Lo scorso 16 ottobre gli studenti delle superiori hanno scioperato in massa in tutta Italia, con manifestazioni nell’ordine delle decine di migliaia a Roma e Torino, e numerose migliaia anche a Firenze, Bologna e Napoli (ma cortei e manifestazioni sono state capillari in tutto il paese). La radicalità dei giovanissimi ha inoltre investito le piazze di sabato 17, soprattutto a Torino, Milano e Bologna, ove sono risuonati gli stessi slogan del giorno prima, in particolare: stop al definanziamento della scuola per dare i soldi al riarmo e no alla militarizzazione, insieme a parole d’ordine contro il governo, i bassi salari e il carovita, che saranno al centro anche dello sciopero generale di USB del prossimo 30 ottobre. Nel frattempo, al sud, pezzi del mondo del lavoro paralizzano il transito dei carburanti e degli alimenti contro l’aumento dei prezzi. L’Italia sembra insomma sulla buona strada per raggiungere gli altri paesi europei coinvolti da grandi mobilitazioni di massa dei giovani e dei lavoratori – a cui gli studenti del nostro paese si sono apertamente ispirati per mobilitarsi. Ma come si collegano i processi di lotta qui da noi con quelli internazionali? Come mai proprio gli studenti delle scuole superiori sono alla testa delle mobilitazioni? Come fare di questa spinta giovanile la leva per coinvolgere la classe lavoratrice nella lotta e costruire i rapporti di forza contro il governo e per un’alternativa rivoluzionaria al riarmo? Sono queste le domande a cui proviamo a rispondere nelle note che seguono.
L’impasse dell’imperialismo apre una nuova fase di mobilitazione internazionale
Dopo le grandi mobilitazioni per la Palestina dello scorso autunno un clima di riflusso sembrava aver preso il sopravvento in Italia per un incrocio di fattori. Da un lato, lo spaesamento per la percezione che lo sciopero generale del 3 ottobre avesse rappresentato un picco difficilmente replicabile, ma che al contempo si fosse riusciti ad ottenere ben poco. Dall’altro lato, la capacità della burocrazia della CGIL di normalizzare il dissenso interno (anche a causa della mancanza di strategia delle organizzazioni più radicali) e i colpi della repressione governativa sulle avanguardie militanti1. Nel frattempo, sullo stesso piano internazionale, dopo 2 anni di mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, l’imperialismo pareva aver ripreso l’iniziativa, con l’aggressione USA all’Iran, in un silenzio assordante delle piazze in Europa.
L’impasse in cui si è infilato Trump grazie alla capacità dimostrata da Tehran di respingere l’attacco ha però rapidamente ribaltato la situazione, con un’esplosione di movimenti di massa in Francia, Spagna, Belgio, ma anche Portogallo e Albania, che hanno avuto un riverbero positivo sulla ripresa del fermento politico in Italia. Sia chiaro, l’aspetto decisivo nel rilancio della mobilitazione internazionale non è stato tanto l’appeal del regime degli Ayatollah sui settori popolari e giovanili, quanto il concatenarsi di una serie di processi innescati dalla sconfitta militare subita dagli USA, o che hanno interagito con essa.
Il primo è l’accelerazione delle tendenze alla crisi portata dalla chiusura dello stretto di Hormuz che ha impattato sotto forma di spirale inflattiva e incremento delle pressioni all’austerità. Sotto i colpi dell’impennata dei prezzi del petrolio, la fase di aumento controllato dei tassi d’interesse delle banche centrali sembra infatti essersi definitivamente chiusa, in un contesto ove peraltro la “bolla” dell’IA dirotta crescenti capitali dai titoli di stato alle azioni delle aziende tech, con l’effetto di aumentare i costi di rifinanziamento di debiti pubblici sempre più ingenti2.
Nel frattempo, le difficoltà USA in Medio Oriente hanno favorito la tendenza al disimpegno statunitense verso l’Ucraina, e quindi l’aggravamento delle tensioni tra UE e Russia. Così, il secondo elemento da considerare è un’intensificazione delle spinte al riarmo e alla militarizzazione, soprattutto in Europa; spinte che, a loro volta, stanno obbligando i governi a chiedere ulteriori sacrifici alle proprie classi lavoratrici. Il terzo, e forse più importante aspetto, è la sedimentazione politica delle mobilitazioni internazionali per la Palestina che rende sempre più difficile ai regimi capitalisti occidentali giustificare tagli a salari e servizi pubblici per difendersi da un nemico esterno: il genocidio a Gaza ha mostrato fin troppo bene, almeno agli occhi di milioni di giovani e fasce importanti della classe lavoratrice, come siano gli imperialisti USA e UE in combutta con il sionismo uno dei principali pericoli per il resto del mondo, e in particolare i popoli oppressi.
