“We are not a conquered people”. L’importanza di gruppi come A Tribe Called Red in un mondo di Donald Trump e Jair Bolsonaro

Poco a sud di Toronto, tra il Lago Ontario e il Lago Erie, si estendono i 96.000 acri di terra noti come la riserva delle Sei Nazioni del Grande Fiume. Si tratta di una delle più grandi riserve indigene del Nord America, l’unica popolata da individui appartenenti a tutte e sei le nazioni irochesi (da cui il nome): Mohawk, Cayuga, Onondaga, Oneida, Seneca e Tuscarora. Nata nel 1784, dopo la sconfitta britannica nella Guerra d’Indipendenza americana, e pensata come una forma di compenso per lo sforzo delle forze native affiliatesi ai lealisti (coloro appartenenti agli Irochesi che combattevano sotto bandiera britannica) direttamente dalla Corona, venne sabotata da subito, per la sua collocazione così vicina a obbiettivi militari strategici del neonato “dominion” canadese. I “musi bianchi”, nel tempo, cominciarono ad estendere i propri bisogni e il proprio volere, nell’economia (come nel caso dell’adattamento forzato al modello dell’agricoltura sussidiaria, con conseguente incremento esponenziale di vendita di terreno a bianchi anglosassoni) così come nella cultura della riserva (attraverso il cambiamento di nomi dei luoghi pubblici, come dell’installazione di chiese protestanti in luoghi prima riservati al culto indiano).

È proprio in questa distesa, così singolare per la sua inclusione di clan diversi, ma così emblematica per il suo trattamento da parte dei “conquistatori”, però, che, all’inizio del 2007, due DJ stagionati della scena D ’n B underground dell’Ontario, Tim “2oolman” Hill (Mohawk), e Ehren “Bear Witness” Thomas (Cayuga), uniscono le forze per dare vita a un innovativo progetto musicale, punto di incontro tra rivoluzione e tradizione; nasce A Tribe Called Red. “All’inizio volevamo solo organizzare feste per la nostra comunità, far divertire la gente” -confidò Bear Witness al giornale “Canadian Dimension”- “ma ci siamo accorti presto che ciò era un fatto di per se molto politico. ‘Indigenizzare’ un locale era un fatto molto politico […] che non potevamo ignorare.”. E in effetti, già dal nome, un chiaro tributo al leggendario collettivo Hip Hop A Tribe Called Quest (mai timido nel ribadire le proprie posizioni pan-africaniste e anti-autoritarie), gli ATCR ebbero ben chiaro il senso del loro operato. Fin dal primo album, il self-titled del 2012, l’epicentro dell’attività musicale del collettivo risedette tutto nella riappropriazione di un’identità che molti indigeni sentono tutt’ora minacciata, ma non solo: si tratta anche di dare una voce e una forza a questa identità, una voce di natura politica: “Dopo quanto successo nell’ultimo secolo di storia, il semplice fatto che siamo qui, oggi, è una dichiarazione politica. In quanto appartenenti alle First Nations, tutto ciò che facciamo è politico.”- così recita il book interno del secondo album, “Nation II Nation”, e, come spiega Bear Witness nella stessa intervista precedentemente citata: “quella citazione viene dal fatto che sentiamo bisogno di riprendere il controllo della nostra immagine, proprio oggi che siamo in un’era in cui possiamo farlo. Si tratta di sbattere in faccia alla gente chi veramente siamo”. Un’operazione culturale del genere non si era mai vista: le rappresentazioni nella cultura pop degli Indiani d’America sono sempre state in un qualche modo filtrate dalla lente della tradizione WASP nordamericana: banditi, pacifisti, “fattoni”, spacciatori, criminali, fanatici, a seconda di come tirava il vento, e di cosa c’era bisogno di fare politicamente in quel periodo. Lasciati in balia di se stessi, a morire per colpa della povertà o dello spaccio dilagante (terreno di sperimentazione, prima dei ghetti neri urbani, per strategie repressive e mostruose come la “War On Drugs” di Reagan degli anni ’80), i nativi non avevano mai avuto occasione di poter spiegare veramente le proprie ali, tarpate fin dall’inizio dell’era coloniale, o alzare le proprie voci (preferendo sussurrarsi a vicenda nelle proprie enclavi isolate).

ATCR non è solo una rivolta contro il mondo post-coloniale bianco, però; è anche una rivoluzione musicale: si tratta di un modo inedito di gestire le sonorità classiche dell’elettronica HC: lo stile inventato da 2oolman e Bear Witness, rinominato “powwow-step”, è una fusione di Drum N Bass, Dance, e di una tradizione unica degli indigeni americani, il Powwow. Non solo un “genere” musicale, si tratta di un evento sociale fondamentale per la comunità, un momento quando ogni membro si trova in un luogo per socializzare, cantare, danzare e onorare le proprie radici e le proprie divinità tradizionali. Durante questi eventi, è usanza ballare al suono della ormai rinomata “powwow music”, musica creata usando poliritmie molto complesse di diversi tamburi rituali, tutte tenute assieme da un “host drum”, il tamburo centrale, riverito e onorato durante tutto il corso della festa. I tamburi vengono accompagnati dai canti delle donne (seppure in alcune comunità i canti vengano effettuati anche da uomini), anch’essi musicalmente molto complessi e di tonalità alte e falsetti veloci ed imprevedibili, mentre tutt’attorno danzatori vestiti dei famosi abiti tradizionali si muovono in concordanza con questi due elementi fondamentali. La struttura di questa musica si è sempre prestata all’implementazione nella produzione elettronica, ma nessuno prima di ATCR era stato in grado di farlo con efficacia: la grande conoscenza di questo duo ha fatto si che finalmente i pezzi riuscissero a intersecarsi nel modo giusto, e, nel fare questo, a chiudere un divario generazionale che stava diventando troppo divaricato tra i giovani e gli anziani delle comunità. Soprattutto, sono stati in grado di dare quel vigore che gli indigeni necessitavano per poter affrontare, culturalmente, il discorso della modernità: un vigore conflittuale, ma pur sempre connesso con la realtà dei tempi.

