Dopo anni di ritardo della contrattazione sindacale nel settore ferroviario, e in barba alla strage di Brandizzo che ha segnalato il problema delle condizioni di lavoro e della sicurezza nel comparto, il 10 gennaio CGIL, CISL, UIL e ORSA hanno firmato un accordo al ribasso.

Per i manutentori dell’infrastruttura ferroviaria vengono istituiti turni di lavoro 7 giorni su 7, mentre gli scioperi in altri paesi d’Europa e negli USA rivendicano la riduzione dell’orario di lavoro. Nasce così l’Assemblea Nazionale dei Lavoratori della Manutenzione di RFI (Rete Ferroviaria Italiana), che con l’appoggio di COBAS e USB lancia uno sciopero con manifestazione a Roma per il prossimo mercoledì 13 marzo, dopo il successo di quello del 12 febbraio.

Si tratta di un esempio di auto-organizzazione storico, che può aprire un importante precedente per rilanciare il movimento dei lavoratori in Italia. Abbiamo intervistato dei rappresentanti dell’Assemblea.


 

Come nasce l’Assemblea? Quali necessità hanno portato i lavoratori della manutenzione dell’infrastruttura delle ferrovie ad autorganizzarsi?

Che c’era un problema relativamente alla possibilità di trovarsi davanti all’accordo del 10 gennaio diventa elemento consapevole a cavallo della primavera-estate 2023, quando iniziano a girare bozze di ipotetici turni a fronte della trattativa di cui non si sapeva nulla, perché i sindacati firmatari non hanno coinvolto i lavoratori. Si trattava di un’ipotesi di turni aberrante, che sembrava una volontà prettamente aziendale, per cui tutti i lavoratori hanno iniziato a manifestare la propria contrarietà. A luglio c’è stata una rottura del tavolo, che sembrava dovesse segnare un ripensamento da parte delle organizzazioni sindacali. Con questo livello di pressione si è arrivati a gennaio 2024, in cui a freddo viene firmato l’accordo, che prevede proprio quei turni che erano circolati come bozza a luglio dell’anno precedente.

Questo accordo parte dal presupposto che i lavoratori della manutenzione dell’infrastruttura ferroviaria dovranno piegare la propria condizione di vita alle esigenze produttive, con un meccanismo che porta da una prestazione codificata dal lunedì al venerdì, con qualche notte e la possibilità di lavorare in disponibilità il sabato e la domenica, a turni 7 giorni su 7. Senza neanche considerare se si è nelle condizioni di arrivare sul posto di lavoro, né l’impatto che può esserci sulla vita dei lavoratori e sulla sicurezza del lavoro. Con questo accordo si va a dire che i ferrovieri della manutenzione, anziché essere elemento di traino per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori in appalto, al momento particolarmente gravose, si sdraiano a quella impostazione legata alla produzione. E si adattano a quella modalità che da qualche anno a questa parte sta generando nella manutenzione molti incidenti mortali, oltre a quelli mancati, che sono ancora di più, anche se non vengono mai menzionati.

Quando ci si trova davanti a questo accordo, il settore esplode, indipendentemente dalle appartenenze sindacali. Si viene a creare una situazione che non ha precedenti. Inizia a generarsi discussione e a maturare l’esigenza di darsi una forma di organizzazione che permetta a tutti i lavoratori di provare a dare una risposta. Nasce così l’Assemblea Nazionale dei Lavoratori della Manutenzione.

 

Quali sono state le prime mosse dell’Assemblea?

L’Assemblea ha colto l’occasione dello sciopero che USB aveva indetto specificamente per la manutenzione su questo tema, facendo diventare anche proprio quell’appuntamento. Tutti abbiamo lavorato affinché quello sciopero avesse il massimo risultato possibile.

Cosa che puntualmente è avvenuta, con una partecipazione impressionante per un settore come il nostro. Può sembrare cosa piccola all’interno del quadro generale del conflitto, ma una cosa così da 30-40 anni a questa parte non si era mai vista. Gli impianti sono stati proprio disertati. Con tutti i limiti di una situazione che nasce nell’emergenza, è stata un’occasione molto bella che ha creato le condizioni affinché l’esperienza dell’assemblea si strutturasse e si desse elementi di discussione, di analisi più approfondita e che attivasse altre iniziative di lotta.

Prima ancora dello sciopero si è fatta una raccolta firme su change.org, che abbiamo chiuso con circa 2500 firme al momento della consegna ai sindacati, mentre adesso siamo a più di 3000.

