È uscito, con la casa editrice Red Star Press, il libro Il marxismo di Gramsci dell’argentino Juan Dal Maso: un’opera che dal 2017 ha costituito un significativo contributo in Argentina e in America Latina nel dibattito – molto ricco ed eterogeneo nel Cono Sur – sul marxismo e sui grandi temi politici legati all’opera di Antonio Gramsci e in particolare ai suoi Quaderni del Carcere.

Questo libro esce finalmente anche in italiano (dopo l’edizione in lingua portoghese) con una traduzione a cura della redazione della Voce delle Lotte, e per maggiori informazioni sull’acquisto invitiamo a scrivere alle nostre pagine sui social o alla nostra mail redazione@lavocedellelotte.it.

Riproduciamo di seguito, come primo di molti materiali che proponiamo per lo studio e il dibattito attorno a questa opera, la prefazione a cura di Fabio Frosini, professore di Storia della filosofia all’Università di Urbino “Carlo Bo” autore di La religione dell’uomo moderno. Politica e verità nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci e di altri libri, membro della IGS- Italia e dell’equipe che sta curando una nuova edizione critica dei Quaderni.


1. Questo libro tratta un argomento – Gramsci come “marxista” – importante e molto controverso. Infatti, nella quasi immensa quantità di interpretazioni di Gramsci, quest’ultimo è stato poco a poco allontanato dalla tradizione marxista. Da principio, si è sostenuto che si trattava di un marxista molto originale, quindi, che il suo era un marxismo radicalmente originale e innovativo; infine, si è parlato di Gramsci come di un post-marxista, o in alcuni casi come un autore che non ha nulla a che fare con il marxismo (essendo piuttosto riconducibile alla tradizione del pensiero liberale o, addirittura, cattolico). Naturalmente riassumo qui in poche frasi una storia molto lunga e complessa, intrecciata con la storia politica e culturale dell’Italia e, con essa, di altri paesi europei e non. Ma ciò che è importante, è il punto di partenza di questo libro: cosa intende quando parla del “marxismo” di Gramsci e qual è il potenziale pubblico di questo libro? Per chi è stato scritto questo libro? Queste sono le due domande che mi sono posto quando l’ho letto.

A pensarci bene, si può partire da un episodio che risale al 1975 ed è la pubblicazione, in italiano, di un libro con lo stesso titolo: Il marxismo di Gramsci. L’autore era Nicola Badaloni, un importantissimo filosofo marxista, intellettuale del Partito Comunista Italiano e prestigioso professore universitario di storia della filosofia. L’intento di quel libro era, allora, di presentare Gramsci come un autore che potesse “accompagnare” il PCI in una strategia politica concreta, che fosse cioè utile come “valore d’uso”. Il sottotitolo del libro era Dal mito alla ricomposizione politica. In altre parole, il punto di partenza era il “mito”, cioè Sorel, l’anarco-sindacalismo e, con esso, la tematica dell’autonomia dei consigli di fabbrica; e il punto di arrivo era il partito politico, la politica come sfera autonoma, dove la nozione fondamentale era quella di egemonia. Dunque, in quel libro l’itinerario di Gramsci veniva presentato come una sorta di superamento del momento immediato o passionale dell’antagonismo, verso una riflessione/mediazione politica in cui l’egemonia e l’organizzazione (la ricomposizione) svolgevano un ruolo centrale.

Ora, come porre in relazione questo libro con quello che ho appena menzionato? Ritengo che il punto di partenza del libro di Dal Maso sia quello di cercare di riaprire questo dossier, di riprendere “da capo” questa nozione di egemonia e di smontarla per vedere cosa c’è dentro; per vedere, cioè, se questa nozione deve essere articolata o pensata separatamente da altre, che fanno parte del pensiero di Gramsci. Questo è, a mio parere, il punto fondamentale. E il punto di arrivo del libro mi pare consistere nel tentativo – portato avanti con l’aiuto delle più recenti ricerche storico-critiche su Gramsci, provenienti soprattutto dall’ambito italiano – di collegare in modo organico, strutturale i concetti di egemonia, rivoluzione in permanenza e rivoluzione passiva, per mostrare come solamente pensando insieme queste tre nozioni si possa sventare il rischio di una riduzione di Gramsci a un pensatore unilaterale, cioè a un teorico della rivoluzione contro la riforma, dello sviluppo contro la rottura, della lotta contro l’organizzazione, ecc.

