Febbraio-marzo 1921: la conquista fascista di Firenze – seconda parte

Pubblichiamo, separato in tre parti, un articolo sulla campagna fascista che nel 1921 sgominò il movimento operaio fiorentino, preparando la salda presa del potere politico da parte dei fascisti, che salirono al governo nazionale l’anno seguente, chiamati dal re d’Italia in persona. Qui in versione Pdf l’articolo intero.


La rivoluzione in attesa di direttive

Parafrasando un colorito proverbio popolare, l’incapacità quando va al comando fa rumore o fa danno. Fino a quel momento, i dirigenti socialisti avevano fatto molto rumore. Quando nel 1920 la temperatura rivoluzionaria arriva al proprio apice, iniziano a fare danno. Il movimento sindacale si sviluppa in forma impetuosa. Ogni categoria entra in sciopero, ferrovieri, post-telegrafonici, perfino i lavoratori della paglia a domicilio. Nascono nuove Camere del Lavoro, come quella di Empoli. Ma nell’aprile del 1920, il movimento operaio torinese, avanguardia del proletariato italiano, lasciato isolato di fronte alla serrata padronale, viene sconfitto in campo aperto. In Toscana questo avvenimento non è nemmeno accennato nella stampa socialista locale.

Il partito è immobile, tronfio delle proprie posizioni amministrative raggiunte e intento a guadagnarne di nuove. Ogni movimento scoppia sulla base della provocazione avversaria. A marzo a Cerreto Guidi (Fi) un giovane è ferito gravemente da una pattuglia di carabinieri perché cantava Bandiera Rossa. In provincia di Bologna, il 5 aprile 1920 si verifica un eccidio contadino da parte delle forze dell’ordine. Il movimento di protesta si estende impetuoso alla Toscana: “E’ importante notare che lo sciopero non fu proclamato dal centro ma per iniziativa locale e che ad esso restarono estranei tanto la Confederazione generale del lavoro come la direzione nazionale socialista”viii.

La maggioranza dei comuni della provincia fiorentina entra in sciopero ad oltranza, “formulando l’augurio che lo sciopero stesso non si risolvesse in una delle solite sterili proteste, ma fosse l’inizio di un’azione seria e decisa atta a condurre il proletariato al raggiungimento degli scopi ai quali anelaix”. Ma il movimento rimane in sospeso, nell’attesa vana di direttive dal centro. E in questo stato di attesa inizia a disgregarsi tra disillusione e impazienza, diventando così preda di ogni sorta di provocazione. Ad Empoli scoppia una baruffa tra un carabiniere e dei giovani, la quale si conclude con l’uccisione di un manifestante per un colpo “casualmente” partito dalla pistola del carabiniere.

La reazione impara così per successive approssimazioni l’arte della provocazione. La perfeziona sul campo. Gioca con il movimento come il gatto con il topo. Comprende che l’iniziativa rivoluzionaria è sconclusionata, preda di impazienza e priva di direttive. A livello nazionale tra l’aprile 1919 e il settembre 1920 si verificano 140 conflitti con esito letale tra socialisti e polizia, con più di 320 operai uccisi contro un piccolissimo numero di vittime tra la polizia.

In Toscana il fenomeno è particolarmente rivelante ed è propedeutico a preparare la trappola che scatterà nel 1921. Ma per il momento la provocazione poliziesca e fascista può solo mordere e fuggire. Non ha alcuna speranza di guadagnare un consenso di massa. Quando nell’autunno del 1920 i fascisti effettuano una prima spedizione punitiva contro l’amministrazione socialista di Montespertoli (Fi), vengono accerchiati dalla popolazione locale. Devono essere sottratti al linciaggio dall’intervento della polizia. Perché l’ambiente cambi in maniera generalizzata, è necessario che il disorientamento del movimento si trasformi in vero e proprio sbandamento. E queste condizioni maturano proprio nella seconda parte del 1920.

