A partire dalla contestualizzazione del nuovo scenario, dal quale si sta evolvendo la situazione politica della Siria e del Medio Oriente, presentiamo un approfondimento sulla questione della zona a maggioranza curda che ha instaurato un proprio autogoverno nella Siria del Nord chiamata Rojava: quali sono i limiti del contenuto sociale di questa lotta, e quale strategia è necessaria per non soccombere all’espansionismo della Turchia, ai piani degli imperialisti e in generale al dominio dei capitalisti sulla popolazione?


Il Rojava non sanguina per conto degli USA

Il movimento curdo non ha pagato un tributo di sangue per combattere il terrorismo jihadista per conto degli Stati Uniti. Il desiderio di autogoverno è il punto cruciale per capire la questione, poiché l’autodeterminazione nazionale è una transizione fondamentale per la liberazione da ogni oppressione nazionale. In tale obiettivo, le nazioni oppresse vedono la possibilità di eguali diritti. Per difendere il proprio autogoverno, le milizie YPG/YPJ del Rojava hanno battuto l’ISIS. Difendiamo le conquiste militari del Rojava e chiediamo il ritiro di tutte le forze armate straniere dalla Siria e dal Rojava. Il regime di Assad vuole disarmare le Unità di Difesa del Popolo del Rojava: ciò lascerebbe il Rojava alla mercé di Assad. Sosteniamo il diritto di autodeterminazione, di autogoverno e di autodifesa armata del Rojava.

Certo, si pone la questione: l’ISIS sarà ricostruito o emergerà una nuova formazione islamista-jihadista? Poiché la rovina delle società coinvolte nella guerra civile e attaccate dall’imperialismo, e la dipendenza economica dei paesi che ne deriva, sono fattori decisivi a partire dai quali l’ISIS ha consolidato la sua base sociale. L’ISIS ha tratto giovamento dalla debolezza delle istituzioni e dell’esercito iracheni contro l’invasione americana del 2003.

Il terrore dell’ISIS ha “conquistato le strade” dal momento che la situazione rivoluzionaria che stava montando in tutto il Medio Oriente si è trasformata in uno scenario controrivoluzionario. Ma non dobbiamo ignorare la vittoria militare sull’ISIS e le conquiste democratiche in Rojava. La vittoria è stata percepita dalla maggioranza della popolazione come una rottura dell’oppressione sulle donne e delle frizioni nazionaliste. Discuteremo i limiti di queste conquiste nell’ultima sezione dell’articolo. La paura degli Stati imperialisti rispetto al “pericolo ISIS” è basata sull’assunto che l’UE e gli USA abbiano perso la loro partita nell’Asia occidentale.

Il movimento curdo si è mobilitato dopo l’annuncio di Trump sulla presenza militare USA avanzando due rivendicazioni: dichiarare il Rojava una no-fly zone [dove cioè sia proibito l’uso dell’aviazione da parte di chiunque, ndt] e mandare missioni di peacekeeping ONU per garantire la sicurezza della popolazione. Trump ha provato a portare su posizioni moderate il movimento curdo nel Rojava marginalizzando il PKK; secondo questa linea, si auspica che le YPG e le YPJ si separino dal PKK sul piano politico e su quello organizzativo. Contemporaneamente, in novembre Washington ha sospeso una taglia che pendeva su tre capi del PKK.

Anche se il movimento curdo prova a presentare la cooperazione con gli USA come una condotta militare tattica, non possiamo ignorare i meccanismi di dipendenza che derivano da una situazione del genere. Ci sono due basi aeree e otto basi di terra USA in Rojava. Attualmente, la direzione curda sembra convinta di poter approntare una forza militare congiunta con Assad per respingere l’offensiva turca. Stanno negoziando le condizioni. Se il movimento curdo finalizza l’alleanza con Assad, dovrà rinunciare al federalismo e alle conquiste democratiche. Anche se il PYD [PKK in Rojava, ndt] ha assicurato più volte che non mette in questione l’unità politica della Siria, Assad rigetta l’autogoverno del Rojava e richiede la sottomissione e il disarmo del suo governo.

I compromessi con gli Stati occidentali per il riconoscimento della “autonomia di base del Rojava” hanno depotenziato le possibilità di un cambiamento sociale.

 

Il contenuto sociale del potere

L’esperienza del “Contratto Sociale del Rojava” rivela queste inibizioni politiche: due suoi aspetti ci aiutano a indicare la sostanza di queste contraddizioni.

