Come ogni anno il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza di genere, in Italia Non Una Di Meno ha lanciato una mobilitazione nazionale a Roma per il 22 e attività in diverse città il 25N. Questa giornata si inserisce in un panorama politico completamente diverso dagli anni precedenti, dopo lo sciopero del 22 Settembre, del 3 e del 4 Ottobre, con grandi giornate di lotta di classe, che porta il nostro sguardo come femministe a dover cambiare. Non solo continuare la lotta più determinate che mai, ma farlo in unità con gli altri settori sociali in mobilitazione, per questo il 22N abbiamo bisogno di dimostrare la necessità che lo sciopero e la mobilitazione del 28 e 29N, chiamato dall’USB, CUB e SGB, sia una grande giornata di lotta e di sciopero generale dove le donne, il movimento LGBT, le persone razzializzate, oppresse e sfruttate possano portare avanti le loro rivendicazioni.


Il 25 novembre di quest’anno si inserisce in un panorama politico dove la lotta di classe è rientrata nella scena politica italiana grazie ai grandi scioperi in solidarietà della Palestina e contro le politiche del riarmo, obbligando il sindacalismo di base e quello confederale a chiamare date unitarie che hanno portato in piazza due milioni di persone. Rivendichiamo che in questi due milioni di persone mobilitate in diversi settori, dalla logistica alla scuola, dai porti ai sanitari, le donne, le persone oppresse e razzializzate abbiano costituito parte viva della classe lavoratrice in sciopero in quei giorni. Questo contesto ha permesso di sviluppare l’unità indispensabile per portare avanti la lotta, sia per una Palestina libera sia contro questo governo reazionario e guerrafondaio che attacca frontalmente i diritti e le libertà delle stesse donne, comunità LGBTQIA+ e persone razzializzate e quindi anche la nostra lotta trans femminista.

Ci ha restituito delle pratiche, come quella dello sciopero generalizzato, altre come la mobilitazione nelle piazze è una tradizione che da anni come movimento femminista dimostriamo che funziona. Per questo dobbiamo continuare a mobilitarci non solo il 22, ma anche il 28, ricostruendo nella lotta quei legami di alleanza che oggi più che mai abbiamo bisogno per affrontare l’avanzata delle destre. “Blocchiamo Tutto” è stato possibile ed è possibile solo con la partecipazione dei nostri corpi e delle nostre esigenze, ma anche la nostra battaglia necessita di costruirsi a partire dall’alleanza con quella classe lavoratrice in sciopero, perché solo se la lotta è generalizzata questo ci permette di avanzare anche sui nostri diritti e questo dal ‘68 lo abbiamo imparato.

 

Perchè la questione palestinese è una questione transfemminista

Le mobilitazioni hanno avuto come centro la questione palestinese, ma si è presto compreso – come dimostrano le varie parole d’ordine elaborate dal movimento – che la questione Palestinese non si riduce alla Palestina, ma rappresenta un grido di libertà per l’intera classe, per le soggettività marginalizzate e per le donne. L’oppressione e l’occupazione sionista, con la conseguente accelerazione del genocidio in atto, colpiscono più ferocemente le donne e le soggettività marginalizzate in Palestina. Il femminismo liberale si preoccupa del fondamentalismo islamico e mette in luce questo come principale oppressore delle donne e della comunità queer a Gaza e in Cisgiordania, mentre cita in maniera estremamente ridotta l’occupazione coloniale sionista. Questa visione non solo serve a giustificare l’occupazione sionista e a porre in maniera ideologica l’Occidente come “buono” e la Palestina come “cattiva”, ma d’altra parte non riproduce la realtà dei fatti e legittima un posizionamento che per secoli ha avallato politiche colonialiste e di occupazione in tutto il sud del mondo. Le femministe e il movimento LGBT che, dietro questa logica, difendono Israele e rivendicano il sionismo evidentemente si inseriscono in questa tradizione.

