Il compagno Claudio Bellotti, portavoce della lista “per una sinistra rivoluzionaria”, a latere della conferenza dei lavoratori di SCR a Milano lo scorso 4 febbraio, ha ricordato il commento di una sottoscrittrice sul programma di SR: “punti ragionevoli, ma impossibili”. E bene ha fatto Bellotti a risponderle che “in questo sistema le cose ragionevoli, le condizioni decenti d’esistenza, sono impossibili nelle compatibilità, nelle regole, nelle necessità che ha il capitalismo oggi in questo paese”. È questo dato oggettivo che rende di fatto irragionevoli i programmi di riforme e riformine basate su questo o quell’aspetto del passato, di questa o quella concessione fattaci dalla borghesia, di questo o quell’aspetto dell’economia capitalistica che è già stato sorpassato dall’evoluzione stessa del capitale. Proprio perché oggi più che mai i programmi democratico-riformisti sono, dal punto di vista degli interessi della classe lavoratrice, conservatori, l’unico programma veramente progressista è quel programma che si dà come mezzo la rivoluzione sociale e il passaggio della grande economia, dell’industria, delle banche nelle mani dei produttori stessi, dei lavoratori, e non di un’aristocrazia finanziaria di pochi capitalisti. In questo senso, se pure registriamo difetti e tare a questo proposito in entrambi i gruppi che compongono la lista SR, condividiamo la logica per cui i punti programmatici con i quali animare la battaglia politica tra gli sfruttati non possano ridursi a un “programma minimo” schiacciato sull’equilibrio statale ed economico di oggi, né uno scadimento nei discorsi domenicali sulla “necessità del socialismo” (nei quali eccellono politicanti “comunisti” e opportunisti vari riciclati, come nel caso di Marco Rizzo, candidato alle elezioni e capo del suo “Partito Comunista” che rivendica il patrimonio controrivoluzionario dello stalinismo).

Proprio invece partendo dai bisogni concreti delle più larghe masse popolari e facendoli scontrare coi bisogni dei capitalisti, che sono tutt’altri, è possibile elaborare un programma transitorio che elevi progressivamente la classe lavoratrice a soggetto politico impegnato nella causa della sua propria rivoluzione, la rivoluzione socialista. Certo, sapere come farlo è la sfida che i marxisti e tutti i rivoluzionari in Italia come negli altri paesi hanno davanti, e i metodi della lista SR e in generale dell’attività politica delle sue due componenti, alla luce non degli ultimi mesi ma degli ultimi decenni, ci sembrano inadeguati allo scopo. Lo stesso fatto che SCR e PCL abbiano fatto una lista insieme non è la conseguenza di una convergenza strategica in corso, di un “programma identico” (e infatti il programma di SR risente delle contraddizioni di posizioni diverse): se lo fosse, sarebbe quantomeno sciocco “avere lo stesso programma”, collaborare nella pratica su di esso e rimanere entità separate. E’ il risultato di una fase di instabilità e debolezza politica di entrambi i gruppi: per i “primi passi” di SCR come gruppo indipendente che ha valutato di spendersi e lanciarsi pubblicamente a queste elezioni invitando in un primo momento la sinistra riformista e centrista a un’unica lista, quindi con la prospettiva di un’unica lista (su quale programma sarebbe stata? chissà) con gli stessi nazionalisti di sinistra e coi paladini della Costituzione che invece oggi sono bersaglio di attacchi peraltro molte volte sterili nei contenuti e nelle modalità; per l’agonia politica ormai di lungo corso del PCL, il quale non aveva neanche lontanamente i mezzi per presentarsi da solo e che ha dovuto cedere rispetto alla sua linea di presentazione in solitaria in quanto “unici marxisti d’Italia” (mantenendo però il riferimento al FIT argentino dove, in maniera ben più seria a nostro giudizio, gruppi marxisti con divergenze politiche anche significative polarizzano verso di sé, sul programma del potere ai lavoratori, la classe operaia e la sinistra argentina). Non è un caso, a tal proposito, che lo sforzo congiunto dei due gruppi abbia portato alla candidatura soltanto in 12 regioni al Senato e 9 regioni alla Camera (e in queste, non in tutti i collegi), nonostante la soglia delle firme inizialmente previste dal Rosatellum fosse 4 volte più alta: ci saremmo aspettati, se non da PaP almeno da SR, un appello per una comune campagna politica a sinistra contro questa legge antidemocratica, e questo ben prima del momento della raccolta firme; abbiamo dovuto invece leggere che “ci si confrontava coi Radicali”(!!!) per trovare una scorciatoia per presentarsi comunque, e infatti l’emendamentino alla legge è prontamente arrivato, grazie non a una mobilitazione ma… alla pressione di una banda di liberisti e alfieri delle guerre imperialiste sui loro cugini del PD!!!

