Venerdì 5 maggio si è tenuto al Leone, a Firenze, il primo appuntamento del ciclo di letture dedicato ad Antonio Gramsci. Il tema trattato è stato quello della questione meridionale e delle ragioni che hanno concorso a spiegare il fallimento della finestra rivoluzionaria che si era aperta in Italia nel biennio rosso 1919–20, oltre alla questione del rapporto intellettuali e classi sociali. Queste note ripercorrono alcune delle linee principali della discussione.



Alcuni temi della quistione meridionale, spesso noto semplicemente come La questione meridionale, è l’unico testo di Antonio Gramsci in formato di saggio. Anche questo, tuttavia, costituisce un’opera non completa, dato che la stesura del manoscritto è stata improvvisamente interrotta dall’arresto che Gramsci subì ad opera del regime fascista nel novembre del 1926. Quanto leggiamo oggi costituisce quindi una prima versione di un saggio che il dirigente comunista avrebbe non solamente ultimato, ma anche, molto probabilmente, rivisto e limato. Nonostante ciò, si tratta di un’opera di grande importanza, dove Gramsci getta le basi per alcune riflessioni che poi diverranno più articolate nei Quaderni del carcere. Vorrei qui soffermarmi su tre aspetti principali.


In primo luogo, quella che chiamerei la bolscevizzazione delle posizioni di Gramsci. Questa appare evidente non solamente per l’attenzione che rivolge alla capacità dei lavoratori industriali di porsi alla guida delle altre classi subalterne, ma anche per la lettura che fornisce del contesto italiano. Anche se non lo menziona mai esplicitamente, Gramsci legge l’espansione delle forze produttive in Italia attraverso il concetto di sviluppo diseguale e combinato. In un contesto nel quale i contadini continuavano a rappresentare oltre l’80%  della forza-lavoro, una nascente e moderna industria aveva infatti preso piede in una specifica area del paese: il nord-ovest. Nel solco di una dinamica che rimarrà tipica per tutta la storia unitaria d’Italia, questo aveva creato una zona molto sviluppata, che da lì a poco sarebbe stata in grado di competere con gli altri principali centri di accumulazione capitalistica in Europa, ed un meridione che rimaneva invece scarsamente industrializzato e largamente arretrato. Tale sviluppo non era però solamente diseguale, ma anche combinato. All’interno della stessa unità sociale convivevano infatti due modi di produzione: capitalistico al nord, dove nelle maggiori città – Torino e Milano, su tutte – emergeva un proletariato industriale combattivo e fortemente concentrato spazialmente, e pre-capitalistico al sud, dove continuava invece a dominare il latifondo con forti elementi feudali. Nel solco della tradizione marxista, Gramsci concentrava la propria attenzione sui lavoratori industriali, incontrando al riguardo un problema che avevano già affrontato i bolscevichi alcuni anni prima: come può una classe che rappresenta una minoranza della società guidare una rivoluzione? Com’è possibile, per essere ancora più precisi, che la sollevazione del proletariato industriale di Torino e Milano non crei una nuova situazione assimilabile alla Comune di Parigi del 1871, quando la passività della Francia rurale aveva fornito le risorse per il successo della controrivoluzione? La risposta di Gramsci, che in parte analizza il fallimento del biennio rosso e in parte dettaglia le linee della futura rivoluzione socialista, è semplice. Lo sviluppo diseguale e combinato dell’Italia rendeva necessaria un’alleanza tra il proletariato del nord e i contadini del sud. Questa non doveva avvenire però all’interno di un’equazione che rappresentava una mera formula algebrica, dove i due addendi avevano uguale peso. Sulla scia della strategia rivoluzionaria che il partito bolscevico aveva costantemente tenuto dall’aprile del 1917 all’ottobre dello stesso anno, tale alleanza doveva essere sotto la guida dei lavoratori industriali del nord – ovvero della classe che risulta decisiva nel processo di creazione della ricchezza nel capitalismo.


