È uno shock ancora forte quello che il 25 maggio i lavoratori della Shernon Holding hanno dovuto subire da un giorno all’altro. Senza nessun preavviso circa 1800 dipendenti hanno scoperto nella notte, tramite un semplice passaparola via Facebook o WhatsApp, che la loro azienda era difatti fallita e la mattina dopo molti di loro assieme anche a molti consumatori, recatisi per ritirare la merce, si sono ritrovati le saracinesche abbassate. La società in questione, che neanche un anno fa aveva acquistato la bellezza di 55 stabilimenti dello storico marchio bolognese di mobili “Mercatone Uno”, nel giro di otto – nove mesi ha registrato un debito oltre i 90 milioni di euro e dopo essere stata messa in amministrazione straordinaria dal Tribunale di Milano, sempre quest’ultimo, avendo ormai constatato un impossibile esito alternativo, ha dichiarato il suo fallimento.

Una vicenda tutt’altro che nuova per i dipendenti di questi stabilimenti che per la precisione ha avuto origine sette anni fa con contratti di solidarietà, cassa integrazione, amministrazione straordinaria e il primo fallimento di cui aspettano ancora la liquidazione. Nell’agosto 2018 poi la Shernon Holding ha comprato i 55 stabilimenti sparsi in tutta Italia con un piano di rilancio che avrebbe dovuto mostrare i primi risultati già dal 2022. In aprile poi la società, già in enormi difficoltà economiche, ha progettato un piano di salvataggio entrando in amministrazione straordinaria e prevedendo per il 30 maggio un incontro al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico). 

Al tavolo hanno partecipato esponenti del governo, delle regioni coinvolte e dei comitati di fornitori, oltreché i commissari straordinari e delegazioni sindacali di Fisascat CISL, Uiltucs UIL, Filcams CGIL e Cobas). Il vicecapo di Gabinetto Giorgio Sorial ah affermato che “la riunione odierna istituisce una sede di confronto permanente tra le parti coinvolte, al fine di individuare soluzioni per venire incontro alle esigenze dei fornitori che in questi ultimi 5 anni hanno dovuto sopportare una situazione di estrema criticità a causa delle difficoltà operative, finanziarie e gestionali in cui si è trovato il gruppo Mercatone Uno. […] Il ministero è al lavoro per definire un quadro più chiaro e completo possibile della situazione aziendale, con l’obiettivo di individuare insieme alle Regioni sinergie e strumenti da mettere a disposizione dei fornitori. Il Mise è impegnato anche a verificare la possibilità di estendere ai fornitori di Mercatone Uno l’accesso al Fondo per il credito alle aziende vittime dei mancati pagamenti”. Questa e altre dichiarazioni rilasciate a margine dell’incontro confermano, qualora ce ne fosse il dubbio, che i politici grillini “amici del popolo”, quando devono affrontare e gestire concretamente – e non solo a chiacchiere – una situazione di crisi aziendale, hanno in bocca solo gli interessi dei padroni, in questo caso dei fornitori di Mercatore Uno. Non una parola sulla sorte di 1800 lavoratori la cui prospettiva, per ora, è quella di rimanere tutti a casa.

A rischio occupazionale però non vi sono solo questi ultimi ma anche i dipendenti (si stimano più di 10000 persone) delle 500 aziende fornitrici con la quale la società è in debito per circa 250 milioni di euro. A fronte di questa possibile macelleria sociale, il Ministro del Lavoro Luigi Di Maio, da bravo sciacallo populista qual è, non si è presentato al tavolo, “anticipando” le sue proposte generiche, come da copione: cassa integrazione e non ben definita “reindustrializzazione”.

Di Maio, che pare preoccuparsi tanto per le vicissitudini di questi ultimi come nessun Ministro del Lavoro in Italia ha mai fatto negli ultimi anni, oltre la sfilata mediatica, ha mostrato atteggiamenti perfettamente in linea con capitalisti e multinazionali. Non a caso egli stesso ha nominato questi ultimi verso ruoli rilevanti tra cui anche quello di capo di gabinetto del Mise, l’organo politico dove guarda caso si sono svolti i due tavoli in questione. L’unica loro preoccupazione è quella di rimettere in moto gli stabilimenti con un piano di rientro di tagli del personale che renda più profittevole l’investimento in Mercatone Uno.

Nessuno parla di quali condizioni di lavoro otterranno i lavoratori se verranno riassunti. Riottenere il lavoro, certo, ma con un contratto di livello uguale o superiore a quello precedente, con stessa retribuzione o superiore anch’essa: condizioni che dovrebbero essere scontate ma che in realtà non lo sono per nulla e senza l’attuazione di forme di lotta come presidi permanenti e scioperi territoriali e di categoria, si può tranquillamente prevedere che i burocrati sindacali giocheranno al “solito” gioco di far abbassare giusto un po’ il tiro delle richieste padronali, richieste che saranno apposta “esagerate” proprio per poter concedere qualcosa senza aver in realtà perso nulla.

Azimuth