Intervista a Emilio Albamonte
A partire dagli importanti avanzamenti della sinistra trotskista in Argentina, il testo tradotto da Contrapunto – periodico teorico de la Izquierda Diario della cui rete la Voce delle Lotte da parte – riflette attorno al ruolo dell’auto-organizzazione nella strategia rivoluzionaria. L’intervista e la sua rilevanza per il lettore italiano sono introdotte da un contrappunto con Jacobin rispetto agli insegnamenti dell’esperienza in atto nel paese sudamericano.
Presentazione: quali lezioni dall’estrema sinistra argentina? Un contrappunto con Jacobin
Negli ultimi mesi, il forte clima di conflittualità e dissenso nei confronti delle politiche ultra-liberiste e reazionarie del governo Milei in Argentina è stato intercettato in maniera significativa dalla sinistra trotskista. Essa era già da tempo il polo più visibile dell’estrema sinistra nel paese; oggi però, anche grazie a un intervento strutturato nelle lotte a difesa dell’istruzione pubblica e contro la riforma del lavoro dello scorso inverno-primavera, quest’area sta acquisendo popolarità di massa attorno alla figura di Myriam Bregman, deputata del PTS (Partido de los Trabajadores Socialistas), parte del FIT-U (Frente de Izquierda de los Trabajadores – Unidad; fronte delle principali organizzazioni marxiste rivoluzionarie del paese latino americano) e organizzazione sorella de la FIR-VDL all’interno della CRP-QI (Corrente Rivoluzione Permanente – Quarta Internazionale).
Si tratta di un fenomeno estremamente importante per i dibattiti a sinistra, non solo in Argentina, ma a livello globale, in un contesto di affermazione (e al contempo grandi contraddizioni) della destra trumpiana internazionale. L’esperienza Argentina, va però più in là nello stimolare la riflessione, poiché ci interroga, e ci da indicazioni, rispetto a come porsi di fronte a dinamiche di mobilitazione e polarizzazione di cui beneficiano forze anti-sistema; nonché rispetto alle coordinate di una strategia rivoluzionaria oggi. Sono questi i motivi per cui ci stiamo impegnando a pubblicare una serie di articoli e traduzioni sulla congiuntura del paese sudamericano.
Meritoriamente, anche Jacobin Italia ha recentemente pubblicato la traduzione di un’ampia analisi della situazione argentina, scritta da Martin Mosquiera, nella quale viene messo in evidenza e salutato positivamente il rafforzamento della sinistra marxista: “negli ultimi mesi, alcuni sondaggi hanno collocato Myriam Bregman tra i leader con la migliore immagine, in alcuni casi addirittura al primo posto”. Tuttavia l’autore del pezzo sottolinea anche come:
Una figura di sinistra può essere apprezzata da settori ben più ampi della sua base elettorale senza per questo diventare un’alternativa politica efficace. In pratica, le […] principali fazioni [del FIT-U] tendono a considerare Milei un fenomeno passeggero e a spostare il focus del dibattito da come sconfiggere l’estrema destra a chi guida l’opposizione: il peronismo o la sinistra. Questa interpretazione rende impossibile uno sforzo unitario, che è proprio l’unico che permetterebbe sia di bloccare la strada di Milei sia di consolidare la crescita della sinistra.
Pur indicando correttamente i limiti dell’influenza delle organizzazioni trotskiste argentine, la visione che qui viene fornita è unilaterale rispetto a come l’area in questione caratterizza la fase politica, le forze della classe lavoratrice e le proprie. Al contrario, all’interno del FIT-U è in atto un acceso dibattito di prospettiva (già introdotto sulla VDL qui), che nel pezzo di Jacobin viene oscurato, funzionalmente a una visione parziale degli insegnamenti che possiamo trarre dal caso argentino. Così, sebbene giustamente l’articolo enfatizzi l’esigenza di non riporre fiducia nel peronismo (responsabile di misure neoliberali, soprattutto nella fase pre-Milei, e nel complesso fautore di una politica volta a neutralizzare il conflitto di classe), esso insiste sulla necessità di qualche forma di sostegno a quest’ultimo:
Se la priorità è impedire all’estrema destra di consolidare il suo ciclo di riforme regressive e il suo inasprimento autoritario, allora non si può escludere una qualche forma di sostegno mirato, critico e limitato al candidato che realisticamente ha le carte in regola per sconfiggerla – prevedibilmente proveniente dal peronismo o da un più ampio blocco progressista.
Coerentemente con quanto l’area Jacobin propone a livello internazionale – con il caso limite delle candidature dei DSA (Democratic Socialists of America) in un’organizzazione imperialista come il Partito Democratico negli Stati Uniti – di fatto si apre a una proposta di subordinazione delle forze di classe al centro-sinistra; questo è il peronismo (nella sua versione kirchneriana, perché poi c’è anche il peronismo di destra) all’interno dello spettro politico argentino.
Nell’intervista che qui vi proponiamo, emerge una visione ben più interessante, rispetto alle semplificazioni di Mosquiera, delle capacità di analisi del trotskismo argentino, in particolare del PTS, nonché delle possibilità che il ‘fenomeno Bregman’ sta aprendo per rilanciare la discussione su una strategia rivoluzionaria a livello internazionale. Ecco che, rispondendo alle domande, il dirigente del PTS Emilio Albamonte ricostruisce e interviene nel dibattito del FIT-U sullo sfondo di una visione articolata del fenomeno Milei – che l’organizzazione marxista inquadra come espressione di tendenze alla crisi organica, e non solo quale “fenomeno passeggero”, mero sottoprodotto degli errori del peronismo, come suggerisce la caricatura di Jacobin del punto di vista dell’estrema sinistra argentina.
Albamonte prende inoltre sul serio l’esistenza di persistenti elementi di frammentazione della classe lavoratrice (aspetto importante in Argentina quanto da noi). Diversamente da Jacobin e dalle correnti neo-riformiste, tuttavia, questo non è la leva per giustificare vuoi uno schiacciamento dell’attività politica nel sociale, vuoi il sostegno a opzioni elettoraliste e\o di centro-sinistra. Al contrario, a fronte delle opportunità aperte da importanti dinamiche di ricomposizione di classe a livello internazionale, quali la stessa crescita dei consensi per l’estrema sinistra argentina, l’intervista insiste su come la frammentazione della classe lavoratrice imponga di comprendere il ruolo della direzione rivoluzionaria non solo nel definire un programma e favorire “la mobilitazione”, ma anche nel promuovere processi di “auto-organizzazione”. Di converso, l’auto-organizzazione viene considerata centrale nello sviluppo di un reale protagonismo e indipendenza della classe, e in prospettiva di nuove istituzioni, contro l’atomizzazione e la passivizzazione portate avanti non solo dal capitale, ma anche degli apparati del suo stato integrale (es. le burocrazie sindacali, i partiti istituzionali ecc.) e per fondare una strategia di rottura con lo stato capitalista nel fuoco di episodi di lotta di massa. Un ragionamento in base al quale il dirigente del PTS parla di “strategia”, e non di tattica, “sovietica”.