La sconfitta in campo aperto

Nel settembre del 1920 le principali aziende metalmeccaniche italiane entrano in occupazione. Il partito socialista e la Cgl si rifiutano di trasformare il movimento in un’aperta lotta per il potere. Il movimento rifluisce sulle proprie stesse basi per stanchezza, lasciando spazio allo sbandamento. Lo stesso identico processo si verifica nel movimento mezzadrile fiorentino.

Il Partito popolare italiano (Ppi), espressione delle gerarchie ecclesiastiche e di settori significativi dello stesso padronato agrario, inizia a cercare di erodere il consenso ai socialisti, promuovendo l’opposizione sociale alle giunte rosse. Quest’ultime sono immobili. Non potrebbe essere altrimenti. Una volta insediati nei Consigli Comunali, i socialisti hanno scoperto che l’unico privilegio che gli viene concesso è quello di amministrare una massa enorme di debiti accumulati durante la guerra. Ma, come sempre accade ai riformisti, questa nuova visione del mondo non li spinge a maggiori conclusioni rivoluzionarie, ma al contrario a sentirsi maggiormente “responsabili”. Da amministratori colgono tutte le problematiche del sistema. Il padrone quand’era sindaco non era cattivo. Era in fondo solo oberato da una situazione debitoria importante.

Con nuovo senso di responsabilità, dall’aprile 1920 i dirigenti provinciali del Psi si spendono in ogni modo per giungere ad un nuovo patto colonico con l’Associazione Agraria Toscana. Il patto colonico unico firmato in estate lascia molto a desiderare ma è difeso in maniera congiunta di fronte ai contadini da proprietari terrieri e socialisti.

La fiaccola della protesta mezzadrile viene così raccolta dalle leghe mezzadrili bianche le quali denunciano il patto e si mettono alla testa della nuova ondata di scioperi che si scatena dalla primavera all’autunno dello stesso anno. Ma il Ppi è una contraddizione sociale assemblata in partito. I suoi dirigenti sono gli stessi proprietari agrari contro cui la lotta mezzadrile è rivolta. Le braccia del partito promuovono lo sciopero mentre la testa lo maledice. Alle trattative tra leghe mezzadrili bianche e associazione agraria i dirigenti popolari siedono da entrambi i lati del tavolo. Il Ppi ha cominciato la lotta per rafforzarsi ai danni del Psi. Ne esce in realtà completamente disgregato. I proprietari agrari si convincono dell’impossibilità di usare i popolari per reprimere il movimento. Maledicono i settori sociali cattolici che li hanno spinti a giocare con il fuoco della rivolta. Dal canto loro i dirigenti delle leghe bianche non hanno alcuna intenzione di immolarsi sull’altare della lotta. Quando le forze dell’ordine scatenano la repressione contro i contadini, i dirigenti popolari scappano a gambe levate. Il movimento contadino rimane così sospeso in aria: nato in opposizione alle amministrazioni socialiste, aizzato contro il patto raggiunto tra leghe rosse e Associazione Agraria, viene ora abbandonato alla repressione anche dalle leghe bianche.

Le campagne non hanno perso solo la battaglia. Hanno perso qualsiasi referente organizzato. Mentre le leghe perdono iscritti, l’Associazione Agraria Toscana tocca il proprio apice organizzativo. Nel convegno del dicembre 1920 conta 5324 membri contro i 1264 soci con cui era nata. Un terzo della proprietà agraria toscana è raccolta in una solida organizzazione padronale. In questo clima i fascisti iniziano a fare incursioni punitive senza incontrare resistenza.

