Ben 14 paesi dell’Africa centrale e occidentale sono legati al destino economico della Francia da una valuta comune. La storia e il funzionamento di quest’accordo monetario mostrano come, dietro alla facciata della “crescita”, si nasconda in realtà una contemporanea manifestazione dell’imperialismo.

In un celebre discorso tenuto nel luglio del 1987 al congresso dell’Organizzazione per l’Unità Africana, il rivoluzionario burkinabé Thomas Sankara svelava la trappola del debito; ben lungi dall’essere un sacrificio necessario per guidare il paese verso l’indipendenza economica e fiscale, si trattava in realtà di un meccanismo per ricondurre il Burkina Faso sotto il dominio francese, in cui «i colonizzatori si sono trasformati in assistenti tecnici». Sankara si rifiutava non solo di ripagare il debito, ma auspicava anche l’uscita dal franco-CFA, la moneta comune a quasi tutte le ex-colonie francesi; a questo si aggiungeva la sua avversione per qualsiasi forma di “aiuto” umanitario, al quale egli preferiva la solidarietà internazionale.

A più di trent’anni di distanza, qualche timido passo verso un’emancipazione dalle vestigia del colonialismo sembra essere stato compiuto. Lo scorso maggio, infatti, la Francia ha firmato degli accordi con la neonata area ECOWAS o Cedeao (Economic Community Of West African States), che raccoglie quindici stati dell’Africa occidentale e ha sancito la nascita di una nuova divisa transnazionale, l’Eco. Se ne va così in pensione il Franco CFA UEMOA (Unione Economica E Monetaria Ovest-Africana), utilizzato da Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo e Guinea-Bissau. È stata inoltre sancita la fine dei depositi obbligatori presso il Tesoro francese, mentre è stata mantenuta la convertibilità fissa con l’euro. A rimanere, invece, è l’altro Franco CFA, il CEMAC (Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale), di cui fanno parte Camerun, Ciad, Gabon, Repubblica del Congo, Repubblica Centrafricana e Guinea Equatoriale.

Il nuovo assetto proposto.

Si tratterebbe, quindi, di una svolta decisiva, o nulla di nuovo sotto il sole? Per rispondere, è necessario ricostruire la storia di questa valuta così controversa e divisiva. Nel 1945, con gli accordi di Bretton Woods, la comunità internazionale post-bellica decise di creare un sistema economico globale con una moneta unica. Parte di questo progetto fu, per l’appunto, l’istituzione di UEMOA e CEMAC per l’area d’influenza francese in Africa (si tenga presente che proprio in questo periodo scoppieranno diverse guerre di liberazione nazionale, che porteranno alla dissoluzione dei vecchi imperi coloniali). Nell’area oggi vivono circa 155 milioni di persone. La moneta comune, il franco CFA, è sempre stata ancorata secondo una parità fissa alla valuta francese, il franco ieri e l’euro oggi. In cambio della possibilità di usufruire di una moneta “forte”, i paesi coinvolti devono depositare il 50% delle loro riserve presso il Tesoro di Parigi. Le banconote vengono addirittura stampate nella capitale francese. Negli ultimi tempi, questi aspetti hanno riacceso la polemica; risalgono al gennaio 2019 le dichiarazioni di Di Maio e Di Battista in cui Macron veniva accusato di imporre una “tassa coloniale” sugli ex domini in Africa (e quindi di aggravare la crisi migratoria). Ma, si sa, un’ossessione come quella del M5S per il signoraggio bancario e per la sovranità monetaria difficilmente permette di vedere la complessità del quadro socioeconomico e geopolitico.

È giusto precisare, infatti, che si tratta di un deposito, non di un’imposta; ogni tre anni, la Banque de France versa degli interessi in cambio del suddetto 50%, ad un tasso fra l’altro più alto di quello della media di mercato (0,75% nel 2013). I paesi che usano il franco CFA, inoltre, sono relativamente protetti da fenomeni inflazionistici e possono scambiare la loro valuta con qualsiasi altra divisa. Certo, questa è pur sempre un’arma a doppio taglio: le importazioni sono enormemente facilitate, le esportazioni invece penalizzate.

Di fatto, proprio la stabilità di questa moneta fa sì che essa agisca come “tassa” per le esportazioni e come “sovvenzione” per le importazioni, rendendo molto difficile equilibrare la bilancia commerciale. I prodotti locali non sono per nulla competitivi sul mercato e le economie della zona sono costrette a basarsi sui consumi interni. La Francia non è più nemmeno una fonte affidabile di export, visto che, tra il 2000 e il 2017, è stata scavalcata dalla Germania in termini di esportazioni al sud del Mediterraneo. Se per gli autoctoni non c’è crescita, gli investimenti francesi sono invece ampiamente facilitati; la maggior parte delle infrastrutture, delle telecomunicazioni, della gestione energetica e dell’industria pesante è opera di imprese francesi (i profitti quindi tornano in Europa, o finiscono congelati nei conti off-shore dei grandi capitalisti).