Questa situazione ha per certi versi scombussolato il quadro in cui azienda e sindacati avevano dato per scontato il meccanismo della rassegnazione. Perché l’equazione è sempre la stessa: quando c’è una discussione i lavoratori non vengono coinvolti, e se qualcuno dice qualcosa gli si indica di non fare ipotesi frettolose, di vedere prima cosa esce fuori. Poi si fanno gli accordi, e a quel punto ti dicono che non c’è più niente da fare. È un po’ come il gioco delle tre carte, in cui perdi sempre perché non c’è speranza di trovare la carta vincente.

Rispetto a questo è maturata anche la convinzione di poter provare a condizionare realmente lo scenario. Come reazione alla firma dell’accordo, oltre a partecipare allo sciopero, i lavoratori hanno iniziato a sospendere quelle disponibilità che permettevano all’azienda di portare avanti lavorazioni importanti anche di sabato e domenica. E dove questa cosa si è fatta particolarmente incisiva, per esempio nella DOIT Bologna [unità produttiva che ha giurisdizione in Emilia-Romagna, n.d.r.], sono stati costretti i quadri a lavorare, perché i manutentori si erano rifiutati.

Superata quella fase, l’azienda ha cominciato a minacciare sanzioni e a fare incursioni negli impianti con i propri quadri e con i capi unità, con un approccio intimidatorio, cercando di far capire ai manutentori che se avessero continuato a non fornire la disponibilità sarebbero stati penalizzati. Perché l’azienda ha capacità di fare pressione in maniera molto capillare, e la paura è uno degli elementi con cui chi non è abituato a lottare fa i conti ogni minuto. Senza contare poi l’insicurezza che si è venuta a generare dai sostenitori dell’accordo del 10 gennaio, che andavano dai lavoratori a dire che l’azienda poteva imporre quello che voleva, e che aveva tutta la legittimità di farlo.

Ma qualche lavoratore ha sfidato l’azienda ad andare avanti nei propri intenti, spingendola a farsi mettere per iscritto il comando su modulo M.40, una forma scritta usata in ferrovia per dare e reiterare gli ordini. Sapendo che in questo modo si sarebbe esposta a una condotta come minimo antisindacale, imponendo a dei lavoratori di fare cose che contrattualmente non si possono fare, l’azienda, che fino a quel momento mostrava i muscoli, si è rivolta ad altri disponibili.

 

L’azienda aveva mai fatto ricorso a questo tipo di strategia intimidatoria prima d’ora?

Lo strumento repressivo viene praticato ed abusato dall’azienda al bisogno e su molte condizioni. Ci sono stati anche casi di rappresentanti sindacali dei lavoratori sulla sicurezza che sono stati più volte contestati, sanzionati, portati in tribunale per attività svolte nell’ambito del ruolo rivestito. Ci sono stati anche i cosiddetti “licenziati per la sicurezza”, che hanno osato in qualche modo infrangere una certa consuetudine pratica di rappresentanza, che è molto formale ma poco incisiva nelle condizioni effettive della sicurezza.

Tra l’altro anche nell’audizione in Senato del 28 febbraio di Gianpiero Strisciuglio, amministratore delegato RFI, il senatore Orfeo Mazzella gli ha posto una domanda su questi licenziamenti, senza ricevere una vera e propria risposta.

Tutto questo in barba alle molte segnalazioni che sono state fatte all’azienda circa violazioni, a cui risponde con provvedimenti disciplinari. Cioè tu blocchi un’attività perché non è svolta in sicurezza, e loro contestano i danni economici e ti portano in tribunale. In cui vinciamo, si badi bene, perché le evidenze non lasciano scampo. Eppure insistono, ricorrono in appello.

Anche il tecnico della manutenzione che è stato coinvolto nell’incidente di Brandizzo, tra l’altro, è stato immediatamente licenziato, ancora prima di chiarire le responsabilità sul piano legale. Il problema dell’azienda è stato quello di trovare la colpa, non di fare un’analisi di quello che è successo.

Il volantino di lancio dell’Assemblea.

L’accordo del 10 gennaio va a migliorare questi problemi relativi alla sicurezza?