Il Mugello, insieme al pratese, è l’epicentro in autunno dello sciopero mezzadrile. A San Piero a Sieve a novembre un gruppo di mezzadri aveva osato protestare presso la tenuta della contessa Cambrai Digny. Un gruppo di giovanotti, risultati poi essere i principali caporioni del fascismo fiorentino, viene invitato il 10 dicembre a colazione presso la stessa tenuta. Adeguatamente riscaldati dai migliori Chianti, escono dalla tenuta e si dirigono in paese dove sparano – da veri eroi – a un vecchio mezzadro di 72 anni. Gli viene consigliato di costituirsi e così fanno. Qualche giorno dopo viene intercettata la telefonata tra l’avvocato liberale Fera e il deputato industriale nazionalista Philipson:

Phil: E’ stato ucciso un vecchio di 72 anni?

Fera: Precisamente, proprio quello…I fascisti sono stati proditoriamente aggrediti dai coloni bianchi!

Phil: Dimmi, dimmi bene! I fascisti dove si erano recati?

Fera: A San Piero….per le agitazioni dei coloni bianchi contro i proprietari.

(…)Phil: Arrestati o no?

Fera: Semplicemente fermati; ma essendo molto evidente che essi hanno agito in stato di legittima difesa…ecco tutto…Non so se sarà spiccato mandato di cattura…In ogni modo ho voluto informarti perché il tuo atteggiamento in questo momento è utilex.

Attorno ala canaglia fascista si stende la rete dell’impunità. Le azioni possono dunque guadagnare di forza e intensità.

Fascismo e Stato democratico

La repressione che si scatena a Firenze nel febbraio 1921 non sarebbe possibile senza fascisti. Ma i fascisti non avrebbero la forza di scatenarla da soli. Sono divisi, non riconoscono l’uno la legittimità dell’altro. Il fascio fiorentino passa da diverse scissioni. Le sue fila sono formate da avventurieri, truffatori, imboscati che si spacciano per ex arditi della guerra, nullatenenti che si proclamano marchesi. Sono anche numericamente poco consistenti. Essi iniziano la propria ascesa sotto l’ala tutelare delle associazioni padronali locali, dei circoli di ex combattenti, dei salotti bene di Firenze, della prefettura e del quotidiano La Nazione.

Il fascismo non è lo Stato borghese. E’ un movimento controrivoluzionario di massa che si basa sulla mobilitazione della piccola borghesia e del sottoproletariato, esasperati dalla crisi. La piccola borghesia non può tollerare di essere stretta a lungo nella morsa tra lotta operaia e dominio del grande capitale. Per sopravvivere alla crisi, ha bisogno che una di queste due forze vinca in maniera definitiva. O con il proletariato per liberarsi dall’oppressione dello Stato e dei debiti verso le banche, o con la grande borghesia contro qualsiasi forma di sciopero o rivendicazione sindacale: questo è il bivio. Nel 1920 la rivoluzione è fallita, dimostrandosi incapace di sciogliere questo nodo. Ora la piccola borghesia passa rabbiosamente alla controrivoluzione.

E proprio perché il fascismo nasce dall’esasperazione sociale, deve darsi una fraseologia ribelle e pseudo-rivoluzionaria. Con tale fraseologia incendia l’immaginazione del bottegaio ed avvolge i settori più arretrati del movimento operaio e contadino. Il disoccupato entrando nelle bande fasciste sente di poter dominare la società. Da reietto è improvvisamente invitato a mangiare al tavolo del padrone. Da ricercato della polizia, ha improvvisamente accesso alle sue grazie.

Tuttavia né piccola borghesia né sottoproletariato possono giocare un ruolo dominante. Il loro ruolo non è in ultima analisi preponderante in una società basata sui grandi mezzi di produzione. Il bottegaio dipende dalla banca, vende nel proprio negozio i prodotti della grande produzione e non ha potere di determinare le scelte di un intero Stato come fanno i grandi gruppi industriali. Il sottoproletario può costituirsi in banda fascista ma ha bisogno di una forza esterna che lo finanzi. La sua azione può mantenersi indipendente solo per un periodo breve.