La crisi – che è al contempo una crisi della riproduzione sociale – e l’impatto del riarmo hanno in effetti favorito non solo una politicizzazione a sinistra, ma anche una polarizzazione a destra tra settori popolari non indifferenti, portando alla ribalta figure come Bardella in Francia, Abascal in Spagna, Weidel in Germania e Vannacci in Italia. L’effetto è stato una radicalizzazione a destra degli stessi partiti al potere, tanto di quelli ultra-reazionari come Meloni & co. quanto quelli di centro, e per certi versi anche di centro-sinistra, come lo spagnolo Sanchez: se i primi due hanno calcato la mano del razzismo e della repressione, quest’ultimo, con la crisi di Ceuta, ha mostrato come il ‘progressismo’ contemporaneo sappia spesso rispondere all’ultra-destra solo mostrando di non essere da meno nelle politiche anti-migranti.
Questa incapacità dei governi e delle forze più istituzionali di fare da argine alla crescita di partiti che esprimono rigurgiti reazionari sempre più violenti, se non assecondandoli, ha quindi finito per contribuire ulteriormente a far esprimere la polarizzazione a sinistra sul terreno della mobilitazione di piazza, senza aspettare le elezioni – una logica che vale almeno in Francia e Italia, entrambe al voto la prossima primavera. L’opposizione alle torsioni autoritarie della democrazia borghese e alle sue nuove incarnazioni di estrema destra è quindi un ultimo importante fattore del rilancio del conflitto sociale nei principali paesi occidentali.
Capire il protagonismo e la politicizzazione degli studenti medi
Un aspetto interessante delle mobilitazioni in corso è la centralità del movimento studentesco, e in particolare degli studenti delle scuole superiori. Restringendo il focus sull’Italia, già durante il Blocchiamo Tutto i medi sono stati non solo una delle componenti più dinamiche in termini di partecipazione di piazza, ma senza dubbio la più avanzata nel dotarsi delle proprie forme di auto-organizzazione, con un’ondata di occupazioni che non si vedeva da tempo. La rinascita, o la fondazione da zero, dei collettivi associata a questo processo in molte scuole superiori è quello che ha permesso ai medi di mantenere un certo livello di attivazione anche durante l’inverno e la primavera appena passati, mentre il resto del movimento autunnale si disperdeva con relativa rapidità3. È stata quindi la capacità di questo settore giovanile di fare del Blocchiamo Tutto un momento di accumulo politico-organizzativo che sta facendo sì che le scuole superiori siano l’epicentro della ripresa della mobilitazione autunnale, sull’eco delle lotte internazionali.
Si possono però fare ipotesi sull’esistenza di fenomeni più profondi alla base di questa esplosione animata dagli studenti più giovani a livello internazionale – anche se nelle prossime righe continueremo a soffermarci prevalentemente sul caso italiano. Nelle proteste in corso, quello che impressiona, in particolare nel nostro paese, ma non solo, è la capacità degli studenti medi di insistere sul legame inestricabile tra gli attacchi alle classi popolari, tra cui i tagli all’istruzione, e il riarmo. La loro opposizione al bellicismo e alle sue implicazioni ha quindi una forza politica, e un potenziale egemonico nei confronti di altri settori sociali, inedito da tempo. Lo scontro tra l’idealismo giovanile e le minacce di guerra sempre più imminenti, che si traducono nello spettro del ritorno della leva in Europa, sono certamente un fattore; non però sufficiente a spiegare come più di altre fasce della popolazione – e della stessa popolazione studentesca – i medi abbiano avuto un’evoluzione politica così importante.
