In questo spazio di analisi, ripercorriamo le tappe attraverso cui l’economia israeliana si è andata sviluppando nel corso del XX secolo. Già solo ad un primo sguardo, possiamo notare la centralità interna che hanno assunto la natura coloniale dello stato mediorientale ed i settori materialmente atti al mantenimento delle sue strutture di apartheid – ovvero quello bellico e quello securitario. Tuttavia, la portata internazionale del mercato israeliano, ed il ruolo centrale svolto da Israele nell’economia di guerra mondiale, restano spesso offuscati nelle narrazioni di quei paesi occidentali che per primi ricorrono a tale mercato per arricchirsi e dotarsi di strumenti d’avanguardia per mantenere i propri meccanismi di repressione e controllo.

Mentre continua a spirare – apparentemente senza segno di arresto – il vento di guerra in Medio Oriente, lo stato di Israele si trova, oggi forse come mai nella sua storia, sotto gli occhi del mondo. L’offensiva “tempesta di al-Aqsa” ha riportato nel dibattito pubblico con grandissima violenza la sofferenza del popolo palestinese, ma soprattutto la portata militare di cui dispone uno stato che, per l’imperialismo occidentale, ha sempre costituito il “primo e più importante alleato regionale”. Se la mobilitazione internazionale che ha seguito la risposta efferata delle forze di difesa israeliane all’offensiva dei gruppi armati della resistenza nazionale palestinese ha cercato di sollevare punti importanti sul ruolo cruciale giocato dai profondi rapporti economici che l’economia israeliana ha con l’economia dell’occidente, poco spesso abbiamo avuto occasione, in questi mesi, di impostare una discussione strutturata su che aspetto abbia, in termini concreti, tale economia. Tale dibattito non può continuare ad essere lasciato da parte: la sofferenza umana, punto sempre più esposto delle dinamiche di conflitto armato, è innegabile, e legittima è la reazione di sdegno da parte di tutt* coloro che nel mondo rigettano gli odiosi meccanismi dell’oppressione coloniale e razzista – tuttavia, per sperare di porre fine, o anche solo di contribuire a porre fine – a tale odioso modo di gestione della società, abbiamo bisogno di comprendere la natura eminentemente materiale del funzionamento dello stato d’Israele. Questo, passa necessariamente attraverso uno studio della sua economia, del suo sviluppo statale e parastatale e delle dinamiche di classe che sorreggono in piedi uno stato ideologicamente pensato in condizione d’assedio fin dalla sua concezione. 

In questo excursus, ci occuperemo di porre uno sguardo storico allo sviluppo dello stato d’Israele attraverso una comprensione di come si è andata costituendo la sua economia, con un occhio di riguardo per i settori della guerra e della sicurezza, così importanti monetariamente in rapporto agli altri settori produttivi del paese: da subito, si può notare che la natura coloniale e razzista di tale stato, attraverso l’oppressione della comunità araba palestinese (così come di milioni di lavoratori e lavoratrici migranti) e lo sfruttamento delle risorse del territorio su cui viveva (e, almeno in parte, vive ancora), così come della manodopera che tale comunità oppressa è in grado di fornire, assumono una posizione centrale per il funzionamento corretto degli ingranaggi economici del paese. Così, come la assumono i profondissimi rapporti che intercorrono tra le industrie belliche ed i paesi dell’occidente e i settori dell’high tech e della produzione di armi e sistemi di sicurezza israeliani. In tale quadro, emergono però grandi possibilità e una moltitudine di contraddizioni, entro le quali attori rivoluzionari possono inserirsi – sia a livello “domestico” che a livello internazionale – per sabotare il sistema di apartheid israeliano e sperare, un giorno, di conquistare una Palestina libera, operaia e socialista. 

Questo articolo nasce sull’onda di una serie di momenti di confronto e riflessione operati dai circoli locali della Voce delle Lotte, attraverso iniziative come “Marx nello Spazio”, tenutosi a Firenze proprio nelle settimane in cui si è aperta la fase attuale del conflitto, e “Dalla Palestina alla Rivoluzione Araba”, a Bologna, in cui l* compagn* si sono confrontat* assieme a brian bean e Shireen Akram-Boshar, autor* del saggio “Palestine – A Socialist Introduction”. 

