La rottura al veleno tra Donald Trump e Giorgia Meloni marca l’allontanamento del governo italiano da un padrino diventato una pesante zavorra. Una leadership, quella di Trump, sempre più impopolare e che rischia di far affogare tutti coloro, come Viktor Orbán in Ungheria, che si aggrappano alla sua scialuppa. Il combinarsi di guerra in Iran e sconfitta referendaria segna il momento più difficile per il governo Meloni. Per aprire una vera crisi di governo serve però un movimento di massa centrato sulla classe lavoratrice e su un programma indipendente dal centro-sinistra.
Per la prima volta da quando si è insediato, il governo Meloni si trova in evidente difficoltà. Con ciò non vogliamo suggerire che cadrà a breve. Anche perché manca, allo stato attuale, il soggetto sociale e politico, ovvero un movimento di massa abbastanza forte, che possa risultare decisivo in tal senso. Eppure, quanto abbiamo visto nel corso di queste ultime settimane rappresenta certamente uno sviluppo nuovo nella politica italiana. Il governo sembra aver perso l’iniziativa. Non guida più l’agenda politica, ma rincorre con affanno gli eventi. È in carica, e vi rimarrà, ma manca di un orizzonte per la propria azione. Amministra così l’esistente senza alcuna velleità, per quanto minima, di cambiamento. Le difficoltà attuali del governo Meloni non sono ardue da rintracciarsi: affondano nel sommarsi di questioni domestiche e internazionali. Il punto di svolta è stato certamente la sconfitta referendaria.
Un referendum di guai
La débâcle nel referendum sulla giustizia è stata particolarmente dolorosa per Meloni e soci. Vi sono tre motivi principali. In primo luogo, mette una pietra tombale sulle velleità di riforma dell’esecutivo. Questo si presentava con tre propositivi principali: autonomia differenziata, sotto la bandiera della Lega; premierato, voluto da Fratelli d’Italia; e infine la già menzionata riforma della giustizia, in capo a Forza Italia. Il punto non è qui valutare la portata di queste riforme, o per meglio dire contro-riforme, ma comprendere come nessuno degli obiettivi che il governo si era dato sia stato centrato. Come noto, la riforma della giustizia è stata sconfitta nelle urne, la corte costituzionale ha di fatto affondato l’autonomia differenziata, e il premierato è scomparso dai radar politici, rimandato alla prossima legislatura.
Secondariamente, il referendum ha segnato la prima vera sconfitta del governo Meloni. Per quanto il partito della prima ministra continui a essere accreditato di percentuali che fanno impallidire altri leader europei – dal lugubre Keir Starmer al borghese per eccellenza Emmanuel Macron, fino a giungere al paladino del centrosinistra Pedro Sanchez – nelle urne è per la prima volta apparsa una potenziale maggioranza antigovernativa, che si è poi ripresentata nei sondaggi sulle intenzioni di voto delle settimane successive. Il punto non è solamente una relativa perdita di sostegno, ma gli effetti che questo può avere sull’idea – fortemente sbandierata prima del referendum – della scrittura di una nuova legge elettorale, che avrebbe dovuto rappresentare il primo passaggio per giungere poi al premierato nella legislatura successiva. Il varo di una legge elettorale fortemente distorsiva a favore della coalizione più votata aveva come logico prerequisito la capacità della destra di essere maggioranza relativa nel paese. Questa avrebbe inoltre agito da collante per la coalizione a guida Meloni, attivando un forte disincentivo per le forze minori a presentarsi in solitaria. Il rischio di approvare la nuova legge elettorale adesso è però quello, come recentemente successo in Ungheria, di consegnare una maggioranza extralarge al campo avversario. Anche rimanere con quella attuale – che assegna circa un terzo dei seggi in collegi uninominali, ma ridistribuisce gli altri proporzionalmente – potrebbe però essere rischioso. Se nessuno dei due campi godesse, come appare probabile allo stato attuale, di una maggioranza limpida, aumenterebbero infatti le pressioni per la formazione di un governo di larghe intese che metterebbe a rischio sia la premiership di Meloni sia la tenuta della coalizione di destra.
