono i lavoratori, e passare all’offensiva per ottenere condizioni di lavoro sempre migliori.

 

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Le recenti campagne del Sudd Cobas e la conquista dei rapporti di forza necessari a migliorare le condizioni di lavoro

Nel corso di questi anni il Sudd Cobas è riuscito a conquistarsi con la lotta rapporti di forza sempre più favorevoli, come si può vedere dal fatto che la polizia, che spesso era intervenuta per sgomberare gli scioperanti ai tempi delle vertenze TexPrint e Mondo Convenianza, ormai si fa vedere sempre di meno davanti ai picchetti, e in ogni caso più frequentemente e in chiara alleanza con i padroni solo in quelle zone meno battute dagli scioperi e dall’azione del sindacato, dove i lavoratori sono meno organizzati.

La stessa conquista di rapporti di forza più favorevoli ha determinato anche il corso delle ultime settimane di lotta: da aprile il sindacato ha lanciato la “Primavera 8×5”, campagna di scioperi che dal distretto pratese si è allargata fino alle province di Forlì e Teramo. A fine maggio sono stati lanciati gli “Strike Days”, con decine di scioperi e altrettante vittorie, tutte ottenute nel giro di pochi giorni, a volte anche meno; e dal 26 giugno la campagna di Strike Days è ricominciata nella piana, con più di trenta scioperi e contratti ottenuti in molte aziende. Dalla primavera sono più di ottanta le aziende in cui sono stati organizzati gli scioperi, e altrettante le vittorie. Ovviamente, in questo contesto favorevole, sempre più lavoratori hanno deciso di unirsi al sindacato, anche lavoratori che all’inizio dello sciopero nella loro azienda avevano continuato a lavorare.


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Solidarietà di classe: la base per l’organizzazione di una resistenza attiva contro le politiche di frammentazione del capitale

Proprio il rapporto fra i lavoratori iscritti al sindacato è particolarmente importante. Nel corso delle ultime campagne di scioperi, i lavoratori che avevano già ottenuto i contratti a otto ore in passato, si sono resi pienamente disponibili a sostenere i loro compagni davanti alle fabbriche. Alcuni lavoratori hanno fatto il turno di notte ai picchetti per poi andare direttamente a lavorare alle rispettive aziende e, una volta finito il loro turno di lavoro, tornare agli scioperi per sostenere ancora i compagni.

La solidarietà non si limita alla presenza davanti alle fabbriche in sciopero, ma significa ovviamente anche molte altre cose e azioni diverse: preparare pranzi e cene per lavoratori e sindacalisti in sciopero, portare l’acqua ai picchetti, eccetera. Il clima diffuso di solidarietà è favorito dal fatto che molti lavoratori, sia di aziende diverse che della stessa azienda, abitano nello stesso appartamento, negli stessi palazzi e negli stessi quartieri. Anche la sede del sindacato (che prima si trovava in uno di questi quartieri operai) in centro a Prato appare come un luogo di passaggio e ritrovo di lavoratori, dove spesso vengono organizzate cene sociali, momenti di festa tra una campagna di scioperi e l’altra.

Durante il “Macroblocco Day” del primo giugno, giornata concepita come punto culminante degli Strike Days di maggio, si è vista tutta la potenza di questa comunità che si sta costituendo nella piana. Un corteo di più di un centinaio di lavoratori, sindacaliste e solidali è partito dal presidio davanti alla targa che i lavoratori stessi avevano posto in ricordo di operai e operaie morte bruciate vive una decina di anni fa in una di queste piccole fabbriche del macrolotto, dentro alla quale erano costrette a dormire. Il sindacato e i lavoratori hanno difeso questa targa con un presidio permanente, contro le resistenze dei padroni delle fabbriche limitrofe, che sbraitavano all’occupazione di suolo privato e hanno provato più volte a distruggere la targa e a far sgomberare il presidio. Contro questa situazione, i lavoratori hanno mostrato tutta l’umanità della solidarietà di classe, che non conosce confini nazionali (la targa commemora lavoratrici e lavoratori cinesi come molti dei padroni delle aziende sfruttatrici), e che costituisce essa stessa una molla e un mezzo in cui si propaga la lotta di classe e la formazione potenziale di una nuova società libera e democratica.

