Questa domenica e lunedì della settimana prossima, si terranno le elezioni regionali in Campania. Dopo dieci anni di amministrazione De Luca, segnata da trasformismo politico e contiguità con la criminalità organizzata, ci sarà un cambio della guardia. La contesa è principalmente tra due coalizioni larghe, una di centrosinistra guidata da Fico e supportata dallo stesso De Luca, l’altra di centrodestra con Cirielli candidato di Fratelli d’Italia. A sinistra si candida la coalizione “Campania Popolare”, che ha come candidato presidente Giuliano Granato di Potere al Popolo, in alleanza con il PCI e Rifondazione Comunista.
Campania Popolare” è veramente un esperimento del campo politico indipendente, anticapitalista, che Potere al Popolo propone nel suo discorso generale?


Il disastro dell’amministrazione di centrosinistra

Fra domenica 23 e lunedì 24 novembre si terranno le elezioni regionali in Campania, Veneto e Puglia: tutti e tre sono casi di presidenti uscenti che da lungo tempo occupano posti al vertice del potere politico territoriale. In questo articolo ci concentreremo sul caso della Campania e dei limiti dell’alternativa di sinistra ai principali blocchi politici presenti a queste elezioni.

Per dieci anni Vincenzo De Luca, uomo forte del PD nella regione, ha fatto della Campania il suo feudo politico. Pur di blindare il proprio potere alle elezioni regionali del 2020, ha proposto liste amplissime in cui si è arrivati a inserire figure storiche di centrodestra come Clemente Mastella, o addirittura, come nel caso di Paola Raia e Flora Beneduce, finanche vicine alla camorra tramite ex politici vicini a Berlusconi, come Nicola Cosentino, legato ai Casalesi – la potente fazione della camorra casertana responsabile della discarica a cielo aperto che oggi chiamiamo Terra dei fuochi – o Luigi Cesaro, senatore di Forza Italia indagato insieme ai fratelli nelle ultime due elezioni regionali per voto di scambio e favoritismi in appalti.

De Luca ha amministrato la Campania in modo disastroso, accelerando processi di smantellamento della sanità pubblica in un sistema già fortemente in crisi. Si è investito in grandi opere su cui poter speculare, come l’Ospedale del Mare edificato in zona rossa a rischio Vesuvio, mentre si chiudevano reparti e pronto soccorso nelle periferie. I trasporti in gestione regionale come l’EAV – che si occupa di tutta la zona esterna al centro città di Napoli – sono stati rafforzati solo nelle tratte più turistiche, mentre milioni di lavoratori costretti a vivere fuori città non hanno trasporti pubblici.

Condizione che si aggrava con l’Autonomia Differenziata introdotta dal governo Meloni, che prevede di smettere di investire fondi per colmare i divari nei servizi pubblici delle regioni in deficit, ma di ridistribuirli in base alla capacità di offrire questi servizi. Portando le strutture già rodate a ricevere più fondi, mentre quelle che “non funzionano”, come in Campania, ne riceveranno sempre meno. Una legge così peggiorativa per realtà come la Campania da aver costretto lo stesso De Luca a mobilitarsi contro la sua approvazione (anche se solo per preservare le sue clientele). 

Dato questo contesto lasciato in eredità dal centrosinistra, la candidatura di un fronte ampio con a capo Fico è solo il vecchio che si presenta con un volto apparentemente più pulito, soprattutto se supportato dagli stessi partiti ed esponenti, tra i quali anche lo stesso ex presidente Vincenzo De Luca.

 

Il centrodestra, tra trumpismo spicciolo e turistificazione

La coalizione di centrodestra riesce nell’incredibile impresa di essere una versione ancora più barbarica del centrosinistra “deluchiano”. Basti pensare che il capolista di Fratelli d’Italia è nientemeno che Gennaro Sangiuliano, l’ex Ministro della Cultura dimessosi un anno fa per la figuraccia fatta con il caso Boccia, il quale si è fatto ultimamente notare con lo slogan filo-trumpiano “Make Naples Great Again”.