Bologna, “Dalla Palestina alla Rivoluzione Araba”

Firenze, “Marx nello Spazio”

Uno sguardo ai numeri: le cifre dell’economia di guerra e sicurezza israeliana

L’industria bellica israeliana nacque negli anni Venti del Novecento, per rifornire di armi e munizioni le milizie sioniste durante il mandato britannico in Palestina. A metà degli anni Sessanta impiegava circa 15.000 persone, intorno al 2% della manodopera a tempo pieno israeliana; dopo la guerra dei sei giorni (1967) il sostegno governativo portò tali cifre al loro picco storico di 45.000 individui, o il 5,5% della manodopera a tempo pieno, nel 1975. Dopo questa data i numeri, sia assoluti sia relativi, sono variati con un andamento altalenante e tendente alla diminuzione, fino ad assestarsi intorno alle 35.000 unità alla fine degli anni Dieci di questo secolo. La fuoriuscita di manodopera specializzata dall’industria bellica, particolarmente rapida dopo il periodo di austerità iniziato nel 1985, la fine della guerra fredda e gli accordi di Oslo al principio degli anni Novanta, foraggiò due settori nascenti dell’economia israeliana: quelli dell’informatica e della sicurezza. La bolla Dot-com, e successivamente la war on terror dichiarata dall’amministrazione Bush Jr., garantirono mercati e finanziamenti alle due industrie, tanto che si iniziò a parlare di Silicon Wadi (“valle” in ebraico). Nel 2011, circa 25.000 persone erano impiegate nella sicurezza [Gordon, in Zureik et al. (ed.), 2011, pp. 154-9, 163-4]. 

Nel 2006 le armi costituivano il 25% delle esportazioni israeliane e il 10% del commercio militare internazionale; tra il 2008 e il 2011 Israele, con 6,9 miliardi di dollari, è stato il settimo maggiore esportatore mondiale di armi in termini assoluti (due posti sotto l’Italia e due sopra il Regno Unito), e il primo per esportazioni pro capite (889,26 milioni di dollari), superando di gran lunga quelle statunitensi (467,21 milioni), prime in termini assoluti. Nel 2021 le esportazioni ammontavano a 11,3 miliardi di dollari, e si collocavano ancora tra i primi dieci posti; nello stesso anno, le aziende di cybersicurezza israeliane hanno assorbito il 40% degli investimenti mondiali nel settore. Oggi, le esportazioni di prodotti per la sicurezza informatica raggiungono il valore di 3 miliardi di dollari, il 5% del totale mondiale, collocandosi al secondo posto dopo quelle statunitensi. Oltre ai finanziamenti alla ricerca ricevuti dall’UE nell’ambito dei programmi Horizon Europe 2020 e 2027, Israele ha legami con aziende e atenei dei singoli paesi europei; in Italia collabora con Finmeccanica e, tra il 1990 e il 2010 circa, ha sottoscritto 130 progetti congiunti di ricerca con varie università italiane. [Denes, in Zureik et al. (ed.), p. 171; Halper, 2016, pp. 55, 266; Hever, 2018, pp. 149-50; Loewenstein, 2023, pp. 19, 36, 101; Mazzeo, in BDS Italia (ed.), pp. 193-240].

Per intendere come Israele sia riuscita a guadagnarsi una posizione di primo piano sia nel mercato delle armi, laddove gli altri produttori sono stati paesi del G7 oppure di dimensioni continentali, sia in quello della sicurezza informatica, laddove altri paesi inseritisi altrettanto di recente nelle catene del valore dell’alta tecnologia (ad es. Irlanda, Taiwan, India) non possono vantare un simile primato [Gordon, 2011, p. 154], è necessario ripercorrere e analizzare l’evoluzione della sua economia politica in quanto stato coloniale in Palestina e avamposto imperialista tra il Nordafrica e il Medio Oriente.

Due lineamenti essenziali dell’economia politica israeliana si profilarono già nell’anno di fondazione dello stato, il 1948, emergendo dal periodo del mandato britannico (1920-1948): un assetto de facto corporativo, di collaborazione e compenetrazione tra dirigenze politiche, imprenditoriali, sindacali e militari; una stratificazione sociale e una segregazione occupazionale su base etnica. Le basi per la concertazione intra-élite furono gettate negli anni Trenta, quando l’Agenzia Ebraica (embrione della futura burocrazia governativa) e la Histadrut (abbreviazione di “Federazione generale dei lavoratori in terra d’Israele”), il principale sindacato, stabilirono una suddivisione funzionale dei ruoli e dei poteri, con la prima che si sarebbe occupata di attirare e amministrare gli investimenti diretti esteri (prevalentemente britannici, statunitensi e tedeschi), e la seconda che avrebbe organizzato e disciplinato la manodopera ebraica immigrata. Fino agli anni Ottanta, l’economia israeliana aveva l’aspetto di un’economia mista sviluppista, dove lo stato, tramite aziende statali e controllo di prezzi, tassi di cambio ed erogazione del credito, dirigeva uno sviluppo industriale in gran parte finanziato dalle riparazioni post-belliche pagate dalla Germania Ovest; la pianificazione era promossa dalla Histadrut, la cui espressione politica, il partito laburista di David Ben Gurion, dominava le istituzioni. Il sindacato espanse le proprie funzioni parastatali, le quali già durante la fase del mandato britannico avevano conferito all’organizzazione una struttura profondamente diversa dalla maggioranza dei sindacati del mondo. Tra tali istituzioni di origine mandataria, fondate e coordinate dalla Histadrut, troviamo la banca Hapoalim e l’azienda Hevrat Ovidim (rispettivamente “banca” e “azienda” “dei lavoratori”) e l’ufficio dei lavori pubblici conosciuto come Solel Boneh, azienda edile fondata nel 1921, proprio nel contesto del primo congresso del sindacato [Nitzan, Bichler, 2002, pp. 18, 91-6;  Thier, in Awad, bean (ed.), 2020, pp. 83, 84]. Il mondo delle imprese risultò fortemente polarizzato, in continuità con il periodo pre-1948: all’apice delle catene del valore si trovava un numero ristretto di conglomerati statali e privati dominanti, la cui accumulazione di capitale, in quanto campioni nazionali, era coordinata e sostenuta dalle politiche governative; tali conglomerati erano circondati da una miriade di aziende di piccole dimensioni, che compensavano un’intensità tecnologica e una competitività minori ricorrendo alla manodopera palestinese a basso costo (della quale discuteremo più avanti) [Nitzan, Bichler, 2002, pp. 117-20].

