La prossima volta che vi diranno che il capitalismo è naturale e che gli esseri umani sono intrinsecamente egoisti, rispondete che non è solo Marx a negare quest’idea, ma che molte scoperte in ambito antropologico e biologico sembrano confermare invece l’ipotesi dell’importanza e della necessità della cooperazione.


Come sostiene Sartre in L’esistenzialismo è un umanismo, l’essere umano non è un tagliacarte. Nel tagliacarte l’essenza impressa dall’artigiano precede l’esistenza dell’oggetto. Allo stesso modo in una macchina (sia pure un robot dalle sembianze umanoidi) il programma precede ogni altra cosa. Nell’essere umano invece accade l’inverso. E a mostrarlo potrebbe essere la grande mutevolezza nel tempo e nello spazio dei costumi, della morale e dell’idea stessa di come l’essere umano è o dovrebbe essere, sente o dovrebbe sentire. In questo senso discipline come la storia dei costumi, l’antropologia e persino la storia della scienza possono essere illuminanti. Solo alcuni esempi. L’etologo Frans De Wall sostiene che l’idea di matrice hobbesiana di un “homo homini lupus” (cioè di un uomo tendenzialmente egoista per natura), spesso utilizzata come argomento principe a sostegno della inevitabilità del capitalismo, è uno dei più grandi pregiudizi della filosofia, e aggiungerei, della cultura dominante. Credendovi, non solo si fa un torto ai lupi, che sono tra gli animali più gregari e cooperanti tra tutte le specie, ma si trascurano aspetti empatici e altruistici dell’essere umano che, semmai volessimo ricondurre ad una base “essenzialista” e “naturalista”, descrivendoli in termini di “volontà divina”, “natura umana” oppure DNA ed altri fattori biologici (come fanno alcuni “evoluzionisti”), avrebbero quanto meno la stessa legittimità e rilevanza di quegli aspetti moralmente ripugnanti e ugualmente attribuiti rispettivamente a “volontà divina”, “natura umana” o DNA ed altri fattori biologici.

Nella cultura dominante gli attributi tipicamente desiderabili dal soggetto borghese (egoismo, ricerca del profitto, desiderio di proprietà, desiderio di stabilità nella coppia monogamica, etc…) vengono magistralmente (e quasi “magicamente”) fatti coincidere con gli attributi “naturali” dell’essere umano. Naturali e quindi inevitabili. Quest’operazione dal sapore fortemente etnocentrico e dal valore marcatamente politico-ideologico non è (fortunatamente) denunciata soltanto dai marxisti. Scrive l’antropologo Marshall Sahlins nel suo libro The western illusion of human nature:

Ignari della storia e della diversità culturale, questi entusiasti dell’egoismo evoluzionistico [(gli psicologi evoluzionisti e la sociobiologia)] non sono in grado di riconoscere nel loro ritratto della cosiddetta natura umana tratti del classico soggetto borghese. Oppure essi celebrano il proprio etnocentrismo prendendo alcune delle nostre pratiche usuali come prova delle loro teorie universali sul comportamento umano.

Un altro autore le cui ricerche sembrano contrastare l’immagine tipica di un uomo per natura dotato di certe caratteristiche (che sono poi guarda caso coincidenti con quelle del soggetto borghese) è Michael Tomasello. In The cultural origins of Human cognition Tomasello studia i primati e l’origine della specie umana e sostiene che un certo grado di altruismo (inteso come capacità di immedesimazione) fu probabilmente fondamentale nel progresso della specie umana verso la civiltà nonché nei processi di sociogenesi (produzione di manufatti, etc…). E sarebbe del resto difficile credere che l’Homo Sapiens possa aver raggiunto il livello di sviluppo culturale e di complessità organizzativa che conosciamo senza la messa in atto di meccanismi di cooperazione.

Poc’anzi ho menzionato gli evoluzionisti. Con “evoluzionisti” mi riferivo in realtà non semplicemente al darwinismo, il quale è stata una delle più grandi scoperte e uno dei più grandi progressi umani degli ultimi secoli. Ma a coloro i quali, come fa ad esempio Dawkins, usano le scoperte della biologia evoluzionista per trarne norme morali a volte prescrittive. Una volta con un compagno discutevo della mia scelta di eliminare la carne dalla mia dieta. Cercava di convincermi che stavo sbagliando. Ma ciò che è interessante notare è che tra tutte le argomentazioni a favore della presenza della carne animale nella dieta, ne usava una che anche in qualità di marxista mi sembra francamente inaccettabile: i denti canini, diceva, abbiamo i denti canini. Usava la presenza dei denti canini per legittimare la naturalità e quindi l’inevitabilità della sua scelta di consumare carne. Questo è assurdo. Perché è un’operazione mentale che non funziona.

Il marxismo non nega certo l’evoluzionismo darwiniano, ma al tempo stesso, credo, ci dovrebbe portare a negare un certo uso che dell’evoluzionismo potrebbe essere fatto, ed è esattamente lo stesso uso che, con varie sfumature e sotto diverse velature, la classe dominante fa. Pensate al caso topico (e quasi imbarazzante per gli stessi capitalisti) della lotta per la sopravvivenza che avviene in natura come dimostrazione della naturalità del capitalismo in ambito sociale ed economico. Un’analogia, quest’ultima, che forse non va più molto di moda posta in questi termini, ma che in molti discorsi rimane parte integrante del sottotesto. La verità, però, sembra essere un’altra: l’uomo ormai seppure resti un animale, si è costruito un proprio mondo emancipandosi dalla natura e all’evoluzione può dare una propria direzione, dotato com’è della capacità di auto-progettarsi. Non c’è dunque alcun sentiero già tracciato. Non da Dio o da qualche fantasia metafisica, ma nemmeno dalla scienza biologica e dagli entuasiasti della sociobiologia (coloro che vorrebbero fondare la morale sulle scoperte della biologia darwiniana).

Questa questione rivela, tra le altre cose, quanto importante e sensibilmente politica sia l’idea che ciascuno di noi ha di uomo e quanto la battaglia ideologica per lo scardinamento delle idee della classe dominante si giochi anche su questo terreno dove, ammettiamolo, inciampare è spesso più facile di quello che si possa pensare.

Matteo Iammarrone