Il carattere confuso di questa operazione (partita, appunto, come proposta di un listone “classista”, anche a Rifondazione) si è mostrato più nettamente con il salto fulmineo di Sinistra Anticapitalista da SR a PaP, secondo la logica eterna degli eredi di Maitan della politica di influenza dei gruppi dirigenti “di sinistra” (che siano “comunisti” o “socialisti” e che dirigano effettivamente le masse operaie non è nemmeno più importante): sparito il problema della lista unica riformista “da D’Alema ai centri sociali”, per SA non c’è stato nessun problema ad apparentarsi coi ceti politici protagonisti delle maggioranze parlamentari e dei governi di centrosinistra massacratori delle condizioni di vita proprio delle masse popolari (visto che si parla tanto di popolo). La cosa paradossale è che questi compagni sono stati incensati come grandi rivoluzionari, specie in ambiente PCL, per tutto il periodo in cui pareva che anche loro potessero far parte di SR, salvo poi essere attaccati furiosamente per il loro “tradimento” (senza che emergesse la benché minima autocritica per la confusione politica della lista SR!), essendo magicamente tornato alla mente il fatto che lo stesso attuale dirigente massimo di SA, Franco Turigliatto, è stato, con Prodi, un sostenitore in parlamento di un governo borghese. Così come non ricordiamo prese di posizione esplicite che cambiassero i giudizi di divergenza profonda (a dir poco, visti i termini meno cortesi a volte utilizzati) tra SCR e PCL. Lo svolgimento della raccolta firme e della (piuttosto debole e metodologicamente poco studiata, anche considerando le scarse forze a disposizione) campagna elettorale hanno, insomma, confermato le perplessità che ci avevano portato a non appoggiare attivamente la lista SR. D’altronde, la nostra posizione per cui siamo ancora ben lontani dall’avere anche solo una seria lega rivoluzionaria marxista in Italia (e non certo già un “partito”) ben impiantata tra gli elementi d’avanguardia della classe lavoratrice, significa (anche in periodo elettorale, non a giorni alterni!) che caratterizziamo SCR e PCL come gruppi centristi che infatti faticano e non di rado falliscono, secondo noi, ad avere una politica rivoluzionaria coerente nella propria attività e produzione letteraria quotidiana – lungi da noi associare questo giudizio alla nostra propria autoproclamazione come “unici bolscevichi d’Italia” o cose del genere! Speriamo però d’aver chiarito perché, nonostante non condividiamo assolutamente posizioni che giudicano dannosa la presentazione elettorale di forze operaie in generale o per lunghi anni davanti a noi, non abbiamo partecipato attivamente all’agone elettorale; d’altronde, lo stesso PCL dovrebbe essere d’accordo con noi che l’appoggio attivo a una lista centrista dovrebbe avvenire qualora essa sia dotata “di un minimo di credibilità tra le avanguardie della classe operaia” (Documento politico congressuale del PCL, 2014), cosa che ci sembra poco in linea con la realtà di un probabile 0,1-0,2% di voti raccolti – di elezioni con un prevedibile alto tasso di astensione.

Ciò che ci sembra necessario, a questo punto, è aprire un dibattito serio e profondo nella sinistra operaia (lasciando al proprio destino le sigle con programmi votati al legame con questo o quel borghese “progressista”) su cosa fare per fare avanzare politicamente il movimento operaio (così come quelli delle donne, degli studenti, degli immigrati e di tutti gli oppressi) con una prospettiva anticapitalista e che abbia il centro la questione del potere economico e politico, e di quale classe sociale debba averlo, se i capitalisti o i proletari: proprio perché la soluzione “ragionevole” ai nostri problemi “impossibili da risolvere” non è una generica lotta o una generica opposizione alle politiche dei capitalisti, ma la lotta per il nostro governo sulla società, per il potere ai lavoratori e per la socializzazione di ciò che oggi è la grande proprietà privata. Su queste basi abbiamo lanciato  un appello per un fronte anticapitalista che dia continuità e prospettiva alle lotte e alle organizzazioni degli sfruttati in Italia, a partire dallo sciopero in diverse categorie del 23 febbraio e del corteo promosso dal SI Cobas il 24 a Roma.

Ricapitolando, reputiamo non si siano create le condizioni per indirizzare politicamente la classe lavoratrice al voto, non essendoci nessuna lista rappresentativa dei lavoratori minimamente credibile o che, se la si sostenesse, potrebbe far avanzare il movimento operaio anche sul piano dello scontro con la classe dominante, anche nel quadro della rappresentazione pubblica dei propri interessi nel parlamento della borghesia.

Non è possibile un voto critico a una forza operaia seppure con un programma riformista, perché questa non esiste (PaP non ha legami significativi col movimento operaio) e neppure un sostegno a un cartello (SR) che, pur presentando un programma anticapitalista, non raccoglie né il voto né tantomeno l’attenzione e il seguito politico anche solo di una parte dell’avanguardia di classe: SR è un progetto senza fondamenta, una tentata scorciatoia di cui non vediamo il futuro, mentre vediamo già lo scoraggiamento dei (pochi) proletari che la voteranno e si troveranno di fronte un risultato questa volta veramente da prefisso telefonico.

Per questi motivi, alle elezioni del 4 marzo ci asterremo.

Frazione Internazionalista Rivoluzionaria