Il primo governo Likud, l’inizio della liberalizzazione e la promessa dei mercati esteri (gli anni ‘70)

Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler riassumono la parabola dello stato sviluppista israeliano con l’espressione «crisalide statale» [ibid, p. 96]: una prima fase di protezionismo e dirigismo statalista incuba e svezza il capitale dominante nazionale, ed è succeduta da deregolamentazioni e privatizzazioni funzionali alla transnazionalizzazione della proprietà di quello stesso capitale, permettendogli di inserirsi nelle catene globali del valore e di intercettare più efficacemente gli investimenti esteri (analogamente a quanto verificatosi in economie a tarda industrializzazione dell’Asia Orientale, quali la Corea del Sud e Taiwan). Il passaggio di fase si verifica in seguito a due sviluppi interconnessi: da un lato, la crisi economica degli anni Settanta, scatenata dal ascesa vertiginosa dei prezzi del petrolio dopo la guerra dello Yom Kippur; dall’altro, la formazione, nel 1977, del primo governo senza la partecipazione dei laburisti, a guida Likud, un partito intenzionato a sbarazzarsi di ogni traccia di pianificazione, bollata come “socialista”. Secondo Nitzan e Bichler, «nella loro immaginazione, [i politici del Likud] stavano semplicemente togliendo le pastoie del governo a un’economia altrimenti competitiva. Ciò che fecero in pratica, però, fu deregolamentare un’economia di guerra oligopolistica, invitando nei fatti il capitale dominante a prenderne il comando»[ibid, p. 135]. Nel 1999, il 55% della capitalizzazione del mercato azionario di Tel Aviv era direttamente o indirettamente nelle mani del capitale dominante, formato dai conglomerati statali e da soli cinque grandi gruppi privati (Israel Discount Bankholdings, Ofer, Koor, Dankner Group, Arison Holdings). La neoliberalizzazione si intensificò a partire dal Piano di Stabilizzazione del 1985 (varato da un governo laburista), e consentì una relativa ripresa dell’accumulazione di capitale (il tasso di crescita medio annuo del PIL, calato dal 9,8% nel 1950-70 al 4,5% nel 1970-90, risalì al 5,6% nel decennio 1990-2000), provocando d’altro canto un notevole aumento delle disuguaglianze e della povertà, e senza né invertire né arrestare la tendenza strutturale al declino del tasso di crescita (3,2% annuo medio nel 2000-10, 3,6% nel 2010-18) [Hever, 2018, pp. 94-100; Nitzan, Bichler, 2002, pp. 86-7, 108-17; Roberts, 18/10/2023; Tooze, 06/08/2023].

