Pubblichiamo la trascrizione integrale dell’intervista a Mattia Giampaolo, autore del podcast MicroPalestine, registrata il 28/03/2026 a Roma. L’intervista video, da cui è stata estrapolata, è già disponibile sul nostro canale youtube.

Per approfondire, è possibile visitare il sito web del podcast, da cui sono reperibili anche tutti i collegamenti alle piattaforme da cui è possibile ascoltarlo.


EM In un momento in cui la Palestina viene raccontata quasi esclusivamente attraverso il linguaggio della geopolitica, dell’emergenza umanitaria o della diplomazia internazionale, MicroPalestine compie un gesto radicale: restituisce centralità alle voci, alle memorie e alle lotte che hanno costruito, e continuano a costruire, la storia della Palestina dal basso. oggi siamo qui con Mattia, che ci racconterà come nasce il progetto di questo podcast, qual è l’orientamento politico che lo delinea, e soprattutto perché è importante oggi parlare di Palestina, per sottrarla alla semplificazione e restituirle la complessità che questa lotta merita.

Quindi, comincerei a chiederti qual è l’esigenza che ti muove per cercare di raccontare la Palestina da un’altra prospettiva?

MG Innanzitutto, il progetto di podcast di MicroPalestine nasce dall’esigenza del momento, del periodo in cui viviamo, in cui la Palestina è di fatto in una nuova fase di aggressione israeliana, che non inizia certo il 7 ottobre. Tuttavia, nasce anche dall’esigenza di contrastare, in qualche modo, quella che è la narrativa dominante che appunto verte, da un lato, verso la mera analisi geopolitica, che non tiene conto di determinati aspetti e dinamiche interne della questione palestinese – e questo non significa che le grandi potenze internazionali dell’imperialismo non abbiano un ruolo all’interno delle dinamiche palestinesi – che sono altresì importanti; dall’altro, tutta una serie di narrative che puntano meramente a sottolineare l’aspetto umanitario, che di per sé, per quanto importante sia, non è ovviamente sufficiente a comprendere la questione palestinese; e infine anche una narrativa schiacciatamente diplomatica che, ovvio, si tratta di un’analisi completamente dall’alto e che non tiene conto, anche qui, di una vasta gamma di fattori che hanno contribuito a plasmare la questione palestinese. MicroPalestine, invece, ha un altro approccio, molto più radicato nella storia, che punta a far emergere quei fattori di lotta, ma anche politici, che non sono strettamente legati alla storia della lotta armata palestinese, ecc, ma che vanno invece a caratterizzare determinati movimenti e determinati momenti della storia palestinese.

EM Nel podcast scegli di presentarti con uno pseudonimo, posso chiederti cosa significa per te questa scelta e soprattutto che relazione ha con il modo in cui racconti la Palestina?

MG Allora, la scelta dello pseudonimo in realtà nasce dal fatto di non personalizzare troppo sulla mia persona il racconto, non perché io abbia una certa importanza nell’opinione pubblica, ma per distaccare la mia persona dal racconto. Tuttavia è interessante, forse, il significato dello pseudonimo. Nel podcast mi chiamo Fida’i al-Hurriya, che significa combattente della libertà: le parole sono importanti, perché Fida’i è il singolare in arabo di Fidayyìn, e la parola hurriya, come sapete, ormai è entrata un po’ anche nel vocabolario, perlomeno dell’attivismo e dei militanti, che vuol dire appunto libertà: volevo richiamare i tratti distintivi della questione palestinese.

EM Come mai, per raccontare queste storie, hai scelto proprio il podcast?

MG C’erano diverse modalità per raccontare questa storia. La forma scritta, nel momento in cui siamo, è quella che va un po’ per la minore: i contenuti, anche digitali, sono spesso audiovisivi. Il video richiede, innanzitutto, un lavoro, di montaggio e di post-produzione molto importante; questo non significa che il podcast sia da meno, tuttavia la scelta del podcast è proprio quello anche di, appunto, non mettere al centro la persona che realizza il contenuto, ma il contenuto stesso. Anche per una sorta di importanza della tradizione orale nella cultura araba, se vogliamo, probabilmente è stata la scelta più azzeccata.

EM Allora, nel podcast parti sempre da un piccolo evento, quasi insignificante a volte. Come mai hai deciso di raccontare la storia della Palestina a partire dal “micro”, anziché dalle grandi narrazioni geopolitiche?

