Rivendicando la ripartizione della terra e lo sblocco di prestiti diffusi, 50.000 contadini indiani hanno marciato sulla capitale Mumbai, organizzati dal Partito Comunista d’India (Marxista), sul quale diamo qualche spunto storico e politico.


Nella giornata dello scorso 6 marzo, 50.000 contadini di Nashik e di altri piccoli paesi dello Stato di Maharashtra, in India, hanno cominciato una lunga marcia in sciopero, che li avrebbe portati fino alla piazza di Azad Maidan, a Mumbai. Una marcia durata sei giorni, su un percorso di 180 chilometri. A piedi, donne, uomini, bambini e anziani hanno affrontato una fatica incommensurabile e incomprensibile per l’opinione pubblica occidentale – il tutto per reclamare la redistribuzione della proprietà dela terra che lavorano, e l’effettiva erogazione di aiuti finanziari promessi nel 2017 dal governo dello Stato federale e da quello centrale indiano. Questa protesta ha ottenuto l’attenzione di media di tutto il mondo, come la BBC, che subito ha cercato di mascherare un dato alquanto rilevante: la marcia è stata organizzata da un partito che, almeno nelle intenzioni, si dichiara esplicitamente marxista, il Communist Party of India (Marxist).

Tutto ha inizio quando, nel giugno dello scorso, il governo del Maharashtra promette, per far fronte alla terribile crisi che da anni affligge la popolazione contadina dello stato, l’istituzione di prestiti speciali, detti “prestiti della semina”, del valore massimo di 150.000 rupie (circa 1.870 euro), da spendere per l’acquisto di prodotti necessari come semi, fertilizzante e simili. Molti contadini si sono da subito rallegrati di questa possibilità, data la scarsa considerazione solitamente dedicata loro in uno Stato (che include Mumbai, la capitale centrale dell’India) dove il terreno coltivabile è solo l’1.9% del totale e dove i contadini sono, per così dire, l’ultima ruota del carro. Ma arrivati a marzo del 2018, la situazione si prospettava ancora molto preoccupante. Come dice Subash Kalu Gangode, un contadino della marcia, ai microfoni della BBC: “Siamo qui per protestare contro le politiche ingiuste del governo di Maharashtra contro i contadini. Avevo preso in prestito 40.000 rupie grazie a un “prestito della semina”. Il governo ha annunciato a giugno scorso che offriva dei prestiti per i contadini indebitati. Ho completato tutte le scartoffie burocratiche e ho ottenuto il permesso al prestito. Ma sto ancora aspettando che arrivino i soldi”.

Il prestito tanto promesso e tanto richiesto, infatti, non è ancora arrivato per tutti coloro che avevano fatto applicazione per ottenerlo.

Ma la questione dei prestiti della semina è solo la goccia che fa traboccare il vaso in una situazione allo sbando già da tempo: infatti, tra le altre rivendicazioni degli scioperanti, figurano anche: l’aumento del tasso di retribuzione al 150% del costo di produzione del raccolto (in quanto è il governo ad acquistare i frutti del raccolto e a gestire la compravendita della semina prodotta successivamente per incentivare la produzione); una redistribuzione più equa delle terre ai contadini; la fine dello sfruttamento, molto comune nelle fattorie indiane, da parte di grandi proprietari; il riconoscimento al diritto di proprietà sulla terra dei “contadini tribali”, i quali vivono nelle foreste di alcune zone del Maharashtra e ad oggi ancora non hanno riconoscimento legale delle terre nelle quali lavorano. I contadini, insomma, marciano da giorni per vedersi riconoscere i frutti del loro lavoro e un trattamento più giusto da parte del proprio governo. E, dato rilevante, lo fanno sotto una bandiera che il mondo occidentale pensava non dover rivedere mai più.

