Riportiamo un articolo di Igor Fuser, intellettuale brasiliano, pubblicato sulla rivista Forum e tradotto in italiano dai compagni di Assalto al Cielo: perché va presa posizione per la libertà di Cesare Battisti, a maggior ragione dopo le recenti minacce del presidente Jair Bolsonaro?


Durante la recente campagna elettorale che l’ha poi visto risultare eletto alla presidenza del Brasile, l’allora candidato Jair Bolsonaro aveva “promesso” all’Italia l’estradizione di Cesare Battisti, già militante di un gruppo terrorista e condannato all’ergastolo al termine di un processo-farsa, svoltosi in contumacia e basato sulle sole dichiarazioni prive di riscontri fattuali di un “pentito” che aveva fatto parte dello stesso gruppo. Battisti non è un “fuggiasco”, ma vive regolarmente in Brasile, essendogli stata riconosciuta la residenza permanente dall’ex presidente Lula, che aveva negato precedenti richieste di estradizione.
Il giorno stesso della vittoria elettorale, Eduardo Bolsonaro, figlio del neopresidente e a sua volta eletto deputato federale, ha ringraziato Matteo Salvini per il sostegno con inequivoche parole: «Il regalo è in arrivo!». Da quel momento, dopo l’autorizzazione all’estradizione firmata dal presidente uscente, Michel Temer, è scattata la “caccia all’uomo”.

 

Scrivo queste righe mentre lo scrittore Cesare Battisti, di 63 anni, straniero regolarmente residente in Brasile per decisione di tutti i possibili organismi dei pubblici poteri di questo Paese, sta esercitando il più fondamentale diritto di ogni essere umano: quello di preservare con ogni mezzo possibile la sua vita e la sua libertà.
Ogni giorno in più che egli riesce a sfuggire alla caccia all’uomo della polizia rappresenta un rammarico per Jair Bolsonaro, ostacolato nel mettere in pratica la sua concezione dittatoriale secondo cui l’incarico di presidente della repubblica è una specie di licenza per ogni tipo di arbitrio.
Nell’aprile scorso, quando l’allora candidato del Psl si incontrò con l’ambasciatore italiano, ne sparò una delle sue: «L’anno prossimo vi farò un regalo: Cesare Battisti!». La questione si è ora posta solo a causa di questa assurda promessa.
Battisti, ex attivista di sinistra condannato (ingiustamente, come spiegherò più avanti) all’ergastolo dalla magistratura italiana, risiede in Brasile dal 2004. È sposato con una brasiliana e ha un figlio brasiliano. Ha sempre rispettato le leggi di questo Paese e svolge dignitosamente la sua professione.
La questione giuridica che riguarda la sua permanenza in Brasile è stata definitivamente risolta nel dicembre del 2010, quando l’allora presidente Lula, esercitando un potere attribuitogli dal Supremo Tribunale Federale (Stf), decise di respingere la richiesta di estradizione avanzata dalle autorità italiane.
Solo il cielo sa quali siano state le oscure trattative dietro le quinte tra Michel Temer e il futuro presidente che hanno indotto l’impostore alla fine del suo mandato a usare l’estradizione di Battisti come un favore per il suo successore, quasi come si trattasse di un brindisi di fine d’anno.
Il fatto è che, lo scorso ottobre, Temer ha revocato la decisione di Lula in favore di Cesare Battisti con un atto che il giornalista del periodico Folha de S. Paulo, Josias de Souza, assolutamente insospettabile di simpatie di sinistra, ha descritto a chiare lettere:

«Quando la questione riguarda il carcere, Michel Temer diventa un presidente del paradosso. Denunciato due volte per corruzione passiva e intralcio alla giustizia, indagato in altre due inchieste per corruzione e riciclaggio di denaro, Temer contende con veemenza al Supremo Tribunale la prerogativa di scarcerare corrotti. Ma poi, con lo stesso impeto, combatte per il diritto di estradare il condannato Cesare Battisti destinandolo alla prigione».