MG Sotto questo punto di vista, mi ha ispirato una serie di podcast in arabo che seguivo durante la stesura di un capitolo di un volume: era un podcast in cui si intervistava Munir Shafiq. Munir Shafiq è questo personaggio un po’ particolare della storia palestinese, che nasce marxista, maoista, e diventa poi islamista. Era interessante, al di là di questa nota di colore, come avesse questa capacità di partire, raccontando la sua vita, da eventi veramente molto “micro”, molto personali – lui sì che aveva qualcosa da raccontare – per poi inserirli all’interno di un grande scenario. Ovviamente, lui era ispirato dal fatto che aveva una formazione marxista, che non trascurava mai l’aspetto internazionale, e più largo. la scelta è stata un po’ quella, ispiratrice, di quelle interviste lì, e anche dell’approccio di non trascurare le due dimensioni. Quindi, la dimensione “micro”, che può descrivere un piccolo evento, di come quell’evento si va ad inserire in uno scenario molto più complesso, molto più largo che va dal locale, al nazionale e poi anche, ovviamente, all’internazionale, che è quello poi che pesa all’interno della questione palestinese.

EM Non solo in ogni episodio parti da un evento, appunto, “micro”, ma principalmente racconti anche una storia che oggi viene quasi completamente ignorata anche dai media mainstream, ovvero quella della sinistra palestinese. Perché secondo te è importante partire anche da queste storie?

MG Innanzitutto perché, molto spesso, a livello di narrativa si schiaccia tutto da una parte sui regimi autoritari, spesso di stampo più militaristico, e dall’altra sugli islamisti, come se i due blocchi all’interno della politica araba fossero soltanto questi. In realtà, la storia dell’intero mondo arabo ci insegna che ci sono stati movimenti di sinistra, comunisti, che hanno giocato un grande ruolo, sia durante il periodo coloniale, che anche successivamente, con tutti i loro limiti e criticità, e così come la sinistra palestinese. Basti pensare al loro apporto a livello militante e militare durante gli anni ’70, durante la lotta armata, l’apice della resistenza palestinese, ma anche a livello di pensiero politico, pensiamo a tutti gli scritti basati sulle rivoluzioni che avvenivano nel cosiddetto sud globale – nel global south, come oggi viene definito – e il legame stretto che c’era tra la sinistra palestinese e tutti i vari movimenti di resistenza. Ed è importante perché la Palestina non è al di fuori del sistema capitalistico e del sistema imperialista, e l’elaborazione teorica, con i limiti e con le particolarità che [le sinistre palestinesi, n.d.r.] hanno avuto all’interno del contesto palestinese, è importante: basti pensare, ad esempio, al grande ruolo che avevano avuto i lavoratori già durante il mandato britannico, nella cosiddetta grande rivoluzione palestinese del ’36-’39, nel portare avanti tutta una serie di attività all’interno dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, nel denunciare la complicità di determinati regimi arabi, nel mobilitare – o perlomeno provare a mobilitare – i lavoratori all’interno degli altri paesi arabi. Pensiamo ad esempio al tentativo di rovesciamento della monarchia giordana nel 1970: lì era stato fatto un tentativo – certamente, fallito – che però puntava a qualcosa di molto più radicale, rispetto ad esempio alla fazione più egemone del movimento di liberazione palestinese, che era Fatah, molto più moderata anche nelle rivendicazioni, al di là che inizialmente si rivendicava la liberazione palestinese dal fiume al mare. La sinistra aveva questo sguardo un po’ più ampio, all’interno della regione, successivamente risucchiato dal nazionalismo, che ha prevalso.

EM Nel tuo lavoro emerge un uso molto politico dell’archivio. Quale ruolo ha secondo te la memoria storica oggi?

