25 Aprile 2017: l’errore politico della Comunità Ebraica di Roma di non sfilare con i palestinesi e l’Anpi

La necessità dell’approccio dialettico

di Sirio Stivalegna

È fresco di giornata il comunicato stampa della comunità ebraica romana in cui riferisce che il 25 aprile non sfilerà nel corteo organizzato dall’Anpi, perché colpevole quest’ultima di cancellare la storia e far sfilare gli eredi del Gran Mufti di Gerusalemme che si alleò con Hitler con le proprie bandiere.

Un errore di semplice grettezza, paragonare i palestinesi di oggi come gli alleati di Hitler? Fare un collegamento diretto e squallido con il gran Muftì ed i palestinesi odierni? No, semplicemente è il solito metodo per criminalizzare il proprio principale avversario politico: una metodologia di calunnia che offende sia i palestinesi, sia gli ebrei stessi. Principalmente questo atteggiamento è di per sé antisemita. La volontà di voler criminalizzare un intero popolo tramite una tesi vigliacca, non è la medesima di cui gli stessi cittadini europei di religione ebraica hanno dovuto sempre subire?

Non possiamo tacere di fronte a questo atteggiamento che potrebbe essere tacciato come un infantilismo politico, esacerbato da pregresse tensioni ideologiche e di piazza, consumatesi negli anni passati. Invece è un preciso progetto di potere: ghettizzare un intero popolo all’interno dei campi profughi, portarli alla fame, e infine bombardare e sterminare civili inermi non appena la comunità internazionale chiuda entrambi gli occhi.

C’è un vecchio aforisma evoluzionista liberale: ogni popolo ha il governo che si merita. Tuttavia la storia dimostra che uno stesso popolo può avere governi molto diversi nel corso di un periodo relativamente breve (Russia, Italia, Germania, Spagna, etc.), e inoltre, che l’ordine di questi governi non va costantemente nello stesso senso – dal dispotismo alla libertà – come si immaginavano gli evoluzionisti liberali. Il segreto consiste nel fatto che un popolo è composto di classi ostili, e che le classi stesse sono formate di strati diversi e in parte antagonistici, che rispondono a direzioni diverse; inoltre ogni popolo è sotto l’influenza di altri popoli, anch’essi composti di classi. I governi non esprimono la “maturità”, costantemente crescente, di un “popolo”, ma sono il prodotto della lotta tra le varie classi o tra diversi strati all’interno di una stessa classe, nonché dell’azione di forze esterne; alleanze, conflitti, guerre, etc. A ciò si aggiunga che un governo costituito può rimanere più a lungo del rapporto di forze che lo ha prodotto: proprio da questa contraddizione storica sorgono le rivoluzioni, i colpi di Stato, le controrivoluzioni, etc.

Allo stesso modo, dialetticamente, va affrontata la questione della direzione di una classe. I nostri sapientoni, sull’esempio dei liberali, accettano tacitamente l’assioma che ogni classe ha la direzione che si merita. In realtà, la direzione non è affatto un mero “riflesso” di una classe, o il prodotto di una libera creazione. Una direzione si forgia in tutto un processo di scontri tra le varie classi o di frizioni tra i vari strati all’interno di una data classe. Una volta costituitasi, la direzione si eleva invariabilmente al di sopra della propria classe, e in tal modo diventa soggetta alla pressione e all’influenza delle altre classi. Il proletariato può “tollerare” a lungo una direzione che abbia già subito una completa degenerazione interna, ma non abbia ancora avuto occasione di rivelare tale degenerazione di fronte a grandi eventi. Ci vuole un grande shock storico per mettere a nudo con asprezza la contraddizione tra la direzione e la classe. Gli shock più forti della storia sono guerre e rivoluzioni, e proprio per questo la classe operaia è spesso presa alla sprovvista dalle guerre e dalle rivoluzioni. Ma anche nei casi in cui la vecchia direzione abbia rivelato la propria corruzione interna, la classe non può improvvisare immediatamente una nuova direzione, soprattutto se non ha ereditato, dal periodo precedente, solidi quadri rivoluzionari, capaci di sfruttare lo sfracelo del vecchio partito dirigente. L’interpretazione marxista, e cioè dialettica e non scolastica, del rapporto tra classe e direzione della classe non lascia pietra su pietra dell’edificio dei sofismi avvocateschi del nostro autore”. [Classe Partito Direzione, Lev Trotsky]

La questione palestinese è risolvibile solo con un unico Stato in cui convivano palestinesi ed ebrei, con le stesse libertà civili e religiose. Ma questo Stato non può essere questo Israele.

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