Il rapporto tra economia e articolazione coloniale dello stato d’Israele

In quanto stato-nazione coloniale, Israele presenta una società la cui stratificazione etnica e le relative contraddizioni risultano particolarmente evidenti. Al vertice della gerarchia di razza e di classe si collocano gli ebrei ashkenaziti, immigrati dall’Europa occidentale e orientale tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, e dalla Russia dopo la caduta dell’URSS; esecutori principali e beneficiari della Nakba, dominano la borghesia e le classi medie, costituendo la base sociale del sionismo liberale. I mizrahi, ebrei immigrati dai paesi del Nordafrica e del Medio Oriente nel 1948-67, costituiscono oggi la metà della popolazione ebrea e la maggioranza della classe lavoratrice; storicamente discriminati dai laburisti ashkenaziti, si sono ideologicamente allineati al sionismo religioso del Likud, considerato un papabile vettore di ascesa sociale ai danni dei palestinesi, e sostengono perciò in maniera maggioritaria la costruzione degli insediamenti nei territori occupati [Hever, Shir, 2010, pp. 184-8; Thier, 2020, pp. 82-6]. Un segmento rilevante della popolazione ebraica (intorno al 10%) è rappresentato dagli ultraortodossi (chredì/haredì), che ha dei tassi di povertà particolarmente elevati [Roberts, 18/10/2023]. Nei settori più precari e a più basso valore aggiunto sono confinati i palestinesi con cittadinanza israeliana, coloro i quali non furono espulsi nel 1948. Le loro comunità, soggette a un governo militare fino al 1966, furono espropriate del 72% dei propri terreni tra il 1948 e il 1962, con due effetti: la creazione di un proletariato cui subappaltare attività nell’agricoltura, nell’edilizia e nella produzione di semilavorati; il frazionamento dei territori palestinesi in tante piccole enclavi isolate (1,5 milioni di persone vivono sul 3,5% della terra), così da prevenire la diffusione di forme di resistenza organizzate e garantire la dipendenza dall’economia israeliana (modello poi esportato in Cisgiordania e a Gaza) [Halper, 2016, p. 147; Khalidi, in Abed (ed.), 1988, pp. 37-70]. Sul gradino più basso si trovano i palestinesi dei territori occupati e i lavoratori migranti. La Guerra dei sei giorni (1967) estese il controllo militare israeliano a Golan, Gerusalemme Est, Cisgiordania, Gaza e Sinai (sgomberato nel 1982), insieme a milioni di palestinesi. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta i territori occupati ricevettero un trattamento paragonabile a quelli annessi nel 1948, venendo ridotti a serbatoi di manodopera migrante non qualificata a bassissimo costo, zone d’espansione per gli insediamenti dei coloni, mercati d’esportazione esclusivi per le merci israeliane (tutt’oggi al secondo posto dopo gli USA). Venne perseguita una politica di «de-sviluppo», che soffocò il tessuto economico palestinese in cambio dei salari più alti percepiti in Israele, come testimonia il fatto che tra il 1970 e il 1985 alla crescita del PIL nei territori occupati non corrispose un aumento complessivo dell’occupazione [Hever, 2010, pp. 41-43; Shadid, in Abed (ed.), 1988, pp. 121-38; Tooze, 14/10/2023].

L’insoddisfazione popolare esplose durante il decennio di crisi e austerità degli anni Ottanta, con la prima Intifada (1987-1993). La mobilitazione di una componente della forza lavoro essenziale per l’economia, e l’associata instabilità di regioni cruciali per la sicurezza della compagine statale, indussero le dirigenze israeliane a cercare una nuova «formula che avrebbe permesso a Israele di evitare di governare i palestinesi, senza ritornare agli insostenibili confini precedenti alla guerra del ‘67» [ex-capo di stato maggiore e ministro della difesa Moshe Ya’alon, cit. in Halper, 2016, p. 148]. Oltre all’immediata repressione delle proteste (nel 1988 Yitzhak Rabin, allora ministro della difesa, ordinò alle truppe di «spezzare le ossa» dei palestinesi [cit. in Zureik, in Zureik et al. (ed.), 2011, p. 38]), la strategia israeliana si articolò lungo tre direttrici: in primo luogo pacificare i territori occupati attraverso la cooptazione della resistenza palestinese, concretizzatasi negli accordi di Oslo (1993) con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e nella nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP, 1994). Israele ha subappaltato, dal ‘94, i servizi sanitari ed educativi della Cisgiordania, così come tutte le funzioni di sicurezza della cosiddetta Zona A, all’Autorità Nazionale, la quale, per Rabin, avrebbe dovuto «tenere sotto controllo i palestinesi “senza la corte suprema e senza B’tselem” [la principale organizzazione israeliana per i diritti umani]» [Hever, 2018, p. 100.]. In secondo luogo, la dipendenza dalla manodopera palestinese è stata drasticamente ridotta, sostituita progressivamente con migranti (regolari e irregolari) provenienti soprattutto da alcuni paesi del sud-est asiatico (Pakistan, India, Bangladesh, Thailandia, Filippine), con i quali fu possibile firmare anche accordi ufficiali grazie alla distensione diplomatica dovuta alla fine della Guerra fredda e agli accordi di Oslo; infine, come risultato delle due politiche precedenti, si conseguì al massimo grado possibile una situazione di hafrada, “separazione, apartheid”, tra i cittadini ebrei e i palestinesi. Tale stato di cose, in parallelo all’espansione degli insediamenti (i coloni sono passati da 100.000 a quasi 500.000 tra il 1990 e il 2010), si è data con la prosecuzione dell’esproprio terriero, circoscrivendo fisicamente gli spazi (grazie al muro di separazione, ai posti di blocco, alle strade per soli coloni), dispiegando sistemi di sorveglianza da remoto, ed esternalizzando a soggetti terzi il governo diretto della popolazione palestinese (l’ANP in Cisgiordania, Hamas a Gaza, le ONG occidentali, le imprese private che dal 2005 gestiscono i posti di blocco fissi nella Zona B e C) [Baconi, Denvir, 11/05/2023; Haddad, in Awad, bean, 2020, pp. 103-8; Halper, 2016, p. 148; Hever, 2010, pp. 44-6, 68, 2018, pp. 94-113; Tooze, 14/10/2023].