Anche Albamonte riconosce quindi l’esigenza di aggregare settori oltre quelli che già sono organizzati e si riconoscono nella sinistra trotskista, ma elabora come sia necessario, e possibile, che questo avvenga moltiplicando il raggio d’influenza delle organizzazioni rivoluzionarie – invece che subordinandole al centro-sinistra – proprio tramite la promozione dell’auto-organizzazione. In quest’ottica, accanto alla demarcazione dal peronismo e alla rivendicazione della sconfitta di Milei, i compiti chiave per l’estrema sinistra argentina, in particolare nella fase attuale, sono quindi inquadrati nella logica dei “comitati d’azione”, ovvero nella promozione di forme di coordinamento dal basso della classe lavoratrice, dei giovani e dei settori popolari, centrate non sull’appartenenza ideologica, ma sulla discussione e l’organizzazione di un piano di lotta, approfittando della simpatia popolare crescente di Myriam Bregman e del FIT-U. Su questo terreno, va inoltre pensata, secondo Albamonte la battaglia per la costruzione di un partito rivoluzionario realmente espressione della classe lavoratrice e delle sue avanguardie; soggetti individuati non in base a una logica astratta, o identitaria, bensì alle condizioni concrete, alle esigenze di ricomposizione, ma anche alle potenzialità egemoniche, della classe lavoratrice oggi (per questo si parla di un partito della “nuova classe operaia”).
Si tratta quindi di una discussione importante, non solo con le posizioni à la Jacobin, o neo-riformiste, ma anche con correnti della sinistra, marxiste e trotskiste – in Argentina e a livello internazionale – che pensano alla costruzione del partito e alla strategia rivoluzionaria come il risultato di un mero accumulo organizzativo e della propaganda di un ‘programma corretto’ nei movimenti. Tutto ciò col rischio, da un lato, di rimanere esterni alle avanguardie politiche che emergono nel fuoco vivo della lotta di classe e dall’altro – più grave – di contribuire alla dispersione, o al riassorbimento riformista, della lotta di classe stessa, invece di farne un momento centrale di accumulo delle forze rivoluzionarie.
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Lunedì scorso (29 giugno) si è tenuto il primo forum del FIT-U, che avevamo proposto dal Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS; Partito dei Lavoratori Socialisti), e nel quale sono state esposte diverse posizioni. Il Partido Obrero (PO; Partito Operaio) e Izquierda Socialista hanno insistito sulla creazione di “comitati di sostegno al FIT-U”, pur non rispondendo alla nostra proposta di promuovere tempestivamente il coordinamento dei settori più combattivi. Il Movimento Socialista de los Trabajadores (MTS; Movimento Socialista dei Lavoratori), dal canto suo, si è detto d’accordo con l’idea che il FIT-U non sia abbastanza per fomentare un fronte unico a sinistra e che sia quindi necessario fare un salto di qualità. Questo, per noi, significa dare vita a un movimento per un partito della nuova classe operaia. Tuttavia, il MTS tende a minimizzare le grandi differenze politiche che ci separano e che sono emerse proprio durante il forum. Dall’idea stessa di quale partito sia necessario costruire fino a questioni fondamentali come, ad esempio, la guerra in Ucraina, nella quale si schierano dalla parte ucraina (come se ciò potesse essere separato dal sostegno alla NATO che la guida)1, o nella ribellione boliviana, dove affermano che affidare «tutto il potere alla Central Obrera Boliviana (COB; Centrale Operaia Boliviana)» non ha nulla a che vedere con l’edulcorazione di una dirigenza che ha tradito la ribellione a gennaio e ora di nuovo. Da quale prospettiva ritieni che si debba affrontare questo dibattito affinché non si trasformi in una discussione “burocratica”?
Proprio per non rimanere intrappolati in una discussione interna, vorrei partire da un altro punto, da una riflessione fatta di recente in un’intervista a Ángel Luis Parras, un compagno di lunga data che è stato per molti anni dirigente della Liga International de los Trabajadores (LIT; Lega Internazionale dei Lavoratori) con la quale ha avuto una rottura, insieme ad altri compagni di Corriente Roja dello Stato spagnolo, con i quali attualmente siamo in un processo di fusione. Parras ricordava che Nahuel Moreno ripeteva che noi rivoluzionari abbiamo due strategie centrali e permanenti: la mobilitazione delle masse e la costruzione del partito. Sottolineava che in quella formula, vista alla luce delle grandi lezioni del XX secolo, manca un elemento cruciale, ovvero il problema dell’auto-organizzazione, dello slancio degli organismi propri della classe operaia, non solo nei momenti culminanti della rivoluzione ma anche in tutta la sua preparazione. Traeva infine, una conclusione che mi sembra molto acuta: presa da sola, la “mobilitazione delle masse” porta a un oggettivismo sfrenato, mentre la “costruzione del partito”, senza una politica di auto-organizzazione, porta a una concezione burocratica di tutto il processo. Parras sottolineava questa conclusione sull’auto-organizzazione come un punto centrale nella confluenza con la nostra organizzazione internazionale, la CRP-CI. Il suo ragionamento mi è sembrato molto acuto perché tocca un punto centrale che riguarda le possibilità di confluire con altre correnti.
Credo che sia proprio questo il cuore della discussione sollevata nel forum di lunedì scorso e che abbia radici di lunga data. Perché la mobilitazione delle masse, separata dall’auto-organizzazione, può finire per essere dialettica pura. Prendiamo, ad esempio, lo slogan “Fuori Milei” lanciato dal PO. Come slogan isolato, può essere o una scommessa spontaneista sul fatto che le masse risolvano da sole la questione – cosa totalmente lontana da quello che diceva Engels, secondo cui l’insurrezione è un’arte – oppure si riduce alla sola propaganda. D’altra parte, la costruzione del partito senza una politica sistematica di auto-organizzazione porta all’ingrossamento di una burocrazia pura e dura, contribuendo all’accumulo di militanti e risorse, cosa che un partito borghese può fare perfettamente. Ciò che distingue un partito rivoluzionario è che la sua costruzione è legata al principio secondo cui l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi espresso da Marx. Il compito dei rivoluzionari non consiste nel “rappresentare” la classe operaia, ma nell’aiutarla con tutte le nostre forze nella lotta affinché si organizzi, metta in piedi istituzioni proprie e si trasformi in soggetto egemonico. Se non comprendiamo questo, non comprendiamo a cosa Marx si riferisse.