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Il secondo aspetto interessante de La questione meridionale è la grande attenzione che Gramsci dedica al ruolo degli intellettuali – uno dei temi che lo caratterizzano maggiormente tra i principali dirigenti della Terza Internazionale. La sua bolscevizzazione non deve quindi essere intesa come un mero schiacciarsi sulle posizioni altrui. Costituisce al contrario l’accettazione di un metodo – il materialismo dialettico e il pensiero strategico – che permette poi di arricchire il quadro e declinarlo rispetto alle specificità locali. In particolare, Gramsci si interroga su cosa non abbia funzionato nel corso del biennio rosso nell’alleanza tra i lavoratori industriali del nord e i contadini del sud. E la sua risposta è che i primi non sono riusciti a conquistare l’egemonia sui secondi. Al riguardo, Gramsci ci fornisce quella che è forse l’immagine più evocativa dell’intero saggio: l’incontro a Torino tra un operaio originario di Sassari e un contadino sardo che si trovava in città come soldato di leva per reprimere i moti di protesta operai. Quando il primo chiede al secondo come mai si trovi a Torino, questo è perentorio nella risposta: è venuto a sparare ai signori. Nella sua lettura, i signori non sono però i proprietari delle grandi fabbriche, ma gli operai che guadagnano venti volte tanto rispetto ai contadini e vestono anche con la cravatta. Nonostante il carattere aneddotico, un elemento strutturale emerge chiaramente dalla vicenda: la capacità di tenuta del blocco agrario e la conseguente impossibilità di un’alleanza tra lavoratori e contadini. Questa tenuta si dovrebbe, secondo Gramsci, soprattutto alla funzione di mediazione tra la grande massa dei contadini poveri e i ricchi proprietari terrieri esercitata dagli intellettuali meridionali. Solamente se il proletariato del nord riuscirà, attraverso il suo partito, ad organizzare in formazioni autonome i contadini del sud questo blocco agrario si spezzerà. Ma per far ciò deve prima disgregare il blocco intellettuale che costituisce l’armatura della coalizione agraria. La disgregazione del primo non è però un’operazione “culturalista”. Riguarda, al contrario, l’emersione di una frattura organica al suo interno, con la formazione di correnti di “sinistra” che guardino apertamente al proletariato come futura classe dirigente. Dato che per Gramsci gli intellettuali meridionali provengono quasi interamente dalle fila della piccola e media borghesia rurale, questo sviluppo appare possibile, almeno su vasta scala, solamente in una fase avanzata di crisi del sistema. Perché avvenga ciò, si deve però partire da alcune basi già consolidate. Altrimenti rischia di essere troppo poco, troppo tardi. E queste basi non possono che essere gettate da un partito rivoluzionario. Da un partito cioè che muova oltre una forma di mera dinamica riformista. Il Partito Socialista Italiano non era però adeguato allo scopo. La sezione italiana del Partito Comunista non esisteva ancora nel 1919–20. La disgregazione del blocco agrario non poteva perciò prendere avvio. E infatti non lo fece.

Il terzo ed ultimo aspetto che volevo toccare riguarda la “traducibilità” di un saggio che si appresta a festeggiare i primi cento anni di vita. Per ovvie ragioni, il contesto descritto da Gramsci non esiste più. Per quanto infatti permanga in Italia uno sviluppo profondamente diseguale – una dinamica che peraltro si è accentuata ulteriormente negli ultimi decenni – gli elementi di combinazione tra i due modi di produzione all’interno della stessa unità sociale sono scomparsi da oltre mezzo secolo. In una dinamica tipica per qualsiasi stato del centro capitalista, tale sviluppo ha anche risolto la questione dell’accesso alla terra, mentre la percentuale dei contadini sul totale della forza-lavoro è oggi alquanto limitata. In tal senso, nell’equazione della prossima rivoluzione socialista, la voce contadini dovrà essere sostituita da altro. Al momento, non sembra però importante, come invece fanno alcuni gruppi politici, “tradurre” Gramsci in senso meccanico, oppure “giocare” a trovare la nuova formula vincente. Questa sarà, in primo luogo, il prodotto della ricomposizione della classe lavoratrice stessa e della sua capacità di guidare le altre classi subalterne nella battaglia contro la borghesia. Se però i dettagli su quale settore del proletariato sarà alla guida del processo rimangono vaghi è in gran parte dovuto all’attuale arretratezza della lotta politica e sindacale in Italia. Quando Gramsci scriveva questo saggio, i settori più avanzati del movimento operaio erano già inquadrati all’interno di un’organizzazione politica di classe, per quanto sotto la minaccia sempre più forte e concreta della controrivoluzione fascista. Questo non è il caso oggi. Senza questo fattore, tuttavia, ogni ipotesi di alleanza rimane una mera sofisticazione intellettuale.

Un elemento sul quale invece una traducibilità più immediata del saggio di Gramsci sembra possibile riguarda l’atteggiamento dei gruppi rivoluzionari verso i movimenti interclassisti – una tematica di grande importanza oggi, visto il significativo sviluppo di questi e le posizioni “intersezionali equiparative” – dove cioè la classe è un mero fattore tra i tanti – che un numero crescenti di forze di sinistra, anche radicali, hanno assunto recentemente. Gramsci descrive con dovizia di particolari la nascita dell’associazione Giovane Sardegna, che si prefiggeva di unire tutti i sardi dell’isola e del continente in un movimento che esercitasse pressione sul governo centrale per vedere realizzate alcune promesse fatte nel corso del primo conflitto mondiale. Di fronte allo svilupparsi di questo movimento interclassista, i rivoluzionari avevano tre possibilità. La prima era un’opzione che definirei settaria: ovvero, non intervento nel movimento sulla base che questo non mostrasse un carattere immediatamente di classe. La seconda possibilità era un mero appiattimento: far parte del movimento, quasi sciogliersi al suo interno, ed evitare di sostenere una posizione di classe chiara e riconoscibile. La terza opzione è invece quella che seguirono i comunisti sardi: sfida aperta ad un movimento interclassista con parole d’ordine di classe. Nel caso specifico, l’intervento dei rivoluzionari ebbe successo. Questi riuscirono ad attrarre alcuni settori importanti della classe lavoratrice sarda a Torino, mentre la fondazione della Giovane Sardegna venne rimandata a data da destinarsi. Alla fine, questa non ebbe mai luogo.

Il ciclo di incontri su Antonio Gramsci al CS Leone, via del Leone 60, Firenze, prosegue venerdì prossimo, 12 maggio, dalle 17e30 alle 19e30. Discuteremo di stato integrale ed egemonia.

Gianni Del Panta, studioso di scienze politiche, vive a Firenze ed è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione: da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).