Un primo ventennio (1967-87) di occupazione «pigra» [Halper, 2016, p. 45.], interessata principalmente a sfruttare il pluslavoro dei palestinesi, portò a una fase di diffusa resistenza nei territori occupati (la quale si sarebbe manifestata inizialmente nella forma della prima intifada, e che avrebbe posto le basi per la seconda e per l’eventuale presa del potere di Hamas nella striscia di Gaza, avvenuta nel 2007). La risposta strategica israeliana degli ultimi trent’anni, coerentemente con la «logica di eliminazione» [Thier, 2020, p. 81], essenzialmente genocida, che sorregge l’etnostato, ha teso, da un lato, a massimizzare la disponibilità di territorio fisico e il controllo sulla popolazione palestinese, e, dall’altro, a minimizzare le responsabilità dello stato verso la popolazione stessa [Halper, 2016, pp. 143-167; Hever, 2016, pp. 94-133]. Questo progetto è stato messo in pratica adottando una prospettiva «tecnosoluzionista» [Doherty, Goodfriend, 23/11/2023], facendo affidamento sullo sviluppo di nuove tecnologie di sorveglianza, integrate in una «matrice di controllo» [Halper, 2016, p. 143] il cui modello securitario ha potuto essere monetizzato esportandone le componenti sia tecniche sia ideologiche.

Sotto assedio, in espansione: la proiezione internazionale dell’economia di guerra

Una cifra specifica della natura coloniale d’Israele è l’ambiguità “costitutiva” dei suoi confini territoriali, intrecciata alle vicende demografiche dello stato. Dopo l’annessione dei territori palestinesi nel 1948, Israele è stato impegnato in invasioni/occupazioni nel 1956-7 (Sinai), 1967 (Golan, Gerusalemme Est, Cisgiordania, Gaza, Sinai), 1982 e 2006 (Libano meridionale). Questa espansione non lineare dei territori sotto il controllo israeliano è correlata alla dinamica, doppia e contraddittoria, di sottomissione ed espulsione di una popolazione colonizzata, i palestinesi, e al ruolo di gendarme imperialista giocato dal progetto sionista tra Nordafrica e Medio Oriente, incuneato tra stati a esso storicamente ostili. Israele si percepisce dunque costretto a una perpetua lotta per la sopravvivenza geopolitica contro un nemico tanto esterno quanto interno; una percezione che favorisce la saldatura interclassista in una «nazione in armi» [Halper, 2016, p. 45], induce alla ricerca di una potenza protettrice, e incentiva l’industria bellica e la «diplomazia delle armi» [Halper, 2016, p. 46].

I primi anni Cinquanta assistettero al consolidamento dell’industria bellica israeliana, nata sotto il mandato e in principio composta da laboratori e dipartimenti statali (che impiegavano esclusivamente manodopera ebrea): Israel Military Industries (IMI, 1933), specializzata in munizioni, nel 2018 assorbita da Elbit Systems; Israel Weapon Industries (IWI, 1933), specializzata in armi da fuoco (ad es. la pistola mitragliatrice Uzi), ora parte del conglomerato sudcoreano SK Group; Rafael (1948), specializzata in ricerca e sviluppo di sistemi di difesa; Israel Aerospace Industries (IAI, 1958), specializzata in satelliti, sistemi di difesa aerea (ad es. la Cupola di Ferro, sviluppata insieme a Rafael) e droni (aeromobili a pilotaggio remoto, APR); Elbit Systems (1966), un partenariato pubblico-privato evolutosi in un gruppo privato specializzato in sicurezza informatica e sorveglianza [Halper, 2016,p. 93; Hever, 2018, p. 68]. Nel medesimo spazio di tempo si verificò la transizione dal patronato del Regno Unito, impegnato a gestire lo smantellamento del proprio impero formale, a quello della Francia: oltre alla convergenza d’interessi nel contenimento degli ex-mandati francesi della Siria e del Libano, vi fu un ulteriore avvicinamento ideologico per via dello scoppio della Guerra di liberazione algerina (1954-1962); entrambi gli stati si trovarono nella condizione di dover governare e reprimere dei popoli indigeni dei quali avevano avviato la sostituzione impiantando coloni di ceppo europeo, senza considerare che da tempo i numerosi ebrei algerini erano stati dichiarati cittadini francesi e integrati nell’apparato amministrativo coloniale. Fino al 1967 la Francia fu la principale fornitrice di aiuti militari e di armamenti a Israele, fornendo un contributo decisivo al suo programma nucleare con trasferimenti di tecnologie e conoscenze; un simile supporto fu contraccambiato, ad esempio, durante la crisi di Suez del 1956, quando Israele invase l’Egitto nasserista al fianco della Francia e della Gran Bretagna. Una base demografica per la leva esigua, se paragonata a quella dei paesi vicini, combinata a un ampio accesso alle risorse del centro imperialista, incentivò le forze armate a puntare sulla superiorità organizzativa e tecnologica, attraverso investimenti in ricerca e sviluppo e nella formazione del personale. Ne è illustrativa la nascita, nel 1960, del primo programma militare in scienze informatiche della nazione, nove anni prima della loro introduzione nei curricula universitari civili. L’unità venne poi scorporata nella seconda metà degli anni Novanta, assumendo il nome di School of Computer-Related Professions, un’istituzione che da allora accoglie circa 300 soldati all’anno. Non è un caso che, nel 1998, il 35% degli imprenditori di start-up avesse ricevuto una formazione in ricerca e sviluppo durante il servizio militare [Gordon, 2011, pp. 156-7; Halper, 2016, p. 40; Loewenstein, 2023, pp. 35-6].