MG L’archivio ha innanzitutto un grande valore politico, dal momento in cui rompe con le fonti contemporanee. Rivedere la stampa così come era non è soltanto mero esercizio di ricerca, ma adottare un metodo che ormai sembra obsoleto. In un’epoca segnata dall’avvento dell’informazione instantanea, l’archivio si pone in netta contrapposizione con i tempi imposti dall’informazione di oggi. Si rallenta il tempo e si approfondisce il fatto. Questo è il primo atto politico dell’archivio. L’archivio è fondamentale, non solo per le informazioni che esso contiene, ma anche per comprendere meglio quali siano stati i dibattiti, soprattutto a livello politico, tra le varie organizzazioni palestinesi. È importante perché fa emergere linee di continuità e linee di rottura rispetto a determinate questioni. Faccio un esempio molto banale: oggi noi siamo abituati su telegram a seguire – o perlomeno io lo faccio – i vari canali delle fazioni palestinesi; all’inizio, nell’apice dello scontro con Israele, soprattutto all’indomani del 7 ottobre, c’erano spesso questi report delle varie azioni che avevano fatto – oggi sono stati abbattuti due carrarmati, abbiamo ucciso due soldati, eccetera, eccetera. Questo stile qui lo ritroviamo all’interno delle varie riviste delle fazioni palestinesi degli anni ’60, ’70 e ’80, quindi esiste una linea di continuità a livello comunicativo. A livello politico cosa ci dice? [l’archivio, n.d.r.]. Ci fa capire quali fossero tutte le varie posizioni, rispetto a una serie di eventi che si stavano svolgendo nella regione. Penso ad esempio al bollettino del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: era un contenuto in inglese, in cui nel 1979, ad esempio, riguardo la rivoluzione in Iran il Fronte Popolare appoggiava la rivoluzione in funzione antimperialista. E cosa significa questo? Significa vedere oggi, ad esempio, le motivazioni che spingono le formazioni marxiste – o presunte tali – all’interno dello scenario politico palestinese, ad allearsi con gli islamisti, o ad appoggiare ancora oggi quella che è la repubblica islamica dell’Iraq. Usare l’archivio significa anche contrastare determinate credenze. Leggere i giornali di Fatah negli anni ’60, ’70, ’80, ma anche fino agli anni ’90, ci fa rivalutare, ad esempio, ciò che oggi molto spesso si pensa di Fatah, cioè che era un’organizzazione laica: in realtà, vediamo che non era proprio così, tant’è vero che la maggior parte dei leader di Fatah, da Arafat, ad Abu Jihad, che era Khalil Al-Wazir, Abu Iyad, eccetera, erano tutti membri della fratellanza musulmana. Questo ci mostra come il far riemergere determinate informazioni, un determinato uso dell’archivio può contrastare la narrativa, in qualche modo fungere da bussola politica rispetto al contesto oggi. E vediamo che il contesto oggi, pur cambiato, ha però delle linee di continuità [col passato, n.d.r.], e questo può restituircelo soltanto andare a studiare determinati aspetti.

EM Spesso metti in guardia rispetto ad avere un approccio puramente geopolitico alla questione. Qual è secondo te il rischio di leggere tutta questa storia attraverso quest’unica lente?

MG Innanzitutto, leggere una determinata questione sotto l’aspetto geopolitico non è di per sé sbagliato. Sarebbe sbagliato come approccio non includere la questione palestinese all’interno di uno scacchiere dell’imperialismo, che di fatto continua tutt’oggi a sostenere l’entità sionista, ovvero lo Stato di Israele. Di per sé, andare a vedere quali siano le relazioni tra imperialismo, Stato di Israele, gli effetti delle politiche imperialiste degli Stati Uniti sulla questione palestinese, è importante. Ovviamente, però, non bisogna cadere in facili automatismi, cioè quello che fa l’analisi mainstream della geopolitica, che è trattare degli attori come completamente congelati al loro interno, e parlo soprattutto all’interno delle realtà più piccole, che siano stati, ma anche, come nel caso palestinese, territori. Trattare Gaza, ad esempio, come la terra di Hamas, è un approccio completamente sbagliato. Andare a vedere quali siano i meccanismi interni nella striscia di Gaza, o perlomeno nei territori palestinesi, nella diaspora palestinese, invece, ci restituisce una certa complessità, ma anche una narrativa diversa, che perlomeno non schiaccia tutto sulla centralità di Hamas come se fosse l’unica esistente. Sì, è la fazione egemone, perlomeno fino a un po’ di tempo fa, ma non è l’unica. O come, ad esempio, si rapportano tutti i vari corpi palestinesi: nell’ultimo episodio della seconda serie, quello in cui tratto dell’Intifada dell’Unità, emerge un contesto completamente diverso, dove c’è una rottura completa con la diplomazia, durante e post Oslo, e un emergere di un nuovo movimento, pur con tutte le sue debolezze e le sue criticità. In questo senso, non guardare a queste cose incide non solo sulla narrativa, ma anche sulla politica: non è un caso che il piano Trump di oggi contenga in sé tutta una serie di continuità storiche, che appunto non tengono conto del cambio del contesto. Non potrebbe essere altrimenti, perché parliamo degli Stati Uniti, che è probabilmente il maggior sostenitore dello Stato di Israele, insieme all’Unione Europea.