In un momento storico come questo, nonostante Donald Trump minacci i territori indigeni ad ovest con il progetto dell’oleodotto Keystone XL, e Jair Bolsonaro, appena eletto, affermi di voler distruggere l’Amazzonia, i nativi americani sembrano essere sempre una parte del discorso marginale, relegata a dover aspettare che qualcun altro decida per loro, troppo separati e indeboliti da anni di oppressione per poter organizzare una risposta. Ma l’ascesa degli ATCR è un indicatore importantissimo di un possibile cambiamento nel discorso indigeno, per due ragioni: la prima, più evidente, è che rappresentano quel tipo di voce, finalmente, sia politica che culturale, che per secoli è mancata a migliaia di persone in entrambi i continenti americani. È mancata sia perché tantissimi “militanti” e accademici hanno preferito ignorare le problematiche di una porzione così sparuta di cittadinanza, volendosi concentrare magari esclusivamente su colpe storiche o vittimismi ancestrali scollegati dalle oppressioni del presente, sia perché le comunità (anche a seguito di questo fatto) si sono poste in maniera progressivamente più diffidente rispetto a correnti politiche tradizionalmente anticapitaliste o antiautoritarie come l’anarchismo o il marxismo, in quanto provenienti dagli stessi volti che avevano imposto il colonialismo e il capitalismo, con tutte le problematiche conseguenti. Tuttavia, il lavoro pur necessario di gruppi come ATCR non sarebbe stato possibile senza casi di rivolta come quello dell’EZLN in Messico, nel 1994, o come le rivolte anti-FIFA del 2014, o le manifestazioni a Standing Rock di pochi anni fa, che hanno dimostrato la forza potenziale di queste comunità, per anni dipinte come eterne vittime di un sistema ben troppo forte per loro.

La seconda ragione deriva dal luogo di origine del duo: il Canada, eterno orizzonte della civiltà perbenista, paradiso idilliaco per così tanti analisti e aspiranti migranti, è sempre stato in realtà complice nella distruzione dell’identità indigena quanto i vicini “cattivi” degli USA: con la pretesa di fare le cose in modo più “umano”, i governi canadesi dell’800 e del ‘900 hanno proceduto a far concentrare i precedenti abitanti delle terre vastissime del Nord in zone sempre meno connesse e ospitali col resto del mondo, chiedendo però il rispetto delle usanze (e delle leggi, soprattutto) del resto del paese. Si chiedeva, quindi, alle First Nations di pagare quanto gli altri, e anche molto di più. Di recente, per citare un esempio, si è assistito ad un’epidemia di violenze e rapimenti a danno di donne indigene su tutto il territorio nazionale: di fronte alle richieste di giustizia di una comunità stremata, è arrivato solo il silenzio assordante delle istituzioni legali e politiche, come di ogni formazione partitica. ATCR prende piede proprio in questo contesto, e questo rende il tutto ancora più stupefacente.

In tempi così difficili, il duo di DJ sta giocando un ruolo fondamentale: il loro successo critico (vincitori ai Polaris Awards e ai Juno Awards in molteplici occasioni) e commerciale ha garantito sia una serie di partecipazioni con esponenti importanti di altri generi (come Mos Def, ora conosciuto come Yasiin Bey, sulla traccia R.E.D.), sia l’esposizione al grande pubblico di altri precursori nell’influenza nativa nella musica, come i Chippewa Travellers. Più di ogni altra cosa, ha ispirato nuovi e giovani creativi delle riserve a prendere in mano mixer, microfoni e strumenti, per far si che la voce scoperta dagli ATCR risuonasse in ogni angolo del Nord America: dopo il successo del primo album, infatti, Bear Witness e compagni (per qualche tempo i due rimasti erano stati affiancati da DJ Shub e DJ NDN), dichiararono l’inizio di un tour completamente gratuito per le riserve dell’ex territorio Irochese, Sioux e Nipissing, dove migliaia di ragazzi e adulti hanno potuto assistere alle loro feste e ai loro set, senza alcun costo. Il loro approccio militante ha fatto si che venissero respinti dalle autorità di alcune grandi città del “civile” Canada, aggiungendo legna al fuoco montante della loro notorietà. E, con la collaborazione di artisti come Lido Pimienta e Black Bear, sembra che il gruppo voglia cominciare a spargere la propria arte anche nelle comunità indigene del Sudamerica.

Il futuro, per il popolo nativo, non è certo roseo. Dopo l’elezione di Bolsonaro, molti degli atteggiamenti reclusivi e di oppressione che esso ha subito si inaspriranno. La risposta, però, non passa certo dal paternalismo vittimista di una parte del ceto medio bianco: il vero successo di ATCR è proprio quello di aver fatto vedere sprazzi di una forza che, le First Nations, pensavano di non avere, o di avere dimenticato in una certa misura. Ci vorrà tempo, e sangue, e lacrime, ma possiamo oggi avere la certezza che, ovunque ci sarà un tentativo di silenziare o intimidire questi popoli, nasceranno altri “2oolman” e “Bear Witness”, in riserve come le Sei Nazioni del Grande Fiume, che magari oggi non conosciamo, ma che impareremo a rispettare.

 

Luca Gieri