D’altra parte, questo è l’unico modo in cui un partito d’avanguardia può promuovere l’organizzazione delle grandi masse. I sindacati e i centri studenteschi, oggi per la maggior parte svuotati, devono essere recuperati dalle mani delle burocrazie che li controllano. Un fatto già di per sé molto importante, ma a causa dei loro limiti corporativi, questi organi non rappresentano in alcun modo una risposta globale ai compiti offensivi della classe operaia. Se stiamo pensando a una rivoluzione e non semplicemente a “mantenere” ciò che c’è ed a cercare di “prosperare” all’interno del sistema capitalista e del regime borghese. Per questo motivo un tratto distintivo del PTS e della nostra corrente internazionale (la Corrente della Rivoluzione Permanente – Quarta Internazionale) è la lotta costante per l’auto-organizzazione di base, contro ogni frammentazione imposta dalle burocrazie, siano esse operaie, studentesche o dei movimenti sociali, di qualsiasi orientamento politico. La lotta per la democrazia operaia, per l’effettiva indipendenza dallo Stato e per il coordinamento dei settori in lotta è fondamentale per superare la passività e la demoralizzazione che la burocrazia cerca di imporre, ed è direttamente collegata alla nostra strategia che implica, in prospettiva, la creazione di consigli dei lavoratori (“soviet”) per sconfiggere lo Stato capitalista. Senza queste lotte, l’affermazione della classe operaia come soggetto egemonico è impossibile.
Il FIT-U ha svolto e svolge un ruolo molto importante nell’assicurare l’esistenza di un polo di sinistra indipendente nella politica nazionale. È chiaro che ora si è aperta una nuova situazione a partire dalla posizione di Myriam Bregman e della sinistra nel panorama nazionale. Come collochi la lotta per l’auto-organizzazione in questo contesto, tenendo conto anche dei profondi cambiamenti che stanno attraversando la situazione internazionale?
Il partito rivoluzionario deve essere quello che potremmo definire un moltiplicatore strategico. Se è solo un apparato, rischia di finire per fare sindacalismo negli anni pari ed elettoralismo in quelli dispari. La chiave è che serva ad articolare, mobilitare e organizzare forze che altrimenti rimarrebbero disperse.
Quando eravamo un piccolo gruppo appena uscito dalla rottura con il vecchio Movimento Al Socialismo (MAS; Movimento al Socialismo), ci è toccato affrontare la caduta dello stalinismo e il verificarsi dell’ipotesi più pessimistica di Trotsky: la restaurazione capitalista nell’URSS e nei paesi dell’Est. In quel momento, il grande compito che ci assumemmo non fu solo quello di difendere il trotskismo contro lo stalinismo, ma anche di sostenere la prospettiva della rivoluzione mondiale e recuperare l’eredità teorica di Trotsky; se non l’avessimo recuperata avremmo dovuto ricominciare da capo, tornando indietro di sessant’anni. Sapevamo che la situazione avrebbe ripreso a manifestare tendenze più rivoluzionarie prima o poi, anche se ci sarebbe voluto del tempo perché, quella che avevamo subito, era una sconfitta terribile che avrebbe segnato un’intera fase storica. Per questo, all’epoca, chiamammo la nostra organizzazione internazionale “Frazione Trotskista”: eravamo una frazione che lottava per ricostruire la Quarta Internazionale nel mezzo del deserto degli anni ’90.
In quel contesto, nel 1995, in pieno boom del menemismo2, scrivemmo insieme a Fredy Lizarrague e Manolo Romano un articolo intitolato “La strategia sovietica nella lotta per la repubblica operaia”; un titolo che sembrava fuori luogo a pochi anni dalla caduta del Muro di Berlino, e in un certo senso lo era, ma stavamo riprendendo ciò che consideravamo un problema fondamentale. Non voglio annoiarvi con la storia, ma mi sembra rilevante per la discussione attuale. Perché abbiamo parlato di strategia sovietica e non di tattica sovietica? Il fronte unico è una tattica; i soviet, no. Gli organismi di auto-organizzazione si collocano allo stesso livello teorico del partito rivoluzionario perché, proprio come il partito, sono moltiplicatori strategici, ovvero moltiplicano la forza della classe, la centralizzano democraticamente e la espandono allo stesso tempo. È in questo senso che ogni passo del movimento reale vale più di una dozzina di programmi.
Inoltre, l’assenza di organismi di auto-organizzazione non è neutra: porta ad altre strategie. È ciò che analizziamo in Strategia socialista e arte militare con le rivoluzioni del dopoguerra guidate da “partiti-esercito”, come in Cina o in Vietnam. Lì ci furono rivoluzioni trionfanti, ma senza soviet, senza democrazia operaia. Sono state guidate da apparati burocratici con strategie basate sul contadino e sulla guerra prolungata, e il risultato furono Stati burocratizzati fin dalla loro origine. Il modo in cui la classe prende il potere non è indifferente al tipo di Stato che ne deriva, anzi, è proprio il contrario. A sua volta, il partito rivoluzionario deve affrontare una battaglia enorme all’interno di questi organismi di auto-organizzazione affinché siano espressione dell’egemonia della classe operaia e non vengano neutralizzati dallo Stato borghese, come è accaduto anche in moltissimi processi rivoluzionari.
Ora, la situazione è cambiata molto rispetto a quel deserto degli anni ’90 in cui ci concentravamo sul recupero dell’eredità teorica e del lascito di Trotsky. Per questo motivo, anche nella nostra XIV Conferenza internazionale alla fine dello scorso anno, abbiamo cambiato il nome della nostra organizzazione da “Frazione Trotskista” a “Corrente Rivoluzione Permanente”. Oggi le coordinate sono diverse: non basta più conservare un’identità trotskista in generale, ma occorre farle pesare nella pratica della lotta di classe. Oggi ci sono guerre come quella in Ucraina o in Iran, c’è il genocidio a Gaza, ci sono destre più dure, si sviluppano nuovi processi di lotta di classe e fenomeni politici di sinistra in molti paesi. Non si tratta più solo di resistere come “frazione” e di preservare un programma in mezzo alla reazione, ma di cercare di confluire con i fenomeni che si stanno sviluppando, di intervenire nella situazione con una strategia chiara. Per questo anche noi, insieme alle organizzazioni di altri paesi, lanciamo l’appello a costruire un movimento per un’internazionale della rivoluzione socialista.
