Trump, Macron e May pronti alla guerra (?)

“Preparatevi all’arrivo dei nostri missili” ha annunciato ieri con un tweet il presidente Trump, minacciando un attacco aereo in grande stile contro le installazioni militari del regime di Damasco. Il pretesto è la denuncia dell’utilizzo di armi chimiche da parte delle forze armate di Assad contro i civili durante gli ultimi raid a Douma, suburbio di Damasco dove ancora resistono forze antigovenative. L’asse del dibatto politico e mediatico si è articolato attorno alla legittimità o meno del plausibile – e forse imminente – attacco misslistico “Americano” al quale si sono detti disponibili a partecipare anche la premier britannica Teresa May e il francese Macron, entrambi ansiosi di sviare l’attenzione dai problemi interni (come sappiamo la prima continua ad attanagliarsi nella crisi politica successiva alla “BREXIT”, mentre il secondo è incalzato dagli sviluppi dello sciopero dei lavoratori delle ferrovie estesosi negli ultimi giorni agli studenti).

Sarà implicato nell’eventuale offensiva anche il nostro imperialismo che ha dato il via libera per l’utilizzo della base di Sigonella, dove stazionano i caccia statunitensi, anche se ipocritamente il primo ministro dimissionario Gentiloni invoca “distensione e razionalità”. Gli fa eco l’aspirante Capo del Governo Di Maio che rimarcando l’appartenenza dell’Italia alla NATO, si limita a proporre a Trump di ascoltare “i consigli di un alleato”.  Solo Salvini, tra i principali esponenti politici, si smarca dall’ipotesi messa in campo dall’amministrazione USA che equivale a un aumento degli attriti con Putin, del quale il razzista brianzolo è attualmente il principale sponsor nel nostro paese, essendo finanziato – oltre che direttamente dal Cremlino – da quei settori capitalistici che più hanno subito le sanzioni alla Russia (si veda l’interessante inchiesta dell’Espresso del 11/02).

“Fake News!” ha dichiarato il leader leghista rispetto alle accuse rivolte al Capo di Stato siriano nelle ultime 48 ore, facendo eco ad alcuni commentatori secondo i quali sarebbe stato irrazionale dal punto di vista del presidente Baathista utilizzare armi chimiche in un contesto in cui la sua permanenza al potere è più sicura che mai. Di converso, però, proprio nella misura in cui il regime – con il decisivo supporto di Russia e Iran – è riuscito a riconquistare il 70% dei territori persi negli anni passati, Assad ha tutto l’interesse a tentare provocazioni per compattare il fronte interno agitando il pericolo di una nuova aggressione imperialista. Essendo infatti Stato Islamico e ribelli vari alla famosa “canna del gas”, lo spauracchio del terrorismo è sempre meno spendibile in questo senso, mentre è poco plausibile che la “voce grossa” di Trump possa tradursi in un’offensiva in grado di ribaltare la situazione: solo una robusta azione con truppe di terra potrebbe minare l’egemonia militare di Tehran, Mosca e Damasco in Siria.

Dall’amministrazione statunitense non sembrano tuttavia arrivare segnali in tal senso e il veto opposto alla proposta russa di organizzare una commissione indipendente per accertare le responsabilità del presidente siriano, oltre all’avvicinamento alle coste del teatro bellico di due portaerei a stelle e strisce, sono elementi da non sottovalutare, ma che non vanno nemmeno sovrastimati; un’operazione “boots on the grounds” non è qualcosa che si può improvvisare, mentre se c’è un elemento regolarità tra continui zig-zag di Trump è proprio l’abuso di intimidazioni che si risolvono presto in bluffs.

Fatte tutte queste premesse, è necessario sottolineare come il punto focale da cui partire per prendere una posizione politica attorno alla questione non è interrogarsi rispetto alla colpevolezza o meno di Assad. Bisogna anzi indagare il significato politico che assume il tentativo statunitense di strumentalizzare la situazione nel contesto più complessivo della guerra civile siriana e dell’attuale partita medio-orientale.

