Così morì Bobby Sands

  • Category: Cultura
  • Date: maggio 7, 2017

– di Begbie

Il 5 maggio, del 1981, nel carcere di Crumlin Road a Belfast, moriva Bobby Sands dopo 66 giorni di sciopero della fame, contro le condizioni disumane a cui erano sottoposti i detenuti sotto il regime della Thatcher. Bobby era un attivista politico, e membro dell’IRA (Irish Repubblican Army), la quale si prefiggeva (e si prefigge oggi, non senza sentire influenze e derive religiose) lo scopo di liberare l’Irlanda dal giogo dell’imperialismo inglese.
Ma guardiamo più nello specifico la situazione politica in cui versava l’Irlanda in quegli anni: I detenuti irlandesi, specialmente se dell’IRA, a quei tempi, venivano lasciati nudi, al freddo invernale, in celle poco più grandi di un ripostiglio , spesso in condizioni igieniche bassissime, ed in condizione di fame; il tutto volto a disumanizzare ciò che loro rappresentavano, cioè l’espressione di una rabbia popolare, nei confronti di quell’imperialismo Inglese che li attanagliava da quasi 900 anni e il cui conflitto in quegli anni mietette più di 3000 vittime.

Gli irlandesi erano trattati alla stregua di animali, verso i quali il governo inglese creava leggi ad hoc, per impedirgli ogni minima speranza di insorgenza, ed infatti, gli anni in cui la Thatcher fu in carica, furono l’espressione più ampia di tale repressione. Tanto per rendervi il quadro politico più chiaro, nel 1971 il governo Nord-Irlandese introdusse l’internamento senza processo, ciò portò, nel 1972 alla manifestazione contro tale provvedimento nei confronti del popolo gaelico della cosiddetta “Bloody Sunday” dove i paramilitari inglesi , per sedare le rivolte, aprirono il fuoco sulla folla, uccidendo 14 persone e ferendone gravemente altre 12.
Non contento, il governo Nord-Irlandese nel 1976, legiferò abolendo lo status di “prigioniero politico”, mettendo sullo stesso piano quindi ogni tipo di reato, al fine di rispettare i punti cardine che aveva sviluppato ad hoc per i prigionieri irlandesi, cioè la criminalizzazione verso tali prigionieri.

Qui arriviamo alla storia di Bobby, egli fu il portavoce delle proteste carcerarie contro tali condizioni, instaurando la famosa “Blanket protest” tradotto letteralmente la protesta della coperta, nel quale i detenuti si rifiutavano di coprirsi d’inverno. Successivamente nel 78 venne la “dirty protest” nella quale i prigionieri evitavano categoricamente di lavarsi e cospargevano le proprie celle con i propri escrementi, fino ad arrivare allo sciopero della fame, dove Sands fu proposto come candidato alle elezioni come membro del parlamento del Regno Unito, ma lo stesso governo del Regno Unito dopo poco cambiò la legge, proibendo ai detenuti di farne parte. Per mantenere a sua integrità mentale, Bobby scriveva poesie su pezzi di carta igienica, segno della sua continua volontà di combattere e di vincere quella battaglia per i suoi compagni, più che per se stesso.

Il significato delle proteste, fu quello di volersi disumanizzare ancora di più secondo i metodi del sistema carcerario, al fine di combattere con le armi a disposizione dei detenuti (alquanto poche in verità) contro l’opinione pubblica che, modulata dallo stato, tende a considerarli reietti, dei dimenticati. A causa dello sciopero della fame, Bobby si spense dopo una lunga agonia, tra piaghe, e tremendi dolori nell’indifferenza del governo britannico. Insieme a lui, altri nove militanti dell’Ira si spensero, schiacciati tra l’ intransigenza del nazionalismo irlandese e la suprema crudeltà della signora Thatcher. Bobby è diventato quasi un martire, per la lotta ai diritti dei detenuti, lotta che ci vede ancora oggi impegnati nella battaglia del voler abolire la barbarie a cui anche ora i detenuti sono sottoposti, anche se sono cambiati i tempi, e le situazioni, ancora oggi vediamo atroci torture che vengono consumate all’interno del sistema penitenziario, che da un lato vuole far credere di saper “correggere le mele marce della società”, ma dall’altro contribuisce a rendere l’umanità ancora più rara. Ogni anno sono circa 2.500 i morti in carcere non per cause naturali, ma basti osservare più da vicino le stesse vicende legate alle persone uccise negli istituti “correttivi” come Stefano Cucchi, o Aldrovandi o Giuseppe Uva, e la lista è parecchio più lunga. La detenzione, specialmente in tale chiave, ha ampiamente dimostrato di non essere un valido strumento di correzione, ma più specificamente, un mero strumento di repressione, nella stragrande maggioranza dei casi, verso proletari che, nascono, crescono, e talvolta delinquono in una condizione di miseria economica e sociale, dettata dalla perenne guerra tra classi, in cui fino ad ora abbiamo quasi sempre inanellato sconfitte. La vicenda di Sands, e dei detenuti del carcere di Belfast, dovrebbero ricordarci che è difficile udire le grida di aiuto di persone che sono murate vive in una cella, che quando passiamo di fronte ad un carcere non dovremmo vederlo come un edificio in cui ci sono i cattivi, ma come un mostro mangia-uomini, che li ingoia vivi e li risputa morti, una metafora dell’attuale società che dovrebbe spingerci a lottare per salvaguardare la vita umana, ed i diritti di chi voce non ha.
Fonti dell’articolo: Un giorno della mia vita – di Bobby Sands; La Repubblica; Wikipedia.

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