Ci sembra evidente come la prima causa di oppressione, violenza, morte in Palestina sia chiaramente l’occupazione sionista, così per le donne palestinesi come per la comunità LGBT. Senza la fine dell’occupazione sionista non si può pensare nessun tipo di liberazione e emancipazione. Per questo è fondamentale pensare in che modo la liberazione della Palestina dall’occupazione di Israele – con il suo appoggio internazionale dell’occidente, è una Palestina libera dal fiume fino al mare unita, laica e socialista. Per riuscirci prima di tutto dobbiamo dare merito alla resistenza Palestinese che da più di ottant’anni si organizza per lottare contro la violenza sionista. Resistenza in cui le donne hanno sempre avuto un ruolo storico importantissimo, sia nell’imbracciare le armi in prima fila contro il mandato britannico del 1920-48, successivamente nelle intifada fino ad oggi,sobbarcandosi il peso del lavoro domestico e di cura, costruendo strutture per gli orfani centrali per la continuazione della resistenza.

Di fatto, l’occupazione – soprattutto in questi ultimi due anni – ha colpito subito i diritti riproduttivi, per procedere nella pulizia etnica di una o più generazioni palestinesi, impedendo le cure gestazionali, l’assistenza al parto e così via. Il numero di bambini morti, che ad oggi si aggira intorno ai 20.000 – anche se sappiamo trattarsi di stime estremamente al ribasso – è il prodotto della mancanza di farmaci, assistenza medica, cibo, acqua o dei bombardamenti diretti. Negli ultimi anni si sono inoltre costituiti gruppi e collettivi queer palestinesi che hanno posto al centro la resistenza contro l’oppressione omo-bi-transfobica come parte integrante della lotta contro tutte le forme di oppressione e sfruttamento, e che non può essere minimamente slegata dalla loro resistenza contro il colonialismo, che mette direttamente in discussione la loro stessa vita. Solo a partire da una prospettiva che intrecci la lotta contro l’imperialismo e contro tutte le oppressioni delle soggettività marginalizzate si può pensare a una reale liberazione della Palestina e del popolo palestinese.

Una liberazione autentica che riconosce come nemico comune l’imperialismo, il sionismo e tutti quei regimi arabi che, apertamente o meno, sostengono politiche repressive e filosioniste.

È necessario riprendere il filo delle rivolte che hanno attraversato il mondo arabo e nordafricano nel 2011 e nel 2012 — le cosiddette primavere arabe — che mettevano in discussione proprio quei regimi corrotti e autoritari, responsabili di mantenere le masse popolari nella miseria e di non sostenere realmente la causa palestinese. Quelle sollevazioni popolari indicavano una prospettiva di emancipazione dei popoli arabi nel loro insieme, e non semplicemente di cambi di governo.

Per noi, questo rappresenta l’unico asse della resistenza capace di aprire la strada a una liberazione reale dei popoli.

Per questo rifiutiamo le posizioni di quei settori della resistenza che riducono la lotta alla liberazione di un territorio, dimenticando che la liberazione di un territorio passa solo attraverso la liberazione del popolo che lo abita.

In questo senso, Hamas, con il documento politico del 2017, ha di fatto abbandonato la prospettiva della Palestina unica, libera dal fiume al mare, accettando l’idea di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 come “fase intermedia”.

Questa svolta rappresenta la definitiva rinuncia alla prospettiva rivoluzionaria e popolare della liberazione totale, e colloca Hamas dentro un asse della resistenza dominato da regimi autoritari che non mettono al centro l’autodeterminazione dei popoli, ma la propria sopravvivenza e influenza regionale all’interno di questo sistema.

Una reale liberazione della Palestina non potrà venire da questo asse ma solo da un fronte dei popoli e di tutte le soggettività oppresse che lottano contro l’imperialismo, il sionismo e le oligarchie locali. Sviluppando una società dove le donne, le persone queer lottando insieme ai lavoratori uomini, hanno consolidato un nuovo modo di stare insieme e una fiducia profonda, superando così anche le prospettive di liberazione limitate.

