La politica noncurante e, anzi, di espansionismo sciacallesco sull’onda della crisi sanitaria, del colosso dell’e-commerce Amazon ha scatenato un’ondata di rabbia operaia e di scioperi negli stabilimenti italiani.


Sono giornate bollenti per i due stabilimenti Amazon di Passo Corese (RI) e di Castel San Giovanni (PC) che, a causa delle mancate misure di prevenzione contro il Coronavirus, si sono visti i loro dipendenti costretti ad assentarsi dal lavoro. Nonostante l’accordo firmato tra i sindacati e il governo il 14 marzo, il colosso della logistica non ha comunque rispettato gli accordi che prevedevano il rispetto della distanza di almeno un metro tra chi lavora e la fornitura di guanti e mascherine. È un duro colpo per il mondo della logistica, quello inferto in un solo giorno dai 1.500 operai di Passo Corese e dai 1.200 di Castel San Giovanni.

A queste azioni di sciopero si è aggiunta oggi quella di 900 operai dello stabilimento di Torrazza (Torino), per gli stessi motivi che hanno fatto mobilitare i colleghi degli altri stabilimenti.

Nonostante Amazon si giustifichi, dicendo di aver rispettato tutte le misure richieste dal governo quali ad esempio la sospensione di meeting, la sanificazione degli ambienti, le nuove disposizioni per i corrieri alla consegna e la priorità nella consegna di beni di prima necessità, nell’hub di Piacenza ad esempio la Filcams–Cgil e l’Ugl terziario denunciano il continuo di attività di produzione a pieno ritmo dove non viene comunque rispettata la distanza di sicurezza pur di non rallentare la produzione e la mancata igiene degli ambienti comuni quali spogliatoi e mense. Difatti l’azienda di Bezos, che nel quarto trimestre del 2019 ha registrato ben 87,44 miliardi di fatturato, non sembra affatto dell’idea di voler rallentare i ritmi produttivi e al contrario negli ultimi tempi, viste le enormi moli di lavoro, ha deciso di assumere 100.000 lavoratori negli USA, così da non paralizzarsi per la quarantena e la diffusione del contagio tra i propri dipendenti.

I padroni delle grandi aziende non pagano la crisi neanche lontanamente allo stesso livello dei lavoratori, nonostante le loro lamentele: quella di Amazon è l’ennesima conferma di ciò. A maggior ragione, è assolutamente prioritario tutelare la salute dei lavoratori e lottare per ottenere la chiusura di tutti i posti di lavoro che non producano o trasportino merci di prima necessità quali il cibo o i medicinali. In quest’ultimo cas,o devono essere garantite le idonee misure di protezione e prevenzione dal virus. Finché ciò non sarà rispettato, non possiamo che rivendicare la parola d’ordine dello sciopero prolungato per tutti i settori che sono ancora attivi fino a tutto il periodo dell’emergenza sanitaria con salario garantito.

 

Lorenzo Montanari