No, tutt’altro. È un’opera di pura propaganda. Questo accordo va nella direzione opposta rispetto a quella che sarebbe stata necessaria. Infatti uno dei problemi che pone questo accordo è che sposta l’attenzione dei lavoratori e dei sindacati dai temi dell’attualità, saltandoli con l’asta e andando nella direzione opposta. Noi avremmo effettivamente necessità di parlare di professionalità, di esperienza, di come è stata ridotta la capacità organizzativa di questa azienda alla luce di un ventennio di politiche di smobilitazione, di smantellamento del potenziale produttivo. Siamo arrivati in effetti a una condizione di insostenibilità, ma anche proprio di inefficacia. Come dicono gli stessi sindacati firmatari, oggi l’azienda è nell’occhio del ciclone, dell’opinione pubblica attraverso gli attacchi mezzo stampa, attraverso la magistratura. Quindi sta facendo uno sforzo immane per restituire un’immagine che in qualche modo possa sostenere il ruolo che deve svolgere, cioè di garanzia di un servizio. Perché qui ci sono di mezzo i soldi del PNRR, gli investimenti per il Giubileo. Cioè ci sono contingenze politico-economiche per le quali si sta cercando il colpo gobbo in un settore che è già storicamente attenzionato perché deve essere eroso nelle sue tutele storiche. Perché il contratto dei ferrovieri è ancora di vecchio stampo, e viene dalle lotte dei ferrovieri che negli anni Ottanta hanno acquisito grandi passaggi in termini di tutele e di riconoscimento.

Le ditte appaltatrici, che comunque fanno il nostro stesso mestiere, lo fanno in condizioni assolutamente peggiori. E questo rappresenta un parametro verso cui si sta tendendo, erodendo via via negli anni condizioni già acquisite dai ferrovieri, attraverso la stipula successiva di accordi territoriali in cui si fanno deroghe al contratto. Il contratto pone dei limiti che con gli accordi territoriali vengono sfondati, consentendo così all’azienda di programmare prestazioni sui riposi settimanali, e così via.

E l’accordo del 10 gennaio viene rivendicato dalle parti come la via di uscita da una condizione di crisi organizzativa, che però è stata determinata dalle stesse politiche che hanno portato al 10 gennaio. Anzi, il 10 gennaio rappresenta proprio lo sfondamento, l’esito di un percorso decennale di accordi a perdere.

 

Quanti sono i manutentori dell’infrastruttura in ferrovia, e qual è la loro composizione in termini di esperienza e anzianità di servizio? Quanti invece nelle ditte appaltatrici?

Dovremmo essere intorno ai 12.000 manutentori operativi in ferrovia, di cui molti sono giovani. In previsione di questo processo su cui l’azienda sta puntando, sono state immesse molte nuove assunzioni. Per cui ci sono tanti lavoratori ancora più ricattabili. Perché se per un lavoratore stabilizzato ci sono elementi di preoccupazione rispetto alle ritorsioni che ci possono essere, figuriamoci per un neoassunto al quale si sussurra nell’orecchio che se vuole tenersi il lavoro è bene che stia al suo posto.

Forse un terzo o un quarto della forza lavoro ha meno di 10 anni di ferrovia. E comunque al di là del dato preciso, i ferrovieri storici sono sempre meno, c’è stato un forte svecchiamento. Un po’ perché i turnover in questa azienda sono ormai una leggenda metropolitana, un po’ perché c’è stata l’esigenza di riconfigurare il personale proprio per poterlo crescere ed educare a quello che probabilmente, anche se in maniera embrionale, era già per l’azienda il nuovo modo di lavorare, con cui difficilmente potevi piegare la vecchia scuola.

E via via che si svuotava il potenziale produttivo degli impianti della manutenzione RFI, avveniva la penetrazione delle imprese private. Ad oggi ci sono forse 6-7.000 lavoratori degli appalti, che però lavorano per 12.000, in condizioni di lavoro scellerate.

 

I lavoratori degli appalti sono coinvolti nella lotta?

Purtroppo no. Ma nemmeno preliminarmente nell’ambito della contrattazione. I lavoratori degli appalti hanno contratti metalmeccanici, edili, delle telecomunicazioni, e così via. Il 90% della manutenzione straordinaria all’infrastruttura lo fa l’impresa privata, con queste poche migliaia di lavoratori. E qui si apre un mondo che ha a che fare con Brandizzo e con la scia di sangue che va avanti anche da prima, e che purtroppo sembra non voler essere attenzionata come si deve, viste le intenzioni espresse con questo accordo che va diametralmente nel senso opposto, trascinando verso il basso la condizione di un blocco di lavoratori, ovvero i ferrovieri, che tutto sommato delle garanzie ancora le aveva.

 

Come è organizzata l’Assemblea? Quali sono le forme di coordinamento e di partecipazione?