Per questo rifiutiamo completamente una visione orientalista che presenta l’Occidente come un luogo felice in cui vivere come donne, persone queer e razzializzate. Per noi la lotta femminista è la lotta contro tutto il sistema imperialista che se in Palestina occupa e ammazza, ma qua in Occidente è lo stesso sistema che sfrutta e opprime. Per questo non possiamo che lottare prima di tutto contro il nostro imperialismo per lottare per la liberazione della Palestina. I governi occidentali – a partire da Stati Uniti e dall’Unione Europea – non solo sono rimasti indifferenti davanti a un genocidio, ma ne sono stati complici attivi. Lo esemplifica la frase di Merz secondo cui Israele avrebbe fatto “il lavoro sporco per l’Occidente”. I progetti di riarmo, e i tagli conseguenti già programmati nella finanziaria 2026, che aumenteranno violentemente le condizioni di razzismo già profondamente inoculato da questi anni di governo reazionario, condannano donne, persone queer e razzializzate a lavori sempre più precari e a un peggioramento generale delle condizioni di vita. Nelle mobilitazioni in solidarietà della Palestina abbiamo riscoperto lo strumento che ci permette di imporre la nostra agenda: lo sciopero generale. Per questo come femministe dobbiamo essere parte attiva del processo di lotta del 28-29 novembre, per lottare per la nostra liberazione, per la liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione patriarcale e coloniale.

 

Contro il punitivismo, le politiche reazionarie e di riarmo avanzate dalla destra

Le destre in questa situazione alimentano impunemente razzismo e islamofobia, e, a partire dagli Stati Uniti, tentano di equiparare l’antifascismo al terrorismo. Ora che hanno il coltello istituzionale dalla parte del manico, ne approfittano per reprimere, prima ideologicamente e, ove possibile, concretamente, forme di dissenso più o meno rumorose. Il governo della Meloni non perde occasione per adottare misure punitiviste: dalle politiche repressive a quelle di genere, alle sanzioni nei confronti di USB (un attacco all’intera classe lavoratrice), al DDL 1627, nel tentativo di equiparare in maniera piuttosto ridicola l’antisionismo all’antisemitismo e prevedendo disposizioni estremamente repressive nei confronti del movimento. Si nascondono dietro la dichiarazione di aver negato a Israele le forniture di armi a partire dal 7 ottobre, ma chi pronuncia queste parole probabilmente spera di trarre vantaggio dalla semplificazione del dibattito a cui ci hanno abituato TeleMeloni e i suoi predecessori. Oltre a non menzionare quale sia il destino delle (numerose) tecnologie dual use, il nostro governo rimane il terzo paese per importazioni di armi da Israele, finanziandone direttamente la macchina di morte.

Il punitivismo è anche l’approccio che questo governo ha deciso di utilizzare sul tema dei femminicidi e che ormai ben sappiamo finisce solo col rafforzare la giustizia patriarcale, come vediamo in pressoché ogni notizia sul tema, perpetuando la vittimizzazione secondaria in stazioni di polizia, procure e tribunali. Una giustizia che poi attua sgomberi – spesso a danno di donne, precarie e migranti – che criminalizza il dissenso e lo riduce allo sfogo di una massa di rivoltosi, disinteressandosi di affrontare una critica politica in tutte le sue forme di espressione.

Il femminismo liberale si asserraglia nelle sedi istituzionali, pontificando di poter risolvere quelli che sono problemi strutturali, come la violenza di genere che, in realtà, non ha alcuna intenzione di mettere in discussione. Ciò che ci hanno dimostrato finora è che avere una donna al potere non è garanzia di un governo per le donne.

Rigettiamo la logica punitivista bensì pensiamo che sia indispensabile concentrarsi sulle condizioni che portano alla riproduzione della violenza.

Il numero costante di femminicidi e di episodi di violenza di genere, in un Paese che registra contemporaneamente un calo del numero complessivo di omicidi, ma che presenta al tempo stesso il tasso di partecipazione femminile al mondo del lavoro più basso d’Europa, è un dato utile solo a dimostrare che il peso dello scardinamento dei ruoli di genere le donne e le soggettività marginalizzate lo pagano con i loro corpi e con la loro vita, fin troppo spesso. Mentre i femminicidi complessivi nel primo semestre del 2025 sono lievemente diminuiti, quelli commessi dal partner o dall’ex partner sono aumentati del +15 %; quasi la metà delle violenze segnalate indica l’autore come partner (49,7 %) o ex partner (21,6 %). Gli atti persecutori (stalking) e la violenza domestica sono in forte crescita (+86,6 % e +63,6 % rispettivamente). La violenza economica resta un fattore strutturale, strettamente legata alla dipendenza femminile e alla persistente disuguaglianza di potere nel lavoro e nella cura.