  • Nel preambolo, l’Amministrazione Democratica Autonoma dichiara che “non accettiamo né lo Stato nazionale, né la concezione militarista e religiosa dello Stato, né l’amministrazione centrale o il potere centralizzato”. Nella frase successiva, essa descrive l’ordine che vuole istituire: “Le regioni dell’amministrazione democratico-autonoma sono aperte alla partecipazione di tutti i gruppi etnici, sociali, culturali e nazionali attraverso le rispettive associazioni, secondo coerenti principi di reciproco riconoscimento, democrazia e pluralismo”.
  • Nell’articolo 41 è descritta la base materiale di questo ordine: “Il diritto alla proprietà e alla proprietà privata è protetto. A nessuno piò essere negato l’uso della propria proprietà. Nessuno può essere espropriato. Se fosse necessario per un interesse pubblico, il proprietario deve essere indennizzato”.

Le strutture di autogoverno nel Rojava hanno attratto l’attenzione della sinistra in tutto il mondo. Il modello della riduzione dello Stato alle istituzioni locali (cooperative nei villaggi, nelle città e nei quartieri) e il trasferimento di tutti gli organi decisionali a queste istituzioni è l’alternativa “di base” alla vita “oltre lo Stato”. Abdullah Öcalan definisce questo modello confederalismo democratico:

Questa forma di amministrazione può essere descritta come un’amministrazione politica non-governativa, o come una democrazia senza uno Stato. […] Contrariamente a un concetto centralizzato-burocratico dell’amministrazione e dell’esercizio del potere, il confederalismo è una forma di autogoverno politico nella quale tutti i gruppi della società e tutte le identità culturali possono esprimersi in assemblee regionali, assemblee generali e consigli.

Si parla di strutture consiliari in Rojava, ma va chiarito che sono istituzioni cooperative con un mandato politico, più che soviet. A questo proposito, Shahrzad Mojab scrive nel suo saggio “Donne e rivoluzione: pensare attraverso il marxismo e il femminismo”:

La rivendicazione, che una “democrazia radicale” possa essere praticata in assenza dello Stato, è compromessa dal fatto che l’amministrazione autonoma in Rojava agisce in forma di Stato; è di fatto uno Stato. Alla sua testa c’è un partito politico ben organizzato; ha un esercito ben organizzato; si compone di corpi legislativi, amministrativi e giudiziari; mantiene relazioni diplomatiche con molti paesi; ha i suoi media, compresa una TV via satellite. L’iniziatica del Partito dell’Unione Democratica [PYD] e il collasso dello Stato siriano ha reso tutto ciò possibile. Il Rojava è emerso dalla guerra e dalla distruzione come una regione autonoma funzionante perché la sua direzione è state in grado di organizzare questa regione come uno Stato.

In sostanza, l’amministrazione del Rojava sta sperimentando il limite della flessibilità della democrazia borghese, anche se ciò non significa che essa cambi il carattere di classe che ne sta alla base: dieci anni dopo l’inizio della crisi internazionale del capitale, diversi governi, aldilà delle specifiche forme parlamentari adottate, stanno attualmente garantendo gli interessi del capitale con mezzi dispotici. “La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo più favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia più o meno completa. Ma questa democrazia è sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi” (Vladimir Lenin, Stato e Rivoluzione, 5. Le basi economiche dell’estinzione dello Stato, II. La transizione dal capitalismo al comunismo).

Il tentativo di stabilire la rappresentanza armoniosa di tutte le classi sociali (grandi proprietari di terra, piccoloborghesi contadini, lavoratori agricoli e industriali) aldilà della proprietà: questa è una distopia per il Rojava. Le esperienze volontaristiche della popolazione civile, al fine di dare una forma “di base” alla democrazia borghese, stanno raggiungendo i loro limiti.

 

Rivoluzione in Rojava?

Turchia e Siria vedono nel Rojava un rifiuto del proprio potere statale centralizzato. Molte forze, in particolare il movimento curdo stesso, descrivono il corso degli eventi in Rojava come una rivoluzione.

Quindi parliamo di rivoluzione, abbiamo prima bisogno di definire il concetto: il 17 ottobre 1905 Trotsky, sul giornale Nashe Slovo (“la nostra parola”), ne parla così: “La rivoluzione è prima di tutto una questione di potere – non è una questione di forma di governo (Assemblea costituente, Repubblica, Stati federati), ma il contenuto sociale del potere”.