Per questo, se il fascismo non è lo Stato, esso è comunque destinato ad inglobarsi con lo Stato. Nasce perché lo Stato si dimostra incapace di farla finita con la rivoluzione e ne fa da supplente. Se il fascismo non vive del solo aiuto statale, è comunque fiancheggiato attivamente dalle forze dell’ordine. Se non è un fenomeno nato dai grandi gruppi economici, è sempre e soltanto un servo di tali gruppi. Come scrive Gramsci:

Il fascismo è l’illegalità della violenza capitalistica; la restaurazione dello Stato è la legalizzazione di questa violenza; è nota legge storica che il costume precede il giudice. (…) Il fascismo ha assaltato Camere del lavoro e municipi socialisti: lo Stato restaurato scioglierà “legalmente” le Camere del lavoro e i municipi che vorranno rimanere socialisti. Il fascismo assassina i militanti della classe operaia: lo Stato restaurato li manderà “legalmente” in galera e, restaurata anche la pena di morte, li farà “legalmente” uccidere da un nuovo funzionario governativo: il carnefice.xi

Si tratta di righe scritte nel 1920. Tra illegalità fascista e legalità borghese non esiste contrapposizione. Esiste un rapporto mutuo, dialettico, di trasformazione dell’una nella seconda. Tra il 27 febbraio e il primo marzo 1921 a Firenze ed Empoli le strade della violenza fascista e statale iniziano il proprio intreccio ufficiale. Nell’aprile 1921 scrive il prefetto di Firenze a Giolitti: “E’ da avvertire che truppa, carabinieri, regie guardie e municipio e la stessa magistratura simpatizzano pientamente coi fascisti”.

Il primo congresso del Partito Comunista d’Italia a Livorno nel 1921.

Il costume precede il diritto, diceva Gramsci. Il diritto dei fascisti alla repressione è preceduto dalla conquista del costume cittadino. La Nazione bombarda l’immaginario collettivo con la cronaca nera. Il giornale si dedica a omicidi familiari, stragi inventate e suicidi fantasma. Anche attraverso le cronache nere, il mondo appare irrazionale, insensato agli occhi del borghigiano. Le efferatezze della cronaca nera si fondono sempre di più con le violenze della lotta di classe, tanto che il mondo appare afflitto da un’unica grande follia, un’unica grande sciagura. Nelle steppe russe si mangiano i bambini, nelle nostre piazze si assaltano i poveri carabinieri, nelle nostre case la follia è in agguato: per fortuna nasce un gruppo di volenterosi, destinati a mettere fine a tanta pazzia.

Nell’agosto del 1920 in piena Firenze esplode un vecchio deposito di armi della prima guerra mondiale, causando 8 morti e centinaia di feriti. La Nazione descrive in maniera dettagliata e pietosa l’improvviso arrivo sul luogo – per primi! – di giovani volenterosi fascisti a rimuovere le macerie. In questa esperienza giornalismo nazionalista e fascismo comprendono l’importanza dei morti per creare un clima di unità nazionale. A fine agosto la polizia apre il fuoco su un comizio socialista. Vengono ammazzati tre operai, ma rimane ucciso negli scontri anche un commissario di polizia. I funerali delle vittime sono molto diversi. Il funerale del commissario si svolge con lutto cittadino, con la piena partecipazione della stampa locale e dell’amministrazione, decine di telegrammi ufficiali da tutta Italia. Quello degli operai vede partecipare 50mila persone, in composto silenzio in mezzo a una distesa di bandiere rosse.

Il meccanismo di parificazione dei morti è comunque scattato. Oppressi e oppressori vanno posti sullo stesso piano fino a che si finirà per convincersi che i martiri sono creati dall’insensata anarchia creata dagli operai. La controrivoluzione sente di aver bisogno di martiri.

Note

ix Lo sciopero a Empoli, Vita Nuova, 11 aprile 1920.

x Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, p. 136.

xi Antonio Gramsci, Avanti!, 24 novembre 1920.

 

Articolo apparso originalmente su Cortocircuito.

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