Dunque – veniamo alla seconda domanda – a chi pensava l’autore quando ha scritto questo libro? Pensava, credo, polemicamente a un pubblico che crede che Gramsci sia un autore post-marxista o riformista, l’autore dell’idea di egemonia intesa come il superamento del marxismo come teoria rivoluzionaria. E ha cercato di reintrodurre Gramsci come autore rivoluzionario, e in questo senso marxista, nel circuito del dibattito teorico a sinistra. Ma senza tornare semplicemente indietro, ha cercato di utilizzare (come ho accennato) tutta una serie di strumenti critici che sono stati prodotti negli ultimi decenni: strumenti di lettura, attrezzi per leggere i Quaderni del carcere in particolare, per vedere se è possibile ottenere una nuova lettura dell’insieme delle nozioni elaborate da Gramsci, che sono l’egemonia, la rivoluzione permanente, ma anche le famose nozioni di guerra di posizione/guerra di movimento che non possono essere enunciate senza pensare immediatamente all’altra coppia Oriente/Occidente o se si vuole a quella dittatura/egemonia, ecc. In altre parole, il punto di partenza, l’intenzione fondamentale di questo libro mi pare consistere nella convinzione che sia possibile ripresentare l’insieme di queste nozioni senza cadere di nuovo in quella interpretazione di Gramsci che va verso il riformismo o il post-marxismo.

Nelle ultime pagine, in particolare nelle ultime due, Dal Maso ha reso esplicito un tema che è di fatto presente in tutti i capitoli, ma che qui diventa si afferma apertamente: l’idea di creare un contrappunto o un’intersezione tra Gramsci e Trotsky. Il libro può quindi essere pensato come un viaggio attraverso i Quaderni del carcere, soprattutto, che è l’arcipelago testuale che analizza, per andare oltre, per riarticolare un discorso che a questo punto non riguarda più solamente Gramsci, ma va anche oltre Gramsci, spingendo Gramsci verso un contrappunto o un’intersezione con un altro autore, che naturalmente è molto più di un autore: è un politico, un dirigente comunista, e soprattutto è un dirigente comunista all’origine di una tradizione teorica e organizzativa alternativa a quella della Terza Internazionale, alla quale, ricordiamolo, Gramsci appartenne dal momento della sua fondazione fino alla sua morte nel 1937, essendone anche un importante dirigente.

Fabio Frosini

In sintesi, questo è un libro sul “marxismo di Gramsci”, ma per andare anche oltre Gramsci. Non è una novità, né uno scandalo: molti autori lo hanno fatto, passando attraverso Gramsci per articolare il proprio pensiero con quello di altri teorici, e penso anche che questa sia un’operazione che ha effetti da un punto di vista teorico e naturalmente politico, perché l’intenzione del libro è fondamentalmente politica (politica in senso largo): offrire un nuovo Gramsci per poter ripensare in modo critico la politica del presente. Così, l’ultimo capitolo, che non riguarda più esattamente solo Gramsci, è un breve ma denso saggio in cui Dal Maso cerca di pensare in modo critico, grazie a Gramsci e al contrappunto con Trotsky, i recenti e persino attuali processi politici che si sono sviluppati in America Latina dei cosiddetti governi post-neoliberali e anche di quanto è accaduto nell’Unione Europea negli ultimi decenni, cioè il suo processo di svolta a destra. Non ritengo che – presentando questo libro – sia opportuno pronunciarsi su questi aspetti di esso, perché ciò implicherebbe scambiare il corpo principale per i dettagli. Inoltre, sul “contrappunto” Gramsci-Trotsky è stato scritto molto, ed esistono contributi equilibrati e molto ben informati, ai quali mi limito a rinviare1.

2. Mi soffermerò perciò su alcune questioni importanti – e anche problematiche – del libro, riguardanti direttamente l’interpretazione del marxismo di Gramsci.