EM Pochi giorni fa è uscito anche un sito legato al progetto di MicroPalestine, quindi volevo chiederti cosa racconta in più rispetto al podcast e per cosa vale la pena andarlo a visitare?

MG Il sito di MicroPalestine nasce alla fine della seconda stagione. Lo scopo è quello di approfondire determinate questioni, che sono già state affrontate nei diversi episodi, però con un elemento in più. L’elemento in più, che è fondamentale, visto che si tratta molto spesso di articoli scritti, non sempre nuovi ma anche ripresi da altre cose che avevo fatto, è quello di unire anche la parte un po’ più militante. Il primo articolo, che era inedito, è dedicato alle riviste palestinesi, però appunto all’interno ci metto Gramsci. Perché ci metto Gramsci? Perché, secondo me, è fondamentale a livello di metodo analitico, era fondamentale per gli studi di dottorato che ho fatto, ma soprattutto dà un’impronta un po’ più militante, politica. Non che l’episodio [del podcast, n.d.r.] in sé resti asettico sul piano politico, assolutamente no, anche se probabilmente non è molto esplicito, però si nota, come in ogni altro episodio. Basta pensare, ad esempio, al quarto episodio di MicroPalestine, nella prima serie, dove affronto l’Hanoi araba, ovvero lo sviluppo della resistenza palestinese come l’abbiamo conosciuta fino agli anni ’90: lì ci sono velate critiche alla sinistra palestinese, rispetto ai suoi limiti, al loro schiacciamento sul nazionalismo piuttosto invece di guardare più verso la regione araba, ma anche verso una lotta che partisse veramente dalla classe lavoratrice. Il sito vuole dare questa marcia in più ed esplicitare alcuni posizionamenti che sono fondamentali, soprattutto nel dibattito di oggi: nonostante la grande mobilitazione, a mio avviso molto del dibattito è ancora limitato, e nonostante il protagonismo dei portuali, dei ferrovieri, eccetera, non riesce ancora nel mettere al centro la classe operaia. Anche parlare di questi elementi, il concetto di imperialismo, dell’importanza della classe operaia, dell’organizzazione, è fondamentale. Parlando di organizzazione, non è un caso se, quando affronto il movimento di Hamas, spingo molto il fatto che la loro forza era basata proprio sull’organizzazione, mentre probabilmente coloro che dovevano contrastare – o perlomeno limitare – il ruolo degli islamisti nella politica palestinese, erano meno organizzati, e oggi in questo nuovo scenario, con tutte le criticità del contesto palestinese, con i genocidi, è ancora più evidente.

EM Hai parlato dei portuali, hai parlato quindi anche delle mobilitazioni che abbiamo visto in questi ultimi mesi, parliamo del blocchiamo tutto, dei movimenti che l’hanno attraversata. Secondo te che ruolo possono avere movimenti collettivi, organizzazioni qui da noi in Italia per in qualche modo sostenere la lotta palestinese e soprattutto come può una persona che volesse contribuire a questo sforzo, a questo lavoro collettivo, da dove può partire?

