La retorica dell’unità della nazione e del senso civico, di responsabilità individualizzata di fronte alla crisi, non fa che sfruttare una situazione di calamità per sperimentare nuove forme di consenso verso una torsione autoritaria e trash dello Stato, così come un’estensione delle forme di repressione sui lavoratori e sulla popolazione.

Ospitiamo un contributo sul tema, che non va assolutamente sottovalutato, anche in questi terribili giorni di espansione del Coronavirus.


Chi ha detto che il trash italiano può essere solamente cosa da spettacolo mediatico televisivo e non? La politica italiana ci dà sempre dimostrazioni di essere una buona riserva di immondizia che in un mondo normale, quello scandito da almeno quella coerenza istituzionale e gerarchica che è cosa di tutti gli altri paesi, sarebbe relegata alla ridicolizzazione di fenomeni sociali più o meno limitati e comunque al margine delle immagini riconosciute di un paese. Invece abbiamo politici che fanno le corna, politici che scrivono canzoni e ballano in video, politici che hanno difficoltà a pronunciare lo stesso italiano, politici che fanno i capipopolo. Si potrebbe dire senza dubbio che l’immondizia politica in Italia non solo non è marginale, ma è anche capace di arrivare a governare regioni o a sedere in Parlamento. In Italia la questione di quanto il ridicolo, cioè l’insulso e il grottesco, siano in voga pone la questione: a cosa serve questo fenomeno in Italia?

Abbiamo riso e ci siamo divertiti vedendo alcuni video in cui istituzioni/aspiranti sceriffi cercano di mettere ordine ed esecuzione ai decreti che dovrebbero contenere il virus. Ora però sarebbe il momento di chiedersi: cosa accade quando un politico indossa la camicia delle forze dell’ordine? Comincia questa a tendere verso il nero? Quando viene meno quella distanza amministrativa, ma io direi anche politica, tra forze dell’ordine e amministrazione, non si cade in un problema democratico? È chiaro però che questa risposta dipende sostanzialmente dalla domanda se queste misure e attitudini siano o meno efficaci al contenimento del virus al momento attuale. Ogni risposta deve porre soluzioni che capovolgano la situazione nella sua interezza. Credo la risposta alla domanda sia abbastanza semplice da un lato. Se ci devono essere misure di contenimento e qualcuno deve farle rispettare (i casi di mancato rispetto del contenimento sono stati già abbastanza), le istituzioni elette non hanno alcuna funzione sulle strade tranne quella di propaganda e di rafforzamento della repressione, nonché del suo incitamento. Ad oggi, già dura e pesante verso il mondo dell’attivismo, ricordiamo cosa è accaduto a Eddi, combattente nel Kurdistan, e cosa è accaduto a Nicoletta, combattente nella Val Susa. Un governatore di regione che va nella macchina delle forze dell’ordine con l’inno di Mameli al posto della sirena quale servizio sta dando alla comunità? Nessuno, tranne quello a sé stesso. Messo in custodia il fattore virus, ora c’è da analizzare l’altro lato, quello riguardante lo sviluppo securitario delle manovre di governo.

Per il consenso indotto che si creato ora, governi grandi e piccoli prendono una boccata d’aria sulla società e la reprimono nei suoi più piccoli movimenti. Se il virus è la causa, la conseguenza non può essere la restrizione delle libertà, già abbastanza contraddittorie del nostro sistema. Una specie di rivalsa si è impossessata degli esecutivi che finalmente sentono di avere pieni poteri di fare e disfare a proprio piacimento senza l’intralcio della società. Si può dire serenamente che un controllo così pervasivo dello Stato lo si ha soltanto dove la democrazia effettivamente manca e di esempi odierni ce ne sono tanti.

Il sogno erotico dello Stato è da sempre quello di avere mano libera sulla vita e sulla morte della società che per il fatto stesso di essere la prova materiale delle norme, il fatto che leggi esistono per organizzare e conservare le relazioni tra gli uomini, non ha mai permesso una vittoria totale. Esistente l’Unione Sovietica, in Italia, ci si era appropriati di anticorpi verso lo Stato-termitaio, quello cioè dove ogni individuo ha una parte e quella sola per il resto della storia. Non era possibile che un tale Stato vestisse la società a suo completo piacimento per via di autunni caldi e movimenti operai sull’orlo di una crisi di nervi e di rivoluzioni.

Oggi come risponde la classe lavoratrice all’attacco sempre più grave e che tocca ogni spiraglio di libertà di movimento e pensiero? Quali sono le avanguardie che sentono immediatamente la contraddizione degli eventi? Questo è il punto. Poiché se si guarda oggi a ciò che il sistema produttivo non permette – nominando Confindustria come capomastro delle repressioni per l’interesse di pochi – si trova tutta una filiera di lavoratori che diventa, in una epidemia, carne da macello industriale e commerciale. L’imposizione è chiara: il mio profitto non può fare a meno del tuo lavoro, quindi si esige, da sempre dietro ricatto di qualche regressione economica, che i lavoratori vengano “accompagnati” alla produzione. Qui sta anche la versione riflessa: la filiera produttiva senza lavoratori è ancora uno scheletro senza nervi e senza carne. Le iniziative di sciopero indette dai sindacati, finalmente, colgono il momento giusto e forse possono catalizzare il risveglio di una classe tramortita da un trasformismo politico perenne, una costante mancanza di riferimenti e un immobilismo dirigenziale che va tutto a danno della classe del lavoro vivo. Che Giuseppe Conte voglia continuare a rassicurare che non c’è timore per la tenuta degli statuti democratici, la classe operaia deve essa stessa mantenere ciò che è di suo interesse senza intermediazioni troppo alte da far sbiadire l’obiettivo.

Non esiste in nessuna epoca la formula per cui le istituzioni in quanto tali siano le tenutarie dell’ordine democratico: da sempre invece è lo scontro tra interessi opposti nella società che determina le condizioni democratiche e la classe lavoratrice ha da sempre l’interesse che gli istituti democratici siano supportati e resi sempre più ampi. E non si sta parlando di certo se sia o meno ragionevole potersi fare una passeggiata, ma se il modo e il perché di un determinato lavoro sia giusto o meno. Questo influenza la tenuta democratica della società. Attualmente la “carne da macello” è ancora stipata in autobus verso fabbriche e uffici, tiene le mascherine su per una intera giornata mentre cerca di contenere un’epidemia e va in giro per città e paesi per consegnare merce. A questo non giovano gli sceriffi per le strade e la libertà repressiva scatenata dalle forze dell’ordine. È sui lavoratori che si incarna il bisogno di democrazia, degli istituti progressivi di manifestazione e sciopero, di contrasto alle norme del lavoro, a qualsiasi “no” che si opponga ad una società ingiusta. L’inasprimento delle sanzioni e delle libertà repressive sono un pericolo grave per la classe lavoratrice e i suoi interessi, sia quando viene obbligata esplicitamente ad un certo lavoro sia quando su di essa cade l’indifferenza della dirigenza politica.

Allora a cosa serve l’immondizia politica, cioè lo scarto? All’inizio del ventennio fascista, gli squadristi venivano giudicati come dei perditempo che combinavano solo guai. Sono diventati l’asse portante del sistema a venire e ne hanno difeso con qualsiasi mezzo i privilegi. Guardare oggi quello che accade con le istituzioni dovrebbe essere un sintomo di qualcosa di più grave, pronto a venire alla ribalta quando i doppiopetti non saranno più capaci di cogliere la classe operaia nel sonno.

Luigi Filannino