L’Assemblea si è costituita spontaneamente da alcuni colleghi che si sono messi a disposizione per discutere di questa situazione e portare avanti la lotta. Bisogna riconoscere anche il potenziale dei social. Infatti già in seguito alle prime ipotesi di turno che erano circolate nell’estate 2023 è nato un gruppo Telegram a cui si erano iscritti circa mille lavoratori da tutta Italia, e in cui si discuteva su cosa stesse succedendo.

Fu fatta anche una prima assemblea con una cinquantina di colleghi, in cui già furono poste delle indicazioni, dei suggerimenti per consolidare l’iniziativa, e in cui già avevamo iniziato a parlare di aprire un contenitore che potesse raccogliere i contributi, elaborare proposte e fare da coordinamento. Seguì poi uno stallo, fino all’accordo del 10 gennaio, dopo il quale l’assemblea è stata ripartecipata e ha preso la forma che adesso conosciamo, e che stiamo ancora elaborando. Il coordinamento si è costituito ed è aperto. Chiunque voglia può dare il proprio contributo e anzi, è invitato a farlo. Stiamo puntando a raggiungere tutta Italia, per avere una rappresentanza nazionale di tutta la categoria.

 

Qual è la vostra opinione in merito alle altre esperienze di autorganizzazione dei lavoratori sul territorio, per esempio il Collettivo di Fabbrica GKN e il Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali? Li ritenete esempi validi e spunti di lotta?

Come Assemblea ancora non abbiamo una risposta collettiva in merito a questo punto, non siamo ancora a quel livello di ragionamento e di riflessione. Ma crediamo che qualsiasi lavoratore con un minimo di coscienza di classe guardi a questi esempi come punti di riferimento.

Nel nostro caso, l’assemblea autorganizzata è nata in maniera naturale per raggruppare tutti i lavoratori, anche coloro che non hanno più fiducia nei sindacati. Abbiamo notato che ci sono state molte disdette ai sindacati firmatari, senza però che queste fossero seguite dalla delega agli altri sindacati. L’alternativa dei sindacati di base spesso non è neanche conosciuta. In ferrovia i sindacati di base denunciano da tempo il percorso di erosione costante delle condizioni di lavoro attraverso gli accordi. E su questo hanno prodotto le loro iniziative, in un’indifferenza quasi generale. Adesso c’è stata un’esplosione, che ci ha visti convergere come assemblea di lavoratori verso l’iniziativa del 12 febbraio, indetta dagli stessi sindacati di base.

Allora dobbiamo tenere presente che qualsiasi livello di autorganizzazione, mosso anche dalla sfiducia verso un blocco sindacale complice dell’erosione delle nostre tutele e garanzie, ha comunque bisogno di vie di uscita organizzative vere e proprie. Questa condizione di praticabilità degli obiettivi passa attraverso il mantenimento e lo sviluppo dell’autorganizzazione dei lavoratori, da cui esce effettivamente la linea, che possa poi però essere agita attraverso gli strumenti di cui oggi disponiamo, che sono quelli delle organizzazioni sindacali che riescono a esprimere e mettere a terra i passaggi di acquisizione di autonomia e facoltà contrattuale dei lavoratori stessi. L’assemblea non ha le basi per la tutela legale, per esempio. Se si vuole questo appoggio legale, l’alternativa sono i sindacati di base.

Il volantino di lancio dello sciopero di mercoledì 13 marzo.

Quali sono i prossimi passi della mobilitazione?

Abbiamo indetto un’altra azione di sciopero per il 13 marzo, insieme ai sindacati di base USB e Cobas, riprendendo e rinforzando il principio che tutti coloro che sono disposti a lottare contro l’accordo del 10 gennaio devono fare fronte. Stiamo andando avanti anche con una raccolta firme cartacea, che per ora ha raggiunto più di 1500 firme. In prospettiva, uno dei punti centrali che si affiancherà al ritiro dell’accordo è la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore su quattro giorni, come sta avvenendo in tutta Europa.

Il 10 gennaio è solo un punto della madre di tutte le battaglie, ovvero la ripresa da parte dei lavoratori della facoltà effettiva di contrattazione delle proprie condizioni di vita e di lavoro, che passa attraverso il consolidamento delle singole esperienze nate con uno scopo preciso.

Intervista a cura di Mariano Ferrero e Lorenzo Lodi

Nato a Brescia nel 1991, ha studiato Relazioni Internazionali a Milano e Bologna. Studioso di filosofia, economia politica e processi sociali in Africa e Medio Oriente.