La situazione a Cuba ha appena superato una nuova soglia critica. Ma mentre il cappio statunitense continua a stringersi, questa volta è soprattutto il governo cubano a dare il tono. In questione è il pacchetto di riforme appena varate dalle autorità che assomiglia molto, a prima vista, al progetto di restaurazione del capitalismo nell’isola perseguito da Washington fin dal 1959.


Negli ultimi giorni la storia ha subito un’accelerazione mai vista prima a Cuba, e senza dubbio non nella direzione giusta. Washington continua certo a intensificare le proprie sanzioni e minacce per stringere ancora di più il cappio che strangola l’isola e la sua popolazione, ma la svolta viene piuttosto dallo stesso governo cubano. Con il pretesto di rispondere alla situazione catastrofica in cui versa il paese, le autorità hanno annunciato l’adozione di un pacchetto di riforme che assomiglia, a prima vista, alla fase finale delle misure di restaurazione dei rapporti di proprietà e sociali capitalistici e di apertura agli investimenti che l’esilio cubano-americano di Miami e la Casa Bianca vogliono imporre da sessant’anni.

Massima pressione dell’imperialismo

Il paese, com’è noto, è in ginocchio a causa dell’estrema durezza del blocco statunitense. Quest’ultimo non ha fatto che rafforzarsi nel corso degli ultimi mesi, a seguito dei due decreti esecutivi firmati da Trump il 29 gennaio e il primo maggio. Ancora di recente, per timore di misure di rappresaglia e di dover pagare multe federali statunitensi previste dal regime di sanzioni secondarie implicato dalla legislazione americana, alcune imprese straniere – canadesi e spagnole in particolare – hanno preferito cessare le proprie attività a Cuba. È così che Sherritt, Iberostar, Melià e Blue Diamond, attori chiave dell’economia dell’isola nei settori energetico, minerario e turistico, hanno annunciato il proprio ritiro dal mercato cubano. Parallelamente, la Banca centrale di Cuba ha dovuto annunciare la cessazione del trattamento delle transazioni tramite carte bancarie Visa e Mastercard, infliggendo un nuovo duro colpo al settore turistico, già ampiamente crollato. Anche in questo caso, è per timore di rappresaglie statunitensi che l’ultima banca straniera che collegava l’isola, attraverso Fincimex, al sistema bancario internazionale Swift ha abbandonato la piazza. Il regime di sanzioni secondarie statunitense non è nuovo, risalendo alle leggi Torricelli (1992) e Helms-Burton (1996). Ma l’ultimo giro di vite «legale» imposto da Trump ha finito per convincere persino i partner capitalisti stranieri storici dell’isola a interrompere ogni rapporto.

Nel frattempo l’amministrazione statunitense ha continuato ad ampliare la lista di personalità e imprese cubane soggette a sanzioni mirate che si aggiungono alle misure più generali che ostacolano le attività economiche e commerciali da e verso l’isola. La giustizia federale ha affiancato a ciò l’incriminazione dell’ex presidente Raúl Castro per quattro omicidi[1]. In concomitanza, il Segretario di Stato di Trump, Marco Rubio, impediva a un’impresa statunitense, Vanguard Energy, di aumentare le forniture di carburante al settore non statale cubano (pur autorizzate da Trump da metà febbraio), proprio nel momento in cui il paese è sull’orlo dell’asfissia dal punto di vista energetico.

Dal punto di vista militare la situazione non è certo migliore. Malgrado il livello di aggressività dell’imperialismo statunitense nei confronti dell’isola sia raddoppiato, le autorità cubane hanno scelto di mantenere canali di dialogo a livello politico e di sicurezza. Ne sono testimonianza, in particolare, l’accoglienza riservata al direttore della CIA all’Avana il 14 maggio e un incontro tra il comandante delle forze statunitensi per l’America latina e il capo di Stato maggiore cubano quindici giorni dopo. Abbastanza comprensibilmente, in una tale situazione Pete Hegseth, il Segretario alla Guerra di Trump, ha scelto di sfruttare il vantaggio. Il 10 giugno si è quindi concesso una visita alla «stazione navale» di Guantánamo, la principale base militare statunitense della regione, occupata illegalmente dal 1903: l’obiettivo era ricordare all’Avana che «il dipartimento della Guerra è pronto ad affrontare qualsiasi evenienza». E come se il messaggio non fosse abbastanza chiaro, tra due esercizi fisici eseguiti davanti alle telecamere con le truppe presenti e un omaggio reso alle guardie responsabili del campo di concentramento esistente all’interno della base americana, Hegseth ha precisato che il suo obiettivo era «far sentire all’intero mondo che la potenza americana è la più grande al mondo, che il nostro obiettivo si trovi a 15.000 o a 150 km, e che siamo pronti ad attaccare o a difenderci in qualsiasi momento per proteggere i nostri interessi».


