Un nostro lettore, storico militante trotskista, invita ad abbonarsi alla nostra rivista quadrimestrale, Egemonia, disponibile online e in versione cartacea.

È liberamente consultabile online il sesto numero e, dalla prossima settimana, sarà disponibile anche in formato cartaceo. 

Una ‘doppia esistenza’ della nostra rivista che viene incontro a una lettura senza fretta, ponderata, su articoli che hanno una struttura e una profondità diversa rispetto a quelli ‘quotidiani’ che potete leggere sul nostro giornale. Per questo, contattandoci, è possibile acquistare la rivista in formato cartaceo e sottoscrivere un abbonamento annuale per ricevere i successivi tre numeri di Egemonia.


Antonino Marceca, medico e storico militante trotskista, ci ha mandato lo scritto che di seguito pubblichiamo, in cui spiega perché si è abbonato a Egemonia.

In estrema sintesi, a mio parere, due sono i fattori che giustificano la presenza nel nostro paese di Egemonia, una nuova rivista marxista rivoluzionaria: la prospettiva internazionalista e, quindi, la necessità della costruzione di un Partito mondiale della rivoluzione socialista, ovvero la rifondazione della Quarta Internazionale e, dialetticamente correlata a questo grande obbiettivo, la riflessione teorica sulla necessità storica della rivoluzione socialista, e quindi la costruzione di un Partito rivoluzionario anche in Italia. 

Questo grande obiettivo si scontra con le due pressioni fondamentali che subisce il marxismo come attività politica: il settarismo e l’opportunismo. In un contesto in cui i settori che si rifanno in vario modo al marxismo rivoluzionario sono deboli e frammentati, la lotta teorica è una parte fondamentale del radicamento del marxismo, del socialismo nella classe lavoratrice. I limiti politici e organizzativi delle organizzazioni esistenti dell’estrema sinistra passano anche per uno sviluppo inadeguato, o proprio deviato, del lavoro teorico. 

 

Il contesto storico e internazionale da cui emergono le discussioni teoriche di quest’epoca: il banco di prova della guerra in Ucraina

La crisi capitalista del 2008 ha rappresentato l’avvio di una serie di squilibri economici, politico-sociali e geopolitici. Iniziava a manifestarsi la crisi della cosiddetta “mondializzazione” avviatasi con la restaurazione capitalista negli Stati operai degenerati (Urss) e deformati (Cina, Yugoslavia, Vietnam, ecc). La restaurazione capitalista ha garantito all’imperialismo una lunga fase di crescita dei profitti e di relativa stabilizzazione. La pax americana era un progetto geopolitico che interessava la regione atlantica fino alla Russia e la regione dell’”indo-pacifico” che comprende la Cina. Questo progetto aveva come obiettivo principale da un lato quello di saccheggiare attraverso le privatizzazioni selvagge il patrimonio pubblico dell’ex-URSS; dall’altro, contenere la Cina sfruttandone la forza-lavoro a basso costo attraverso le delocalizzazioni, mentre nei paesi centrali dell’imperialismo europeo venivano via via cancellate attraverso politiche liberiste, all’insegna della tecnocrazia, le conquiste della classe lavoratrice nei “gloriosi trent’anni”. 

La Russia e la Cina ben presto hanno rotto il cerchio di ferro imperialista che le imbrigliava e conteneva: a partire dal 1999 il governo reazionario e bonapartista di Putin, favorito dalla crescita del prezzo delle materie prime energetiche nel mercato mondiale, centralizzava il potere politico ed economico, consolidava lo Stato borghese e superava l’incipiente disgregazione della Federazione Russa; la Cina beneficiava della globalizzazione e avviava un vigoroso sviluppo economico e finanziario capitalistico fino a diventare un serio concorrente nel mercato mondiale, sviluppo che si vorrebbe espandere in un reticolo di comunicazioni terrestri e marittime rappresentato dal BRI (Belt and Road Initiative) o “nuova via della seta”.

Le conseguenze di questo squilibrio economico, politico-sociale e geopolitico del sistema capitalista mondiale sono state l’ingresso in tutto un periodo caratterizzato dalla tendenza a crisi, guerre e rivoluzioni. Queste ultime faranno ancora una volta la loro comparsa sulla scena mondiale: si produrranno nuovi processi rivoluzionari, come sono stati quelli che hanno fatto parte della Primavera Araba, interessando via via altri paesi e continenti. Le contraddizioni tra le principali potenze imperialiste a causa della crisi capitalista si sono accentuate: si sono presentati i contrastanti interessi tra Germania e USA, con quest’ultimi fermamente intenzionati a rompere il cordone energetico in entrata e il flusso tecnologico in uscita che connette la Germania a Russia e Cina, e quindi a ripristinare la supremazia della pax americana e il signoraggio del dollaro, mentre la Francia con sempre più difficoltà manteneva il proprio dominio imperialista in Africa.