La bandiera rossa con falce e martello, infatti, è diventata in questi giorni un simbolo inseparabile dalla protesta. In ogni foto, in ogni rappresentazione mediatica, figurano almeno una manciata di falci e martelli. Lungi dal fare feticismo simbolistico, chè in Italia siam tanto bravi, questo fatto necessita un approfondimento adeguato. La bandiera, infatti, appartiene al Communist Party of India (Marxist), una organizzazione “marxista-leninista; dopo un periodo di rivolte e radicamento di massa immediatamente a seguito della Seconda Guerra Mondiale, il CPI si decise a perseguire la via parlamentare e a rispettare i dettami di Mosca, i quali chiedevano alle frange più estremiste di “moderare le proprie critiche” al governo dell’Indian National Congress. La disputa interna al partito culminò quando, nel 1964, a seguito anche dell’approfondirsi della rottura sino-sovietica, la sinistra del partito si staccò per formare il CPI – (M). Questa organizzazione subì repressione e isolamento per anni, ma riuscì comunque a ritagliarsi spazi sempre nuovi di radicamento e dibattito, specie nella classe contadina del paese, ovvero quella più svantaggiata e abbandonata. Il culmine di questo processo arriva nel 2018, col CPI – (M) a fare da traino per il governo nello stato del Tripura e ad essere il partito di maggioranza nel poverissimo Kerala, mentre il CPI può solo stare a rimorchio di quella che, una volta, era solo una “scintilla ultrasinistra”.

Le posizioni politiche del CPI (M), è giusto sottolinearlo, sono viziate dalla sua generale impostazione maoista, la quale sicuramente gli ha permesso di emergere rispetto al suo partito-madre, ma che lo mantiene nel quadro di una politica che non rompe fino in fondo con l’alleanza tra classi sociali con interessi contrapposti; non a caso, l’articolo XX del suo Statuto parla di “fedeltà vera alla Costituzione Indiana e ai principi del socialismo, della democrazia e del secolarismo”, in un mischione da democtrazia progressiva togliattiana che, senza rivoluzione, dovrebbe portarci al socialismo.

Ma è anche opportuno sottolineare come, negli anni, il CPI – (M) sia stato l’unico partito di ispirazione marxista in India a riuscire in due compiti che ogni organizzazione dovrebbe riconoscere come propri: costruire un radicamento territoriale nel proletariato (e non nella piccola borghesia o in altri segmenti “del popolo” esterni alla classe lavoratrice) e lavorare in senso antisettario nella formazione di fronti operai e contadini. Le più importanti lotte dell’India contemporanea sono sempre state, infatti, dirette dal CPI – (M). Questo è stato possibile, oltre che grazie a un lavoro costante, per via del coraggio dei propri quadri di denunciare la compromissione della borghesia nazionale indiana con l’imperialismo e la finanza internazionale, in tempi non sospetti, quando l’India, si pensava, gravitasse più verso Mosca che verso Washington. Questa denuncia, che è costata la vita a militanti e simpatizzanti, porta a una serie infinita di risvolti che oggi ci fanno trovare il partito di Sitaram Yechury, segretario dal 2015, a capo di una delle manifestazioni più impressionanti degli ultimi anni.

In questo senso, è innegabile l’importanza nelle lotte di queste giornate e nella formazione di un immaginario di classe, socialista e rivoluzionario tra i  contadini poveri di un paese che ha deciso di dimenticarsene. E saranno proprio queste legioni di “straccioni”, che oggi cantano “terra e comunismo”, che adesso stanno tornando alle loro case dopo aver ottenuto la promessa dell’attuazione di ogni proposta avanzata entro sei mesi, a tornare in piazza, a marciare ancora, nel caso i patti non fossero rispettati. Tornano con i piedi martoriati e le labbra secche, ma con grandi sorrisi. Il governo ha predisposto treni speciali per consentire un ritorno a casa più sicuro e agevole, e molti di loro esprimono apprezzamento per questa “elemosina” – che è anche un ottimo modo per evitare disordini politici imprevedibili e far “raffreddare” lo spirito di lotta. Giurano che, se il governo non dovesse attuare materialmente i piani necessari, torneranno a marciare, noncuranti del dolore e del tempo lontano dai campi e dalle fattorie. E tanti operai delle altre città, adesso, parlano dell’impresa con favore.

La loro protesta, agli occhi delle classi subalterne del mondo, è già un mito. Ma i miti sono solo racconti: quello che è successo, in questi sei giorni, tra Mumbai e Nashik, è tutto vero.

Luca Gieri