Certo, gli scorsi anni anche gli universitari si sono mobilitati contro il genocidio a Gaza e l’hanno collegato tanto alle più generali tendenze alla guerra quanto a questioni materiali, come la privatizzazione dell’università e la precarietà del mondo della ricerca. Le reti militanti consolidatesi nelle università attorno al boicottaggio accademico di Israele hanno avuto inoltre un enorme ruolo preparatorio nell’esplosione del Blocchiamo Tutto. Tuttavia, anche durante il picco delle mobilitazioni dello scorso autunno, se la partecipazione di piazza degli universitari è stata cospicua, essa ha avuto scarso radicamento: è vero che vi sono state varie occupazioni, ma in molti casi esse hanno avuto carattere simbolico, o non sono andate oltre significativi, ma ristretti gruppi di avanguardia. Con il riflusso di questo inverno, infine, le assemblee universitarie per la Palestina non si sono quasi mai tradotte in percorsi più avanzati contro i più complessivi processi di militarizzazione capitalista, ma si sono in non pochi casi dissolte, seguendo una traiettoria in chiaro contrasto con quella dei collettivi dei medi.
La scuola come caserma capitalista e l’opposizione dei medi a riarmo e militarizzazione
Capire l’entità della politicizzazione anti-militarista da parte degli studenti delle superiori impone di partire dalla loro esperienza materiale, concreta: quella di una scuola che per molti versi è già una caserma, per cui dal punto di vista dei medi riarmo e militarizzazione rappresentano, più che per altri settori, un approfondimento di tendenze già in atto da tempo. Diversamente dagli universitari, i medi sono obbligati a passare 5/6 ore al giorno 6 giorni alla settimana in edifici fatiscenti, classi sovraffollate e a subire meccanismi di controllo sempre più intensi, vuoi sotto forma di una didattica che combina pressioni competitive a un controllo disciplinare fatto di registri elettronici, tornelli, voti in condotta, tirocini gratuiti in azienda e regolamenti d’istituto che spesso limitano le espressioni culturali e politiche.
È la scuola forgiata dalla ristrutturazione capitalista neoliberale e dalla sua accelerazione, in Italia, degli ultimi 15 anni. Una scuola il cui obiettivo è quello di instradare settori sempre più ristretti di studenti a mansioni altamente qualificate, e disciplinare la gran massa per trasformarla in forza lavoro flessibile e precaria, come richiede il modello di accumulazione vigente. Da qui la crescente biforcazione tra scuole di serie A, spesso licei, e scuole di serie B, gli istituti tecnici e professionali, impostata dall’autonomia scolastica negli anni 90-2000, approfondita dalla Buona Scuola del PD (2015) e ora in corso di perfezionamento con la riforma Valditara. Una biforcazione che si interseca con gli enormi divari territoriali nord-sud, e la segmentazione su basi etniche e di classe degli studenti nelle stesse scuole delle regioni settentrionali. Non è quindi un caso se una delle novità di questa fase delle mobilitazioni dei medi sembra essere una crescente attivazione degli istituti tecnici e professionali – accanto ai licei, tradizionalmente più politicizzati – segnalata dalla composizione delle piazze di questi giorni, in cui la componente più combattiva, almeno al nord, sono state le seconde generazioni.
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Detto questo, se la scuola neoliberale divide, nel quadro della crescente polarizzazione del mercato del lavoro e della crisi, essa al contempo unisce con un aumento trasversale della coercizione per tutti gli studenti. Mentre gli alunni dei tecnici e dei professionali sono sempre più trattati come una questione di ordine pubblico e subiscono più degli altri l’autoritarismo nelle classi e nelle imprese dove vengono sfruttati per centinaia e centinai di ore sottratte alla didattica, quelli dei licei devono guadagnarsi sempre più duramente, a suon di pressioni familiari e scolastiche che si aggravano, il loro ruolo di “futura classe dirigente”, come amano ripetere i professori più vecchi dei classici e degli scientifici. Tanto nei tecnici, quanto nei licei, quando i medi si oppongono a riarmo e militarizzazione identificano quindi il profondo legame tra la propria realtà educativa e il suo peggioramento a più livelli associato a tendenze del genere.