Un elemento fondamentale è il rapporto tra egemonia e rivoluzione in permanenza. Ma non si può pensare alla rivoluzione in permanenza se non si pensa con rigore all’altra nozione che Gramsci ha coniato nei Quaderni, che è quella della rivoluzione passiva, che è la nozione davvero originale che Gramsci crea, mentre l’egemonia, anche se egli la riformula radicalmente, è un concetto che ha una storia molto antica, risalente all’antica Grecia e rifiorita, nel significato di “prevalenza” tra elementi posti come “pari”, nel pensiero italiano e tedesco del secolo XIX. Invece con rivoluzione passiva Gramsci, distorcendo completamente una “formula” di Vincenzo Cuoco, conia uno strumento concettuale, un concetto filosofico nuovo. Diciamo intanto che siamo dinnanzi a una nozione complessa, dai contorni parzialmente sfocati, che ha aspetti problematici, me che con qualche sforzo può essere definita.

Essa è il tentativo di dare una risposta a un fatto storico evidente, che è il seguente: lo schema “classico” marxista secondo il quale la borghesia all’inizio era rivoluzionaria e poi è diventata reazionaria, non funziona. Il problema non è che la borghesia, da un certo punto di tempo (che si può collocare, e che Gramsci colloca, tra il 1848 e il 1871), non diventi reazionaria – iniziando a lottare alla propria sinistra dopo aver lottato alla propria destra – ma che in questa “reazione” c’è anche molta “innovazione”. Anche se la borghesia non ha più l’obiettivo principale di lottare contro la nobiltà feudale, è comunque una classe che sta producendo nuova storia, nuove idee e, soprattutto, sta trasformando la realtà, “rivoluzionandola”, per mantenere il potere. Conserva il potere in modo “rivoluzionario”. Questo è l’enigma che Gramsci affronta nei Quaderni. Ciò gli è reso possibile dal fatto che si trovava in un momento in cui, effettivamente, nel primo Dopoguerra e anche nel bel mezzo della grande crisi economica che stava investendo il mondo, la borghesia – in modo analogo all’epoca della Restaurazione – stava ripensando la struttura di base del potere per potergli dare nuove fondamenta. Questo “luogo” in cui Gramsci si trova diventa un osservatorio per decifrare le “onde” lunghe della storia passata e, con esse, interpretare criticamente le tendenze del presente.

La rivoluzione passiva è davvero un ossimoro. È qualcosa che tenta di pensare la convivenza di due momenti opposti: la rivoluzione e la passività, una rivoluzione che presuppone e favorisce la passività delle masse. La nuova nozione è la risposta che Gramsci sta cercando di dare a questo enigma. Non pretendo che sia la soluzione e, analizzando tale questione nei Quaderni, Juan Dal Maso ci fa capire come sia effettivamente molto più problematica di quanto si possa pensare. In effetti, oggi molti usano questa nozione di rivoluzione passiva come un passepartout, come qualcosa che spiega tutto, come se tutti i processi politici (o storico-politici: non è la stessa cosa) fossero delle rivoluzioni passive. O, detto altrimenti, come se qualsiasi processo che non conduca a una presa del potere e alla trasformazione della forma dello stato e del regime di proprietà, fosse ipso facto una rivoluzione passiva (è noto che se una chiave apre tutte le porte, alla fine non ne apre nessuna). In questa affermazione c’è però del vero: lo stesso Gramsci lo nota in un testo del Quaderno 15, scritto alla fine (in senso cronologico) della sua meditazione su questo concetto e significativamente intitolato “Epilogo primo”.

L’argomento della “rivoluzione passiva” – scrive qui Gramsci – come interpretazione dell’età del Risorgimento e di ogni epoca complessa di rivolgimenti storici. Utilità e pericoli di tale argomento. Pericolo di disfattismo storico, cioè di indifferentismo, perché l’impostazione generale del problema può far credere a un fatalismo, ecc.; ma la concezione rimane dialettica, cioè presuppone, anzi postula come necessaria, un’antitesi vigorosa e che metta in campo tutte le sue possibilità di esplicazione intransigentemente2.