Quali che siano i motivi della decisione di Temer, questa ha spianato la strada perché il giudice Luiz Fux inaugurasse prematuramente le persecuzioni politiche dell’era Bolsonaro ordinando, giovedì 13 dicembre, l’arresto di Battisti, che da quel momento è riuscito a conservare la libertà schivando i poliziotti mobilitati per la sua cattura. Per sua fortuna, il Brasile è un Paese di otto milioni di chilometri quadrati.
Curiosamente, era stato lo stesso giudice Fux , nel decennio scorso, quando il caso venne sottoposto al Stf, ad emettere il provvedimento che bloccò l’estradizione, generando lo stallo culminato poi nella decisione del Tribunale di delegare a Lula l’ultima parola. Secondo Fux, non si tratta di incoerenza, dato che bisogna tener conto del fatto che il “contesto sociale” di oggi è molto diverso da quello del 2010. E dunque, così funziona il Stf: un giudice (Rosa Weber) che conferma la detenzione di Lula pur dicendosi favorevole alla sua liberazione, e un altro (Fux) che ammette di cambiare le proprie decisioni a seconda di dove soffi il vento della politica.

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Le malriuscite e ridicole foto segnaletiche sulle possibili identità di Battisti, diramate dalla polizia brasiliana: un ragazzino, con l’aiuto di un programma di grafica, avrebbe senz’altro fatto di meglio!

 

Di fronte a tutto questo, è importante che i brasiliani realmente impegnati con la democrazia e i valori umani fondamentali solidarizzino con Cesare Battisti in questo momento cruciale in cui sono in gioco, nello stesso tempo, il suo personale destino e quello collettivo nostro come Paese (teoricamente) civile.
Presento qui di seguito, sinteticamente, cinque ragioni che militano in favore della permanenza in Brasile di Battisti con la sua famiglia, in tutta tranquillità, com’è suo diritto.