L’intento è evidente: se da un lato l’amministrazione Trump finge di non trovarsi in una posizione di estrema difficoltà nell’altro teatro di operazioni su cui ha investito negli ultimi mesi, l’Iran, dall’altro cerca di occultare il proprio
fiasco mediorientale con un’aggressività raddoppiata nei confronti di Cuba, che il presidente e il suo Segretario alla Guerra continuano a voler «prendere», prima o poi.

«L’unico modo di difendere la Rivoluzione», secondo Díaz-Canel

In una tale situazione, mentre le autorità iraniane hanno rifiutato qualsiasi logica di scambio al fine di evitare di essere schiacciate dalla superiorità militare israelo-americana, quelle cubane hanno optato, al contrario, per la negoziazione. Per gli analisti vicini all’Avana che cercano di giustificare questo orientamento, l’obiettivo sarebbe prima di tutto quello di guadagnare tempo, ancor più nella misura in cui – è un fatto – l’Avana si ritrova estremamente isolata sulla scena internazionale. Al di là di alcune dichiarazioni di solidarietà e invii di aiuti umanitari, del tutto insufficienti, nessuno dei «governi progressisti» dell’America latina ha davvero fatto qualcosa per rimettere in discussione il blocco petrolifero statunitense. Tuttavia, mentre le posizioni statunitensi hanno continuato a irrigidirsi, il governo cubano non ha solo tentato di prendere tempo. Ha accelerato il passo in termini di attuazione di riforme di mercato per permettere al paese di «respirare». Il pacchetto di 176 proposte, presentate inizialmente in una conferenza stampa il 12 giugno, precisate il 17 davanti al Comitato centrale del Partito comunista e infine ratificate dal Parlamento il giorno dopo, annuncia una svolta importante che però non porterà ossigeno né alla Rivoluzione né alle classi popolari dell’isola.

Eppure il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, al pari del primo ministro Manuel Marrero, hanno affermato che il loro obiettivo era «salvare la rivoluzione» e lottare «per il socialismo». A guardare da vicino le 176 proposte presentate in tutta fretta al plenum straordinario del Comitato centrale del Partito comunista cubano da Díaz Canel mercoledì 17 giugno e validate subito dopo dalla Terza sessione straordinaria dell’Assemblea nazionale del Potere popolare giovedì 18, c’è di che dubitarne. Uscendo dal suo semi-silenzio, l’ex capo di Stato e fratello di Fidel, Raúl Castro, è intervenuto a sua volta per dare il via libera all’annuncio di queste riforme a venire: si tratta di «ciò che conviene di più alla rivoluzione nel momento attuale», ha scritto Raúl in una lettera indirizzata al CC del PCC. Ha perfino fatto atto di presenza, il giorno seguente, «per via telematica», mentre si riunivano i deputati dell’organo legislativo cubano per ratificare le proposte del governo. Da un lato, si tratta di un avallo che può giovarsi dell’autorevolezza di uno degli ultimi rappresentanti della Rivoluzione del 1959 finalizzato a consolidare la svolta restauratrice che si sta portando avanti. Dall’altro, è un modo di pesare per segnalare che una fazione consistente della burocrazia al potere sostiene pienamente l’attuazione accelerata di questo orientamento, anche se tale svolta avviene nel momento in cui Trump e Rubio esercitano una pressione massima sull’isola avendo al proprio fianco l’intera diaspora cubano-americana che vuole tornare a fare affari, anche in mancanza della testa di Castro e dei suoi.

Perestrojka sotto i tropici

Tanto il 17 giugno, nel caso di Díaz-Canel, quanto il 18, in quello di Marrero, i funzionari cubani non hanno mancato di ricorrere alla consueta dose di equilibrismo concettuale. Così il primo ministro ha assicurato che le misure a venire sono il frutto dell’«esercizio della sovranità destinato a preservare le conquiste della Rivoluzione senza rinunciare al socialismo». Ben consapevole della estrema impopolarità di cui è oggetto, ma anche dell’attaccamento della popolazione a ciò che resta delle conquiste del 1959, ovvero una certa idea, e una certa realtà, dell’uguaglianza sull’isola, Díaz-Canel ha avvertito che non bisognava confondere «equità», che sarebbe al cuore delle riforme da attuare, con «egualitarismo», che sarebbe una delle fonti dei problemi con cui si scontrano i cubani fin dagli anni Novanta. Indipendentemente da queste formule che mascherano più o meno bene il fondo della questione, ciò che contraddistingue le 176 proposte ripartite in 23 sottocapitoli è la fine di ciò su cui il sistema economico e sociale cubano è stato costruito fin dai primi anni Sessanta: una pianificazione e una statalizzazione del sistema economico fondate sull’espropriazione del capitale cubano e straniero imposta dopo il 1959, in risposta alle minacce e all’aggressività statunitense. Sono le stesse fondamenta della Rivoluzione ad essere rimesse in discussione.