Come si vede, nel momento in cui tenta di “stringere” su questa concezione, Gramsci, invece di delimitarla, la estende a “ogni epoca complessa di rivolgimenti storici”, con ciò intendendo – attenzione – non certo qualsiasi tipo di congiuntura politica, ma, appunto, ciò che “fa epoca”, che nella terminologia di Gramsci significa3 ciò che segna o per lo meno annuncia un passaggio nel modo di produzione (così p. es. la Restaurazione fa epoca, ma il fascismo o il fordismo no). Dunque la rivoluzione passiva come un “argomento”, cioè come un insieme di criteri da impiegare nell’analisi dei processi di transizione. Ma proprio nel momento in cui accenna a equiparare rivoluzione passiva e transizione (cioè, in definitiva, “storia” nel suo senso più forte e profondo), Gramsci avverte il “pericolo di disfattismo storico, cioè di indifferentismo” e di “fatalismo”: così non può essere, perché l’analisi storica non può essere separata da quella delle forze politiche in campo, la rivoluzione passiva da quella di rivoluzione in permanenza; in questo senso, di unità di teoria e pratica, di storia e politica, “la concezione rimane dialettica”. Non dunque nel senso che alla rivoluzione passiva ci si possa opporre con la contrapposizione dell’antagonismo delle masse ai meccanismi dello stato (del “mito” alla “ricomposizione”), ma in quello, davvero gramsciano, che solo cogliendo l’unità “dialettica” di questi due momenti sarà possibile per le masse dei subalterni acquisire una prospettiva egemonica.

Juan dal Maso, autore del libro

3. Un’idea molto interessante del libro è che l’egemonia, la rivoluzione permanente e la rivoluzione passiva debbano essere pensate insieme, come parti di un problema unitario. Riassumendo l’intera questione, possiamo affermare che, mentre l’idea di egemonia viene solitamente presentata come un “superamento” della rivoluzione permanente, in realtà – e ciò è dimostrato dalla lettura attenta dei testi dei Quaderni – Gramsci non parla di superamento, ma di una “forma attuale”.

Gramsci dice che, rispetto al 1848, le condizioni in Europa dopo il 1870 sono diverse, nel senso che la società e le istituzioni sono cambiate, e quindi anche la forma della lotta deve cambiare. Si tratta di una questione complessa. Per semplificare si può dire che, essendo cambiate le condizioni, la stessa cosa che si diceva allora con la formula della rivoluzione permanente, ora si deve dire con la formula dell’egemonia. L’egemonia “aggiorna” insomma questo stesso movimento di pensiero che prima era la rivoluzione in permanenza. Quindi non c’è opposizione tra le due formule, ma piuttosto una stretta relazione storica. Inoltre, per contrastare la rivoluzione passiva è necessario – come si è detto sopra – pensare con rigore al rapporto tra egemonia e rivoluzione in permanenza.

Il cambiamento delle condizioni storiche può essere pensato in modi molto diversi. Per esempio, in un modo evolutivo. Lo stesso Gramsci scrive in alcuni punti dei Quaderni che “allora” la società civile non era molto strutturata e lo Stato non si trovava in una situazione internazionale molto strutturata. Dunque, c’era una certa “autonomia” della società civile dallo Stato, e dello Stato dal contesto internazionale. Ed è stata possibile, in questo caso, una forma di lotta che egli chiama guerra di movimento, che è una forma di lotta puntuale, concentrata. Se si attacca lo Stato in un certo luogo determinato, poiché non esiste una struttura statale massiccia all’interno della società civile, si può conquistare il potere. Questo scrive Gramsci, per poi dire che le cose sono cambiate, e che pertanto ogni guerra di movimento, cioè ogni attacco frontale, è destinato a infrangersi contro le “robuste casematte” disseminate in tutta la società. Lo Stato-apparato non è più concentrato in pochi luoghi; esso si è “disperso” o meglio “dislocato” in una molteplicità incontrollabile di istanze, distribuite in tutta la società. Di conseguenza, l’attacco frontale deve essere rimpiazzato da una strategia quasi opposta, di lotta diffusa, molecolare, moltiplicata in tutti i punti di resistenza della società. Una rivoluzione come quella del 1789, o del 1917, non sono più pensabili. Tutto ciò non è un’invenzione di Gramsci: era già stato descritto da Engels e in seguito se ne parlò moltissimo, dopo la rivoluzione del 1905. Tutto il marxismo della Seconda e poi anche della Terza Internazionale ha riflettuto su questo tema, interrogandosi su cosa significhi la lotta politica nelle condizioni di una società civile, per così dire, “complessa”, in cui esiste uno stretto rapporto tra Stato e società.