Nel 2020 si è aggiunta la pandemia ad aggravare il quadro, mentre le politiche commerciali protezioniste con imposizioni di dazi e tariffe ad opera di Tramp, continuate da Biden, davano i primi colpi di maglio alla cosiddetta globalizzazione. America first era la nuova parola d’ordine.

L’attuale guerra in Ucraina, con l’aggressione reazionaria della Russia, deve essere inquadrata su questo sfondo. L’incontro nella base militare statunitense di Ramstein-Miesenbach in Germania, presieduto dal capo del pentagono, ha ancora una volta evidenziato il ruolo di direzione politico-militare da parte degli Stati Uniti d’America e della NATO del governo ucraino. Un vero e proprio comando supportato da 43 nazioni alleate (della NATO, ma anche da Giappone, Australia e Israele) finalizzato a sconfiggere la Russia attraverso una guerra per procura combattuta dall’esercito e dalla guardia nazionale ucraina, armato dai governi della NATO e diretta sul campo da ufficiali militari statunitensi come riportato dal New York Time.

È appena il caso di segnalare che almeno dal 2011 la politica estera dell’amministrazione statunitense, a partire dal Presidente Obama, è stata ricondotta a dare priorità all’Asia Pacifico con il Pivot to Asia, quindi si combatte contro la Russia, ma si guarda alla Cina.

I governi della NATO, tra cui l’Italia, e i loro alleati hanno messo in campo una campagna egemonica, politica, culturale, ideologica, attraverso la carta stampata e televisiva, i loro partiti e le burocrazie sindacali e di movimento miranti a giustificare presso la loro opinione pubblica la giustezza delle sanzioni economiche alla Russia, l’invio di armamento di guerra al governo ucraino, le politiche di militarizzazione e i conseguenti sacrifici necessari a carico della classe lavoratrice e le masse popolari. Questa propaganda, questa guerra egemonica (forza + consenso) penetra tra le fila del movimento operaio, perfino nelle piccole organizzazioni di derivazione pablista o morenista [i due principali tronconi “storici” dopo la scissione della Quarta Internazionale nel 1951, ndr] a livello internazionale e nazionale. Queste politiche hanno avuto un certo sostegno da parte di diversi gruppi anche nel nostro paese sia totale (per quanto riguarda le sanzioni economiche e all’invio di armamenti), sia parziale per quanto riguarda l’invio di armamenti alla cosiddetta “resistenza”, in realtà al governo ucraino. Un governo reazionario, legato a doppio filo all’imperialismo statunitense e alla NATO e agli oligarchi ucriaini.

In continuità con l’insegnamento di Karl Liebknecht “il nemico principale è in casa nostra” nessun sostegno né diretto né indiretto va dato ai governi borghesi a partire dal governo italiano. No quindi alle sanzioni economiche alla Russia, no all’invio di armi al governo ucraino, no alle politiche di incremento delle spese militari, sosteniamo le lotte dei lavoratori dei trasporti contro l’invio di armamenti. Fuori l’Italia dalla NATO, fuori la NATO dall’Italia.

Intendiamoci: nessuno qui contesta la rivendicazione democratica dell’autodeterminazione dei popoli, ma questa rivendicazione va inserita in un programma transitorio di rivoluzione permanente. Infatti, solo la discesa in campo della classe lavoratrice, solo la rivoluzione e il potere dei lavoratori nell’epoca dell’imperialismo possono garantire una vera indipendenza dei popoli oppressi. Questo principio vale per i curdi e i palestinesi, come per gli ucraini.

Da qui l’importanza e il ruolo di una rivista come Egemonia nel contrastare la cultura, le ideologie, le politiche della classe dominante, rafforzando l’indipendenza e l’autonomia teorica, culturale, politica, organizzativa della classe lavoratrice. Questo comporta approfondire l’analisi della natura dell’imperialismo in costruzione della Cina, soprattutto negli aspetti legati alla soluzione dei suoi problemi strutturali e territoriali, al controllo delle vie marittime di esportazione e di approvigionamento, anche considerato l’enorme squilibrio con il numero di basi militari all’estero degli Usa (circa 800 in oltre 177 paesi); la natura dell’imperialismo militare della Russia che appare finalizzato da un lato alla stabilizzazione reazionaria dei governi ad essa legati, in Siria dove collabora con l’imperialismo statunitense, ma soprattutto nei confinanti Kazakistan e Bielorussia, e dall’altro l’intervento reazionario in Ucraina che appare finalizzato da un lato all’illusione di porre un limite all’espansione della NATO ad Est e nel contempo a garantire ed imprimere uno sviluppo dell’arretrato capitalismo russo, oggi costretto al ruolo di fornitore di materie prime energetiche e minerali.

 

Antonino Marceca

Di seguito, il video di presentazione di Egemonia #6.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da La Voce delle Lotte (@lavocedellelotte)

La Voce delle Lotte ospita i contributi politici, le cronache, le corrispondenze di centinaia compagni e compagne dall'Italia e dall'estero, così come una selezione di materiali della Rete Internazionale di giornali online La Izquierda Diario, di cui facciamo parte.