Questo quadro, che va sicuramente completato da analisi più approfondite, può aiutare a spiegare perché siamo di fronte a una mobilitazione in grado di combinare un’opposizione articolata al bellicismo imperante con una partecipazione molto ampia. Nel frattempo, la realtà di una scuola sempre più selettiva e competitiva (vedi: “meritocratica”) e contemporaneamente disciplinare, insieme a discorsi che da un lato fomentano il razzismo e dall’altro infantilizzano e criminalizzano i giovani come categoria, sono apertamente rivendicati da Meloni e Valditara. Gli stessi Meloni e Valditara membri di un governo che ha raddoppiato le spese per gli armamenti, mentre ha approfondito il degrado dell’istruzione pubblica con con un complessivo definanziamento fatto di riduzione e precarizzazione degli insegnanti, stagnazione degli investimenti per la messa a norma delle scuole – soprattutto al sud – e accorpamenti degli istituti che peggiorano le condizioni di mobilità degli studenti di periferie e aree interne (le prime abitate da giovani dei settori popolari e razzializzati nelle grandi città del nord, e le seconde concentrate soprattutto nel meridione e nelle isole). Ecco che inevitabilmente l’opposizione al riarmo degli studenti medi diventa immediatamente una leva per un’opposizione di massa al governo.
Un’analisi del genere non vuole certo ridimensionare l’importanza del movimento studentesco universitario: la radicalità dei medi è infatti un’opportunità per riattivare le reti che si sono mobilitate per la Palestina gli scorsi 2 anni, mentre parte dei nuovi studenti universitari sono liceali che hanno fatto le occupazioni delle loro scuole durante il Blocchiamo Tutto. Gli universitari vivono inoltre tutta una serie di questioni materiali che li rendono ricettivi a punti di vista anti-sistema, come crescenti pressioni competitive di un’università sempre più classista, effetti del definanziamento dell’istruzione in termini di strutture inadeguate, ma soprattutto crescenti costi dei trasporti e degli affitti. Tutti fenomeni il cui nesso con il riarmo, con le implicazioni delle guerre imperialiste e gli interessi che vi stanno dietro sono abbastanza facili da identificare.
Gli atenei rimangono inoltre grandi concentrazioni di giovani in cui è più facile la socializzazione politica e la formazione di avanguardie militanti che negli ultimi anni sono state in grado di individuare e agitare queste connessioni, aiutando la politicizzazione degli stessi studenti medi. Tuttavia, l’università, e in particolare quella neoliberale, è un’istituzione più individualizzante e meno totalizzante delle scuole superiori. Così, gli universitari come massa riescono a collegare meno direttamente i processi di militarizzazione in atto con la loro esperienza di studenti. Questo vuol dire, da un lato, che i militanti politici studenteschi devono provare ad approfittare della radicalità dei colleghi più giovani, e strutturare un coordinamento dal basso più regolare con essi per aumentare la concentrazione di forze attorno lotte come il caro affitti, il caro trasporti e l’assenza di strutture abitative pubbliche e gratuite, oltre a mettere in discussione insieme un sistema dell’istruzione sempre più funzionale alle esigenze delle imprese. Da un altro lato, nella misura in cui il rapporto tra l’esperienza quotidiana del grosso degli studenti universitari, riarmo e militarizzazione non è immediato come per i medi, solo lavorare per diffondere una prospettiva, un’organizzazione e un’immaginario coerentemente anti-capitalisti, socialisti e rivoluzionari potrà saldare nella lotta tutto il fronte studentesco.
Potenzialità e contraddizioni nella mobilitazione del mondo del lavoro
L’ondata inflattiva associata allo scoppio della guerra in Ucraina nel febbraio 2022 aveva rapidamente determinato una serie di scioperi contro il carovita nei principali paesi europei. Negli ultimi mesi, il mondo del lavoro non sembrava invece mostrare la stessa reattività sul terreno della mobilitazione, in una situazione per certi versi ancora peggiore. In Francia vediamo però la potenzialità della mobilitazione studentesca nel trascinare il conflitto su un terreno di classe e popolare più ampio. Il 5 novembre vi sarà uno sciopero generale lanciato un mese fa con l’obiettivo di isolarlo dalla protesta studentesca, ma che con l’allargarsi della mobilitazione giovanile, degli insegnanti e di crescenti strati popolari potrà trasformarsi in una grande data di lotta. Lo stesso sta avvenendo in Spagna, con lo sciopero generale contro carovita e prezzo degli affitti a cui i vertici dei principali sindacati sono stati costretti dall’acampada a trazione giovanile di Madrid.