  1. La più importante: Battisti è innocente. L’episodio della sua condanna in Italia è uno scandalo paragonabile alla farsa giudiziaria montata dal giudice Sergio Moro contro l’ex presidente Lula. L’italiano venne arrestato, alla fine degli anni 70, per la sua partecipazione ad un gruppo di estrema sinistra, e condannato ad una pena di tredici anni per diversi delitti politici, come l’eversione. Fuggì dal carcere pochi mesi dopo riparando in Francia, dove ottenne asilo politico. Fu solo allora che la magistratura italiana, come per vendetta, decise di accusarlo dell’assassinio di quattro persone (tre dei quali, fascisti coinvolti in diversi fatti di violenza). Senza alcuna prova che non fosse la delazione premiata di suoi ex compagni, che in tal modo riuscirono ad ottenere sconti di pena, Battisti fu condannato all’ergastolo. Per saperne di più, raccomando l’eccellente libro di Carlos Lugarzo, Gli scenari occulti del caso Battisti (Geração Editorial, 2012).
  2. Sia chiaro: Battisti viene perseguitato perché è un uomo di sinistra. Il caso costituisce una delle principali priorità per l’estrema destra italiana in ascesa, che non sta più nella pelle per trarre politicamente vantaggio dallo spettacolo mediatico dell’estradizione. Non a caso, il politico italiano che ha già le valigie pronte per venire in Brasile e riportarsi in Italia il prigioniero in manette è il vicepremier Matteo Salvini, un noto fascista famoso per il suo odio verso i migranti [la caratterizzazione di Salvini come “noto fascista”, semplificazione che non condividiamo, è segno della polarizzazione ideologica da fronte democratico-popolare “contro il pericolo fascista” che vive una notevole fetta di società brasiliana, così come è successo (e succede) in Italia, ndr]. In Brasile, la polemica intorno alla questione accompagna, in linea di massima, la spaccatura ideologica che esiste nel Paese. L’estradizione di Battisti è stata, dal primo momento, una bandiera dei reazionari di ogni risma, mentre la sinistra, in generale, parteggia in sua difesa (con la triste eccezione della rivista Carta Capital, che ha optato per andare ad infoltire il coro di chi vorrebbe linciare lo scrittore). Consegnare Battisti all’Italia favorisce la campagna per svilire la gestione presidenziale di Lula e rappresenta, di fatto, il segnale di via libera per un pogrom su larga scala contro i partiti di sinistra, i movimenti sociali e tutti coloro che Bolsonaro definisce “i rossi”[1].
  3. Esercitando pressioni sul Brasile, con diversi mezzi e fino ad oggi, il governo italiano mette in discussione la sovranità politica del nostro Paese, giungendo al punto di minacciare, nel 2014, il boicottaggio della Coppa del Mondo, salvo poi ritornare sui suoi passi: cosa che, alla fine dei conti, non fece granché differenza[2]. Nella lunga telenovela del caso Battisti non poteva mancare l’intervento di un deputato italiano, Ettore Pirovano, che nel 2009, criticando il ministro della giustizia Tarso Genro per il suo rifiuto a concedere l’estradizione, fece ricorso all’infame pregiudizio esistente in Europa nei confronti delle donne brasiliane. «Il Brasile è più famoso per le sue ballerine che per i suoi giuristi», ironizzò il parlamentare del partito neofascista Lega Nord. E non è difficile capire cosa quest’individuo intendesse dire con l‘espressione “ballerine”.
  4. L’estradizione di Battisti costituisce un’assoluta aberrazione dal punto di vista giuridico. Come ha ben ricordato nel suo blog Náufrago da Utopia il giornalista Celso Lungaretti, «la sentenza che l’Italia vuole far valere non solo si è prescritta nel 2013 (e cioè si è estinta), quanto commina una condanna all’ergastolo, mentre le leggi brasiliane impediscono l’estradizione di chi deve scontare nel suo Paese d’origine una pena superiore ai trent’anni di reclusione».
  5. Da ultimo, l’estradizione di Cesare Battisti rappresenta una grave violazione del principio di certezza del diritto. La decisione di Lula, che rifiutò la richiesta di estradizione nel 2010, è stata confermata l’anno seguente dal Stf. Ebbene sì, alla fine il decreto di Lula venne di nuovo sottoposto all’esame del Stf, che l’approvò l’11 giugno 2011 per sei voti contro tre. I sei giudici che votarono a favore della decisione di Lula e per il rigetto del ricorso dell’Italia erano Fux (impressionante!), Levandowski, Marco Aurélio, Carmen Lúcia, Ayres de Brito e Joaquim Barbosa. Insomma, questione chiusa, esaminata in tutti gli organismi possibili e ben al di là di quanto si potesse pensare. Da allora, Battisti non è stato più un rifugiato politico, ma un immigrato con residenza permanente, condizione che conserva ancor oggi. Tollerare il suo arresto e la consegna a un governo straniero significa ammettere che le garanzie giuridiche non valgono più nulla in Brasile, esattamente come accadde durante i ventuno anni della dittatura militare, i tempi della tirannia che i fascisti stanno cercando di instaurare un’altra volta. Ma non ci riusciranno.

 

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Note

[1] Durante la campagna elettorale, Bolsonaro a più riprese ha minacciato di “cacciare dal Paese” o “far marcire in galera” i militanti di sinistra e gli attivisti dei movimenti sociali, come ad esempio in Sem Terra. Sul web si trovano facilmente esempi di queste sue farneticanti dichiarazioni (ndt).

[2] Qui il sarcastico riferimento è all’eliminazione della nazionale italiana già dalla fase a gironi dei Mondiali brasiliani di quell’anno (ndt).

 

Igor Fuser

[giornalista, professore del corso di Relazioni Internazionali dell’Università Federale dell’ABC (UFABC), dottorato in Scienze politiche presso la Facoltà di Filosofia, Lettere e Scienze umane dell’Università di San Paolo]

 

Traduzione di Ernesto Russo