Lev Trotsky fu uno studioso delle rivoluzioni borghesi del XVII e XVIII secolo. Ma si trattava di un semplice interesse accademico, o affilava le sue critiche per poterle usare come arma? Le analogie storiche sono valide per ogni situazione, per ogni tempo e luogo? Che senso ha confrontare due rivoluzioni? Queste sono le domande a cui l’articolo cerca di rispondere.

Scritti dal carcere

Dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905 in Russia, quando Trotsky era in prigione, scrisse pensando alla successiva rivoluzione. Per assicurarne la vittoria aveva bisogno di capire le rivoluzioni borghesi. Altri compagni imprigionati con lui dissero più tardi che la sua cella divenne una biblioteca dove lui leggeva e scriveva, scherzando ironicamente sul fatto che non dovevano più nascondersi dalla polizia[1].

Fu lì che scrisse Bilanci e prospettive (1906). In uno dei suoi capitoli riflette su tre rivoluzioni: 1789 e 1848 in Francia e 1905 in Russia. Egli riconosce il potenziale rivoluzionario della borghesia nel 1789, non solo per essere insorto contro l’Antico Regime di Francia, ma anche contro il monarchismo reazionario in tutta Europa. Così la Rivoluzione francese divenne nazionale nel senso che tutti i popoli vi parteciparono: la piccola borghesia, i contadini, i lavoratori. Quell’aggregato di classi ha eletto i membri della borghesia come deputati, e questa ha dato alle masse un’ideologia e un orientamento politico – il giacobinismo.

Spiegato questo, Trotsky propone una critica e una rivendicazione combinata del giacobinismo, scrivendo:

La borghesia ha vergognosamente tradito tutte le tradizioni della sua gioventù storica e i suoi attuali mercenari disonorano le tombe dei propri antenati e si fanno beffe delle ceneri dei loro ideali. Il proletariato ha preso sotto la sua protezione l’onore del passato rivoluzionario della borghesia. Il proletariato, per quanto radicalmente abbia, in pratica, rotto con le tradizioni rivoluzionarie della borghesia,tuttavia le conserva, come patrimonio sacro di grandi passioni, eroismo e iniziativa, e il suo cuore batte in solidarietà ai discorsi e gli atti della Convenzione giacobina[2].

Egli sostiene che nei primi anni del XX secolo la borghesia ha riconfermato la sua vigliaccheria politica. Per questo motivo, riflette sulle rivoluzioni del 1848, la borghesia si mimetizzava con la fraseologia rivoluzionaria ma non era più nemmeno un decimo di quello che era stato il giacobinismo. Il filosofo e scrittore politico di sinistra francese Alain Brossat ha definito questo tipo di rivoluzione “intermedia”, come quelle del 1848, il “non più” delle rivoluzioni borghesi e il “non ancora” delle rivoluzioni proletarie.

Karl Marx scriveva che “tutti i grandi fatti e personaggi della storia del mondo appaiono, per così dire, due volte… la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”[3]. Descriveva il cambiamento dell’epoca, quando la borghesia era già mutata e cominciava a mostrare le sue caratteristiche reazionarie. Se così era stato per il 1848, allora in epoca imperialista Trotsky analizzava che non c’era altra strada che la borghesia avrebbe preso se non quella di garantire il continuo sfruttamento della classe operaia ad ogni costo.

 

Doppio potere

Analizzando la rivoluzione del febbraio 1917 nel suo libro “La storia della rivoluzione russa”, Trotsky nota la rinascita dei soviet (consigli) dei deputati dei lavoratori, dei soldati e dei contadini. Le masse hanno preso la strada dell’auto-organizzazione. Trotsky ritorna alle esperienze di doppio potere nelle rivoluzioni borghesi dell’Inghilterra del XVII secolo e della Francia del XVIII secolo. Egli sottolinea che l’esistenza di una situazione di doppio potere si verifica nel quadro della lotta tra una classe che sta “morendo” e un’altra che sta “nascendo”. Sostiene che la situazione di doppio potere non dura per sempre, ma si risolve attraverso la guerra civile o, in altre parole, attraverso la lotta tra rivoluzione e controrivoluzione.