Ma la questione è in realtà un’altra, e può essere così formulata: questo cambiamento dalla situazione descritta come guerra di movimento a quella della guerra di posizione deve essere pensato in modo evolutivo, cioè, le cose sono cambiate perché sono cambiate le condizioni oggettive, o si deve pensare in modo diverso?

Anche se questo argomento richiederebbe un seminario a parte, credo che Gramsci abbia gradualmente cambiato la sua posizione. All’inizio, egli tende a pensare a questo cambiamento in modo evolutivo e oggettivo, ma poi arriva a pensare che esso non dipende da condizioni oggettive, perché non ci sono condizioni oggettive che non siano legate a condizioni soggettive. In altre parole, il grado di organizzazione delle forze sociali è un fattore determinante delle cosiddette condizioni oggettive. Il processo di graduale e contraddittoria auto-organizzazione, costellato di sconfitte, delle classi subalterne in Europa ha portato l’intera società ad organizzarsi nel suo insieme, perché anche le altre classi hanno dovuto organizzarsi per contrastare questo avanzamento. Le cosiddette società complesse con uno Stato altamente strutturato sono il frutto di questo contraddittorio processo di lotta che non ha nulla a che vedere con un inevitabile e graduale processo evolutivo. In questo processo di lotta, il 1917 segna una svolta importante, ma non è l’unico punto di passaggio. È importante, questa svolta, perché per la prima volta la classe operaia prende il potere di uno Stato e riesce a conservarlo. In questo senso, egli scrive che «l’ultimo fatto di tal genere [= guerra di movimento] sono stati gli avvenimenti del 1917. Essi hanno segnato una svolta decisiva nella storia dell’arte e della scienza della politica”4.

Questo ci porta a pensare che la stessa dicotomia Oriente/Occidente non ha il senso che di solito le viene attribuito. Perché l’Oriente non è altro che una metafora per parlare della lotta quando il punto decisivo di questa organizzazione totale della società non è ancora stato raggiunto. In altre parole: dopo il 1917 il mondo intero è “l’Occidente”, non solo l’Occidente geografico, perché la lotta ha raggiunto un punto in cui tutte le classi si sono organizzate5.

Ciò ha tutta una serie di conseguenze in relazione a quella che è la guerra di movimento e la guerra di posizione. Si parla di ciò, affermando che la guerra di movimento, che era buona per il XVIII e XIX secolo e, più tardi, solo in Oriente, non è più utile nell’Occidente attuale, e che quindi dobbiamo passare alla guerra di posizione. In realtà, la guerra di posizione non è un destino che dipenda dall’esistenza di “condizioni oggettive”. La guerra di posizione non è altro che l’espressione politica del fatto che il punto decisivo dello scontro tra classi è stato raggiunto. In altre parole, essa è la lotta politica in condizioni di organizzazione totale della società. Quando tutta la società è stata organizzata per lo scontro decisivo, arriva la guerra di posizione.

Nel libro di Dal Maso c’è un interessante capitolo (cap. IV.6) sulla guerra di movimento e sulla guerra di posizione. Qui l’autore isola tre diverse nozioni dell’alternativa tra guerra di movimento e guerra di posizione. La prima è quella per cui, siccome la società si è organizzata, non è più possibile combattere alla vecchia maniera. La seconda, è quella che sostiene che da quando è stato raggiunto un punto di confronto decisivo tra le classi, la guerra di movimento non è più possibile e si va verso una guerra molecolare, diffusa, in tutti i gangli della società. La terza accezione sarebbe quella del Quaderno 15, dove Gramsci presenta la guerra di posizione come la forma di lotta politica che si identifica in un dato momento con la rivoluzione passiva. In altre parole, la guerra di posizione è la guerra che dà il vantaggio alla borghesia, come nel caso del Risorgimento italiano ai moderati, o, in termini attuali, alla destra, alla forza che vuole preservare piuttosto che rivoluzionare.

