Alcune settimane fa, Marco Pagli ha vinto il premio letterario “Il pane e le rose”. Lo ha fatto con un racconto breve che combina il ritmo ripetitivo e apparentemente sempre uguale della produzione nel capitalismo con il tempo liberato della lotta di classe delle lavoratrici e dei lavoratori. Il suo non è però realismo socialista come codificato dalla vulgata stalinista. Il racconto non è perciò un testo volto a consegnarci una stereotipata rappresentazione della classe operaia vista come cosciente, disciplinata, intenta a studiare i classici del marxismo e impegnata a edificare il socialismo. L’operaio protagonista del suo racconto esprime invece quanto Antonio Gramsci definiva “coscienza contraddittoria” – ovvero, un amalgama indistinguibile di straordinarie spinte solidaristiche verso la propria classe e tremende torsioni individualistiche. La giuria, presieduta da Simona Baldanzi, ha apportato le seguenti ragioni per il conferimento del premio: “Per la destrezza di farci sentire in presa diretta il rumore che fa una lotta e la sua metafora. Un racconto crudo, letterario, musicale. Un testo che tiene insieme la vita di un lavoratore e la sua scalata aderendo nella forma come fa un attrezzo del mestiere”. 

Gianni Del Panta parla proprio di “letteratura working class” con Marco Pagli in questa intervista.

 

Negli ultimi anni, soprattutto in ambienti giovanili e di sinistra, l’espressione “letteratura working class” è entrata nel lessico comune. Quali sono gli aspetti che la caratterizzano? E perché ne parliamo sempre con l’espressione inglese come se vi fosse qualcosa di sbagliato nel dire “letteratura della classe lavoratrice”?

Dare un definizione precisa di letteratura working class non è semplice perché si rischia di cadere nel troppo astratto («è una letteratura che parla di lavoro») o nel troppo ristretto ed escludente («è un genere scritto dai proletari per i proletari»). A mio avviso con questa espressione si definisce un immaginario, che rimette al centro il lavoro, ma soprattutto i lavoratori. È il loro protagonismo il fulcro di questo filone letterario, il loro non rinnegare la condizione di sfruttamento che vivono. Ma soprattutto la capacità di fare di questa condizione non un elemento di sconfitta, ma un perno di riscatto. In questo termine, riscatto, c’è dentro tutto. C’è la rabbia, l’orgoglio, il senso di ingiustizia, il sentirsi parte di una collettività e la responsabilità di esserlo, i rapporti con le persone, la tensione al cambiamento. La letteratura working class racconta la vita, la voglia di viverla. Non a prescindere dal lavoro, ma a partire da esso e dalle sue logiche intrinseche in un sistema capitalista. Non basta essere un lavoratore o una lavoratrice per fare letteratura working class, bisogna che quel lavoratore o quella lavoratrice non siano rassegnati.

Il fatto che si declini all’inglese – working class e non della classe lavoratrice – credo derivi prima di tutto dal fatto che questo genere sia nato in Inghilterra. Ancora più importante però è il fatto che l’espressione anglosassone offre un’accezione più ampia rispetto a quella italiana. È ancora una volta una questione di immaginario: se si pensa ad un lavoratore in Italia abbiamo ancora l’immagine di una tuta blu, ma questa associazione è oggi ancora più falsa e pericolosa che in passato. Perché il lavoro e i lavoratori sono cambiati assieme alle filiere di accumulazione del profitto, pur non essendo assolutamente mutato lo sfruttamento che si produce. Esistono ancora, beninteso, i metalmeccanici, esistono le fabbriche e le catene di montaggio. Ma oggi più che in passato non si può rappresentare il lavoro esclusivamente attraverso questa lente. C’è tutto un mondo che è scarsamente rappresentato – dai facchini della logistica al precariato intellettuale, dai lavoratori e dalle lavoratrici degli appalti alle operatrici e operatori del cosiddetto Terzo Settore – e che rischia di rimanere fuori dal perimetro di appartenenza al corpo del lavoro. Lavoratori e lavoratrici che rischiano di non sentirsi tali e di non considerare lo sfruttamento che vivono come costitutivo della propria vita, come motore del proprio riscatto personale e collettivo. Un riscatto che non può essere che sociale, perché è impensabile immaginare salvezza personale senza emancipazione collettiva.

 

La letteratura “working class” è sempre e comunque di natura socialista, oppure non sempre i due termini vanno insieme?