In Italia, accanto all’attivazione degli studenti, si sta in effetti verificando in maniera non coordinata quella di pezzi di mondo del lavoro, come gli agricoltori calabresi, gli autotrasportatori del sud e i lavoratori dell’ILVA di Genova e Taranto. Con il blocco dei transiti di combustibili e prodotti alimentari questi settori hanno ricordato al governo la capacità della classe lavoratrice di paralizzare l’economia. Gli agricoltori e gli autotrasportatori non sono però categorie di classe omogenee. I primi uniscono micro-imprese famigliari a piccoli imprenditori al contempo schiacciati dagli oligopoli della grande distribuzione e sfruttatori accaniti, spesso ai danni di manodopera migrante criminalizzata. Analogamente, i secondi combinano una massa di ‘padroncini’, nei fatti finti lavoratori autonomi alle dipendenze di di grandi committenti, e una manciata di piccoli imprenditori dei trasporti subordinati nelle catene di subfornitura industriali e logistiche, ma che a loro volta scaricano questa subordinazione sul costo del lavoro. Anche quando nel caso di agricoltori e autotrasportatori si tratta di lavoratori, se non salariati perlomeno non-sfruttatori, e non di piccolo borghesi, siamo di fronte a frazioni circoscritte e tradizionalmente non politicizzate a sinistra della classe lavoratrice. Così, senza una chiara alternativa di classe, il rischio è che la loro protesta venga ricondotta nell’alveo di rivendicazioni corporative e\o guidata da interessi piccolo-imprenditoriali, il cui obiettivo è risolvere il problema del carobenzina con nuove esenzioni fiscali – ovvero a scapito del salario indiretto del complesso della classe lavoratrice -, oppure con un ulteriore rallentamento delle misure per contrastare il cambiamento climatico4. Questi interessi sono inoltre associati a una prospettiva politica per cui il soggetto sarebbe un generico popolo e la soluzione a tutti i problemi istituzioni statali più forti e decise; una prospettiva che minaccia di separare agricoltori non-sfruttatori e autotrasportatori proletari dal resto della classe lavoratrice e dai giovani che si trovano ad affrontare un uno stato sempre più repressivo.
Parole d’ordine populiste non dissimili sono state recentemente combinate con istanze progressiste contro carovita, tagli e riarmo, da reti ‘civiche’ non ben identificate – ma probabilmente collegate a una specie di progetto stile Sardine, stavolta non per il PD, ma per Giuseppe Conte5 – che hanno lanciato sui social le manifestazioni del 17 ottobre. L’ampiezza della partecipazione giovanile a questa data, forte del successo dello sciopero del 16 e dello slogan “Fare come in Francia”, ove sempre il 17 si respirava un clima semi-insurrezionale, ha però fatto sì che quelle piazze diventassero espressione di una rabbia contro il governo non canalizzabile dal centro-sinistra (più o meno mascherato). Sull’onda della forza degli studenti, l’intervento in questa dinamica di piazza delle reti autonome e più in generale dell’estrema sinistra politica e sindacale a Torino, Milano e Bologna ha inoltre permesso di imprimere parole d’ordine anti-capitaliste alla mobilitazione, la cui composizione combinava studenti, seconde generazioni e settori di lavoratori nuovi ai ‘giri militanti’.
Il 30 ottobre, l’importante occasione dello sciopero USB per inaugurare una nuova stagione di lotta
La situazione nel paese è resa ancora più interessante dall’imminenza dello sciopero generale di USB del prossimo 30 ottobre. L’auspicio è che in sinergia con la spinta della mobilitazione studentesca, la chiamata possa avere un effetto simile a quanto avvenuto il 17 ottobre su quelle fasce di classe che oggi si stanno mobilitando su parole d’ordine contraddittorie, e al contempo fare da punto di convergenza per altre categorie di lavoratori poco sindacalizzate, come quelle componenti di precariato giovanile delle grandi città che fecero da massa critica per lo sciopero generale del 22 settembre 2025 per la Flotilla. Certo, la proclamazione di USB avrà la forza d’urto e l’eco internazionale di un settore strategico come i portuali, che in quell’occasione sciopereranno coordinati in vari paesi europei e del mediterraneo. Affinché il 30 ottobre si traduca in una grande giornata di lotta sarà però importante che, come avvenne sempre lo scorso 22 settembre, la base della CGIL e degli altri grandi sindacati rompa con la passività delle proprie dirigenze e decida di incrociare le braccia.
