La prossima riapertura delle scuole nella situazione critica di risalita dei contagi di Covid-19 ha aggravato la situazione diffusa, endemica del precariato di decine e decine di migliaia di insegnanti nell’istruzione pubblica. Oggi, docenti di tutti Italia hanno manifestato a Roma, in piazza Montecitorio e sotto la sede del Ministero dell’Istruzione.


La riapertura delle scuole, il prossimo 14 settembre, è vicinissima, ma lo stato dei lavori preparatorii per la riapertura dell’anno scolastico in presenza è tutt’altro che in buono stato e compiuta. Non solo gli studenti hanno vissuto per mesi in prima persona una situazione a tratti surreale per via delle politiche del governo e della ministra Azzolina, ma anche i docenti vedono avvicinarsi non il miglioramento, bensì il possibile aggravarsi di una situazione didattica, organizzativa, sanitaria che rischia di far degenerare quest’anno l’istruzione pubblica con una velocità e una profondità inedite, dopo decenni di lente politiche di controriforma e di erosione graduale dei mezzi e delle capacità dell’istruzione pubblica.

Mancano le scuole, mancano gli spazi, la questione sicurezza degli edifici non è neanche lontanamente risolta… e mancano gli insegnanti! Questo hanno lamentato oggi a Roma alcune centinaia di docenti di tutta Italia, con la presenza solidale di decine di studenti e di genitori, la mattina in piazza Montecitorio e il pomeriggio di fronte al Miur, a Trastevere.

Intervento di Emilia, docente di Milano del Coordinamento precari della scuola autoconvocati, alla manifestazione nazionale dei docenti precari.#docenti #concorso #precari #roma #milano

Pubblicato da La Voce delle Lotte su Mercoledì 2 settembre 2020

La situazione pluridecennale di precarietà via via più diffusa ed endemica, del tutto opposta al criterio di stabilizzazione di chi di fatto si trova impiegato continuativamente nello stesso posto di lavoro, si scontra con la necessità oggettiva di aumentare il numero di insegnanti quest’anno, per via della necessità di distanziamento nelle aule e quindi di suddivisione degli studenti in più classi – una necessità che è in totale contrapposizione con le politiche adottate da tutti i partiti al governo negli ultimi decenni, e che non verrà soddisfatta coi pochi strumenti previsti, adottati con criteri “confindustriali” così come il resto delle politiche di Conte “padre della patria” e del suo governo.

Gli insegnanti lamentano dunque un enorme vuoto di cattedre stabili, a tempo indeterminato, che garantiscano la continuità di insegnamento, che va riempito senza se e senza ma, in opposizione ai meccanismi che di volta in volta presentano nuovi paletti e imbuti per non stabilizzare i precari che continuano ad accumulare anni di servizio, e che continuano a non sapere se, al termine di ogni estate, saranno assunti di nuovo.

Il doppio presidio ha visto una presenza sì simbolica numericamente, ma molto eterogenea: sono state presenti diverse delegazioni di coordinamenti di insegnanti, Coordinamento Nazionale Precari Scuola e il Coordinamento Precari della Scuola Autoconvoncati, così come i sindacati CGIL, CISL, USB, CUB, SGB, SNALS, Confederazione Cobas, ADL Cobas: è chiaro che una piazza così eterogenea, dove i dirigenti sindacali non combattivi hanno ancora agibilità e gioco facile, ha molta strada da fare per ottenere successi nella sua vertenza e per essere un fattore di spinta nel più ampio movimento dei lavoratori, specie in questa fase in cui prosegue l’attacco della controparte. Il rifiuto della ministra di incontrare la delegazione dei manifestanti parla chiaro: i discorsi provocatori del presidente di Confindustria Bonomi e di altri paladini della classe dominante, per contratti “rivoluzionari” precarizzanti e sottopagati in tutta l’economia italiana, uniti ai piani per arraffare i fondi “Next Generation EU” (insieme eventualmente al MES), non trovano argini, né tanto meno un un avversario nel governo, che si guarda bene dal fare aperture ai lavoratori e alle lavoratrici.

Nel caso della scuola, però, come hanno segnalato molti interventi, questo significa compromettere profondamente la didattica e la vita quotidiana non solo degli studenti, verso i quali in questi mesi c’è stata ben poca attenzione a fronte dei forti disagi che la gestione della crisi sanitaria ha generato, ma giocare col fuoco di una precarietà di massa che rischia di portare a un tracollo della tenuta complessiva dell’istruzione pubblica italiana. Non solo per la questione sanitaria in sé, con la possibilità di chiusure a raffica di scuole a seguito del contagio di studenti e insegnanti che dovranno spesso usare mezzi di trasporto super-affollati, generando situazioni insostenibili. Ma anche per l’ennesimo tentativo di applicare misure “tecniche”, “innovative”, precarizzanti, divisive e classiste, a partire dalle modalità con cui si è gestita e si vorrà gestire la didattica a distanza, ma senza dimenticare l’arbitrarietà della divisione delle classi in spazi qualitativamente diversi. Non è un mistero che, anche sull’esempio di altri paesi “sperimentatori” durante la crisi del Coronavirus, ci sia una forte pressione sul governo per tentare nuove tecniche di pacificazione e discriminazione degli studenti meno tutelati, più poveri, con la scusa della crisi sanitaria. E questa politica non troverà nessuna opposizione o contrappeso nell’attuale “opposizione” parlamentare, la stessa opposizione che votato le peggiori controriforme della scuola, come quella Gelmini, sottoscritta dal senatore della Lega Pittoni, venuto a riscuotere indebitamente consensi e attenzione mediatica in una piazza che, più che giustamente, l’ha allontanato primo che oscurasse le ragioni della protesta.

A questo quadro complessivo la risposta di lavoratori e lavoratrici, dei e delle docenti, non può limitarsi alle richieste “difensive”, conservative, di rattoppamento della situazione pre-esistente: persino i grandi media che riportano le idee dei grandi capitalisti che vogliono mettere ancora di più le mani sulla scuola, non negano che “quello che c’era prima” non tornerà da sé. Le grandi aziende, con l’appoggio del governo loro amico, hanno fatto e faranno di tutto per far pagare la crisi ai lavoratori, per estorcere loro ancora più soldi tramite i fondi statali ed europei, per ristrutturare i rapporti di lavoro a loro favore così che “tornare come prima” voglia dire tornare alle condizioni di lavoro umilianti e brutali dell’Ottocento, non per pochi “sfortunati” (come i rider senza diritti delle grandi app), ma per tutti.

Per questo serve una risposta attiva, di lotta, basata sulla convergenza delle mobilitazioni e delle rivendicazioni tra i vari settori del lavoro, che metta in campo una forza contraria a quella di Confindustria e soci, perché siano loro, i ricchi, a pagare la crisi; perché siano i nostri bisogni, a partire dalla salute, a prevalere. L’alternativa è un autunno caldo, sì… ma per la lotta che ci faranno i padroni!

Giacomo Turci