Il terzo ed ultimo fattore riguarda il carattere del voto sul referendum. Non solamente vi è stata una partecipazione molto alta, ma la contrarietà alla riforma ha prevalso nettamente tra le generazioni più giovani e nei quartieri della classe lavoratrice delle grandi città. Vi è stato cioè un voto di classe e generazionale che ha punito il governo Meloni. Questo non sarebbe spiegabile senza un riferimento alle settimane di insubordinazione che si sono date tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre attorno alla questione palestinese. I momenti di massa che abbiamo vissuto non hanno probabilmente sedimentato come atteso, ma hanno comunque politicizzato una nuova generazione. Questo è un elemento silente al momento – nel senso che non è attivamente incanalato in un movimento di massa – ma potrebbe emergere con forza nei prossimi mesi, rappresentando un serio problema per il governo Meloni. Anche perché il termometro della situazione economica è virato pericolosamente in rosso, soprattutto come effetto dell’aggressione imperialista di Stati Uniti e Israele alla Repubblica Islamica.
Guerra e Trump: abbandonare la nave che affonda?
Il varo della passata finanziaria perseguiva due scopi ben precisi. Da un lato, proponeva una manovra piccola che potesse riportare il rapporto deficit/Pil sotto il 3 percento, facendo così uscire l’Italia dalla procedura di infrazione e scorporando le aumentate spese militari. Dall’altro, metteva in cassetta una finanziaria più espansiva per l’anno successivo, quello delle elezioni politiche. Lo scoppio della guerra in Iran e le sue ripercussioni hanno messo a repentaglio entrambi questi obiettivi. L’improvviso e poderoso aumento del costo dell’energia a livello mondiale ha depresso infatti la crescita economica, che nel 2026 rischia di essere piatta o quasi in Italia, e ha già forzato il governo a intervenire per calmierare i prezzi. Data la situazione, il ministro dell’economia, Giancarlo Giorgetti, si è affrettato a chiedere la sospensione del patto di stabilità europeo, ma Bruxelles ha prontamente risposto picche. Tutto questo riduce indubbiamente i margini di manovra del governo, con la concreta possibilità che anche la prossima finanziaria possa essere all’insegna dell’austerità.
A preoccupare Meloni e alleati non è però solamente l’aspetto materiale della guerra in Iran, ma anche il posizionamento simbolico-ideologico del governo sullo scacchiere internazionale. Mentre appare pacifico assumere che il mantra del rispetto del diritto internazionale sbandierato da liberali di sinistra e neoriformisti non rappresenti un elemento di particolare rilievo per l’elettorato di destra, due altri fattori, strettamente connessi, sembrano rilevanti: il primo è la bassissima popolarità di cui gode al momento Trump in Italia e il secondo sono gli effetti economici di una guerra disastrosa che molti considerano come la plateale manifestazione delle limitate capacità intellettive di Trump. Questo ha messo in pericolo la ‘relazione speciale’ che Meloni aveva sapientemente creato con l’ingombrante presidente a stelle e strisce, accreditandosi come ponte tra gli Stati Uniti e l’Europa. Il punto di rottura è stato episodico – l’attacco di Trump a Papa Leone XIV – e probabilmente non voluto dalla stessa Meloni, che aveva inizialmente cercato di glissare, passando poi a un tono di condanna più netto quando ha capito che non avrebbe potuto fare altrimenti, definendo le parole di Trump sul Papa “inaccettabili”. A quel punto il dado era tratto: a stretto giro è arrivata la piccatissima risposta del presidente statunitense, reiterata varie volte. Il fatto che Meloni non abbia contro-risposto, significa che la difesa del Papa, e non uno scontro aperto con Trump, era l’obiettivo della leader di Fratelli d’Italia. Il punto però rimane: avvertendo un vento che sembra diventato punitivo verso l’estrema destra più becera, Meloni ha la necessità di smarcarsi da Trump, rimanendo al tempo stesso strettamente nel perimetro atlantista. Vi riuscirà?