Credo che, se si medita un poco sul rapporto dialettico tra condizioni oggettive e soggettive, queste tre nozioni, che Gramsci propone in diversi momenti di elaborazione dei suoi Quaderni, siano abbastanza coerenti tra loro. Infatti, il processo di organizzazione dell’intera società prende il sopravvento su un’idea iniziale in termini di “evoluzione” e di “complessità sociale”. Ma poi, nel Quaderno 15, scritto nel 1933, Gramsci arriva a unificare rivoluzione passiva e guerra di posizione. In questo modo, il salto dalla guerra di movimento alla guerra di posizione non si identifica più solo con il momento in cui le forze sociali si organizzano, ma esprime anche il fatto che una di queste due forze, quella “reazionaria”, ha preso l’iniziativa.

La copertina dell’edizione originale argentina, pubblicata da Ediciones IPS.

4. Un altro aspetto importante del libro e del pensiero di Gramsci che vorrei sottolineare è la questione dei rapporti di forza. Ci sono diversi testi nei Quaderni, ma soprattutto un testo nel Quaderno 4 intitolato “Rapporti tra struttura e superstrutture”, dove Gramsci si interroga sulla storia, chiedendosi da dove nasca il “movimento storico”, cos’è che spinge in avanti la storia, che produce la novità, il passaggio di “epoca”; e afferma che il marxismo aveva spiegato ciò attraverso lo schema binario formato da struttura e sovrastruttura, che è fondamentalmente uno schema deterministico, nel senso che alla fine c’è un elemento che determina e un altro che è determinato. Gramsci rompe con questa idea, non nel senso che non ci sia l’economia, che è la base materiale, e che l’ideologia non sia ideologia, che lo Stato, la sovrastruttura politica non sia sovrastruttura; ma nel senso che non c’è una determinazione univoca, o una determinazione di qualsiasi tipo. Egli passa dalla dicotomia base/sovrastruttura all’idea di relazioni di forze, che articola su tre livelli fondamentali. Il primo livello è quello delle relazioni economiche e sociali. Il secondo livello è quello delle relazioni politiche in senso lato (ritroviamo così, riformulato e ripensato, il nesso tra base e sovrastruttura). E il terzo livello è quello delle relazioni militari. Ogni livello ha i suoi diversi sottolivelli, e ognuno – questo è un punto importante – ha la sua temporalità.

Qui riprendo l’analisi del tema dei rapporti di forza condotta a suo tempo da Juan Carlos Portantiero in un libro a mio avviso molto importante, Los usos de Gramsci, in particolare nel capitolo che si intitola Gramsci y el análisis de coyuntura (algunas notas)6. In questo testo Portantiero si sofferma sul rapporto, tipico delle scienze sociali, tra attore e struttura, tra azione ed evento. Gramsci dà una soluzione a questo problema e anche al problema marxista della determinazione. L’argomento è complesso, ma si può riassumere dicendo che a tutti e tre i livelli ci sono “forze” al lavoro, cioè energie sociali organizzate politicamente, ideologicamente in un certo modo. Non c’è, pertanto, un’istanza della società che sia al di fuori del conflitto e dell’unità di soggettività ideologica (e politica) e oggettività storico-sociale (ed economica). Anche le relazioni sociali ed economiche sono dei rapporti di forze, caratterizzate, beninteso, da una temporalità specifica, che è una temporalità molto lunga, che cambia meno rapidamente delle altre, perché ha a che fare con la produzione materiale e anche con la geografia del territorio, la situazione internazionale di un paese, la disponibilità di materie prime, – insomma, tutta una serie di cose che non possono essere inventate e cambiate per decreto. Ma cambiano, non sono fuori dalla storia. Quindi la storia è fatta dall’interno e non dall’esterno.