Tra i grandi orientamenti di fondo contenuti in queste misure vi sono quelli, auspicati dalle autorità, di porre fine alla pianificazione, liquidare completamente il monopolio statale del commercio estero e introdurre l’autonomia di gestione economica e finanziaria delle imprese statali. Allo stesso tempo, sarà d’ora in poi possibile acquisire azioni o quote di imprese. Le condizioni di investimento economico, anche nei settori strategici, già rese possibili dal decreto 117 adottato a inizio marzo, sono ora ampliate e incentivate per gli attori stranieri, pubblici o privati, ma anche per i cubani dell’estero o i cubani residenti sull’isola. Se si aggiunge a ciò l’annuncio del ridimensionamento drastico dell’apparato statale in termini di dipendenti, strutture e missioni, di una revisione completa del regime di proprietà immobiliare, di accesso e controllo delle terre, dei meccanismi di regolazione e di negoziazione salariale nel settore pubblico e privato, della dimensione delle imprese a capitale non statale, della fine del carattere universale degli aiuti sociali e della loro sostituzione con misure individualizzate, si ha l’impressione di trovarsi davanti a una sorta di déjà vu: una perestrojka accelerata, con quarant’anni di ritardo e con tutto ciò che questo implica, al termine del ciclo di «riforme», in termini di restaurazione capitalista.

A metà degli anni Ottanta, una fazione della burocrazia sovietica, capeggiata da Michail Gorbaciov, ha tentato di rispondere alla perdita di terreno dell’URSS rispetto agli Stati Uniti e alle crescenti difficoltà economiche del blocco orientale attraverso l’introduzione di misure volte a decentralizzare le strutture di controllo, il rafforzamento degli attori non statali a livello dell’apparato produttivo e la promozione di leve incentivanti a livello individuale per favorire la ripresa e la produttività. Ma perdendo il controllo del processo di disgelo e trasformazione, quella fazione della burocrazia fu infine spazzata via da un nuovo settore sociale, incarnato dall’ascesa al potere di Boris Eltsin. Quest’ultimo settore avrebbe poi impiegato quasi due decenni a consolidare il proprio potere economico e politico nel quadro del collasso dell’URSS, di una disintegrazione dell’area di influenza sovietica in Europa orientale, di un estremo indebolimento della Russia e, per l’insieme delle classi popolari, di un grande balzo indietro in termini di condizioni di vita e di lavoro. Una tale dinamica avrebbe conseguenze ancora più rilevanti a livello di un paese come Cuba, un’isola che non può contare su nessuno dei vantaggi che potevano ancora essere attribuiti all’URSS negli anni Ottanta.

Il dibattito sulla necessità di «riformare» l’apparato produttivo ed economico cubano non è di ieri. È per questo che, al fine di giustificare l’accelerazione di questi ultimi giorni, i funzionari cubani hanno voluto porsi sotto l’egida delle misure di rettifica introdotte già nel 1993 da Fidel Castro (in contrapposizione, all’epoca, alle riforme «alla sovietica» preconizzate da alcuni), o dei nuovi orientamenti che prometteva di mettere in atto il VI Congresso del PCC nel 2011 in termini di instaurazione di un «socialismo di mercato». Quando era ministro della Difesa e poi capo di governo, Raúl Castro aveva l’abitudine di dire che queste riforme dovevano essere condotte «sin prisa, pero sin pausa» [«senza fretta, ma senza fermarsi»]. Oggi i suoi eredi si richiamano a lui come mai prima, a meno che non sia lui stesso a continuare a svolgere un ruolo non trascurabile nelle decisioni. Nondimeno, è soprattutto nella precipitazione dettata dalla situazione che queste riforme sono state adottate. L’idea resta di condurle, questa volta, fino in fondo.