MG Abbiamo assistito, perlomeno negli ultimi due anni, soprattutto dopo il 7 ottobre, a una straordinaria mobilitazione di diversi settori, dagli studenti, ai lavoratori nei porti, nella logistica, nelle ferrovie, eccetera. Questa grande mobilitazione ha avuto un ruolo fondamentale nell’allargamento della lotta in solidarietà alla Palestina, ma anche nel mettere al centro determinate rivendicazioni, come per esempio che non bisogna negare che ci siano delle linee di continuità e dei rapporti organici tra l’industria bellica, le politiche di riarmo e il genocidio in Palestina. Negarlo sarebbe non solo scorretto, ma anche disonesto intellettualmente. E questo è quello che ci deve far pensare e ragionare. Noi che non siamo in Palestina, da qui, che ruolo possiamo avere? Innanzitutto, cercare di spezzare i rapporti economici, militari, politici, con Israele, e ovviamente con tutta la complicità. Poi, c’è Israele, ma non solo: lì vicino, abbiamo visto i legami dei paesi arabi, con il piano Trump per Gaza: la maggior parte di essi ha appoggiato il piano. Noi abbiamo una responsabilità, non individualmente come lavoratori, studenti eccetera, ma possiamo avere un ruolo fondamentale. Non dimentichiamo che la lotta di liberazione palestinese, come in tanti altri contesti, si gioca su un rapporto di forze squilibrato. Allora, come ribaltare questo rapporto di forze? Per non non schiacciare la questione palestinese in un contesto prettamente nazionalistico, l’idea è quella di allargare, innanzitutto, le nostre rivendicazioni, che vadano a colpire gli interessi economici, politici e militari della classe dominante. Qui sta un gioco di relazioni tra movimenti qui in Europa, in Occidente, e i movimenti in Palestina e nel mondo arabo, che dovrebbe essere capace di rompere determinate barriere, anche identitarie. Bisogna romperle, perché i rapporti di forza sono talmente squilibrati che l’elemento di rottura possibile è quello dell’unità. La Palestina non può liberarsi solamente con un movimento di liberazione nazionale, al di là delle capacità militari, ma anche in termini di rapporti di forza: deve rompere innanzitutto gli equilibri regionali all’interno del mondo arabo. Ovviamente con il nostro supporto, senza dimenticarci che parliamo sempre di relazioni di dominante e dominato, colonizzato e colonizzatore. Qual è quindi il nostro ruolo? È quello di bloccare determinate catene che collegano i due fronti: l’imperialismo e il sostegno ad Israele – e ai paesi arabi [complici, n.d.r.] – per dare vita a una lotta realmente dal basso, che parta dai settori strategici: i lavoratori dei porti, i lavoratori della logistica, i lavoratori nel settore energetico.

EM Hai qualche altro podcast o progetto che riguarda la questione palestinese che vorresti consigliare a chi ha ascoltato o ascolterà MicroPalestine?

MG Assolutamente sì, in arabo ce ne sono molti, ma anche in lingua inglese ce ne sono diversi. C’è quello di Al-Shabaka, un istituto di ricerca palestinese, che è molto interessante perché, più che sotto l’aspetto strettamente politico, analizza tutta una serie di di iniziative che stanno avendo luogo nei territori occupati, che per esempio cercano di contrastare la grande narrativa sulla ricostruzione di Gaza, che nasconde come sappiamo la speculazione di grandi gruppi. Ce ne sono diversi [di progetti di ricostruzione, n.d.r.] in Palestina, fatti dal basso, all’interno dell’università, fatti da ricercatori precari, che puntano più a una ricostruzione dal basso, non speculativa. Ovvio è che non si tratta di grandi progetti rivoluzionari, però ci danno un punto di vista interno, palestinese, che secondo me è importante conoscere. MicroPalestine sicuramente non diventerà un lavoro, e continuerà ad essere così com’è, perché il suo aspetto più importante è restituire un indirizzo politico preciso. Non è un caso che sul sito di MicroPalestine, tra i siti correlati, compaia anche La Voce delle Lotte. Questo dà un’idea di qual è la mission di MicroPalestine: è quella di politicizzare il dibattito sulla Palestina. Non è una parolaccia, assolutamente, anzi probabilmente è l’unica necessità oggi: politicizzare, e avere una linea politica molto centrata su una visione radicale di trasformazione dell’Italia, della Palestina e del mondo intero.

Il resto della storia forse lo conoscete già, per questo ho deciso di raccontare piccoli eventi e personaggi che hanno contribuito alla grande formazione della storia palestinese. Io sono Fida’i Al-Hurriya e questo è il mio podcast: MicroPalestine.

 

Elio Marunti

Mattia Giampaolo

Laureato in storia contemporanea dei paesi arabi alla Sapienza di Roma, nel 2018 ha conseguito il master in Lingue e Culture orientali alla IULM University.
Dottorando alla Sapienza presso il Dipartimento di Scienze Politiche, con una tesi su Gramsci, la rivoluzione passiva e la Primavera Araba.