Ritengo importante fare questa panoramica prima di tornare alla discussione sul FIT-U, per sottolineare che non si tratta di una discussione di contingenza. In una fase difensiva come quella che abbiamo attraversato per anni, noi del PTS siamo stati i principali promotori di fronti per portare avanti l’agitazione a favore dell’indipendenza di classe. Prima del FIT, abbiamo promosso il “Frente de Izquierda de los Trabajadores Argentinos Socialistas” (FITAS; Fronte di Sinistra dei Lavoratori Argentini Socialisti) con Izquierda Socialista (IS; Sinistra Socialista) – che aveva appena rotto con l’MST – e il nuovo MAS, quando il PO non accettava ancora di unirsi. Successivamente, nel 2011, abbiamo costituito il FIT con il PO, accettando che fosse guidato da Altamira – il quale, dopo la rottura all’interno del PO, avrebbe poi rotto anche con il FIT. Nel 2019, quando l’MST ha accettato il programma del FIT, siamo stati tra i promotori della sua adesione e così è nato l’attuale FIT-U. Ancora oggi riteniamo di fondamentale importanza aver creato uno spazio politico di sinistra e di indipendenza di classe in un paese storicamente segnato dal peronismo come espressione della conciliazione di classe.
Ora, la situazione è cambiata ed è proprio questo che stiamo affrontando quando discutiamo di come sfruttare la nuova posizione di Myriam Bregman e della sinistra nel panorama nazionale. La proposta dell’MST di discutere su come cambiare il FIT-U rappresenta un passo avanti, perché riconosce che un fronte che si limita a fare propaganda mentre Milei sferra attacchi ogni giorno alla classe lavoratrice, non è all’altezza della situazione. Non c’è più un neoliberismo consolidato come negli anni ’90 e l’ordine mondiale sta vacillando. La questione è se le forze che abbiamo accumulato funzionano come moltiplicatori strategici in grado di creare istituzioni capaci, in prospettiva, di attaccare il potere dello Stato, oppure se ci accontentiamo di fare agitazione elettorale.
È un dibattito che va oltre l’Argentina. Ad esempio, in Francia i nostri compagni di Révolution Permanente hanno ottenuto circa il 7% in diverse località alle ultime elezioni comunali e due consiglieri a Saint-Denis, una città operaia della periferia di Parigi, alla loro prima partecipazione elettorale. Come potranno lottare lì contro la linea del Fronte Popolare di Mélenchon? A mio parere personale, bisognerebbe puntare a creare istituzioni proprie dei lavoratori e dei giovani a Saint-Denis. In altre parole, non si tratta di discussioni né locali né congiunturali, ma di questioni centrali che riguardano il tipo di sinistra rivoluzionaria che dobbiamo costruire.
E che sia chiaro: non siamo contrari a condurre una grande campagna elettorale, anzi, al contrario; ciò che diciamo è che condurre una grande campagna elettorale senza creare quei consigli e comitati di coordinamento ci lascia in una posizione di debolezza per quello che ci aspetta.
Tu sottolineavi la necessità di articolare forze che oggi rimangono disperse. Proprio su questa dispersione si fonda un’intera analisi secondo cui la precarietà, il lavoro sulle piattaforme e il calo della sindacalizzazione hanno trasformato la classe lavoratrice in un insieme di individui, con un ripiegamento sulla singola persona da cui la destra trae vantaggio. Partendo da qui, quale ruolo riveste il tema dell’auto-organizzazione nella ricostruzione della forza collettiva?
È un buon punto di partenza per tornare sul motivo per cui la questione non è mobilitare le masse “in generale” né costruire un partito qualsiasi, ma sta proprio nell’auto-organizzazione. Come commentavo in una delle interviste che abbiamo fatto in precedenza, oggi la borghesia domina attraverso uno “Stato allargato” – ciò che Gramsci chiama lo Stato nel suo significato integrale, di dittatura più egemonia – con il quale cerca di organizzare il consenso e che include la collaborazione delle burocrazie sindacali, dei centri studenteschi, dei movimenti sociali, ecc. Di fronte a questo gigantesco apparato, la classe lavoratrice rimane una somma di individui dispersi. Ciò non fa che confermare l’ideale di Margaret Thatcher quando affermava che la società non esiste, ma esistono solo gli individui. Il senso della lotta per l’auto-organizzazione è che non rimangano solo masse disperse di fronte a quello Stato allargato. Il problema è che, ad eccezione del PTS, il resto della sinistra argentina non ha come parte della propria pratica – anzi, al contrario – la lotta per creare istituzioni di auto-organizzazione, e questa è la differenza principale che ci contraddistingue – al di là delle grandi divergenze programmatiche come quella menzionata in precedenza sulla guerra in Ucraina con il MST o IS, per esempio – e si manifesta costantemente nella pratica nel movimento operaio, in quello studentesco, ecc.
È un dibattito che va oltre il FIT-U e la discussione sul fenomeno politico di cui stiamo parlando in Argentina. Prendiamo il caso di Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America (DSA; Socialisti Democratici dell’America). La sua vittoria alle elezioni per la carica di sindaco di New York ha espresso una svolta a sinistra di importanti settori della gioventù statunitense. Ma qual è la nostra critica di fondo? Non è solo che lui sia riformista e noi rivoluzionari, il che è la differenza più ovvia. Il punto chiave è che, anche per quanto riguarda il suo programma, non crea una sola istituzione propria del movimento di massa che permetta al popolo lavoratore stesso di deliberare e di influire attivamente nella lotta per quel programma che ha votato. Tutto dipende quindi dalla buona volontà dei funzionari e dalle concessioni che riuscirà – o meno – a strappare all’establishment democratico. Bhaskar Sunkara, direttore della rivista Jacobin e membro del DSA, ha sostenuto che Mamdani avrebbe dovuto creare assemblee popolari come contrappeso alla pressione dell’establishment. Va bene, ma questo non ha avuto alcuna conseguenza pratica, il che non sorprende se allo stesso tempo si invita a sostenere candidati all’interno del Partito Democratico. Ma anche se venissero realizzate, resta la domanda decisiva: assemblee per fare pressione sullo Stato borghese imperialista, o istituzioni di auto-organizzazione che servano alla lotta e che, in prospettiva, si propongano come organi di potere?