Dal Maso valorizza molto questa nozione, che a mio parere è molto importante per uscire da qualsiasi determinismo. E sottolineo ciò che dice Gramsci sul fatto che l’egemonia si colloca – propriamente – nei rapporti di forze politiche, cioè nel secondo livello dei rapporti delle forze. Sembra, in questo senso, che essa si limiti a quel solo “luogo”. Ma Gramsci continua a lavorare su questo tema e arriva a un punto in cui la distinzione tra sfera economica, politica e militare non ha più nulla a che fare con l’individuazione dell’egemonia, perché l’egemonia è ovunque in quanto, se ci sono relazioni, c’è politica, e se c’è politica, c’è egemonia. Anche nella produzione economica c’è la politica e anche nell’esercito e nella guerra c’è la politica. Le battaglie non si vincono solo perché si hanno le armi, ma per una strategia, un piano per disintegrare l’avversario e perché si ha una politica dell’esercito, relativa al modo in cui vengono trattati i soldati: quali sono le regole che governano un gruppo organizzato come l’esercito, che non è un partito, ma è comunque un gruppo umano e quindi è caratterizzato da rapporti non solo amministrativi e di comando/obbedienza, ma politici (di “consenso” e di motivazione), e così via. Ecco perché Gramsci scrive molte note sul momento politico-militare. E quando Gramsci ha coniato la nozione di “mercato determinato” dicendo che non può esserci un mercato senza uno Stato che lo regoli, una sovrastruttura politica, giuridica e anche culturale – per esempio, l’idea che non si possa uscire dalla forma di merce dei prodotti del lavoro è un fatto culturale – sta anche dicendo che c’è politica e quindi egemonia all’interno del mercato, cioè della vita economica nel senso più stretto.

Dunque, si può dire che c’è una proliferazione di luoghi di egemonia, che quest’ultima non è sempre la stessa, e che deve pertanto essere studiata in modo specifico ai diversi livelli. Quando Gramsci parla della filosofia della prassi, ritengo che stia parlando di questo: che non si può pensare alla realtà al di fuori o prima del suo carattere pratico; al fatto che ci sono sempre relazioni tra gli esseri umani che sono direttamente pratiche (nel senso delle Tesi su Feuerbach) e quindi politiche. Insomma, gli esseri umani non sono macchine, la società non è un sistema meccanico; ci deve essere pertanto un elemento di “comunicazione” e quindi, immediatamente, sorge la politica. Questo è un punto nevralgico del pensiero di Gramsci e anche del libro, e ritengo che sia necessario andare oltre ciò che Gramsci scrive, perché Gramsci stesso lo dice in relazione a Marx: se si devono accogliere i problemi così come appaiono materialmente in un determinato testo di Marx (in quel caso si sta riferendo alla Prefazione a Per la critica dell’economia politica)7, o se invece si deve andare oltre una lettura letterale, per poter veramente pensare quel testo, e con esso anche altri.

In conclusione, è un libro, quello di Dal Maso, che merita una lettura attenta. Rispetto a una serie di passaggi nutro delle perplessità, o anche posso dire di pensarla in modo sensibilmente diverso8, ma si tratta comunque di un libro che merita di essere letto, per la precisione e la cura dei dettagli, per il rispetto dei testi e della storia, e – last but not least – per la sincerità con cui il suo autore affronta il difficile compito di avvicinarsi a un autore come Gramsci che, per molti motivi, è ancora circondato da un campo minato.

Note

1. Cfr. in particolare l’ottimo saggio di Frank Rosengarten, The Gramsci-Trotsky Question (1922-1932), «Social Text», n. 11, 1984-1985, pp. 65-95.

2. A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, p. 1827, corsivo mio.

3. Cfr. ivi, p. 1744.

4. Ivi, p. 860.

5. Cfr. in questo senso Giuseppe Vacca, In cammino con Gramsci. Con un saggio di Marcello Mustè, Roma, Viella, 2020, pp. 149-50.

6. Juan Carlos Portantiero, Los usos de Gramsci, México D.F., Folios Ediciones, 1981, pp. 177-92.

7. Cfr. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 455.

8. Mi riferisco in particolare all’interpretazione (nel cap. VII.5) al testo sul “parlamentarismo nero” nel Quaderno 14, §§ 74 & 76, sul quale cfr. ora Gianni Francioni, «La liquidazione di Leone Davidovi». Per una nuova datazione del Quaderno 14, in Un nuovo Gramsci. Biografia, temi, interpretazioni, a cura di Gianni Francioni e Francesco Giasi, Roma, Viella, 2020, pp. 341-64.