Per quanto riguarda la Rivoluzione francese, egli sostiene che la borghesia ha fatto della sua Convenzione un corpo a doppio potere che ha combattuto contro l’aristocrazia assolutista, e che la dualità è stata formalmente risolta con la dichiarazione della Repubblica. Ma avverte che all’interno di quel dualismo, e all’interno di quel campo rivoluzionario, c’è un altro dualismo[4] che si esprime con la pressione che il popolo esercita sulla borghesia per andare oltre le sue intenzioni. A questo proposito, scrive dei plebei:

“Sembrava che le fondamenta stesse della società, calpestate dalla borghesia colta, si muovessero e prendessero vita. Le teste umane si alzavano al di sopra della massa solida, le mani cornee allungate in alto, le voci roche ma coraggiose gridavano! I quartieri di Parigi, bastardi della rivoluzione, cominciarono a vivere una vita propria. Erano riconosciuti – era impossibile non riconoscerli! – e trasformati in sezioni. Ma continuavano a infrangere continuamente i confini della legalità e a ricevere una corrente di sangue fresco dal basso, aprendo le loro fila, nonostante la legge, a coloro che non avevano diritti, i sans-culottes indigenti[5]. Allo stesso tempo i comuni rurali diventavano un paravento per una rivolta contadina contro quella legalità borghese che difendeva il sistema della proprietà feudale. Così da sotto la seconda nazione ne nasce una terza[6].

Naturalmente, quel doppio potere, nato dai quartieri popolari di Parigi e dai contadini poveri di tutta la Francia, sarebbe stato calpestato con l’espansione degli obiettivi politici radicali della rivoluzione. Il movimento cominciò ad arretrare perché la borghesia si rese conto che i suoi nuovi privilegi, soprattutto il sacro “privilegio” della “proprietà privata”, dovevano essere sacrosanti.

Nel caso della Rivoluzione russa, il doppio potere fu risolto dai soviet che presero il potere, con Trotsky come grande organizzatore dell’insurrezione.

Lo storico francese e trotskista Pierre Broué scrisse una volta:

Leggere e rileggere i passaggi dell’opera di Trotsky che parlano della Rivoluzione francese alimenta la delusione per l’assenza di un’opera specifica e dedicata [sull’argomento] e rivela la miopia degli editori degli anni Trenta che non gli commissionarono un’opera del genere dopo aver letto “La storia della rivoluzione russa”. Pagina dopo pagina, un’osservazione geniale, un’abbagliante ironia, o un riassunto, mostrano ciò che è andato perduto a causa di questa lacuna[7].

Non posso fare a meno di concordare con la delusione di Broué.

 

Conclusione

Quando troviamo le analogie storiche nell’opera di Trotsky, ci rendiamo conto che non voleva “costringerle” a “farle coincidere” con quanto stava accadendo nella Rivoluzione russa. Invece, visto che si vedeva protagonista della rivoluzione proletaria, cercava punti di appoggio – più o meno come fece Galileo quando “uccise” Dio. Nelle Lezioni di ottobre, Trotsky conclude che:

“Se non avessimo studiato la Grande Rivoluzione Francese, la rivoluzione del 1848 e la Comune di Parigi, non avremmo mai potuto realizzare la Rivoluzione d’Ottobre … abbiamo vissuto questa nostra esperienza “nazionale” basandoci sulle deduzioni delle rivoluzioni precedenti e ampliando la loro linea storica[8].