Spinte centrifughe e centripete: il governo Meloni ha perso il suo baricentro?
Se vi è un fattore che meglio di tutti fotografa le difficoltà del governo Meloni, questo è certamente il tentativo dei vari partner di governo di riposizionarsi. Mentre Daniela Santanchè, ex ministra del turismo, è stata usata come vittima sacrificale da Fratelli d’Italia per attutire il colpo della sconfitta referendaria, la fuoriuscita di Roberto Vannacci dalla Lega crea per la prima volta un concorrente alla destra del partito di Meloni che non sia una forza proveniente dalla galassia neofascista classica e che gode di un seguito non risibile. A questa spinta centrifuga fa da contraltare i sommovimenti all’interno di Forza Italia. La famiglia Berlusconi, guidata da Marina e Pier Silvio, è passata a un deciso regolamento di conti interno, richiedendo la testa prima del capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, e poi di quello alla Camera, Paolo Barelli, rispettivamente sostituiti con Stefania Craxi e Enrico Costa. La prossima testa a cadere sarà con ogni probabilità quella del leader forzista, Antonio Tajani. Il tentativo, suggerito anche da una parziale riorganizzazione del palinsesto politico delle reti della famiglia Berlusconi, è quello di uno svecchiamento della leadership per accreditare con maggiore forza il partito come nuovo possibile perno di una coalizione di destra non più a guida meloniana, o almeno una nella quale il peso specifico di Forza Italia e Fratelli d’Italia possa essere più bilanciato. Lo spazio politico viene cercato con un movimento verso il centro, acuendo così la sensazione che il baricentro del governo Meloni sia in maniera crescente instabile come effetto di movimenti opposti al suo interno.
Dalle difficoltà alla crisi: cosa serve per sconfiggere il governo Meloni?
Nessuna delle difficoltà discusse è di per sé sufficiente per decretare la crisi del governo Meloni. Questa, soprattutto, non diviene conclamata per l’assenza di una reale alternativa. Il cosiddetto campo progressista rimane strettamente legato a una prospettiva ‘continuativista’: un’amministrazione del presente più garbata istituzionalmente, meno liberticida, e più europeista, ma non per questo meno liberista, della destra. L’intera prospettiva di questo campo è resa bene dalle parole del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che, all’indomani del voto referendario, dichiarava come l’esito “rende più chiaro anche al governo che è necessario cambiare strada”. Dal Partito Democratico (PD) al Movimento 5 Stelle (M5S), il mantra è sempre lo stesso: il governo è stato sconfitto, ma non vi è nessuna richiesta di dimissioni, tantomeno l’idea di una mobilitazione che a partire dal consenso referendario e sulla base di una piattaforma di rivendicazioni politiche e sociali costringa il governo Meloni a gettare la spugna. Si aspetta invece le prossime elezioni per cambiare chi governa. Come dichiarato a caldo dopo il voto da Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), “la prima cosa da dire, la dico a Elly Schlein e Giuseppe Conte, quando governeremo, la Costituzione non cercheremo di cambiarla ma di applicarla”. Tutto rimandato a fra qualche anno. Tutto racchiuso nell’atto individuale del voto. Tutto in una stretta continuità con l’attuale governo di destra, che l’ipocrita solidarietà di Schlein a Meloni dopo l’attacco di Trump svela impietosamente.