Vi sono ottime ragioni per farlo: mentre Landini fa comizi con il Partito Democratico, il carovita peggiora giorno dopo giorno. È inoltre sempre più chiaro come per costruire i rapporti di forza contro il governo sia necessario che la classe lavoratrice non perda l ’opportunità di collegarsi al fermento giovanile, e viceversa – la partecipazione allo sciopero del 30 ottobre è stata infatti rivendicata praticamente in tutti i cortei studenteschi del 16. Certo, Landini ha lanciato lo sciopero generale dell CGIL il 20 novembre, che sarà anche un’importante data di mobilitazone internazionale degli studenti. Sarebbe però un errore imperdonabile attendere quasi un mese per scioperare: bisogna cogliere l’attimo dell’ondata di attivazione giovanile in corso. Se in questo modo lo sciopero generale di USB si trasformerà in una grande data di lotta, anche quello CGIL di novembre potrà diventare un appuntamento interessante. Questo, a patto che l’energia dal basso che auspichiamo si esprimerà il 30 ottobre non venga lasciata disperdere, ma ci si impegni a strutturarla e a moltiplicarla costruendo assemblee che a partire dai luoghi di studio e di lavoro, coordinino studenti e lavoratori, a prescindere dalle sigle sindacali per decidere insieme e democraticamente i prossimi passi della mobilitazione e definire una strategia per trascinare nella lotta sempre più settori di giovani e lavoratori.
Dal nostro punto di vista, questo significa dare forza alla parola d’ordine di un grande sciopero unitario CGIL e sindacalismo di base; un grande sciopero per mandare a casa il governo. Non possiamo aspettare le elezioni per costruire i rapporti di forza e un’alternativa di indipendenza di classe a Meloni & co., ma anche alle ipotesi di campo largo. Serve mobilitarsi ora sulla base di un programma che abbia come punti importanti, tra gli altri, lo stop al riarmo e una scuola democratica gratuita e di qualità, forti aumenti e scala mobile sui salari, insieme all’esproprio e alla messa sotto controllo dei lavoratori di ENI e delle altre grandi aziende fossili per ridurre i prezzi dell’energia e finanziare una reale riconversione ecologica dell’economia, al posto della riconversione bellica.
Lorenzo Lodi
NOTE
1. Si rimanda alla nostra analisi del Blocchiamo Tutto: “A un anno dal Blocchiamo Tutto: bilanci e prospettive per una politica rivoluzionaria”.
2. Con l’espressione “bolla AI” non vogliamo rimandare a una concettualizzazione per cui vi sarebbe una finanza cattiva e un’economia reale buona; il riferimento è semplicemente all’enorme sproporzione tra gli assets finanziari e i profitti produttivi delle big tech a cui si assiste in questo momento. Per un’analisi marxista: Roberts M (2025) The AI bubble and the US economy.
3. Si veda la nota 1
4. Per un avere un buon quadro della composizione della protesta di autotrasportatori e agricoltori, si veda l’articolo di Stefano Innacone “I tir del sud spaccano l’italia, il caro gasolio spiega i piccoli”, sul Domani del 20/10/2026. Una delle rivendicazioni della protesta è l’eliminazione delle tasse sulle emissioni (ETS), uno strumento criticato anche da settori di confindustria. L’opposizione a tasse che gravano sui lavoratori, mentre le grandi aziende che rappresentano le principali responsabili della crisi climata fanno enormi profitti, va appoggiata. Tuttavia, va agganciata a un piano di esproprio delle multinazionali dell’energia per pubblicizzarle, metterle sotto controllo dei lavoratori e finanziare un reale piano di transizione ecologica, se non si vuole riprodurre la frattura tra ambiente e lavoro nell’interesse di chi comanda in questa società.
5. Ci interessa poco, alla luce degli sviluppi delle proteste del 17 ottobre, chi fosse realmente dietro la chiamata, se non per rivendicare l’opportunità di intervenire in contesti di mobilitazione spuria per torcerli sinistra, nonché l’efficacia di un’attitudine del genere in questo clima effervescente sul piano sociale. A suffragio della nostra ipotesi, in ogni caso, si noti come la pagina Italiainpiazza17 ha affidato la denuncia dei tagli alla sanità a una parlamentare dei 5 stelle. Ci comunicano inoltre che in alcune città, come Napoli, la richiesta di autorizzazione per le piazze è stata fatta da noti esponenti del mondo grillino.
Dottore di ricerca con una tesi su catene globali del valore automotive, sviluppo ineguale e lavoro in Nord Africa, milita nella FIR-Voce delle Lotte a Firenze ed è stato attivo nei movimenti universitari per la Palestina e contro la militarizzazione della ricerca.