La coalizione capeggiata da Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia ha strutturato un programma incentrato sul taglio di qualsiasi investimento pubblico, con l’intenzione di finire il processo di privatizzazione. Nel concreto l’obiettivo è mangiare le ultime briciole rimaste in Campania puntando sul turismo di massa, fonte importante di PIL per la regione e di riproduzione della piccola borghesia imprenditoriale. Condizione che però causa lo sfratto di migliaia di abitanti dai centri storici delle città anche solo per l’adeguamento del costo della vita verso l’alto, nella misura in cui, sempre più, si pensa solo agli interessi del turista.

Nonostante il mix di trash e brutalità reazionaria a destra, l’insoddisfazione causata dalle politiche di De Luca e del centrosinistra permette alla destra di continuare ad avanzare, fino a ridurre la distanza con la coalizione di Fico a pochi punti percentuali negli ultimi sondaggi.

Tutto questo senza considerare tantissimi altri problemi della regione, come la questione del diritto all’abitare. Proprio sotto l’amministrazione di Manfredi, attuale sindaco di Napoli, infatti, si stanno accelerando gli sfratti di interi palazzi con decine di famiglie all’interno, come nel caso dell’ex Motel Agip, senza soluzioni alternative né piani di investimento per case popolari. Oppure l’assenza di politiche a sostegno delle donne mentre gli asili nido stanno venendo progressivamente privatizzati, obbligando le donne a sottoporsi ai ricatti del lavoro part-time, spesso a nero, per ricevere la flessibilità di cui necessitano per le cure riproduttive.
La questione del bradisismo che investe tutta l’area flegrea di Napoli, a cui non si sta dando alcuna soluzione.

La questione del tasso elevatissimo di disoccupazione quando in città ci sarebbero esperienze concrete e alternative come i disoccupati 7 Novembre, che si sono organizzati per pretendere con la lotta soluzioni lavorative stabili. O come la questione del mare negato con le battaglie della mobilitazione per un “Mare Libero”.

Tutti problemi che nessuna di queste ampie liste elettorali, da destra a sinistra, ha intenzione di portare avanti per continuare a rispondere agli interessi individuali e clientelari.

 

Campania Popolare: una valida alternativa di sinistra?

In questo contesto, a sinistra si inserisce l’alleanza di Campania Popolare, che include Potere al Popolo (PaP), il Partito Comunista Italiano (PCI) e il Partito della Rifondazione Comunista (PRC). Il candidato è il co-portavoce di PaP Giuliano Granato, un ex operaio chimico, licenziato come ritorsione per il tentativo di organizzare il sindacato in una fabbrica mai sindacalizzata in 34 anni. Questa sua appartenenza di classe gli ha permesso di essere in diverse occasioni l’unica voce di riferimento per gli strati più bassi della popolazione in Campania. Anche in queste elezioni si è dimostrato capace di affrontare la campagna con questa sensibilità.

A questo, negli ultimi mesi, si è aggiunta la radicalizzazione del movimento “Blocchiamo Tutto”, che ha fatto tornare in scena la classe lavoratrice nella politica, su spinta del sindacalismo di base con l’USB e in alleanza con gli studenti di scuole e università. La mobilitazione ha alimentato fronti di cui abbiamo grande bisogno, per essere capaci di lottare contro questo governo che ci impoverisce e ci brutalizza con le sue politiche antipopolari.

Una mobilitazione nata in solidarietà con la Palestina, ma che esprime un dissenso più complessivo, in quanto l’oppressione coloniale e genocida di Israele, supportata e finanziata da tutte le potenze imperialiste d’Occidente, Italia inclusa, è stata percepita come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, vista la violenza becera di questo sistema capitalistico e dei governi di destra come quello Meloni. Una violenza che non si vive solo in Palestina, ma che riguarda tutti noi come sfruttat* e oppress* di questo mondo e di questo paese, a partire dalla violenza che subiamo nei nostri posti di lavoro, di studio, nelle nostre case, tutti i giorni.