Quello che dobbiamo fare è esattamente l’opposto di quanto proposto dall’opposizione in Parlamento. Abbiamo bisogno di un cambiamento radicale, e non cosmetico, in tutti gli ambiti della nostra esistenza. Questo richiede, in prima istanza, una forte e costante pressione dal basso. Richiede, per dirla altrimenti, un nuovo ciclo di mobilitazione come quello che abbiamo vissuto tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre dello scorso. Come ogni grande movimento, questo non può essere chiamato a volontà. Al tempo stesso però, non esiste movimento di massa che non sia preparato dalla crescita molecolare delle forze antisistema. È stato così per la Palestina. Sarà così per qualsiasi grande movimento in futuro. La principale asse della mobilitazione deve essere oggi il rifiuto della guerra e della militarizzazione, legata ma non circoscritta alle spese militari. Come dimostrato dal recente passato, tali movimento diventano realmente impattanti quando assumono un chiaro connotato di classe. Quando cioè i settori più avanzati della classe lavoratrice agiscono da volano per il protagonismo e l’esuberanza della gioventù, studentesca ma non solo. Il grande nodo qui rimane la sfida alle burocrazie sindacali, in primis quella della Cgil, e alla loro politica concertativa. La sfida è quella di creare momenti nei quali l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici dal basso, al di là del colore della loro tessera sindacale (quando e se presente), possa creare strutture di coordinamento e di mobilitazione della classe lavoratrice. Questi coordinamenti sono tanto più probabili quanto maggiore è l’impegno in tale direzione delle forze comuniste e della sinistra radicale. Al riguardo, una reale collaborazione tra queste non è più differibile.
Questa deve partire da alcune pre-condizioni basilari. Ne indichiamo tre:
l’assoluta indisponibilità a collaborare con quelle forze politiche che fungono da stampella al centrosinistra, non solo Alleanza Verdi e Sinistra, ma anche Rifondazione Comunista che questa settimana ha rotto gli indugi rispetto alla sua adesione a una coalizione a guida PD ;
un percorso che non abbia come finalità principale quella di creare un cartello elettorale, ma al contrario di potenziare la capacità d’intervento della classe lavoratrice e di rafforzare un fronte unico di lotta contro il governo;
una posizione apertamente anti-imperialista, primariamente critica verso le potenze occidentali, Italia compresa, e che rivendichi, contro il pacifismo astratto, la legittimità nazione oppressa di difendersi e la sconfitta militare di USA e Israele in Medio-Oriente da parte dell’Iran – senza tuttavia dare appoggio politico al regime di Tehran. Altro punto fermo deve essere l’obiettivo dell’uscita dell’Italia dalla Nato, senza illusioni nelle possibilità di una difesa comune europea.
Su queste basi è importante anche cominciare a discutere punti di programma chiave per collegare la lotta contro guerra e militarizzazione alle condizioni materiali della classe lavoratrice e dei settori popolari. Ne citiamo 3:
Contro la riconversione bellica dell’industria e l’illusione che possa aumentare l’occupazione, l’esproprio e la riconversione ecologica sotto il controllo democratico di lavoratori e territori dei settori in crisi e inquinanti, come l’automotive e la siderurgia. Un’indicazione che ci viene suggerità dalla vertenza GKN, ma che deve diventare un piano di lotta per l’intero movimento operaio e giovanile.
Scala mobile sui salari a recupero dell’inflazione e riduzione dell’orario di lavoro, come prospettiva politica indicataci dalle ultime vertenze contrattuali dei ferrovieri e dei metalmeccanici, che potrebbero tornare alla ribalta di fronte alla spirale inflattiva causata dall’attacco imperialista USA-Israele all’Iran.
Per una campagna contro la repressione ai danni del movimento la guerra e per la Palestina, che aumenti il coordinamento dal basso tra quest’ultimo e le organizzazioni dei lavoratori sulla base di una battaglia tanto contro i decreti sicurezza quanto contro la legislazione anti-sciopero.
Gianni Del Panta
Gianni Del Panta, studioso di scienze politiche, vive a Firenze ed è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione: da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).