E attenzione: possono sorgere organismi di auto-organizzazione con direzioni conciliatorie, come i soviet del febbraio 1917 nella Rivoluzione russa guidati da menscevichi e socialrivoluzionari, eppure rappresentano comunque un enorme passo avanti, perché costituiscono il terreno su cui noi rivoluzionari possiamo contendere la direzione in vista del movimento delle masse. Da queste premesse parte tutta la nostra discussione con le altre organizzazioni del FIT-U, ma si inizia col collegare tra loro tutti i conflitti che si verificano in un territorio o in un sindacato per potenziarne l’azione. È opportuno ricordare, come racconta Trotsky, che i soviet non nacquero da alcun piano generale, ma furono inizialmente modeste organizzazioni di lotta, comitati di sciopero, che di fronte alla crisi scatenata dal disastro della sconfitta russa contro il Giappone si evolsero rapidamente e si trasformarono, nella rivoluzione del 1905, in una nuova forma di centralizzazione ed espansione della lotta e, al contempo, nella base materiale potenziale di un nuovo tipo di Stato che superava la democrazia borghese. Nessuno li ha “decretati”, ma non sarebbero mai diventati ciò che furono senza rivoluzionari che avessero lottato consapevolmente per svilupparli.
Hai appena menzionato la questione dello “Stato allargato” e della statalizzazione delle organizzazioni di massa, questione che qui vede come attore centrale il peronismo…
Tutte le organizzazioni del FIT-U, noi compresi, sono molto esplicite nel denunciare il peronismo, e questo va benissimo. Ma spesso si dimentica qualcosa di fondamentale che dovrebbe andare di pari passo: la coscienza del proletariato, plasmata per decenni dal peronismo, è una coscienza sindacalista, “tradeunionista” diremmo nei termini del “Che fare?” di Lenin. Cioè, la consapevolezza che si debba lottare solo per aumenti salariali; spesso nemmeno per le condizioni di lavoro, laddove si scambiano straordinari, ferie e ritmi di produzione infernali per ottenere uno stipendio più o meno dignitoso. A questo proposito, ad esempio, stiamo avendo una discussione molto accesa con il PO per il suo intervento nel conflitto della FATE: non si può tenere un discorso radicale a favore dello sciopero generale e poi, nella pratica, non coordinarsi mai realmente con altri settori, né proporsi di radicalizzare alcuna lotta, ma cercare costantemente l’accordo “possibile”, che implica sempre delle concessioni. Ad esempio, nonostante i nostri appelli, non esiste alcun tipo di coordinamento permanente tra la FATE e Georgalos, che si trova a pochi isolati di distanza, il che indebolisce entrambe le lotte. In termini generali, il PO dice di essere d’accordo, ma nei fatti insiste sulla sua politica di lotte separate.
E qui abbiamo una discussione di lunga data con le altre correnti del FIT-U perché il sindacalismo di sinistra spesso finisce per assomigliare a quello del peronismo, con la differenza – non da poco, ma insufficiente – che non tradisce. Intendo dire che evita le lotte congiunte, separa le lotte sindacali da quelle politiche – negli anni pari “si lotta”, negli anni dispari si fa campagna elettorale. Il famoso “lotta e vota”. Questo va contro tutto ciò che abbiamo imparato dalla critica di Lenin al sindacalismo in “Che fare?”, dove contrapponeva l’ideale del segretario sindacale o “trade union secretary” – che contribuisce a sostenere la lotta economica contro i padroni e il governo, e lì si ferma – al “tribuno del popolo”, che sa reagire contro ogni manifestazione di oppressione, chiunque essa colpisca, e sintetizzarle in un quadro unico dello sfruttamento capitalista per spiegare l’importanza storica della lotta emancipatoria del proletariato. Lenin diceva che la politica “tradeunionista” è proprio la politica borghese della classe operaia. Allora la domanda che dobbiamo porci tutti noi che denunciamo il peronismo è: in che misura siamo un’alternativa al peronismo che tanto denunciamo? Se riproduciamo da sinistra la sua separazione tra sindacale e politico, evidentemente non lo siamo.
La nostra risposta è concepire tutte le lotte, per quanto minime siano, all’interno di una strategia d’insieme che combini il sindacale con il politico e culmini nello sciopero generale, e che cerchi di preparare l’attivismo anche all’autodifesa, come anello di congiunzione verso quella “insurrezione come arte” di cui parlava Engels. Si tratta di conquistare visibilità e simpatia tra gli sfruttati, come abbiamo fatto nei grandi scontri sulla Panamericana, che hanno permesso vittorie come quella della Kraft nel 2009 o quella della Donnelley nel 2014, ma anche alcune grandi sconfitte che, essendo state combattute con determinazione e avendo ben spiegato le loro lezioni, hanno evitato la demoralizzazione. Il caso della Lear nel 2014 ne è un esempio. Quando lo SMATA voleva che la nostra sezione interna accettasse che ogni nuovo lavoratore assunto guadagnasse il 30% in meno rispetto ai dipendenti a tempo indeterminato, i compagni si sono visti costretti a condurre una durissima lotta durata sei mesi che alla fine abbiamo perso. In quel caso e in altri riteniamo che sia meglio perdere la votazione interna come risultato di una lotta ben condotta piuttosto che sostenere sindacati e votazioni interne a testa bassa. Perché, inoltre, l’esperienza dimostra che cedere ai tentativi dei datori di lavoro di far approvare gli attacchi nelle assemblee, sotto la costante minaccia di licenziamenti, non salva da nulla. Se non si risponde agli attacchi, questi finiscono comunque per smantellare l’attivismo e, alla fine, per portare alla chiusura o allo svuotamento.
In sintesi, la lotta contro l’adattamento al sindacalismo e all’elettoralismo, contro la divisione tra sindacato e politica, contro i sindacati svuotati, è parte integrante della lotta contro il peronismo; altrimenti, la denuncia del peronismo è puro discorso da tribuna.
Torniamo quindi ai forum e alle risposte delle altre forze del FIT-U. Il PO e l’IS propongono “comitati di sostegno al FIT-U”: quali indicheresti come le principali differenze tra questa proposta e la nostra di mettere in piedi istituzioni di fronte unico o coordinamenti, organizzando al contempo comitati per un partito della nuova classe operaia?