A partire da questa unità che abbiamo sperimentato nelle piazze, con lo sciopero del 22 settembre e poi del 3 e 4 ottobre, sappiamo che nasce sempre più urgente la necessità di organizzarsi e trovare forme durature nel tempo che costruiscano questa convergenza.

Per questo pensiamo che sia interessante la proposta che sta lanciando Potere al Popolo a livello nazionale, con un’assemblea tenutasi lo scorso 25 ottobre a Roma, nel tentativo di costruire un blocco sociale e politico alternativo al centrosinistra che ha tradito in qualsiasi modo le fasce più schiacciate di questo paese, a partire dal governo Renzi con il Jobs Act fino alla complicità dei sindacati confederali come la CGIL, che nuovamente stanno tentando di dividere il movimento proclamando date diverse da quelle del sindacalismo di base.

Crediamo che interrogarsi su come costruire un fronte unico ampio che riesca a far emergere la forza delle avanguardie politiche e sociali che si stanno costruendo in questo contesto di lotta di classe sia fondamentale per una prospettiva rivoluzionaria in questo paese. Una prospettiva che punti non solo a ‘migliorare’ questo sistema (in una fase di crisi e caos globale che non lascia nemmeno molti margini per concessioni dall’alto), ma che lotti per il socialismo – come più volte si è detto all’assemblea del 25 – per il capovolgimento dei rapporti di classe e di potere.

Ci chiediamo allora perché, se questa è la direzione che un percorso del genere vuole prendere, sul territorio regionale si continui a cedere ad alleanze con gruppi politici come Rifondazione Comunista e Partito Comunista Italiano, che puntano esplicitamente al riformismo più becero (se non a fare da cheerleader al regime anti-operaio di Xi Jinping come nel caso della seconda organizzazione menzionata).

Un’impostazione, quella riformista e ultra-elettoralista, incapace di favorire il conflitto di classe e sancita, almeno nel caso del PRC, dalla vittoria del programma politico di Acerbo all’ultimo congresso del partito.

Nel documento, infatti, si manifesta l’intento di ricostruire un legame con il centrosinistra, se non esplicitamente a livello nazionale (dove comunque si fa l’occhiolino a Schlein e ai 5 Stelle), almeno a livello locale.

Nei fatti, e solo negli ultimi mesi, Rifondazione ha sostenuto il piddino di destra, peraltro indagato per corruzione, Matteo Ricci, in occasione delle elezioni regionali nelle Marche. Proprio questo weekend, inoltre, il partito di Acerbo sostiene la coalizione guidata dal Partito Democratico in Veneto.

Si tratta quindi di una formazione politica che, nonostante abbia da tempo organizzativamente rotto con l’ala bertinottiana, continua a mostrarsi strutturalmente incapace di fare un bilancio dell’esperienza degli anni ’90-2000, in cui il PRC è stato nella maggioranza di governi come quelli di Prodi e D’Alema, responsabili di privatizzazioni e sostegno a missioni militari imperialiste, come quelle in Afghanistan e in Iraq.

L’unità di cui abbiamo bisogno, se vogliamo costruire una reale alternativa anticapitalista e comunista, non è quella con ceti politici bancarottieri, ma quella che abbiamo visto nelle giornate di sciopero; quella che si basa sulla forza dei lavoratori che lottano anche contro la burocrazia dei propri sindacati e da cui può sorgere la forza per dare gambe a una progettualità indipendente contro politiche antisociali, ma anche contro tradizioni di passivizzazione e tradimento.

Certo, si potrebbe obiettare che l’unità (generica) dei partiti di sinistra, compresa Rifondazione, abbia portato in passato, proprio in Campania, a esperienze positive come la giunta De Magistris. Valutazione che, alle politiche del 2022, ha giustificato il lancio della coalizione Unione Popolare.

Da un lato, tuttavia, l’abbassamento del piano programmatico che realtà come PaP hanno dovuto subire per partecipare a questo cartello ha portato solo a un misero 1,5. Dall’altro, bisogna chiedersi: è proprio vero che la giunta di De Magistris, sostenuta più o meno direttamente dagli stessi settori che oggi animano PaP, sia stata un’esperienza da rivendicare per chi vuole costruire una sinistra anticapitalista e radicata nelle lotte?