Tuttavia, l’apparato statale cubano conosce la storia, a cominciare dalle condizioni caotiche in cui la restaurazione è avvenuta in URSS sotto Boris Eltsin. È consapevole anche del rischio di essere spazzato via dalla diaspora cubano-americana, che potrebbe infilarsi nella breccia aperta dalle misure di apertura qualora queste sfuggissero al controllo del potere all’Avana. L’idea del governo, su cui è lungamente tornato Díaz-Canel, è quindi quella di «mettere in sicurezza» giuridicamente il nuovo quadro economico e istituzionale, sia per gli investitori sia per la burocrazia al potere. La sfida è ispirarsi da vicino agli «esempi cinese e vietnamita», ovvero a quella burocrazia che ha saputo garantirsi, negli anni Novanta, una metamorfosi in «borghesia rossa», conservando al contempo le redini del paese. Inutile dire che la scommessa, a Cuba, è molto più rischiosa. La borghesia cubano-americana potrebbe non accettare un simile quadro, né volersi accontentare di un ruolo da comprimaria senza riprendere il controllo politico del paese. Gli umori di Trump, così come le ambizioni personali di Rubio, potrebbero anch’essi far deragliare il progetto di Díaz-Canel.

Il vicolo cieco della burocrazia al potere

Per coloro che hanno tutto l’interesse a difendere lo spirito e l’eredità della Rivoluzione del 1959, le ultime decisioni sono preoccupanti e problematiche a più livelli.

Anzitutto perché sono state prese sotto la pressione di Washington, checché ne dica il governo cubano. Alla luce di quanto è appena accaduto sul fronte iraniano, come immaginare un solo istante che sia mostrando condiscendenza nei confronti di Trump e muovendosi nella direzione indicata dagli ultimatum della Casa Bianca che si possa convincere il suo inquilino a rivedere al ribasso i propri obiettivi? È del resto un semplice portavoce del Dipartimento di Stato ad essere stato mandato davanti alla stampa a commentare gli ultimi annunci del governo cubano: «Queste “riforme economiche” progressive sono modeste, attese da tempo e, in fin dei conti, non costituiscono altro che segnali di fumo superficiali emessi dal regime cubano. Fa parte del manuale della dittatura: annunciare un ciclo di presunte riforme per far intendere una volontà di cambiamento, per poi tornare rapidamente sui propri passi rispetto a qualsiasi modifica non appena il controllo totale del regime sia anche solo leggermente minacciato».

In secondo luogo perché, analogamente a come sono state condotte le discussioni con Washington, il processo di ratifica di queste misure è totalmente opaco e burocratico rispetto a quello che dovrebbe essere una democrazia socialista. Ma ciò non è nuovo, a Cuba, dove la libertà di organizzazione è sempre negata a coloro che difendono i principi della rivoluzione ma sono in disaccordo con l’orientamento del PC e delle organizzazioni politiche e sindacali che ne dipendono.

Infine, sono la scelta degli interlocutori e le scommesse fatte da Díaz-Canel e Marrero ad essere massimamente discutibili. Quand’anche si volesse difendere l’opzione pragmatica secondo la quale vi è un’urgenza e non c’è altra soluzione che «l’apertura», come immaginare un solo istante che sia possibile difendere ciò che resta delle conquiste della rivoluzione del 1959 «tendendo la mano» all’investitore cubano di Miami, che ha una sola idea in testa, quella di recuperare il capitale, i beni o le imprese di cui la sua famiglia è stata espropriata negli anni Sessanta? O affidandosi agli attori privati cubani, le «Mypimes» – imprese non poi così piccole, che possono impiegare fino a 100 dipendenti e all’interno delle quali lavora circa un terzo degli attivi cubani oggi – il cui unico obiettivo è quello di qualsiasi capitalista, ovvero accumulare profitti? O, ancora, immaginando che aprendo ancora di più i settori cosiddetti «strategici» agli investitori sarebbe possibile correggere le disuguaglianze sociali e territoriali che si sono approfondite come mai negli ultimi sette anni? Come pensare un solo istante che sia associandosi ai «gusanos» (la diaspora cubano-americana) o ai nuovi «NEPman» di Cuba (che hanno approfittato delle misure di apertura al capitale privato sull’isola dal 2019-2021 in poi) che sarà possibile salvare ciò che può ancora essere salvato del sistema senza essere assorbiti, in un modo o nell’altro, da uno di questi due gruppi?

Jean-Baptiste Thomas

Traduzione di Marco Zerbino da Armes de la Critique n°9


Nota

[1] La vicenda «Brothers to the Rescue» del 1996 è legata alla neutralizzazione, da parte dell’aviazione cubana, di due piccoli aerei da turismo immatricolati negli Stati Uniti che sorvolavano illegalmente lo spazio aereo dell’isola. Essa giocò un ruolo decisivo nel far approvare la legge Helms-Burton, il cui decreto fu firmato a stretto giro dal presidente democratico Bill Clinton.

Studioso e professore di Studi latino-americani, è redattore della rivista online Armes de la Critique e militante di Révolution Permanente.