La proposta del PO e dell’IS è quella di costituire comitati del FIT-U – con la prospettiva che questi sfocino in un congresso o in un’assemblea nazionale del FIT-U. A mio avviso, si tratta di una proposta al tempo stesso elettoralista e settaria. Perché dico questo? Perché esigono che le persone facciano prima parte del FIT-U, o lo sostengano, per potersi organizzare e lottare. Ci sono migliaia di lavoratori e lavoratrici peronisti, indipendenti, ecc. che vogliono lottare contro Milei e che, con questo schema, non hanno altra scelta che accettare preventivamente il FIT-U come condizione di adesione. Noi abbiamo una visione esattamente opposta. Vogliamo istituzioni di fronte unico in cui partecipino peronisti, persone senza partito, compagni che non sono d’accordo né con Myriam, né con Nico, né con il PTS, né con il FIT-U, ma che vogliano lottare sul serio contro Milei e i datori di lavoro. Vogliamo mobilitare persone di diverse ideologie, non selezionarle preventivamente in base a un accordo politico. Questo è il cuore della tattica del fronte unico operaio così come la concepì la Terza Internazionale: “colpire insieme, marciare separati”. Proprio quest’ultimo punto, perché si tratta di lottare insieme a chi non condivide il nostro accordo politico; altrimenti la tattica non avrebbe senso.
Su quale partito costruire potremmo essere d’accordo o meno con le altre forze del FIT-U, ed è legittimo che ogni corrente difenda la propria strategia. Ciò che non ha giustificazione è che il FIT-U non promuova istanze di fronte unico che articolino i settori combattivi per colpire così le burocrazie dei grandi sindacati, i centri studenteschi e le organizzazioni di massa. Perché se non si creano istituzioni di fronte unico, di unificazione dei settori combattivi, come possono essere i comitati di coordinamento – noi abbiamo ripreso la proposta di Trotsky quando parlava di “comitati d’azione” –, se non ci sono organismi che facciano pagare un prezzo alla burocrazia quando non si muove dalla propria poltrona, non c’è alcuna possibilità che quei vasti settori che oggi simpatizzano con la sinistra mobilitino le forze necessarie per fermare gli attacchi e sconfiggere Milei, né che riusciamo a convincerli di un programma e di una strategia rivoluzionari.
Ci sono molti esempi che lo dimostrano in senso negativo. In “Strategia socialista e arte militare” analizziamo il caso della Grecia con Syriza, preceduto da decine di scioperi generali. Lì abbiamo visto chiaramente che quando il fronte unico non si sviluppa nella lotta di classe, l’energia del movimento si disperde in decine di azioni isolate senza continuità e finiscono per rafforzarsi le varianti riformiste di collaborazione di classe, che appaiono come il “male minore” di fronte a masse logorate che non vedono altra via d’uscita. Trotsky lo analizzò per la Francia del 1922 e affermò che i riformisti prendono piede tra i lavoratori tanto più quanto meno si radicano l’idea e la pratica del fronte unico contro la borghesia, perché il riformismo si nutre del disorientamento e della demoralizzazione della classe operaia che non riesce a vedere un’altra via. L’ascesa di Syriza è stata proprio questo: la traduzione elettorale dell’impotenza in cui le burocrazie hanno portato il movimento di massa greco.
Il PO, nel forum di dibattito, ha affermato che sarebbe un “crimine politico” non costituire un comitato del FIT-U a La Matanza, dove la coalizione multicolore guida il Sindicato Unificado de Trabajadores de la Educación de Buenos Aires (SUTEBA; Sindacato Unificato dei Lavoratori dell’Educazione di Buenos Aires). La costruzione del comitato dipenderà da come procederanno gli accordi politici. Detto questo, il problema centrale è la possibilità o meno di creare istituzioni di coordinamento, e su questo dovremmo riuscire a trovare un accordo pur mantenendo tutte le nostre differenze. Di fronte a questo, i compagni di IS e PO ci propongono come alternativa il Plenario Sindical Combativo (PSC; Plenaria Sindacale Combattiva) che nel migliore dei casi potrebbe essere una riunione di dirigenti; noi invece stiamo parlando di organizzare l’avanguardia e, in prospettiva, la base delle organizzazioni nelle riunioni di coordinamento, non tavoli di dirigenti. Come ha sottolineato Christian Castillo nel forum, la questione è se riusciremo a mobilitare la base dei ferrovieri di Haedo e quella degli insegnanti di La Matanza per dare impulso a un comitato di coordinamento regionale che faccia fronte a Milei e al peronismo di Espinoza e Kicillof. Nei prossimi forum questo tema dovrebbe essere discusso in modo approfondito perché il problema, come hanno sottolineato sia Christian che Laura Liff nel forum, è che siamo ancora troppo deboli per mobilitare le forze necessarie a sconfiggere Milei; per questo è fondamentale mettere in piedi queste istituzioni di fronte unico.
Da qui parte la discussione di fondo. C’è bisogno di un partito rivoluzionario, ma a causa delle differenze che ci separano tra correnti storiche diverse è molto difficile iniziare con la creazione di comitati di partito comuni. Detto questo, creare istituzioni di auto-organizzazione in ogni fabbrica, in ogni facoltà, in ogni ospedale, applicando la tattica dell’unità d’azione e, nei confronti della classe, il fronte unico operaio – proprio come lo concepiva la Terza Internazionale: “colpire insieme, marciare separati”, cioè colpire insieme il nemico di classe senza mescolare le bandiere con quelle dei riformisti e dei centristi – può permetterci di articolare e mobilitare forze non solo per resistere, ma anche per passare all’offensiva.
Sono un po’ più pessimista riguardo alla possibilità di costruire un partito comune nell’immediato, data la profondità delle differenze programmatiche e strategiche, ma sono ottimista sul fatto che i compagni riflettano e che si riesca a mettere in piedi quel tipo di organismi comuni di lotta, e che a partire da quell’esperienza pratica condivisa, le posizioni si possano avvicinare. Le convergenze serie non sono mai scaturite da accordi diplomatici, ma dalla pratica comune nella lotta di classe.