La violenza machista, inoltre, abbassa sempre di più la sua età e la legittimità ad esistere delle persone trans e di tutta la comunità LGBT, il consenso, l’aborto, il divorzio, sono temi che dovrebbero essere acquisiti ma che più volte sono stati messi in discussione non solo da discorsi violenti, ma anche da proposte di leggi promosse da numerosi esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega.

Non a caso, il ministro dell’Istruzione Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole medie e ne vincola la pratica, nelle superiori, all’autorizzazione dei genitori e a ore extrascolastiche, dichiarando apertamente che questi sono aspetti di cui si devono occupare le famiglie. Non solo si delega l’educazione dei giovani alle famiglie (rigorosamente “tradizionali”) e ai social, dove i contenuti legati alla manosphere – ideologia incel che si presenta come attivismo per i diritti degli uomini ma diventa propagatrice di un’ideologia estremamente misogina – vengono sempre più spinti dagli algoritmi, ma si ignorano deliberatamente i dati che indicano quale sia, nella stragrande maggioranza dei casi, il contesto in cui viene praticata la violenza di genere: proprio quello familiare e delle relazioni affettive.

D’altro canto, dal 2022 abbiamo assistito a:

  • Il passaggio dal Reddito di cittadinanza all’Assegno di inclusione, una mossa che va a vantaggio delle famiglie mononucleari ed esclude tutte le soggettività marginalizzate che non rientrano in questo spettro, comprese le madri single.
  • Il decreto Cutro, emanato in seguito all’omonima tragedia, con il quale si rafforzano i CPR e si pone un limite ai ricorsi in caso di respingimento dei criteri per il rilascio della Protezione Speciale.
  • L’8 marzo 2023 Giorgia Meloni rilascia un’intervista nella quale accusa “l’ideologia gender” di nuocere gravemente alle donne perché “ne cancellerebbe la differenza”, avallando più o meno implicitamente posizioni terf.
  • Nello stesso mese, particolarmente intenso per gli attacchi alle donne e alle soggettività marginalizzate (alla faccia della festa delle donne!), con una circolare di Piantedosi si cerca di cancellare il genitore “d’intenzione”, rendendo di fatto orfani ex lege decine di bambini di coppie omosessuali.
  • In questo stesso anno vengono tagliati del 70% i fondi per le misure di prevenzione alla violenza di genere.
  • Nel 2024, probabilmente sulla scia dell’odio terf che soffia dagli Stati Uniti, il Ministero della Salute dispone un’ispezione all’ospedale fiorentino di Careggi – centro d’eccellenza per il trattamento della disforia di genere – per “presunte anomalie” nel trattamento degli adolescenti intenzionati a intraprendere un percorso di cambio di genere. Il tutto si traduce in una polemica su cavilli giudiziari che portano a un netto peggioramento della qualità del servizio e all’allontanamento di alcuni professionisti, specialisti nel settore a livello nazionale.
  • Nell’aprile dello stesso anno il Senato approva la presenza, nei consultori, delle associazioni Pro Vita, che contemporaneamente fanno pressioni sul governo affinché la legge 194 venga modificata in maniera ulteriormente restrittiva. Come se non bastasse già la percentuale di obiettori nel Sistema Sanitario Nazionale – pari al 63,4% (dati aggiornati al 2021, con picchi regionali del 78,5%) – a limitarne l’accesso.
  • Nella legge di bilancio 2026, oltre a una serie di tagli ai settori pubblici la cui componente principale è femminile, viene eliminata Opzione Donna, che permetteva il pensionamento anticipato a 61 anni con 35 di contributi per donne, con criteri che negli anni erano già diventati sempre più restrittivi (le ultime: caregiver che assistono familiari con disabilità grave, dipendenti o ex dipendenti di aziende in crisi e lavoratrici con un’invalidità certificata pari o superiore al 74%).

Con l’imminente piano di riarmo, come si vede nella prossima finanziaria, possiamo considerare tutto ciò come “l’antipasto” di ciò che ci aspetta in quanto donne e soggettività marginalizzate. Dobbiamo aspettarci la cannibalizzazione di quei settori, già devastati da anni di tagli e privatizzazioni, incaricati di redistribuire almeno minimamente le risorse e limitare le diseguaglianze: la sanità, l’istruzione, l’assistenza, la cultura. I già pochi fondi destinati a questi ambiti verranno infatti ridirezionati al conseguimento dell’obiettivo dell’aumento della spesa militare, rendendoli di fatto sempre più inaccessibili ad una popolazione sempre più povera.