Non serve aver letto Lenin per intravedere i connotati dell’imperialismo in queste dinamiche: il tessuto economico di questi paesi viene sì sviluppato (da cui la fuorviante espressione “paesi in via di sviluppo”), ma interamente a beneficio della Francia, che vi trova dei mercati ampi e stabili per regolare il proprio deficit commerciale e delle materie prime acquistabili nella propria valuta nazionale, evitando quindi di dover attingere dalle proprie riserve. Non è un caso se 10 su 14 membri di UEMOA e CEMOA rientrino nel gruppo dei 47 paesi meno sviluppati al mondo.

Non finisce qui. I membri di questa comunità economica sono tenuti ad osservare la stessa disciplina di bilancio dei “partner” d’oltremare, ovvero devono mantenere un rapporto deficit/PIL del 3%, pena ingenti sanzioni. Il tutto senza che siano mai stati presi accordi formali tra BCE e banche centrali africane. Il quadro è chiaramente paradossale: i paesi più poveri del mondo dovrebbero seguire il passo di quelli che guidano il processo di globalizzazione. Questo tentativo di importare Maastricht in Africa ha suscitato il disappunto di molti economisti, fra cui il togolese Nubukpoil quale, schierandosi contro alla proposta, ha affermato spesso che nessun paese al mondo dovrebbe mantenere una politica monetaria invariata per sessant’anni.

Il franco CFA non sarà propriamente un’imposta coloniale, ma non è coi tecnicismi che si interpreta la realtà. Né il fatto che alcuni paesi siano entrati di proprio volontà nella comunità economica dice nulla sulla presunta bontà di questo sistema. Che non ci sia stato nulla di volontario nella costituzione dell’area CFA lo dimostrano i circa 150 interventi militari francesi nella zona a partire dal 1945. Tra alcuni, spiccano mirabili esempi: nel 1963, Olympio Sylvanus, neoeletto presidente del Togo viene assassinato dai militari dell’ex esercito coloniale per essersi rifiutato di sottoscrivere il patto monetario. Qualche anno dopo, Modioba Keita, primo presidente del Mali indipendente, annuncia l’uscita dal franco CFA, ma viene anch’egli ucciso in un golpe guidato da un ex legionario francese. Nel 1987 tocca al già citato Thomas Sankara, rovesciato da un colpo di stato filofrancese tre mesi dopo aver tenuto il suo celebre discorso sul debito al congresso dell’Organizzazione per l’Unità Africana.

Il legame coloniale e imperialista avrà anche perso la sua componente schiavistica “ufficiale”, di furto e di razzia, ma non ha di sicuro abbandonato l’uso della prevaricazione militare. Semplicemente, oggi non si chiama più “occupazione”, ma “missione umanitaria”. Né il suo volto socioeconomico è veramente cambiato; al massimo si è aggiornato, assumendo le meschine forme della dipendenza coatta. La realtà concreta dell’iper-sfruttamento su scala globale rimane quindi immutata.

Ogni assetto monetario, per questi motivi, è intriso di un profondo valore politico. Lo sapevano bene i militanti del passato, che vi hanno sempre scorto un problema ineludibile. Le scelte strategiche compiute in tale ambito possono infatti decidere i destini di intere rivoluzioni. La Comune di Parigi, ad esempio, non abolì mai la Banque de France, che continuò a finanziare il governo fuggito a Versailles, di fatto contribuendo alla repressione del maggio 1871. Oppure si pensi alla situazione analoga che il neonato potere sovietico dovette affrontare nella Russia del ‘17; su buona parte del latifondo nazionale pendeva infatti un’ipoteca dietro alla quale si celavano i capitali inglesi e francesi. I bolscevichi decisero di consegnare le terre al popolo e di sciogliere la banca dell’impero, scelta che si dimostrò particolarmente lungimirante, soprattutto nell’ottica di un’imminente guerra civile. In una sola mossa, infatti, gli uomini di Lenin si erano guadagnati l’appoggio dei contadini medi e avevano eliminato un potenziale finanziatore delle forze controrivoluzionarie. I diversi esiti della Comune e della Rivoluzione russa parlano da sé.

Non è mai troppo tardi per imparare dal nostro passato.

Marco Duò