Detto questo, entriamo nel merito del rapporto tra le due proposte che avanziamo dal PTS: quella di promuovere istituzioni di fronte unico e quella dei comitati per un partito della nuova classe operaia…
Con la proposta dei comitati puntiamo a canalizzare l’enorme simpatia che c’è per Myriam, per Nicolás del Caño o per Alejandro Vilca a Jujuy, tra gli altri compagni e compagne molto conosciuti e rispettati. Tra i compagni e le compagne che si avvicinano ai comitati, c’è una parte che è influenzata dalla campagna elettorale e, ovviamente, vogliamo integrarli nei comitati e discutere con loro. Allo stesso tempo, abbiamo il compito di valorizzare coloro che vogliono svolgere un ruolo più attivo, perché vogliamo che i comitati intervengano attivamente nelle lotte; in questo senso, uno dei compiti immediati più importanti dei comitati dovrebbe essere proprio quello di promuovere in ogni luogo il coordinamento dei settori combattivi e della sinistra, ovvero di promuovere il fronte unico di lotta di cui stiamo parlando. Ora, nei comitati discutiamo anche del programma e della strategia che dovrebbe avere un partito della nuova classe operaia, un partito dal contenuto rivoluzionario. A tal fine abbiamo pubblicato il manifesto “Come cambiamo la storia?“, che sta svolgendo un ottimo ruolo di fronte alla sete politica e ideologica che vediamo nei compagni e nelle compagne che si avvicinano ai comitati; in molti comitati si stanno già organizzando gruppi di studio e di discussione aperti.
Abbiamo appena avviato questa esperienza, ma i primi risultati sono molto incoraggianti. Tra gli eventi che abbiamo organizzato negli ultimi due mesi – a Ferro, qui a Buenos Aires, ma anche a Jujuy e a Neuquén – e le prime riunioni dei comitati, abbiamo riunito tra le 12.000 e le 15.000 persone, dato che alcuni hanno partecipato a più attività. Agli eventi di Jujuy e Neuquén, con rispettivamente 1.000 e 1.500 partecipanti, e a Buenos Aires circa 6.000. Si sono tenute le prime riunioni di oltre 100 comitati in circa 90 città del Paese, alle quali hanno partecipato circa 7.000 persone. Un dato molto significativo è che circa 12.000 persone si sono registrate online nella nostra comunità per unirsi ai comitati, anche da città e province in cui non siamo presenti. È solo l’inizio se lo confrontiamo con le milioni di persone che oggi dicono che voterebbero per Myriam, ma dimostra che c’è una fetta di popolazione disposta a organizzarsi.
Quello che è decisivo è il contenuto che diamo ai comitati. Organizziamo riunioni periodiche perché vogliamo che siano comitati militanti, non comitati elettorali che si riuniscono una volta sola e rimangono solo come elenchi di contatti. Comitati che discutano di politica nazionale e internazionale, di programma e strategia, che lancino grandi campagne a sostegno delle lotte che oggi si oppongono al governo e al padronato, e che promuovano nuove istituzioni di auto-organizzazione, ampie istanze di coordinamento dell’attivismo in ogni luogo, in ogni città, come dicevo prima. In altre parole, ciò di cui stiamo discutendo è che la promozione di queste istanze di auto-organizzazione sia uno degli obiettivi centrali di ogni comitato. Allo stesso tempo, vogliamo rendere i comitati sempre più ampi, affinché ogni compagno e ogni compagna svolga un ruolo attivo nel loro ampliamento. Non siamo estremisti, non pretendiamo che tutto questo si sviluppi da un giorno all’altro. Il ritmo con cui avanzeremo verso un vero partito dipenderà anche dalla lotta di classe.
Contro l’idea che discussioni come queste sui comitati, sui comitati di coordinamento e sul fronte unico non siano altro che discussioni congiunturali o di secondo ordine, vorrei che le portassimo un po’ più verso il dibattito teorico sulla strategia nel marxismo, al quale persino autori contemporanei dell’establishment accademico che non hanno nulla a che vedere con il marxismo – penso ad esempio allo storico militare Lawrence Freedman – dedicano talvolta più attenzione di quanta gliene venga dedicata nella sinistra marxista…
Mi fa piacere che tu citi Freedman perché è un autore di cui si dovrebbe discutere molto di più nella sinistra. È probabilmente lo storico della strategia più prestigioso del mondo anglosassone, professore emerito di Studi sulla Guerra al King’s College di Londra, un uomo dell’establishment accademico britannico, per nulla sospettato di essere marxista. Eppure, nella sua opera principale, Strategia. Una storia, dedica circa un quarto del libro a quella che definisce la “strategia dal basso”, prendendo sul serio Marx, Engels, Kautsky, Luxemburg, Lenin, Gramsci ed altri. In altre parole, un autore borghese serio comprende che il marxismo è, tra le altre cose, una scuola strategica di prim’ordine, mentre tanti marxisti ignorano il pensiero strategico o lo considerano un tema secondario. Nella nostra concezione, al contrario, il pensiero strategico è la questione centrale del marxismo.
È interessante sottolineare ciò che Freedman vede in Lenin. Egli ritiene che la sua grande innovazione strategica non consista nel trasformare il marxismo in una teoria militare, bensì nel trasformare la strategia rivoluzionaria in una teoria politica della conquista del potere, in cui l’organizzazione, la coscienza, la congiuntura, il rapporto di forze e l’insurrezione fanno parte di un unico processo strategico. Sostiene che Lenin colmi un vuoto che era rimasto relativamente aperto in Marx: non modifica la teoria della lotta di classe, ma sviluppa una teoria su come condurla strategicamente fino alla presa del potere.
Tutto questo emerge in modo straordinario dai quaderni di appunti di Lenin su Clausewitz, la famosa “Tetradka” del 1915, che lo stesso Carl Schmitt – un altro pensatore reazionario ma serio – definì come uno dei documenti più straordinari della storia universale. Lenin parte dalla formula di Clausewitz secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Ma tale formula impone di rispondere a una domanda preliminare: che cos’è la politica? Per il liberalismo, la politica è l’amministrazione dello Stato. Per Lenin, seguendo Marx, la politica è l’espressione concentrata della lotta tra le classi per il potere dello Stato. Quindi, quando Lenin legge Clausewitz, ne modifica il contenuto della formula. E da lì si riaffermano due conclusioni fondamentali. La prima, che una rivoluzione non è semplicemente uno scoppio spontaneo, ma la continuazione della lotta politica quando la crisi dello Stato porta lo scontro a un livello decisivo. La seconda, che né il partito né l’insurrezione possono essere guidati da criteri puramente militari: la forza ha senso solo se risponde a obiettivi politici definiti dalla lotta di classe.
Il punto debole di Freedman è che considera il partito leninista come il grande moltiplicatore strategico della rivoluzione – e in questo ha ragione – ma, non seguendo Trotsky fino in fondo, non tiene conto dell’altro enorme moltiplicatore strategico che sono i soviet. Il soviet svolge una duplice funzione strategica che nessun altro organismo svolge: espande la lotta – incorporando settori sempre più ampi, compresi quelli non organizzati e gli alleati della classe operaia – e contemporaneamente la unifica di fronte allo Stato. Il partito e i soviet sono i due moltiplicatori strategici: il primo concentra l’avanguardia attorno a un programma e a una strategia rivoluzionaria, i secondi organizzano le masse come soggetto. Uno solo dei due non basta: senza il partito, i consigli finiscono nelle mani dei conciliatori, come i Räte tedeschi del 1918-19; senza i soviet, il partito o è impotente o sostituisce le masse, come nelle rivoluzioni guidate dai partiti-esercito.