Ogni euro destinato alle armi sarà un euro sottratto alle case rifugio, ai consultori, alle scuole, ai servizi sociali che ogni giorno reggono il peso di una crisi strutturale. Mentre si parla di “sicurezza nazionale”, il diritto alla salute, allo studio, all’abitare, vengono svuotati e sacrificati sull’altare del profitto bellico e della retorica patriottica. Il riarmo è anche un progetto culturale, che sposta il baricentro verso la militarizzazione, la gerarchia, il controllo. In questa logica, le vite considerate “di scarto” diventano ancora più invisibili, e il lavoro di cura – gratuito o sottopagato – continua a essere dato per scontato.

 

Militarizzazione e autoritarismo contro i diritti riproduttivi e l’esigenza di un femminismo rivoluzionario

In questo clima di crescente autoritarismo, inoltre, non è da sottovalutare quanto la retorica sulla natalità, e un ritorno un po’ nostalgico all’idea di famiglia, sia legata a doppio filo alla legittimazione ideologica del militarismo e presto a quella della necessità di fresca carne da cannone. Al contempo però, nonostante numeri critici in questo senso, il governo – pur dichiarando a più riprese che il sostegno alla natalità sarà il fulcro della manovra di bilancio – continua a limitarsi a slogan e promesse prive di qualsiasi visione strutturale. Dietro alla retorica del “fare figli” e della “difesa della famiglia tradizionale” si nasconde una politica che, oltre a far ben comprendere quali siano i reali interessi che si celano dietro alle nostre volontà riproduttive, scarica interamente la responsabilità della natalità sulle donne, in particolare sulle madri lavoratrici, senza fornire reali strumenti di supporto economico o sociale. Da un lato, si alimenta una propaganda colpevolizzante che trasforma la scelta di maternità in un dovere morale o patriottico, riducendo i diritti riproduttivi e restringendo progressivamente la libertà di scelta. Dall’altro, le misure concrete introdotte dal governo si riducono a piccoli interventi simbolici: un modesto aumento dei giorni di congedo parentale, qualche bonus occasionale e un incremento di appena 20 euro mensili per le madri lavoratrici con almeno due figli. Si tratta di misure che non incidono in alcun modo sulle vere cause della denatalità: la precarietà lavorativa, la mancanza di servizi pubblici per l’infanzia, il costo crescente degli affitti e la totale assenza di politiche di welfare inclusive. La natalità viene così trattata come un problema individuale, non come una questione collettiva legata alle condizioni materiali e sociali in cui le persone vivono e decidono se avere figli. Invece di costruire un vero sistema di sostegno universale — con asili nido gratuiti, parità salariale, congedi equamente distribuiti tra i genitori e tutela del lavoro femminile — si sceglie ancora una volta di colpire chi già vive sulla propria pelle le disuguaglianze. La precarietà lavorativa femminile si aggrava e continua a concentrarsi nei settori femminilizzati e razzializzati: pulizie, cucina, sanità, servizi. Con i nuovi tagli a sanità e scuola, le donne e le persone socializzate come tali dovranno rinunciare al loro lavoro o accettare condizioni sempre più instabili, mentre il capitalismo scarica su di loro il peso del lavoro di un lavoro di cura di cui non ha intenzione di farsi carico.

Nonostante i media cerchino di farci ingoiare questo boccone amaro, noi rigettiamo il concetto di “pace” trumpiana e l’incalzante legittimazione del militarismo.

Alle porte della Prima guerra mondiale, Rosa Luxemburg sosteneva che la questione del militarismo fosse inseparabile dalla lotta contro l’imperialismo, poiché strettamente intrecciata alla questione coloniale, e non potesse nemmeno essere disgiunta dalla lotta contro il capitalismo. In questa prospettiva, afferma che sperare di ottenere “un po’ di pace e ordine” all’interno del mercato mondiale capitalista è un’utopia tanto irrealizzabile e piccolo-borghese quanto immaginare di poter limitare le crisi economiche o la corsa agli armamenti nella politica internazionale.

