Anche quest’anno in Argentina la mobilitazione delle donne per il diritto all’aborto ha riempito le strade. Al Parlamento è recentemente approdato l’ennesimo progetto di legge per la sua legalizzazione.


Il nuovo tentativo, tra le polemiche, di legalizzare l’aborto

In Argentina si infiamma ancora una volta un dibattito aperto da anni, ovvero quello sul diritto all’aborto; lo scorso primo marzo, infatti, il presidente Alberto Fernández ha dichiarato di essere intenzionato a presentare entro dieci giorni un proposta di legge per la depenalizzazione e legalizzazione dell’interruzione di gravidanza volontaria. La proposta avrebbe compreso anche un programma di educazione sessuale ed uno di assistenza sanitaria e alimentare per le donne in difficoltà che decidano di portare a termine la gravidanza.

Non sono mancate, però, le critiche al progetto di legge, anche da un’ampia parte del movimento femminista: infatti, nelle cliniche private, sarebbe ancora permessa l’obiezione di coscienza. La legge attualmente in vigore in Argentina è la stessa dal 1921, ed ammette l’interruzione di gravidanza solo in caso di stupro o di grave rischio di salute per la madre (anche se la percentuale di obiettori di coscienza è, anche in questi casi, molto alta). Le donne che ricorrono all’aborto clandestino rischiano inoltre una condanna penale, e un conseguente periodo di reclusione carceraria che può variare da uno a quattro anni.

Salviamo le vite, salviamo le donne!”: è questo il motto dei pro-vita argentini.
La Chiesa cattolica ha prontamente espresso il proprio dissenso alla proposta, e, mentre le organizzazioni femministe sono scese in piazza con i pañuelos verdes per reclamare i propri diritti, nella figura dell’Arcivescovo Jorge Eduardo Scheinig, ha invitato tutti i fedeli a partecipare ad una messa tenutasi nella basilica di Luján, domenica 8 marzo. Rinnovate, agghiaccianti, dichiarazioni anti-abortiste si aggiungono, ad esempio, a quella del senatore José Mayans del Partido Justicialista [espressione storica del peronismo, nonché partito centrale della coalizione di governo attuale, erroneamente caratterizzato in Europa come “di sinistra”, ndr), secondo il quale l’aborto sarebbe « equiparabile alla pena di morte ». Rispetto alle morti causate dagli aborti clandestini, si sente di affermare che “i crimini possono accadere”, e aggiunge: “uccidere una persona è un crimine. Fin dal concepimento c’è vita, ed è lo stato ad avere il dovere di proteggerla. E in Argentina non c’è la pena di morte”.

Nel 2005 è stata lanciata in Argentina la Campagna nazionale per il diritto all’aborto legale, sicuro e gratuito, e in questi 15 anni ha visto una massiva partecipazione da parte di donne provenienti soprattutto dalle classi sociali più basse – anche se non esclusivamente – con manifestazioni e cortei ad oltranza, i quali hanno dato importante riscontro nella conversazione pubblica in una società, come quella argentina, dove l’influenza del clero e di un ceto intellettuale reazionario, a livello pubblico e personale, si sente in maniera spropositata, con ancora gli echi terribili della Época del Proceso” a fare da contorno a numerosissimi tentativi di avanzamento nelle condizioni di vita delle soggettività più marginali del paese. Negli ultimi anni la partecipazione alla campagna si è intensificata considerevolmente, con il pañuelo verde come simbolo della lotta. La campagna registra come grande successo quello di essere riuscita a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento (prima pressochè un tabù), ma nonostante ciò ha continuato a vedere respinte le proprie richieste, come nel caso del 2018, quando, dopo una grande e costante mobilitazione di piazza sospinta da tutte le frange della campagna, il Senato tuttavia bloccò il progetto di legge che avrebbe effettivamente trasformato in vittoria le rivendicazioni delle femministe argentine. Da quel momento la situazione è rimasta invariata.

Una possibile conquista storica in un clima politico infuocato

Se questa volta il progetto venisse approvato, l’Argentina diventerebbe uno dei pochi paesi latino-americani in cui si può abortire legalmente e in maniera sicura, insieme a Cuba, Uruguay e Guyana. In tutta l’area ispanofona si è assistito a un’ondata di mobilitazioni transfemministe, tutte unite nella rivendicazione di una serie di diritti strutturali di necessità immediata (primo fra tutti il diritto all’aborto), con casi particolarmente rilevanti in Cile e in Messico (ma anche valicando il confine linguistico, come dimostra il caso del Brasile), con varie forme organizzative di protesta, spesso riconducibili a forum nazionali della più ampia rete Ni Una Menos, venuta in essere anch’essa nello stesso anno della Campagna, e che in Italia ha espressione in Non Una di Meno. Si vuole, però, combattere anche una fitta rete di dinamiche patriarcali che nell’area sono radicate da decenni con forza quasi titanica, e permettono, ad esempio, che si rapiscano centinaia di migliaia di donne, che ne muoiano per mano maschile altrettante, il tutto con totale impunità per i colpevoli. Proprio in questi giorni, infatti, in Messico, si protesta violentemente nelle strade, per il femminicidio della giovane militante ed artista Isabel Cabanillas de la Torre, anni 26, trovata morta per le strade di Juarez alle tre di mattina del 28 Gennaio. Da quel momento si sono susseguite migliaia di manifestazioni di piazza dai toni particolarmente violenti, con un culmine nella grande manifestazione dell’8 marzo, protrattasi poi per due giorni.

In questo infuocato clima politico, dove i governi latinoamericani ancora sembrano volere tacere mille parole per ognuna spesa; dove l’impunità patriarcale, le imposizioni machiste, la legislazione sessista, forse solo in maniera più esplicita rispetto ad altri paesi, si stagliano come un’ombra spettrale nelle vite di milioni di donne; dove da anni ogni minimo progresso e avanzamento nella lotta va difeso nella quotidianità col sangue e le lacrime (spesso letteralmente); in questo quadro ancora troppo drammatico, insomma, si tratterebbe di una vittoria emblematica non solo per l’Argentina ma per tutto il continente latino-americano, e per tutti i paesi dove l’aborto non è ancora legale, o non è accessibile, o è costantemente messo in discussione.

Se è vero che la diffusione mondiale della pandemia non deve farci arretrate nella battaglia per i diritti politici e civili, la lotta delle donne argentine per uscire dall’oscurantismo cattolico in materia di aborto è un esempio per tutti e tutte.

Martina Garulli