Da questo presidio i lavoratori sono dunque partiti in corteo: il corteo, un nugolo rumoroso e pieno di bandiere di persone che si muoveva a piedi, in furgone e in bicicletta, lasciava drappelli a ogni fabbrica in cui si doveva scioperare, per poi proseguire. Gli scioperi duravano spesso anche poche ore, se non poche decine di minuti. A fine giornata, i nuovi contratti erano stati firmati in quasi tutte le aziende investite quel giorno dagli scioperi, più di una decina.


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Il ruolo delle grandi aziende multinazionali

Ora, la maggior parte di queste piccole e medie aziende della piana fiorentina sono inserite in catene di produzione, di cui rappresentano un anello. In molti casi, si tratta di aziende in subappalto a grandi brand della moda e dell’arredamento, come Montblanc e Poltronesofà. La vera produzione di articoli anche di lusso avviene in queste aziende completamente frammentate fra loro; il brand principale acquista poi il prodotto, sostanzialmente finito, a poche decine di euro, per poi venderlo nei propri negozi a centinaia o migliaia. Tutto ciò non prestando alcuna attenzione al grado di sfruttamento spietato dei lavoratori che avviene lungo tutta la catena produttiva di cui sono all’apice, anzi favorendolo, curandosi solo dei profitti sempre più alti che possono fare grazie a queste condizioni di lavoro e all’assenza di diritti. Se in una delle aziende in subappalto scoppia uno sciopero e i padroni sono costretti dai rapporti di forza (e dalla legge, date le circostanze) a regolarizzare i lavoratori, oppure se viene chiusa dopo l’arrivo dell’ispettorato del lavoro, l’azienda madre, il grande brand, può sempre facilmente liberarsene e servirsi di altre miriadi di piccole aziende dello stesso tipo, e che operano lo stesso grado di sfruttamento. A Forlì, tre lavoratori organizzati dal Sudd Cobas hanno scioperato in un’azienda in subappalto a Poltronesofà. L’azienda contava in totale cinque lavoratori, due cinesi (come il padrone) oltre ai tre pakistani in sciopero. Appena scoppiato lo sciopero, l’azienda madre ha subito iniziato a cercare nuovi sbocchi per le sue esigenze produttive, per non far cessare la catena di sfruttamento che le permette profitti stratosferici.

Corteo al Macrolotto di Prato durante gli scioperi del 25 giugno – 6 luglio. Foto di Leonardo Nicolini.

La necessità di organizzare la lotta sindacale e politica lungo le catene del valore

Questa è la situazione complessiva dentro e davanti a cui si trovano lavoratrici e lavoratori. Questo, da una parte, rende necessario uno studio esteso e analitico delle catene produttive che si intersecano in distretti industriali come quello della piana fiorentina, e, dall’altra, la solidarietà e l’organizzazione fra lavoratori di aziende che rappresentano i diversi anelli delle stesse catene del valore. Queste possono trovarsi sullo stesso territorio nazionale, ma nel capitalismo contemporaneo si trovano spesso dislocate internazionalmente, ponendo urgentemente la necessità di organizzazioni internazionaliste e collegate a livello globale, che pongano il problema dell’organizzazione politica e sindacale delle lavoratrici e dei lavoratori delle stesse catene produttive. Senza lo sviluppo di questa capacità organizzativa, le vittorie sindacali rischiano di restare sempre instabili e momentanee.

In ogni caso l’instabilità, dettata sia dai rapporti di forza che volta per volta si instaurano fra lavoratori e lavoratrici in lotta e la controparte padronale, sia dalla logica stessa del capitale, è intrinseca al sistema capitalistico. Ma l’organizzazione dei lavoratori, verticalmente lungo le catene del valore, insieme all’organizzazione solidale in senso orizzontale negli stessi distretti industriali e negli stessi territori, è il primo passo per iniziare a riconquistare i rapporti di forza necessari a uscire dallo stato di inferiorità nei confronti della frammentazione determinata dallo sviluppo dell’economia capitalistica, frammentazione che rende più semplice ai padroni lo sfruttamento, e più difficile a lavoratrici e lavoratori l’organizzazione e la lotta.

Leonardo Nicolini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nato a Genova nel 1998, è cresciuto in una famiglia di artisti. Ha studiato filosofia prima a Pavia e poi e Firenze, dove vive attualmente. Militante della FIR, si dedica anche alla fotografia e al cinema.