La differenza con la rivoluzione sociale inizia quindi, soprattutto, dove il potere rimane nelle mani dei capitalisti; la proprietà privata dei mezzi di produzione, della terra e delle case rimane intatta – come abbiamo mostrato sopra. La direzione del movimento curdo sottovaluta, persino ignora l’abolizione della proprietà privata come una transizione necessaria verso una società senza Stato. Non è disposta a rompere con proprietari terrieri e capitalisti, poiché la sua strategia si basa sulla cooperazione con queste forze sociali. Ma le recenti esperienze dei movimenti di liberazione anti-coloniale hanno dimostrato che la borghesia delle nazioni oppresse sostiene solo fino a un certo punto la rivendicazione della liberazione nazionale, per conquistare la propria sovranità: se ottiene la libertà di governare, opprime la sua popolazione lavoratrice per preservare il suo potere.

L’autogoverno democratico è presentato come obiettivo comune di tutte le forze politiche nel paese. Pertanto, gli approcci “consiliari” dei Consigli esistenti nelle regioni curde rimangono limitati come le cooperative, in quanto non si fanno carico dei compiti propri della democrazia dei consigli, come l’espropriazione della borghesia o la distribuzione delle terre e appartamenti. Le strutture consigli non sono sono stabilite e non si espandono a partire da questi compiti, ma piuttosto il contrario: il movimento curdo ha bisogno di tempo per “rammendare” la rivoluzione, ma possiamo usare gli sviluppi esistenti, reali dell’esperienza curda per contraddire questo desiderio, poiché il tempo non è una panacea. Vediamo i consigli come strutture di potere, da un lato, avviare il periodo di transizione verso la rivoluzione e reclamare gli interessi politici e militari dei lavoratori; d’altra parte, puntare alla distruzione della governo capitalista e all’assunzione del potere statale da parte di consigli composti da lavoratori e contadini.

 

Le condizioni della vittoria

Le milizie curde hanno conquistato con le loro lotte eroiche la simpatia dei popoli oppressi e degli attivisti internazionalisti. Ma senza cambiamenti concreti sociali, il Rojava non può sfuggire all’isolamento. Le tattiche militari, perciò, sono insufficienti per cambiare la situazione complessiva. La Resistenza curda ha bisogno di armi per combattere e vincere, ma più di tutto, ha bisogno di un programma che strappi via dai regimi di Erdoğan e Assad la loro base sociale.

Le esperienze multietniche e femministe messe in atto finora, così come il riconoscimento della libertà di credo associato alla separazione della religione dagli affari di Stato, sono fattori progressivi che possono ispirare le masse. Ci sono milioni di persone nella regione che vivono la preoccupazione quotidiana d’essere rovinati un’altra volta dalla guerra. Il governo turco promette di superare la crisi economica del paese invadendo il Rojava. Sosteniamo la vittoria militare del Rojava contro l’occupazione militare turca.

La vittoria del Rojava sull’ISIS costituisce una risposta alla svolta controrivoluzionaria nella regione. Ma se lo Stato turco conquista il Rojava o interviene comunque a fianco delle potenze imperialiste, prevarranno di nuove condizioni straordinarie, che potranno incoraggiare l’ISIS o realtà simili a riemergere dai bassifondi. Per riprendere il coltello dalla parte del manico, cioè per ricacciare le potenze imperialiste, l’ISIS e le potenze regionali una volta per tutte nella pattumiera della storia, il Rojava deve cominciare ad avviare i cambiamenti materiali sociali di cui abbisogna e rifiutare il disarmo a favore dell’accordo con il regime di Assad.

Il Rojava non può essere difeso e le sue conquiste sociali non possono essere ulteriormente espanse se i confini che bloccano lo sviluppo produttivo nella regione non sono abiliti. Per esempio, il Rojava deve poter usare le risorse disponibili di cui ha bisogno situate nella regione industriale del Kurdistan del nord (occupato dalla Turchia) così come i rifornimenti di petrolio e di gas dal Kurdistan iracheno. La borghesia locale non è nella posizione di assumersi i rischi connessi a una politica del genere. Dal momento che il Kurdistan è diviso fra quattro importanti paesi della regione, le condizioni per la vittoria includono il risveglio della coscienza rivoluzionaria della classe lavoratrice, dei contadini sfruttati, delle nazionalità oppresse nella regione. La politica estera deve avere questo come suo obiettivo principale.

Le condizioni per raggiungere questa situazione sono presenti nelle dinamiche della lotta di classe della regione: l’interesse della borghesia iraniana non è difeso oggi a Teheran, ma a Damasco. L’Iran sta ricostruendo il suo potere e la sua legittimità politica a Damasco [tramite il suo intervento militare], chiamandolo “anti-imperialista”. Ma ogni vittoria sul terreno rafforza la repressione interna della Repubblica Islamica contro i lavoratori, le donne, i curdi e i popoli soggiogati.