La Guerra sei giorni (1967) segnò una soluzione di continuità nei rapporti d’Israele con l’estero. La Francia gaullista, in corso di riavvicinamento con le ex-colonie dopo aver perso l’Algeria, divenne riluttante nel continuare il rifornimento di armi per Israele, che fu soccorso dagli aiuti (civili e militari) degli USA, intenzionati a farne un proprio avamposto in Medio Oriente, accanto all’Iran dello scià (un ruolo, quello israeliano, ulteriormente rafforzato dopo la rivoluzione islamica iraniana del 1979) [Akram-Boshar, in Awad, bean, 2020, pp. 38-52; Hever, 2018, pp. 139-40]. Questi sviluppi acuirono un dilemma postosi alle dirigenze politiche e militari già dagli anni Cinquanta: se adottare una politica industriale finalizzata all’autosufficienza nella produzione bellica, come sostenuto dal direttore generale del Ministero della difesa Shimon Peres, oppure specializzarsi in quelle nicchie in cui la produzione israeliana godeva di vantaggi comparati (e che avrebbero permesso l’integrazione e l’interoperabilità con i sistemi d’arma della potenza protettrice), come proponeva il generale Rabin. Spinti dal rischio di isolamento internazionale conseguente al più tiepido atteggiamento francese, i sostenitori dell’autosufficienza stimolarono gli investimenti in progetti come i carri armati di classe Merkava (“carro di fuoco”, oggi impegnati in prima linea nell’offensiva di Gaza); la situazione di grave difficoltà incontrata nella Guerra dello Yom Kippur rivelò tuttavia la perdurante (ed endemica) dipendenza dagli aiuti statunitensi in situazioni di emergenza. Le condizionalità di tali aiuti (in media 3 miliardi di dollari l’anno tra il 1973 e il 2010) vennero sfruttate dagli USA per integrare l’economia israeliana in alcuni settori di quella americana, attraverso partenariati e iniziative imprenditoriali congiunte, impedendo allo stesso tempo la commercializzazione di prodotti potenzialmente concorrenti. Israele gode sì del privilegio, eccezionale tra i beneficiari di aiuti americani, di impiegarne una parte per acquisti da venditori terzi, ma rimane il fatto che la maggior parte deve essere spesa su prodotti statunitense (si tratta, di fatto, di un sussidio all’industria americana); la reticenza nell’erogazione dei fondi può inoltre essere usata per dissuadere i produttori israeliani dal fare investimenti contrari agli interessi di quelli statunitensi.  Negli anni Ottanta, con la fase neoliberale, insieme alle armi e alle conoscenze tecniche, dagli USA fu importato anche un rinnovato occhio di favore per l’iniziativa privata ed il libero mercato [Halper, 2016, pp. 37-45; Hever, 2018, pp. 137-44, 146-7]. 