LA GUERRA CIVILE SIRIANA E IL FALLIMENTO E RIASSESTAMENTO DELLA STRATEGIA USA IN MEDO-ORIENTE

Senza i presupposti per un’azione militare a tutto campo (in ultima analisi l’appoggio “dell’opinione pubblica” compromesso dalle avventure di Bush in Afghanistan e Irak), il sostegno USA all’opposizione “anti-Assad”, e l’iniziale “buon viso a cattivo gioco” fatto insieme a Riad e Ankara di fronte all’avanzata dello Stato Islamico, ha finito negli ultimi 5 anni per rafforzare l’influenza di Russia e Iran che invece hanno potuto intervenire più massicciamente nel conflitto siriano. L’esigenza di continuare ad avere voce in capitolo, ha poi costretto gli Stati Uniti ad appoggiarsi sulle milizie curde in chiave anti-ISIS, finendo per incrinare i rapporti con la Turchia (il secondo esercito della NATO) e riducendo così ulteriormente i propri margini di manovra. Questo, anche nella misura in cui il sostegno fornito dalle petromonarchie a varie milizie jiahdiste come Al Nusra continuava a rivelarsi inefficace, mentre sempre più irrilevanti si dimostravano le forze dell’ “opposizione laica”. Il risultato sono state le trattative di Astana dell’anno scorso, dalle quali Mosca e Tehran sono riuscite a escludere Washington e di fatto a imporre la perpetuazione del regime baathista al potere, mentre Ankara – inclusa invece nel “processo di pace” – è riuscita come sappiamo ad avere mano libera per attaccare le zone controllate dai curdi (o perlomeno il cantone di Afrin).

La minaccia di escalation portata avanti da Trump in queste ore va dunque interpretata ad un primo livello di analisi nel solco sostanziale fallimento della politica USA in Siria negli ultimi anni. Essa si configura insomma come un estremo tentativo per “dire la propria” nell’imminente spartizione del paese, salvando almeno la faccia, e/o qualche miliardo di commesse in vista della ricostruzione post-bellica che – come segnala l’attivismo di Macron e May in queste ore – sembrano fare gola anche alle multinazionali francesi e britanniche (mentre pure l’Italia vuole avere la sua piccola fetta, dopo che la guerra civile ha interrotto lo sviluppo delle floride relazioni con Damasco che avevano portato il nostro imperialismo ad essere il secondo “partner commerciale” della Siria nel 2010 . Impugnare l’episodio delle armi chimiche sui civili (presunto o meno che sia) può inoltre permettere al presidente USA di giustificare la permanenza nell’area di 2000 militari yankee. Qualche giorno fa, infatti, era stato annunciato il ritiro del contingente, forse per venire in contro a un’ “opinione pubblica” che – come attestano i numerosi movimenti di protesta emersi negli Stati Uniti in seguito alle elezioni del 2016 – non sembra dare tregua all’inquilino della casa bianca, sul quale peraltro incombe il rinnovo di metà del Congresso (midterm elections).

Del resto, uno dei cavalli della campagna elettorale di Trump era stato rappresentato dalla promessa di sconfiggere il terrorismo – magari per mezzo di un avvicinamento alla Russia – prima di ridurre ulteriormente l’esposizione statunitense in Medio-Oriente, direttrice che sembrava confermata dal fresco annuncio rispetto al disimpegno dal terreno siriano. Tuttavia è ingenuo pensare che l’imperialismo USA possa disinteressarsi di una regione così importante per i suoi interessi globali: da lì, infatti, proviene ancora il 60% del petrolio mondiale e quegli analisti che hanno visto la retorica “pro-putin” – ormai sempre più in sordina – del successore di Obama come il riflesso dell’esigenza di concentrarsi più sulla Cina che su Mosca e i martoriati paesi dell’area “MENA” (Middle East and North Africa) sono completamente fuori strada, dato che il principale mercato degli idrocarburi prodotti nella penisola arabica è attualmente l’Asia orientale. Così, da quando l’ex magnate dell’immobiliare è in carica, si è assistito più che a un disimpegno dal Medio-oriente – o a una ricomposizione con Mosca – a una ricalibratura diplomatica tesa a ricucire i rapporti con i Sauditi e Israele. Questi ultimi infatti avevano subito pesanti contraccolpi in relazione strategia di Obama volta a controllare – più che a bloccare – l’ascesa dell’Iran nella regione, in aumento in seguito ai risvolti della guerra in Irak e più difficile da contrastare direttamente nel contesto del ritiro delle truppe USA da quel contesto; una strategia, inoltre da connettere con l’esigenza di bilanciare l’internazionalizzazione del capitale Saudita che negli ultimi decenni ha un rapporto molto più contraddittorio che in passato con quello USA nella regione (si veda l’ottimo studio di Adam Hanieh, sulla presa economica delle petromonarchie in Nord-Africa e Medio-Oriente, ormai molto maggiore di quella “Americana”) [1]. A un secondo livello di analisi, perciò, i recentissimi sviluppi sono da collegare con il riassestamento della politica statunitense nello scenario mediterraneo, quindi con le minacce di mandare in fumo i risultati dei negoziati degli anni passati attorno al nucleare iraniano e con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, quindi di un approccio apparentemente più incline a gettare benzina sul fuoco da parte dell’amministrazione USA.

