Abbiamo parlato, in un recente articolo, dei lavoratori del porto di Göteborg  in difesa del diritto di sciopero ([SVEZIA] L’avanguardia del movimento operaio sono i lavoratori portuali) e più in generale del ruolo d’avanguardia di quella lotta e delle sue potenzialità come possibile miccia per il rilancio, dopo decenni di compromessi e passività socialdemocratica, di una presa di coscienza di classe in Svezia.

Sul fronte opposto, quello del nemico di classe, oggi rappresentato dal nuovo governo socialdemocratico-liberale, l’attacco si muove più velocemente delle previsioni: il ministro del lavoro Ylva Johansson (lo stesso del governo precedente) ha infatti annunciato che, se inizialmente l’obiettivo era quello di approvare una legge circa il diritto di sciopero entro l’anno prossimo, ora l’intenzione è quella di fare la stessa legge al massimo entro il primo Agosto.

La norma limiterà il diritto di sciopero contro quei padroni che hanno già firmato un accordo con un sindacato diverso rispetto a quello che ha organizzato l’agitazione.
La ministra, nonostante la portata di questa proposta e le evidenti intenzioni, tenta di minimizzare e di giustificarsi: “la Svezia”, afferma, “continuerà ad avere un forte diritto al dissenso. Quei sindacati che sceglieranno di organizzarsi diversamente avranno comunque il diritto di utilizzare l’arma dello sciopero per ottenere un contratto collettivo ad esempio.”.

Ma Arbetsdomstolen (Tribunale del Lavoro), che non è certo un organo proletario, avverte che la proposta potrebbe punire gli scioperi politici. Lo scopo della proposta ci appare chiaro e fin troppo banale: normalizzare i focolai di conflitto, togliere agibilità ai sindacati indipendenti (che danno fastidio e mettono a rischio il ”compromesso” socialdemocratico) e concedere nella pratica agibilità solo ai ”confederali” LO, TCO e Saco (cioè a quelli le cui burocrazie sono vendute al padronato e controllate direttamente o indirettamente dagli stessi socialdemocratici).

Questa deriva, nel bel mezzo della “florida e felice” penisola scandinava, reazionaria, che tende a limitare il diritto di sciopero proprio verso i lavoratori più combattivi e le loro strutture organizzative economicistiche/sindacali, rappresenta a pieno titolo un esempio reazionario per tutta l’Europa: così come Salvini e la Le Pen si fanno portavoce del nazionalismo e del sovranismo dilagante, così la ministra svedese Johansson prende il posto di Renzi e Macron, con le sue politiche antioperaie.
Già in Italia e Francia si discuteva, pochi anni fa, circa il limitare o il differenziare il diritto di sciopero in base alle categorie -emblematico fu il caso dei lavoratori del settore turistico, duramente represso dal governo Renzi, dove piovvero minacce proprio sul diritto politico dello sciopero sindacale-, ma ora si supera la settorializzazione delle categorie del lavoro: la Svezia vuole limitare il diritto ai lavoratori combattivi ed ai loro sindacati -più o meno burocratizzati-, di qualunque categoria del lavoro essi siano.

Un esempio reazionario che trova terra fertile in tutte le politiche reazionarie attualmente in decollo in Italia, in Europa e nel resto dei paesi capitalistici.

Fonte originale:
arbetet.se/2019/02/15/lag-om-begransad-strejkratt-skyndas-pa