Alla fine del decennio giunse a maturazione un processo iniziato negli anni Settanta, e i settori delle armi e dell’alta tecnologia cominciarono ad assumere la fisionomia sfaccettata e transnazionale che hanno al giorno d’oggi. Con il 1987, anno in cui il progetto statale degli aerei da combattimento Lavi, quasi ultimato, fu annullato con il benestare di Perez, la scuola della specializzazione e della complementarità trionfò definitivamente su quella dell’autosufficienza. Poco dopo, la contrazione del mercato globale delle armi, dovuta alla fine della Guerra fredda, indusse l’industria bellica israeliana a diversificarsi, adattando i propri prodotti alla domanda non strettamente militare, soprattutto nella sicurezza e nella sorveglianza. Queste due svolte produssero con il tempo dei settori stratificati: il nucleo oligopolistico centrale è costituito dai conglomerati statali e privati, produttori di specialità storiche (ad es. Uzi e Merkava) e/o bisognose di grandi investimenti in capitale fisso e variabile, come satelliti, contraerea, droni, sistemi di sorveglianza e di sicurezza; dipendente dalle commesse e dai finanziamenti di questo nucleo è una galassia diffusa di aziende medio-piccole e start-up, focalizzate sulla progettazione di singole componenti hardware e/o software ad alta tecnologia (ad es. ottica) complementari ai prodotti dei conglomerati domestici e/o esteri. A loro volta, le aziende maggiori traggono una parte non indifferente dei propri profitti dalla componentistica per prodotti americani, dalla fornitura di servizi (ad es. addestramento della polizia), e dall’aggiornamento e dalla manutenzione di sistemi d’arma preesistenti. Una serie di prodotti israeliani ha fatto parallelamente ingresso, come accennato sopra, in settori quali la sorveglianza privata e dei confini nazionali, la sicurezza informatica e degli eventi pubblici. Di conseguenza, le nuove tecnologie, sviluppate in collaborazione con personale statunitense, britannico, francese, tedesco e italiano, sono spesso concepite per una doppia destinazione d’uso, militare e civile, il che è tanto un effetto quanto una causa del notevole grado di compenetrazione tra queste due componenti della società israeliana. Una prima prova ne è il fatto che sono le forze armate e le università (che di frequente offrono agevolazioni ai riservisti) a formare la forza lavoro altamente qualificata necessaria alle aziende, e che, per favorire i trasferimenti di conoscenze e competenze, siano incentivate le reti di contatti personali e le “porte girevoli” tra i diversi settori (di norma unidirezionali: dalle forze armate e/o l’università al privato). Una seconda prova, più gravida di conseguenze, è la stretta collaborazione tra i privati, l’esercito e i servizi segreti, specie nell’informatica, come dimostra il caso del programma di spionaggio Pegasus del NSO Group, il quale è sia venduto a governi esteri (come quello messicano) sia impiegato contro i palestinesi dei territori occupati e i cittadini israeliani [Gordon, 2011, pp. 155-64; Loewenstein, 2023, pp. 135-8].

Prima di divenire un anello delle catene del valore statunitensi (analogamente alla Corea del Sud e a Taiwan per i semiconduttori) Israele svolse, attraverso la sua industria bellica, il ruolo di gregario nelle operazioni di controinsurrezione statunitensi nel terzo mondo, fornendo armi e addestramento a regimi e milizie in Guatemala, Nicaragua, Cile, Argentina, Iraq e Iran, per fare alcuni esempi. Funse inoltre da intermediario sottobanco tra il Sudafrica (per il cui regime di apartheid la dirigenza israeliana espresse esplicitamente ammirazione) e l’amministrazione Reagan, interessata a mantenere i rapporti segreti con il paese sottoposto a sanzioni internazionali [Loewenstein, 2023, pp. 26-49, 114-18 ]. La distensione seguita alla fine della Guerra fredda e all’avvio del percorso diplomatico di Oslo permise alle esportazioni militari israeliane di fare un salto di qualità, penetrando nei mercati di quei futuri fondatori dei Brics storicamente ostili al progetto sionista, in particolare Brasile e India (con dietro Cina e Russia). Israele è riuscito così a trasformarsi da un fornitore di armi a regimi del terzo mondo, spesso isolati a livello internazionale, le cui esportazioni ammontavano allo 0,8% del totale mondiale negli anni Ottanta, in un esportatore di prodotti ad alta tecnologia verso le principali potenze, raggiungendo i primi 10 posti nel nuovo millennio [Denes, 2011, p. 173. In questo quadro non è da ignorare come l’accresciuta disinvoltura della diplomazia delle armi israeliana, che, attraverso forniture militari, permette di intrecciare legami politici ed economici, susciti più di qualche preoccupazione a Washington, nel momento in cui viene usata per diversificare le alleanze tramite l’avvicinamento cordiale a potenze come la Cina e la Russia, che potrebbe inoltre implicare importanti trasferimenti tecnologici in caso di vendita di prodotti che incorporino componenti americane [Loewenstein, 2023, p. 127].