Cosa direste al compagno che si è avvicinato entusiasta della prospettiva elettorale e ha l’impressione che stiamo parlando di qualcos’altro?
La prima cosa che gli direi è che per noi non c’è alcuna discussione sul fatto di fare o meno una grande campagna elettorale. La faremo con tutte le nostre forze quando sarà il momento, come abbiamo fatto ogni volta che abbiamo dovuto dare battaglia sul terreno elettorale.
Le elezioni sono una tribuna eccezionale per educare milioni di persone su chi sono i nemici di classe, come abbiamo fatto nell’ultima campagna elettorale indicando i padroni del Paese e sottolineando la necessità di rompere con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Myriam è cresciuta enormemente nel dibattito presidenziale. Ci sono giornalisti che non ci sono affatto vicini, come Ignacio Zuleta, editorialista di Clarín, che hanno affermato che in quel dibattito c’erano quattro candidati che dicevano la stessa cosa e Myriam Bregman.
Non rinunceremo affatto a questa capacità di utilizzare la tribuna elettorale per la lotta politica di classe. Quello che diciamo è che se, oltre a ciò, saremo in grado di mobilitare le forze di cui abbiamo parlato, con comitati di coordinamento e istituzioni di fronte unico, avremo compiuto un grande passo avanti rispetto al ruolo di agitazione programmatica molto progressista che il FIT-U sta svolgendo.
Come collocheresti quest’ultimo aspetto all’interno della discussione strategica più generale?
La discussione, se vogliamo, può essere ricondotta ai classici dibattiti strategici del marxismo, come la polemica tra la “strategia di logoramento” e la “strategia di rovesciamento” che oppose Karl Kautsky a Rosa Luxemburg a partire dal 1910, la prima grande discussione in cui furono introdotti esplicitamente i concetti della strategia militare nel dibattito politico del marxismo. All’epoca, Kautsky, di fronte all’ascesa delle lotte e alla crisi politica dell’Impero tedesco, propose una “strategia di logoramento” il cui fulcro consisteva nell’attendere e prepararsi alle elezioni. Contro questo orientamento che considerava passivo, Luxemburg propose di promuovere una grande agitazione in ogni tipo di comizio di base per organizzare uno sciopero generale di massa che unisse le diverse lotte in corso.
La cosa interessante è che Luxemburg non era affatto contraria alle elezioni, come spesso viene dipinta in modo caricaturale. Condivideva con Kautsky l’idea che la crisi aprisse enormi prospettive elettorali per la socialdemocrazia. Ciò che negava categoricamente era contrapporre le possibilità elettorali alla necessità di dare slancio al movimento reale nella lotta di classe. Questo racchiude gran parte della differenza tra le “due strategie”. Nel dibattito prevalse una linea più simile a quella di Kautsky, e sappiamo come andò a finire: la socialdemocrazia arrivò al 1914 come una gigantesca macchina elettorale e sindacale incapace di affrontare la guerra, e al 1918-19 senza un partito rivoluzionario, il che fu determinante per la sconfitta della rivoluzione tedesca.
Tradotto ai giorni nostri: non esiste soluzione parziale che non passi attraverso la sconfitta di Milei e l’impedimento della distruzione delle condizioni di vita del proletariato, e questo non si risolve nella cabina elettorale. Come dicevo all’inizio, non possiamo accontentarci di “rappresentare” la classe lavoratrice; il nostro compito è aiutarla nella lotta per organizzarsi, per mettere in piedi istituzioni proprie affinché si trasformi in soggetto egemonico. Ma ciò non toglie, né all’epoca per Rosa Luxemburg, né per noi oggi, l’enorme importanza che riveste l’agitazione politica elettorale.
Vuoi aggiungere qualcos’altro?
Innanzitutto, vorrei sottolineare ciò che stavo dicendo su ciò che definisce oggi un trotskista. È definito dall’essere a favore dell’auto-organizzazione della classe operaia, o dal gestire piccoli apparati che competono tra loro? Noi crediamo nella prima opzione. Abbiamo importanti differenze programmatiche e strategiche con le altre forze del FIT-U, e non le nasconderemo; al contrario, vogliamo che sempre più compagni e compagne si coinvolgano in questi dibattiti, per questo abbiamo proposto i forum. Ma se riusciremo a sviluppare coordinamenti comuni, istituzioni di fronte unico in ogni luogo di lavoro e di studio, ritengo che l’esperienza pratica condivisa possa avvicinarci molto di più di qualsiasi accordo diplomatico.
Insieme a questa proposta, secondo me dovremmo promuovere incontri aperti della frazione parlamentare del FIT-U. Un “banco aperto” con Myriam Bregman e Nicolás del Caño, da proporre all’insieme del FIT-U, alla quale possano unirsi anche intellettuali, dirigenti sindacali, esponenti dei movimenti, per discutere insieme della politica nelle strade e della politica parlamentare, di come l’una si articola con l’altra, ecc. Che i banchi, che mettiamo sempre al servizio delle lotte, funzionino anche come tribune deliberative aperte al movimento.
Se realizzeremo tutto quello che ho esposto nel corso dell’intervista – i comitati, i comitati di coordinamento, le istituzioni di auto-organizzazione, il fronte unico imposto alle grandi organizzazioni, la tribuna aperta –, il FIT-U diventerà una realtà molto più potente di quanto non sia oggi come fronte elettorale. Questa è la nostra scommessa e questa è la discussione che vogliamo portare avanti nei prossimi forum.
Emilio Albamonte
NOTE
1. Per una nostra analisi della guerra in Ucraina che insieme all’opposizione alla NATO eviti posizioni ‘campiste’ pro-russe si veda: Lodi L (2022) Sudditi di Washington? L’importanza dello scontro UE-Russia nella guerra in Ucraina. Egemonia n° 3.
2. Fase politica di ascesa dell’egemonia neo-liberale post-dittatura in Argentina; espressione che viene da Carlos Menem, nome del presidente peronista di destra dell’epoca.
Dirigente del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS) argentino, co-autore con Matias Maiello di "Estrategia Socialista y Arte Militar" (Ediciones IPS, 2017).