187.327 contagiati e 25.085 decessi: sono questi i numeri che, stando agli aggiornamenti di ieri (22/04/20), raccontano l’impatto della pandemia di COVID-19 sul nostro paese. I numeri però, a ben vedere, non ci parlano di un semplice disastro naturale.

I contagiati fra e medici e gli infermieri, che hanno lavorato spesso in situazioni drammatiche e fino allo stremo delle forze, ammontano attualmente a ben 17000 circa; tra questi sono già deceduti 145 medici e 35 infermieri. Qui la colpa, evidentemente, non è solo della natura. A dare una mano al virus sono stati la mancanza un adeguato protocollo di intervento, da attuare in caso di epidemia, assieme al progressivo depauperamento della Sanità Pubblica con tagli di fondi, strutture e personale, spesso a favore della sanità privata che, per altro, ha avuto un ruolo ininfluente nella gestione sanitaria dell’epidemia.

Ma i sanitari non sono gli unici morti sul lavoro di questo periodo; a loro vanno aggiunti gli operai e i lavoratori della logistica che hanno dovuto continuare a lavorare, nella maggior parte dei casi in aziende non essenziali e senza i dovuti protocolli di sicurezza richiesti dai DPCM che si sono succeduti dal 08/03/20 ed in particolare da quello del 22/03/20 che istituiva il lockdown delle attività produttive, a partire al 25 marzo.

Cerchiamo di capire come questo sia stato possibile.

Questo DPCM, in tre specifici allegati, decideva quali attività essenziali potevano continuare ed essere produttive, a patto che si garantissero la sicurezza ai lavoratori secondo specifici protocolli. Oltre a queste imprese ce ne erano altre, con specifici Codici ATECO, strettamente correlate alle attività essenziali o con attività a ciclo continuo, che potevano richiedere il permesso per continuare ad essere produttive.

Fin qui tutto bene, si potrebbe dire, ma le cose non stanno proprio così. Tralasciando il fatto, non da poco, che i protocolli di sicurezza possono essere in molti casi più o meno aggirati o disattesi, il punto d) dell’Art. 1 del DPCM delegava la decisione della concessione del proseguimento di attività ai prefetti. La domanda doveva essere fatta mediante un modulo da inviare al prefetto della Provincia corrispondente alla sede dell’impresa, in cui si poteva segnalare la propria attività specificando di possedere i requisiti produttivi richiesti. La modalità per la concessione di continuare l’attività era, di norma, il silenzio-assenso, quindi in mancanza di risposta negativa le imprese potevano continuare o riprendere ad essere produttive. Il prefetto poteva, però, togliere in seguito tale concessione qualora i requisiti non fossero risultati in regola.

I DPCM successivi non hanno modificato la delega ai Prefetti salvo che, nel DPCM del 10/04/20, si è deciso che per tornare indietro, cioè per far chiudere imprese a cui era stato concesso di restare aperte o di riaprire, la decisione resta sì delegata ai Prefetti, ma solo dopo aver sentito il parere dei presidenti delle Regioni.

Grazie al silenzio-assenso circa il 60% delle imprese delle imprese che potevano fare richiesta sono rimaste produttive o hanno ripreso la produttività. Circa 100 mila aziende stanno ripartendo, hanno riaperto o non hanno mai chiuso, malgrado il lockdown e con sostanziali dubbi sul rispetto dei protocolli di sicurezza.

Persino una parte della politica borghese ha espresso critiche verso il meccanismo del silenzio-assenso. Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, lancia il suo allarme: “decidere quando sbloccare le attività produttive spetta al Governo, che dice che non è ora”. Ma – aggiunge – c’è una grande contraddizione visto che basta una autocertificazione, a seguito del silenzio-assenso della Prefettura a cui va inviato un modulo di richiesta. Anche i Governatori Luca Zara della Regione Veneto, Stefano Bonaccini della Regione Emilia-Romagna e Vincenzo de Luca della Regione Campania esprimono grande preoccupazione, perché non è sufficiente identificare quali imprese hanno i requisiti produttivi previsti dai Codici ATECO, ma soprattutto è indispensabile verificare la messa a norma delle misure di sicurezza dei lavoratori. Il pressing dei governatori per guadagnare spazio nella gestione della riapertura delle imprese, insomma, si sta facendo sentire sempre di più in prossimità della ormai prossima Fase 2.

Quello che noi riteniamo fondamentale, però, non è soltanto sapere quale organismo sarà a gestire questa fase, quali protocolli di sicurezza saranno obbligatori e quali “suggeriti” e, infine, a chi sarà demandato il compito di verificare che le misure siano a norma. Troppo alto è stato già il tributo pagato dai lavoratori alle logiche di interesse economico del capitalismo.

Siano allora i lavoratori stessi ad organizzarsi per rivendicare il diritto a verificare autonomamente che i protocolli siano messi a norma e che continuino ad esserlo, anche mediante comitati composti dai lavoratori e da esperti in caso di grandi imprese con catene di lavoro differenziate e complesse. In caso contrario, bisogna esigere il diritto a rifiutarsi di entrare nel posto di lavoro, o di abbandonarlo in seguito se tali norme dovessero essere disattese dai padroni, senza incorrere in licenziamenti, procedimenti disciplinari o legali e con salario pieno.

 

Miriam Greco