Le rivendicazioni avanzate dalle masse nel 2009 per la libera partecipazione alla politica, per i diritti delle donne e per la democratizzazione dell’Iran non sono state soddisfatte: la direzione riformista di tale movimento è stata spaventata dalla radicalizzazione delle masse stesse e si è ritirata. Le rivendicazioni irrisolte delle masse formano una base per una svolta politica in permanenza in Iran. Soltanto quest’anno, donne, studenti, lavoratori – specialmente gli autisti di camion e autobus, gli insegnanti, i metalmeccanici e i dipendenti dell’industria dello zucchero – hanno scioperato e sono scesi nelle strade. La popolazione curda in Iraq (in quello che è chiamato il Rojhilat) è stata parte del movimento di contestazione e di sciopero nel paese, o ha organizzato una propria resistenza al regime iraniano. Nonostante la repressione, i lavoratori e la popolazione curda non hanno lasciato andare le proprie lotte. Le due fabbriche Fulad (acciaio) e Haft Tapeh (zucchero) attualmente  formano l’avanguardia del movimento. I settori trainanti di queste lotte usano i consigli come propri organi di discussione e deliberazione. Così facendo, i lavoratori della Haft Tapeh rivendicano l’auto-gestione della fabbrica sotto il loro stesso controllo. In Iran ci furono fabbriche sotto controllo operaio dal 1976 al 1981. Al tempo, ciò ha portato a situazioni di doppio potere nelle città curde. Queste esperienze costituiscono un patrimonio politico che torna utile ogni volta che le masse tornano a lottare. L’intero movimento in Iran si basa su rivendicazioni per il pane, il lavoro e la libertà.

L’ISIS ha voluto costruire uno Stato islamico tramite una politica aggressiva jihadista. Ha schiavizzato le donne non islamiche, specialmente le Yazide. Ha annichilito l’opposizione, ha cacciato intere popolazioni dalla regione e ha saccheggiato le risorse della popolazione civile. La Turchia ha di fatto annesso il cantone di Afrin; ha distrutto le strutture democratiche curde, consegnate gli organi politici in mano a gruppi islamisti, espulso parte della popolazione curda e saccheggiato beni locali come il raccolto di olio d’oliva della scorsa annata. La politica turca è concentrata sull’espulsione della popolazione curda così da far diventare i curdi una minoranza nell’area: una vecchia tattica della politica coloniale turca.

Una unificazione del Kurdistan non può ottenersi tramite i programmi attuali delle organizzazioni curde come il PKK (in Turchia), il PYD (nel Rojava), il KDP (in Iraq) o il Komalah (in Iran). Queste organizzazioni sono diverse tra loro: mentre il PKK e il PYD rivendicano piattaforme democratiche, il KDP è già un bastione burocraticamente corrotto nell’area autonoma curda in Iraq. Ciò di cui c’è bisogno per l’unità del Kurdistan è un corretto orientamento programmatico. Un’unificazione sulla base di un programma borghese non è correntemente possibile in Kurdistan, perché la borghesia curda è talmente collusa nella politica locale che può beneficiare dallo status quo. Di conseguenza, essa mostra un interesse assai limitato verso un programma borghese democratico-radicale. La piccola borghesia curda non è in grado di unificare la nazione: il tentativo di percorrere una strada democratico-borghese si arena per via del disinteresse della borghesia curda che le sta sopra. Va da sé che gli Stati occupanti combattono comunque ogni tentativo di questo tipo.

I corpi “di base” esistenti dell’amministrazione del Rojava costituiscono un elemento progressivo, dato che le donne, i gruppi nazionali, etnici e religiosi non-curdi vedono rispettato il loro diritto ad essere rappresentanti. Queste strutture possono però conquistare un vero doppio potere una volta che il loro contenuto sociale sia cambiato seguendo gli interessi di classe dei lavoratori e dei contadini.

Dove c’è autogoverno, c’è pane, lavoro e una casa per tutti

Le milizie curde non devono soltanto adottare urgenti misure a favore della rivoluzione sociale, ma devono immediatamente cominciare ad applicarle in Rojava: espropriare le riserve di cibo, di prodotti della manifattura e altri rifornimenti così da distribuirli a chi ne ha bisogno; redistribuire le abitazioni secondo gli interessi dei lavoratori e in particolar modo delle famiglie dei miliziani; espropriare i materiali agricoli e i latifondi secondo l’interesse dei contadini poveri; stabilire il controllo operaio sulla produzione e il potere dei consigli al posto della rappresentanza armoniosa di tutte le classi sociali.