Due ultimi fattori da considerare nell’evoluzione del complesso industriale militare e securitario sono la rivoluzione negli affari militari (revolution in military affairs, RMA) e la war on terror. La cosiddetta rivoluzione consiste in un mutato orizzonte tattico e strategico statunitense, che prefigura e si impegna a implementare l’integrazione orizzontale di tutti gli elementi dell’apparato militare in una rete decentrata, flessibile e adattabile, resa possibile dalle nuove tecnologie di comunicazione e di elaborazione dei dati. Il banco di prova di questo tecno-ottimismo fu proprio la war on terror, nella sua doppia articolazione di invasione dell’Afghanistan (2001) e dell’Iraq (2003), e di penetrazione nella società di sistemi di sorveglianza cibernetica. La retorica e le pratiche della lotta al terrorismo, promosse dagli USA, vennero abbracciate (tra gli altri) da Cina, India e Russia, interessate a reprimere le rispettive comunità musulmane [Loewenstein, 2023, pp. 122, 127-9]. In questo panorama di conflitti asimmetrici e crescente securitizzazione le aziende israeliane si trovarono in una condizione ideale, vista, da un lato, la propria specializzazione in alta tecnologia, informatica e cibernetica, e, dall’altro, la pluridecennale esperienza sionista nella rifinitura di una matrice di controllo della popolazione palestinese, la cui rappresentazione come un crogiuolo di terroristi fungeva da perfetto idealtipo del nemico onnipresente; un costrutto ideologico necessario a giustificare, in nome della sicurezza, lo sviluppo di apparati di sorveglianza sempre più pervasivi. Per citare alcuni esempi tra i più significativi: architetture come il muro di separazione e le telecamere di sorveglianza in Cisgiordania, o la barriera intorno a Gaza, fungono da riferimenti per la militarizzazione del confine tra Usa e Messico, o per la gestione della maggioranza musulmana del Jammu e del Kashmir nell’India di Narendra Modi; il mercato dei droni è controllato quasi al 70% da aziende israeliane, che vendono velivoli da bombardamento e per le esecuzioni mirate agli Stati Uniti, e velivoli di sorveglianza all’agenzia europea Frontex. I territori occupati nella loro interezza sono trattati dalle forze armate israeliane alla stregua di un laboratorio in cui testare nuove armi, il cui continuo impiego sul campo, per lo più contro civili, viene esibito dagli esportatori come garanzia di qualità [Gordon, 2011, p. 164; Halper, 2016, pp. 143-67; Loewenstein, 2023, pp. 12-25, 53-6, 96-108, 122-6, 130-4].

La portata internazionale dell’industria di morte impone la necessità dell’azione internazionalista

La diffusa adozione di sistemi d’arma e di sorveglianza cibernetici e a distanza, come i droni teleguidati nei bombardamenti, la parziale automazione dei posti di blocco, o i sistemi di riconoscimento facciale nelle città palestinesi, viene giustificata dalle autorità agli occhi dell’opinione pubblica (e dei potenziali acquirenti) in quanto soluzione più umana a un conflitto altrimenti insolubile: minor rischio per gli esecutori, risultati più precisi, meno pericoli e minor disagi per chi vi è soggetto. I fatti smentiscono questa propaganda: simili tecnologie contribuiscono esclusivamente a deumanizzare chi ne è vittima [Goodfriend, 2023, pp. 461-78; 06/06/2023].

Il ruolo preminente delle armi e della sorveglianza nell’economia israeliana è un prodotto del compito storico di guarnigione imperialista svolto dallo stato sionista nella regione; un compito che, come visto, ha ramificazioni globali. Lo smantellamento di quei settori, come lo smantellamento d’Israele e la costruzione di una Palestina socialista, è per forza di cose un’impresa internazionalista: Israele esporta l’80% delle sue armi (una percentuale che non ha paragoni: i principali stati produttori europei esportano intorno allo 0,5%, gli USA il 20%) [Denes, 2011, p. 171], e i suoi programmi di ricerca e sviluppo dipendono da finanziamenti e collaborazioni nordamericane ed europee. Perciò è essenziale non solo la mobilitazione delle masse palestinesi, nordafricane e mediorientali, nonché il coinvolgimento dei segmenti della forza lavoro israeliana non integrati (spesso in quanto razzializzati) nel blocco sionista [Flakin, 25/10/2023], ma anche la costruzione di un movimento dei lavoratori politicizzato e combattivo in Europa occidentale e in Nordamerica, capace di imporre tanto la chiusura delle industrie belliche nazionali, quanto l’interruzione di ogni collaborazione con Israele.

Giorgio Boccola

Bibliografia e sitografia

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Flakin, Nathaniel, La liberazione palestinese e la classe operaia israeliana, in «La voce delle lotte», 25/10/2023 (URL: https://www.lavocedellelotte.it/2023/10/25/la-liberazione-palestinese-e-la-classe-operaia-israeliana/; consultato il 09/01/2024).

Goodfriend, Sophia, Algorithmic State Violence: Automated Surveillance and Palestinian Dispossession in Hebron’s Old City, in «International Journal of Middle East Studies», 55 (2023), pp. 461–478.

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Halper, Jeff, War Against the People: Israel, the Palestinians and Global Pacification, Londra: Pluto Press, 2016.

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Tooze, Adam, Chartbook 245: Gaza, beyond de-development to disposability and destruction, Chartbook Newsletter, 14/10/2023 (URL: https://adamtooze.substack.com/p/chartbook-245-gaza-beyond-de-development?utm_source=%2Fsearch%2Fisrael&utm_medium=reader2; consultato il 08/01/2024)

Zureik, Elia; Lyon, David; Abu-Laban, Yasmeen (ed.), Surveillance and Control in Israel/Palestine: Population, territory and power, Londra-New York: Routledge, 2011.

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