La quarantena nazionale contro la pandemia del Coronavirus, in un quadro di estrema difficoltà del servizio sanitario e degli altri servizi sociali, mostra già di mettere molte donne esposte alla violenza domestica in condizioni insostenibili. Serve un programma di sostegno adesso!


C’è stata una donna, in questi ultimi giorni, che non abbiamo potuto accogliere. In tempi normali lei e i suoi due bambini sarebbero entrati in una delle nostre case rifugio. Ma non abbiamo la possibilità di fare i tamponi e quindi c’è da scegliere. Che fai? Ignori le indicazioni sanitarie e la fai entrare nella casa rifugio con il rischio che possa infettare le altre donne già presenti, oppure ignori la sua richiesta d’aiuto? Noi non lasciamo indietro nessuno quindi alla fine, con un giro mostruoso di telefonate siamo riusciti a farla accogliere temporaneamente da un suo familiare. Ma non è e non può essere una soluzione stabile. Ecco. questo è un piccolo esempio delle difficoltà davanti alle quali ci troviamo in questo momento.

Riporta Lella Palladino della Cooperativa Eva, che gestisce tre case rifugio e cinque centri antiviolenza in Campania.

Questa è la drammatica situazione di fronte alla quale ci troviamo in questo momento, in piena crisi sanitaria. I centri antiviolenza e di servizi di assistenza, seppure aperti, sono stati negli ultimi anni così massacrati e ridotti all’osso che non hanno nemmeno i fondi per poter avere le giuste precauzioni sanitarie per i propri operatori e per le donne che richiedono aiuto. Indispensabili le campagne di sensibilizzazione sul rilancio del numero per chiedere aiuto in caso di violenza – 1522 –, come quelle che sta portando avanti il movimento Non Una Di Meno, ma questo non può bastare, dobbiamo pretendere di più!
Non solo i centri antiviolenza denunciano che non hanno abbastanza presidi sanitari e logistici per aiutare tutte le donne che ne avranno bisogno, ma anche che nella realtà le chiamate di denuncia si stanno fermando,
sono quasi prossime allo zero; eppure nel 2019 l’81,2% dei femminicidi è stato commesso in casa, ed è statisticamente provato che i periodi durante i quali si registra un aumento degli episodi di violenza sono le vacanze estive e le festività, cioè i periodi in cui la convivenza si fa più stretta. Questo significa che il netto calo di richieste di aiuto non è dettato da una tranquillità generalizzata all’interno delle mura domestiche perché il governo Conte compare ossessivamente sui media a rassicurarci, ma che le donne, a causa del decreto di contenimento per Covid-19, sono sempre a stretto contatto con il proprio maltrattatore. Non hanno possibilità di chiedere soccorso o ne sono troppo spaventate o,peggio, pensano che difficilmente questo sistema, lo Stato, possa aiutarle a tutelare la propria salute e quella dei propri figli dal contagio e anche dalle violenze domestiche. In effetti, cos’ha fatto lo Stato per prevenire questa situazione quando ha emanato il decreto!? Andando avanti così, alle tabelle di contagiati, guariti e morti di covid-19, dovemmo aggiungere quella delle donne picchiate o uccise in casa durante la quarantena – casi di cui si sta venendo quotidianamente a conoscenza.
Ad esempio, è il caso della donna di 48 anni residente a Padova ridotta in fin di vita a martellate dal marito, salvata grazie all’intervento dei vicini, o quello della scorsa domenica a Roma dove una donna è stata accoltellata e decapitata dal figlio ventenne; o ancora a Brindisi dove una donna è stata pugnalata a morte dal figlio 23enne.
Noi rivendichiamo come misure urgenti per affrontare la crisi sanitaria la riconversione di grandi alloggi chiusi dai decreti come hotel, case studenti, ecc. in case rifugio per le donne vittime di violenze domestiche, dove non solo l’accesso sia associato a preventivo tampone e alla distribuzione di tutti i necessari DPI, ma dove le donne possano praticare collettività e supporto attraverso anche metodi di collettivizzazione del lavoro di cura degli spazi o dei figli o delle spese necessarie; questo significa aumentare immediatamente i fondi a tutti i centri antiviolenza, alle case rifugio e aumentare il numero di operatrici che ci lavorano con uno stipendio dignitoso e tutte le protezioni necessarie a chi rischia il contagio pur di salvare delle vite o aiutare delle donne, ma anche che lo Stato si faccia carico di tutte le spese di sussistenza delle donne che abiteranno questi luoghi.

Oggi leggiamo che la ministra Bonetti e la sua collega dell’Interno Luciana Lamorgese stanno studiando per i centri antiviolenza un provvedimento per ampliare il numero degli alloggi, richiesta sollecitata da D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, che la considerano la «misura più urgente che abbiamo chiesto, insieme ai presidi per consentire di lavorare senza ammalarsi»; però fino al 9 marzo, paradossalmente proprio il giorno in cui è stato poi emanato il decreto di quarantena, le ministre, insieme alla sindaca Virginia Raggi erano fortemente convinte della necessità di sgombrare luoghi di collettività, aiuto e supporto alle donne vittime di violenza come la casa rifugio “Lucha y Siesta” a Roma.
Ci viene da chiedere,
quindi, se oltre la romanticizzazione della quarantena, oltre l’idilliaco clima familiare che ci viene illustrato da Conte, adesso non ci tocchi subire anche l’illusione di provvedimenti che lo Stato promette per pulirsi la faccia ma che, nella realtà di già tre settimane di quarantena, di già tre donne uccise e non si sa altre quante vittime di violenza, non ha alcuna intenzione di metter in atto.

Eppure misure urgenti sono indispensabili per porre rimedio al terrore delle donne di denunciare e uscire dalla gabbia in cui lo Stato le ha chiuse gettando la chiave con questa quarantena.

Scilla Di Pietro