Iniziative del genere andrebbero oltre i limiti democratico-borghesi del diritto all’autodeterminazionae. Sarebbe una svolta per l’intera regione. In ogni caso di difesa e liberazione di un paese (come successo col Rojava), queste misure di rivoluzione sociale sono necessarie e vanno adottato. L’altra condizione è guadagnarsi la fiducia di chi deve mettere in atto queste misure: chi lotta deve essere consapevole che si sta sacrificando per la propria totale liberazione sociale, non per la restaurazione dello sfruttamento “democratico”.

Questa è la condizione necessaria affinché la resistenza curda possa dimostrare d’essere il vero alfiere degli oppressi e degli sfruttati.

L’unità dei curdi può avvenire soltanto sulla base dell’egemonia della classe lavoratrice sulla piccola borghesia e sui contadini: è possibile raggiungere in questo senso le masse nonostante le direzioni riformiste e piccolo-borghesi presenti in varie parti del Kurdistan. La strategia rivoluzionaria oggi consiste nell’opporsi alla strategia coloniale. Se la direzione della resistenza curda insiste nella pratica della liberazione anti-coloniale tramite un programma democratico-borghese, noi, come marxisti rivoluzionari, dobbiamo svelare queste menzogne nell’interesse degli eroici combattenti curdi e della vittoria finale. La gioventù curda ha organizzato una resistenza esemplare nel 2015 per rompere l’assedio militare turco nel Kurdistan del nord: con le barricate ha ottenuto così il controllo temporaneo di alcune zone urbane, dove sono state introdotte forme di auto-governo. Anche se la lotta era immatura sul piano del programma politico, senza dubbio non è mancata la volontà, la prontezza nella lotta.

Tale lotta ha diviso il partito pro-curdo HDP, ovvero ha visto le fazioni borghesi interne all’HDP minacciate nei loro interessi. La borghesia curda del nord ha visto nella democratizzazione dello Stato turco la possibilità di potersi garantire una fetta più larga del mercato turco: è così sottomessa alla strategia coloniale turca. Questo conflitto d’interessi ha di fatto scisso l’HDP e lo ha reso vulnerabile di fronte a Erdoğan: da allora non è in grado di agire. Ma milioni di persone oggi in Turchia possono essere conquistate a un piano di mobilitazione antimilitarista per rompere lo sciovinismo tra le file dei lavoratori turchi. La sfida che ci sta davanti è quella di rompere le strutture fascistoidi che si costruiscono attraversando la base sociale dell’AKP, che formano una sintesi tra le mafie e le organizzazioni jihadiste. Ecco perché la mobilitazione antimilitarista dovrà prendere presto un carattere antifascista. Ecco perché è necessario che tutte le organizzazioni curde e sindacali agiscano insieme contro l’austerità del governo e contro le politiche di guerra, così da far pagare ai capitalisti turchi la propria crisi.

La difesa del Rojava non è stata e non è solo militare; essa può continuare soltanto tramite un vero “auto-governo” nel Kurdistan così come negli altri Stati della regione. La classe lavoratrice in Iraq, in Turchia, in Iran e in Siria è insoddisfatta della propria borghesia e del proprio Stato, che promettono solo crisi e guerre; rimangono legati solo dal warfare, dalla paura e dalla repressione. A maggiora ragione bisogna appellarsi a una politica socialista che rivendichi pane, lavoro, casa per tutti, che costruisca un governo della classe lavoratrice. Tale programma, ci pare, può permettere all’intera regione una rinascita, una nuova primavera. Se c’è una speranza di mobilitare la classe lavoratrice, essa è in mano alla gioventù e alle donne curde, e ha bisogno di una direzione indipendente che rivendichi un Kurdistan unito socialista, con la prospettiva di una Federazione di Repubbliche Socialiste del Medio Oriente. La lotta per un tale obiettivo farà inevitabilmente unire contro la lotta di classe i blocchi reazioni oggi divisi dal conflitto d’interessi capitalista. La rivoluzione in permanenza è il fondamento sul quale organizzare l’espulsione dell’imperialismo e dei suoi vassalli locali. Il programma d’espropriazione della proprietà privata dei mezzi di produzione e del potere sovietico si concretizzerà nella prospettiva della Federazione di Repubbliche Socialiste del Medio Oriente.

 

Baran Serhad

Traduzione da Klasse gegen Klasse