In questo momento, ciò che il capitalismo chiede alle donne è di “tenere assieme i pezzi”, di poter affidare alle stesse mani che già sorreggono la quotidianità – nelle case, negli ospedali, nelle scuole – il compito di assorbire le nuove fratture prodotte da un’economia di guerra. Le donne, spesso in prima linea nei lavori di cura e nel volontariato sociale, saranno chiamate, come già accade, a colmare i vuoti lasciati da un welfare smantellato, a prendersi carico di malati, anziani, bambini, in un contesto di risorse sempre più scarse.

Oggi sviluppare strumenti teorici e strategici per analizzare la relazione tra oppressione di genere e sfruttamento e come il capitalismo abbia modellato a suo uso e consumo il patriarcato è fondamentale (determinando ipso facto quale fosse la posizione delle donne nella famiglia e nel mondo del lavoro). L’oppressione delle donne è un elemento strutturale della divisione del lavoro ed è uno dei fattori attraverso cui questo non solo rafforza il suo dominio in termini ideologici, ma anche attraverso cui organizza ciclicamente il lavoro e la sua riproduzione. Per questo, a questo sforzo di elaborazione, deve seguire quello organizzativo, di azione politica, che vada al di là delle passate divisioni tra lotta di classe e femminismo lottando fianco a fianco con tutta la classe lavoratrice come è già successo il 3 e il 4 Ottobre.

Il Pane e le Rose questo 25 novembre scenderà in piazza per dire NO al piano di riarmo e alla legittimazione della retorica bellica, per chiedere ancora una volta la rottura delle relazioni con Israele su ogni fronte – né armi né un euro per Israele -, ma anche per l’aumento della spesa in sanità, istruzione pubblica e diritto all’abitare.

Basta ai tagli a servizi indispensabili per finanziare la guerra imperialista, riprendiamo la lunga tradizione di lotta contro la guerra del socialismo femminista!

Scendiamo in piazza il 22 novembre per costruire un movimento con e per le donne e le soggettività marginalizzate indipendente e dal basso per lottare contro patriarcato, capitalismo, guerra, imperialismo, per una società senza sfruttamento né oppressioni di alcun tipo. Per farlo dobbiamo però non limitarci alla nostra lotta, ma portare le nostre rivendicazioni nelle piazze unitarie lanciate in questo periodo in Italia, come quella del 28 novembre lanciata dall’USB. Dobbiamo essere marea e fare da pressione a quei sindacati che invece stanno dividendo il movimento con date di sciopero distinte. Da anni riusciamo ad essere un esempio di mobilitazione che in piazza ha portato centinaia di migliaia di persone. Con questa unità si creano i presupposti per una lotta che sia capace di frenare la destra internazionale, reazionaria e che colpisce prima di tutto noi donne, migrantɜ, trans, queer e sogettɜ marginalizzatɜ.

Nonostante i limiti che il movimento transfemminista ha espresso in questi anni, come la sottovalutazione della necessità di svilupparsi e radicarsi all’ interno della classe, oggi si aprono nuove possibilità che ci devono portare ad avanzare sul terreno della lotta contro il patriarcato. Perché solo l’alleanza con i lavoratori e tutti i settori in lotta ci può permettere non solo di ottenere dei miglioramenti immediati più velocemente anche per le persone oppresse, ma soprattutto a lottare per la rottura con il capitalismo, e non solo per una sua versione tinta di rosa. Perché non ci sono soluzioni di liberazione dal patriarcato senza rompere definitivamente con una società divisa in classi, con la proprietà privata e la violenza di una piccola parte di umanità contro milioni di proletarie, lavoratrici, in tutto il mondo.

Per farlo organizzati con noi, scendi in piazza e partecipa alle nostre iniziative. Perchè Il Pane e Le Rose non solo si organizza per lottare contro le politiche guerrafondaie, ma lotta per la liberazione di tutt3 dall’oppressione e dallo sfruttamento mettendo al centro la classe lavoratrice sempre più femminilizzata e la sua capacità rivoluzionaria. Perché vogliamo una vita bella, trasformativa, degna di essere vissuta senza doppi lavori o doppi carichi di cura, perché sappiamo che c’è un’alternativa: ed è quella di organizzarsi per costruire una generazione rivoluzionaria capace di ottenere il pane ma anche le rose!

 

"Il pane e le rose" nasce nel 2019 e riunisce militanti della Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR) e indipendenti che aderiscono alla corrente femminista socialista internazionale "Pan y Rosas", presente in molti paesi in Europa e nelle Americhe