Victor Serge[9] racconta come alcuni dei bolscevichi volessero “condurre un processo all’ultimo zar davanti ai proletari degli Urali” in cui “Trotsky doveva assumere il ruolo di pubblico ministero”[10] – proprio come Robespierre aveva fatto contro il re di Francia – per affrontare i crimini che aveva commesso contro il popolo russo. Ma anche se altre circostanze cambiarono il destino della famiglia reale, vale la pena di notare che fu Lenin a erigere nella terra dei soviet l’unica statua di Robespierre in tutta Europa.

La Grande Rivoluzione Francese ha lasciato un segno profondo nel pensiero del fondatore dell’Armata Rossa, Leon Trotsky. Egli spiega che i sans-culottes sconfissero la monarchia non solo a causa dell’odio di classe, ma anche per la convinzione politica e morale dietro i loro obiettivi. Lo spiega anche nei suoi scritti militari: che le borghesie imperialiste non riuscivano a capire come in Russia, un Paese devastato dalla prima guerra mondiale, i lavoratori e i contadini non solo avessero preso il potere, ma avessero anche costruito un esercito di 5 milioni di anime e sconfitto un assedio di 14 eserciti imperialisti, emergendo vittoriosi. Quando Trotsky fondò l’Armata Rossa, spiegò ai soldati che ormai erano l’avanguardia della rivoluzione socialista mondiale. Nelle trincee, i soldati combatterono nel fango, nel sangue e nella neve, ma andarono avanti perché sapevano che stavano combattendo per cambiare la storia del mondo, e la convinzione politica e morale era importante quanto le armi.

Sia la rivoluzione francese che quella russa hanno cambiato la storia del mondo e meritano di essere studiate in preparazione del trionfo delle rivoluzioni del XXI secolo. Questa non è un’aspettativa utopistica; ciò che sarebbe utopistico è credere che non ci sarà mai un’altra rivoluzione nel mondo. A pensarla come un’utopia era il re Luigi XVI, fino a quando la sua testa non ha incontrato la lama della ghigliottina.

 

Daniel Lencina


Note

  1. Nota del traduttore: Il riferimento è all’autobiografia di Trotsky, in cui egli cita la descrizione di D. Sverchkov della loro prigionia insieme. Trotsky cita il libro di memorie di Sverchkov At the Dawn of the Revolution. Vedi Trotsky, La mia vita, amico. 15, “Processo, esilio, fuga”.
  2. Trotsky, Results and Prospects, chap. 3, “1789 – 1848 – 1905.”
  3. Marx, The Eighteenth Brumaire of Louis Bonaparte, chap. 1 (1852).
  4. Nota del traduttore: Trotsky si riferisce ad essa come “una nuova doppia sovranità” che “con sempre maggiore audacia contesta il potere con i rappresentanti ufficiali della borghesia nazionale”.
  5. Nota del traduttore: I sans-culottes (in italiano sanculotti, “senza calzoni”) erano i borghesi della Francia del tardo Settecento che comprendevano i partigiani popolari militanti della rivoluzione. Il termine, che fu usato per distinguere questi lavoratori urbani in pantaloni da quelli della nobiltà e della borghesia che indossavano calzoni di seta alla moda, fu coniato da un generale francese e usato in modo dispregiativo, ma venne abbracciato dalle masse rivoluzionarie.
  6. Trotsky, The History of the Russian Revolution, chap. 11, “Dual Power.”
  7. Pierre Broué, “Trotsky et la Révolution française” (“Trotsky and the French Revolution”), Cahiers Leon Trotsky 30 (June 1987).
  8. Trotsky, The Lessons of October, chap. 1, “We Must Study the October Revolution” (1924).
  9. Nota del traduttore: Victor Serge (1890-1947) fu uno scrittore rivoluzionario russo che si unì ai bolscevichi a Pietrogrado all’inizio del 1919 dopo essere stato anarchico. Fu un critico di Stalin e un marxista rivoluzionario fino alla sua morte.
  10. Victor Serge, Year One of the Russian Revolution, chap. 8, “The July–August Crisis” (1930).

 

Articolo già apparso in inglese su Left Voice