Il bilancio dell’esperienza De Magistris

Ma veramente la politica di De Magistris è quella che vogliamo difendere? E riprodurre a livello nazionale?

Solo un paio di esempi:
una delle sue grandi promesse era restituire il trasporto pubblico a Napoli; per farlo mise insieme tutte le aziende di trasporto e fondò ANM. Questo non bastò a coprire i profondi debiti delle aziende, quindi: centinaia di licenziamenti o riposizionamenti contrattuali sotto la spada di Damocle del Jobs Act. ANM, infatti, si trova in una crisi così profonda che ancora oggi i lavoratori sono in sciopero quasi tutte le settimane;
oppure la concessione delle terme di Agnano in mano ai privati, o lo stanziamento di fondi per asili nido privati che oggi pesano gravosamente sulle spalle delle donne e delle famiglie.

Legami con De Magistris che anche in questa nuova campagna elettorale sono stati rinnovati con un’attività di discussione sul futuro della città a partire dalla gestione dell’acqua come bene comune al cinema Modernissimo.  L’ABC (azienda pubblica che gestisce l’acqua in Campania) è stato il fiore all’occhiello elettorale di De Magistris. Per anni è stato venduto come esempio di gestione pubblica dell’acqua a livello nazionale, ma in realtà nasconde un silenzioso processo di privatizzazione, quando in delibera è stata aperta la partecipazione alle gare d’appalto per ABC. Esattamente ciò che De Luca ha fatto sul piano regionale su mandato di importanti multinazionali che speculano sui servizi idrici.

Non è un caso, tra l’altro, che in questi ultimi anni l’Irpinia sia in una grave crisi idrica per mancanza di risanamento dei condotti di trasporto che causano così tante perdite da rendere necessaria una politica di razionamento dell’acqua in diversi comuni dell’Avellinese.

Conclusioni

Ci chiediamo, quindi, se è questa l’alleanza che si vuole cercare per rafforzare un’alternativa anticapitalista. Se veramente non si possa chiedere e fare di più in questo momento storico.
Se, giustamente, si vuole accogliere la grande sfida di costruire un fronte capace di rispondere alle necessità della classe lavoratrice di oggi, bisogna farlo senza compromessi.

Costruendo un’alternativa con le avanguardie politiche e sociali forgiate in questi mesi di mobilitazioni, con i lavoratori e le lavoratrici che si sono mobilitati al di là della propria sigla sindacale, con chi oggi lavora e lotta costantemente affinché il 28 novembre possa ricostituirsi in piazza l’esperienza di unità e ampliarla sempre di più, con chi si vuole organizzare per continuare a lottare contro l’imperialismo.

Non crediamo esistano “voti utili”, crediamo che esista la possibilità di costruire una vera alternativa che difenda gli interessi della classe lavoratrice e che sia capace di organizzare i milioni di lavoratori e persone insoddisfatte dall’avanzata delle destre a livello nazionale e internazionale.

Sappiamo, come dice anche Giuliano Granato, che non basta il piano elettorale: bisogna costruirsi nelle mobilitazioni. E sappiamo bene che le basi di Potere al Popolo hanno questa capacità.

Rispondere alla chiamata di “Blocchiamo Tutto” è stato fondamentale per lo sviluppo di un movimento unitario, ma proprio per questo siamo convinti che i riferimenti politici di queste nuove generazioni non possano essere gli stessi partiti che hanno seminato disillusione, pace sociale e più volte tradito la classe lavoratrice.

Possiamo fare di più, possiamo farlo più forte, cambiare tutto anche con chi non ci propone nessun progressismo, nessuna bandiera rossa, ma solo un arancione sbiadito.


Scilla Di Piatro

Nata a Napoli il 1997, già militante del movimento studentesco napoletano con il CSNE-CSR. Vive lavora a Roma. È tra le fondatrici della corrente femminisa rivoluzionaria "Il Pane e Le Rose. Milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) ed è redattrice della Voce delle Lotte.