“IMPERIALISMO” VS “CAMPO ANTI-IMPERIALISTA”? UNA PROSPETTIVA DI CLASSE

Se è vero che una nuova eventuale offensiva USA potrà fare ben poco per cambiare le carte in tavola in Siria, essa rappresenta evidentemente un ulteriore elemento di intensificazione delle tensioni, con ripercussioni immediate – nel caso Iran e Russia volessero “alzare l’asticella” – o di lungo periodo – data la complessità della partita medio-orientale, nella quale sono coinvolti anche Turchia, Petromonarchie e ovviamente Israele (secondo fonti di Damasco, responsabile l’altro ieri di un raid contro installazioni militari del regime, l’ultimo di una lunga serie, ammesso e non concesso che la notizia sia veritiera). Tuttavia, ciò non significa che – se l’obiettivo è quello di prospettare un futuro di emancipazione per i popoli del Medio-oriente – l’alternativa al sostegno agli “Amerikkani”, sia quella dell’appoggio incondizionato ad Assad e al presunto campo anti-imperialista rappresentato da Russia e Iran. Le radici della spirale conflittuale sono infatti da ricercare non nelle ambizioni di questa o quella potenza presa singolarmente, ma nella crisi del capitalismo e nel suo sviluppo ineguale (e combinato) che stanno intensificano la competizione tra attori regionali e globali, i cui interessi di spartizione non hanno nulla a che fare con quelli dei giovani e dei lavoratori, arabi in particolare.

La “destabilizzazione della Siria”, più volte chiamata in causa come frutto dell’operato di  “potenze oscure” è infatti il l’esito di un processo rivoluzionario cominciato sulla scia delle mobilitazioni in Tunisia ed Egitto del 2011, dirottato in “guerra per procura” dalla tempestiva ingerenza di entrambi i campi imperialisti, i quali hanno potuto approfittare della debolezza del movimento operaio locale, frutto a sua volta della compromissione pluridecennale dei suoi punti di riferimento stalinisti con il progetto politico “Socialista Arabo” degli Assad  (promotore negli ultimi decenni di privatizzazioni ed espropriazioni su larga scala, esattamente come gli altri regimi filo-occidentali dell’area) [2]. Per chiarire quanto detto, è utile ricordare come il Partito Comunista Siriano, negli anni 50 uno dei più potenti e minacciosi del medio-oriente, sia da quasi quarant’anni nella coalizione di governo dominata dal baathismo.

Come inoltre dimostrano le recenti ondate di scioperi in Iran e nella stessa Russia (!!) , i proletari di quei paesi sembrano avere più di un conto in sospeso con le rispettive classi dominati, interessate dunque a prolungare le guerre in cui sono implicate anche per instaurare un clima nazionalista e sempre più autoritario in patria. Un esigenza simile, come abbiamo accennato, ce l’ha anche Assad, probabilmente meno preoccupato dalle minacce di Trump che dall’immagine di cosa lo aspetterebbe in un “eventuale periodo di pace”, quando dovrebbe farsi carico dell’enorme questione sociale lascata in eredità dal periodo bellico.

L’opposizione alle recenti minacce dell’imperialismo USA non può dunque andare di pari passo con il sostegno agli imperialismi rivali, ma deve anzi mantenere come prospettiva quella dell’indipendenza della classe operaia, l’unico settore la cui forza sociale può essere mobilitata efficacemente contro la spirale di morte a cui conduce lo sviluppo delle contraddizioni di questo sistema economico.

Django Renato

NOTE

[1] A. Hanieh, Capitalism and Class in the Gulf Arab States, Palgrave MacMillan, London, 2010.

[2] La bibliografia sulle radici politico-economiche della primavera araba è ormai molto vasta. Il libro più completo è sempre di A. Hanieh, a nostro avviso il migliore analista marxista del medio-oriente contemporaneo: A. Hanieh, Lineages of Revolt: Issues of Capitalism and Development in Middle East and North Africa, Haymarket, Chicago, 2013. Per un’ottima storia della Siria contemporanea Si veda: R. Hinnebusch, Syria: Revolution from Above, Routledge, London, 2001

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