Credo non si possa scindere questo tipo di letteratura da una precisa visione della storia e della realtà. Il punto di partenza della letteratura working class è che la società è divisa in classi e l’ottica che si assume è inevitabilmente quella della classe lavoratrice, la quale nel suo essere si oppone storicamente alla classe che detiene i mezzi di produzione. Se non si assume questa griglia interpretativa si perde ogni riferimento e si rischia di scambiare la letteratura working class per narrativa borghese che parla di lavoro. D’altro canto bisogna anche evitare il pericolo di rimanere intrappolati in questa griglia, di assumere categorie ideologiche senza ancorarle alla realtà, alla vita delle persone. Perché il motore della storia rimangono loro e senza i loro corpi e la loro immaginazione rimane ben poco.

 

Si parla appunto di letteratura “working class” in un contesto però in cui la “cultura” operaia è sfilacciata e schiacciata nell’immaginario della borghesia. C’è il rischio che anche questo tipo di letteratura non sia, in effetti, “della” classe operaia, ma “sulla” classe operaia?

Il rischio esiste eccome se, appunto, si prescinde da quella griglia interpretativa che dicevo sopra. Tutto ciò non significa che il mondo in cui viviamo non sia molto più complesso di prima e che la progressiva perdita di terreno della classe lavoratrice abbia portato ad un sempre maggiore disorientamento da parte di coloro che vi appartengono. Mancano luoghi dove lavoratori e lavoratrici si confrontano, si riconoscono e si organizzano. Manca la percezione del proprio essere creatori di ricchezza che altre e altri utilizzeranno. Manca la piena e diffusa consapevolezza del conflitto come generatore di avanzamento, perché i diritti ottenuti in passato sono stati frutto di lotte. Manca un immaginario alternativo a quello del consumo e spesso sembra che manchi anche la volontà di costruirlo. Manca una narrazione su tutto questo. Credo che la letteratura working class abbia un ruolo importante, cioè quello di colmare una parte di questo vuoto, contribuendo a risignificare uno spazio rimasto al buio e quindi al momento invisibile ai più.


Cosa può un romanzo “working class” che l’intervento di un militante-intelletuale non può? In altre parole e in modo provocatorio: perché politicamente può essere rilevante questa letteratura?

Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una progressiva depoliticizzazione della società, almeno in Occidente. La classe lavoratrice è uscita dalla scena politica come soggetto organico e unitario perché ha subito una sconfitta storica. Ciò ha avuto conseguenze profonde: da una parte lavoratori e lavoratrici hanno perso fiducia nella lotta politica come strumento per migliorare la propria condizione, dall’altra sono stati fagocitati dall’immaginario “borghese” che dicevamo, quello dell’imprenditore di se stesso il cui benessere si misura dal livello di consumi che ha. Il disagio, nel frattempo, è aumentato, e non trovando una risposta politica è sfociato in una risposta individuale alimentando ulteriormente questo circolo vizioso.

Ora, io sono convinto che si debba fare i conti con questo. Con il fatto che abbiamo di fronte una classe che difficilmente si riconosce come tale e ancora più difficilmente intravede referenti politici. Non saprei definire con precisione il significato di militante-intellettuale, o meglio forse mi fanno talmente paura entrambi i termini che messi insieme mi vengono i brividi. Tuttavia, credo che la letteratura working class abbia una sua rilevanza politica perché può innescare una contro-narrazione. Può far riconoscere chi legge in una condizione che pensa di vivere soltanto lui/lei e che in realtà è comune. Può contribuire a ricreare un immaginario diverso, ecco. Partendo dalla cifra empatica che è propria della letteratura.


Quali sono gli autori e le autrici che troviamo sul tuo comodino e come pensi che ti abbiano influenzato?

Per quanto attiene al filone della letteratura working class ci sono sicuramente due autori molto prossimi a me in quanto a geografia e a contesti come Alberto Prunetti e Simona Baldanzi. Ci sono i Wu Ming, che hanno fatto e fanno letteratura working class. C’è uno scrittore incredibile come Joseph Pontus con il suo capolavoro “Alla linea”. E poi c’è molto materiale che, nonostante non sia classificato come working class, ne ha tutte le caratteristiche. La scoperta di questo filone letterario per me è relativamente recente e come ovvio non esaurisce la mia attività di lettura, né quella di scrittura. Tuttavia, credo di essere stato influenzato profondamente da questa scoperta, anche se non in maniera univoca. Ogni autore porta dentro alle sue opere un carattere, un tono, un linguaggio diverso. Il tratto comune che probabilmente emerge da tutti – e che ho fatto mio – è l’orgoglio con cui si racconta la classe lavoratrice. 

 

Intervista a cura di Gianni Del Panta

Gianni Del Panta, studioso di scienze politiche, vive a Firenze ed è autore di "L'Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione: da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi" (Il Mulino, 2019).